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giovedì 3 luglio 2014

Cosa c’è nella mangiatoia di mucche e scrofe, polli e tacchini

di Antonio Saltini


Nel mese di giugno del 2013, dopo mesi interminabili di ermetico silenzio imposto dalla “cupola” dell’agro disinformazione nazionale sull’impiego del raccolto di mais dell’anno precedente, il più gravemente inquinato da fumonisine (o aflatossine) della storia nazionale, tra mille reticenze l’assessore dell’Emilia Romagna dichiarava che avrebbe potuto essere destinato alla combustione per ricavarne energia, con palesi benefici per il bilancio energetico nazionale. Incredulo, scrivevo all’autorevole signore una pubblica lettera chiedendo cosa avrebbero mangiato, trasformato il mais in elettricità, vacche, suini e tacchini di una zootecnia che conservava, nonostante l’impegno per l’annientamento profuso dal medesimo e dai colleghi, tradizioni auguste.


 

Siccome negli anni precedenti avevo raccolto, con scrupolo meticoloso, le preziose menzogne del “ministrino” del Rubicone, un’area generosa di mini-Mussolini con prodigiose attitudini al servizio di bagnino sulle spiagge romagnole, non mi era difficile stilare l’autentica storia del patetico rapporto tra l’Amministrazione emiliana e l’intricata quaestio degli o.g.m immuni ai patogeni responsabili della catastrofe maidicola 2012. Una quaestio che non presenterebbe, in sé, nessun carattere inspiegabile, che acquisisce proprio perché Rabboni &c. demandano l’educazione popolare in materia, sui propri giornaletti, a chiromanti, veggenti, streghe indiane, architetti e autori di romanzi rosa. Con i risultati che, in coerenza ai voti dei “fuochisti” delle vaporiere regionali, seguono immancabilmente.

Pubblicò la mia denuncia il blog di colui che allora consideravo, tra i cento e cento giornalisti conosciuti operando come cronista agricolo, l’unico devoto della vituperata, dai colleghi, devozione alla verità. Proposto, a risposta delle domande formulate e sdegnosamente evase, un secondo articolo sul medesimo terreno, il cultore del vero lo avrebbe cestinato, riservando il medesimo destino (salvo un unico superstite) a tutti quelli che avrei stilato successivamente, soprattutto dopo che il massimo giornale nazionale, la gloriosa testata che dispone quanto debba considerare vero e quanto falso la falange giornalistica dello Strapaese, avrebbe innalzato lo stendardo della levatura scientifica della setta dei cultori della “biodinamica”, la dottrina distillata per gli adepti dal veggente che ebbe l’onore di scrivere i testi sui quali avrebbe trascorso notti appassionanti il caporale Adolf Hitler.

Con quel primo articolo, Mais “inquinato” dal caldo. Una storia italiana, avevo tentato, credo con la chiarezza con cui stampa e studiosi hanno diritto di proporre agli amministratori pubblici, nei paesi democratici, ogni quesito pertinente le specifiche sfere di competenza, alcune domande sugli equilibri agricoli nazionali. Ostentando, il proconsole agrario del Rubicone, la più assoluta indifferenza, l’uso abituale di quanti ci governano, emuli piuttosto dello stile del raìs mediorientale, unico depositario degli arcana regni, che di quello del governante austriaco o britannico, dovetti riflettere se e come potessi varcar la muraglia dell’omertà.

Una cronista modenese coraggiosa mi intervistò su quanto avevo pubblicato in tema di importazioni di mais e soia, e sondò, dopo l’intervista, il pensiero delle “autorità” agricole, ricavandone la dichiarazione che le mie argomentazioni sarebbero state errate siccome all’insufficienza di mais nazionale, saggiamente destinato alla conversione in energia elettrica, si sarebbe ovviato con importazioni effettuate da paesi che non coltiverebbero varietà o.g.m., che quindi i proclami che i nostri prodotti tipici (formaggi, salumi, fino a latte e uova) deriverebbero da animali nutriti da mais tradizionali, sarebbero stati inoppugnabili, come l’ottone ricoperto di porporina d’oro.

Temendo, nelle statistiche degli imitatori italici dei pascià turchi, la menzogna in agguato, pretesi di verificare. Le statistiche ufficiali attestavano l’importazione, nel 2012, di 26 milioni di quintali di mais: la lista delle fonti di approvvigionamento imponeva l’incredulità davanti a paesi che o non producono una spiga di mais o importano, per l’esiguità della produzione, la quota preminenete del proprio fabbisogno: Belgio, Malta, Austria, Grecia, ecc. L’impressione che se ne ricavava era quella di una spasmodica ricerca, in ogni recesso del Pianeta, del negoziante che potesse fornire qualche quintale di mais non o.g.m., qualunque fosse il prezzo di acquisto e quello di trasporto. Il risultato di questa follia importatrice era il costo medio del totale importato, 22 € per quintale, contro i 20 U.S. $ di Chicago, corrispondenti al cambio, a 14,7 €. Alla differenza, equivalente al 44%, si dovevano aggiungere i maggiori oneri di trasporto: il costo di trasferimento di 10 quintali di mais in container dal Peru, è, palesemente quattro volte il costo di una tonnellata caricata, alla foce del Mississippi, su un cargo da 80.000 q, dal più funzionale sistema di imbarco del Globo.

La tabella ufficiale pareva sancire, peraltro, che l’ambizioso risultato di cancellare gli Stati Uniti ed i loro o.g.m.i dalla lista dei fornitori sarebbe stato gloriosamente conquistato. Incredulo, ho interpellato uno dei più autorevoli esperti del nostro interscambio agricolo, da decenni in grado, per prestigio e attendibilità scientifica, di interloquire con i grandi importatori e mangimisti, che mi spiegava che a tutto il mondo del commercio è noto che i nostri fornitori maggiori, Moldavia, Ukraina, Bielorussia, sarebbero, tuttora, paesi in cui ogni legge è poco più che chimera: acquisterebbero sul mercato mondiale sementi di mais o.g.m. e ce ne venderebbero il prodotto certificandolo come non o.g.m. Per disposizioni “superiori” nessun laboratorio pubblico controllerebbe, all’arrivo, in provetta: la parte maggiore del mais importato sarebbe, quindi, mais o.g.m. da sementi americane importato a un costo superiore del 60% al prodotto U.S.A.: la strada sicura per annientare, economicamente, qualunque allevamento. Felicemente la catastrofe produttiva del 2012 avrebbe, verosimilmente, imposto, per l’incapacità dei fornitori precedenti, importazioni dirette dagli U.S.A., e il raccolto, altrettanto disastroso, che le mietitrebbie si apprestavano ad affrontare mentre stilavo la mia seconda nota(coltiviamo varietà americane del millenio scorso, del tutto inadeguate alle nuove condizioni climatiche) avrebbe reso patetico, supponevo, qualunque tentativo di mentire ancora. Una presunzione che sottostimava le capacità di mendacio degli eroi che ci governano, che avrebbero di nuovo occultato tutto, costringendo migliaia di allevatori, che dai propri campi ricaverebbero tutto il foraggio necessario all’allevamento, a svendere il proprio mais come combustibile per l’”autosufficienza elettrica nazionale”, sostituendolo con prodotto importato che le cento menzogne rendono il più costoso del Pianeta.

Siccome nella sola provincia di Parma sarebbero incriminati, attualmente, quasi cento agricoltori, che avrebbero usato, nella produzione di latte, mais inquinato, giustizia vorrebbe che per ogni allevatore incriminato venissero imposte le manette a un assessore regionale e a dieci collaboratori, gli autentici responabili morali della catastrofe che sta investendo l’allevamento nazionale e le sue preziose specialità.

Per la soia, a completare l’idilliaco quadretto, il contesto sarebbe ancora più cristallino: tracciarlo non impone di godere della confidenza di importatori e mangimisti. Importiamo 15 milioni di quintali di semi, da cui ricaviamo olio e farina zootecnica, e 21 milioni di quintali di farina: acquistiamo i primi essenzialmente dal Paraguay, la seconda da Argentina e Brasile. Non risulta che tra il Rio delle Amazzoni e il Mar del Plata venga seminato, ormai, un solo campo di soia che non sia o.g.m. Siamo certi, felicemente, che non sia o.g.m. la farina ottenuta da soia coltivata in Italia, un decimo del totale. Anche per il mais siamo sicuri che, seppure a prezzi astronomici (e inquinato da aflatossine), non sia o.g.m. quello di produzione nazionale, che i nostri strateghi agrari (gastronomi, maghi e cosche professional-sindacali) contrarrà, verosimilmente in tempi brevi, al di sotto del 50% del fabbisogno di stalle e pollai, elidendone ogni superstite traccia di competitività internazionale del nostro allevamento.






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