sabato 2 agosto 2014

Krusciov l' America e l'agricoltura

di Alfonso Pascale 

 

La fine della guerra fredda che si combatté dagli anni quaranta del secolo scorso tra Occidente e Oriente viene convenzionalmente fatta coincidere con la caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991.

Quando Krusciov dette fine alla guerra fredda

In realtà, le ragioni del conflitto erano venute meno nel giro di pochi anni, quando fu chiaro che il confronto tra le due agricolture, quella statunitense e quella sovietica, vedeva in netto e irriducibile vantaggio la prima a scapito dell’altra e che dunque non aveva più senso una competizione tra due modelli non più contendibili. Quello occidentale poteva, infatti, garantire la crescita, mentre quello sovietico, qualora fosse prevalso, avrebbe inesorabilmente condotto ad un impoverimento sociale ed economico diffuso.
Le personalità carismatiche che guidavano sia le due superpotenze che la chiesa più numerosa tra quelle nate con il cristianesimo avevano compreso che questa fosse la situazione già a cavallo tra anni cinquanta e sessanta. E concentrarono gli sforzi per avviare un dialogo che portasse ad una progressiva collaborazione e integrazione affrontando in modo condiviso i nodi etici dello sviluppo: la centralità della persona, la lotta alle ingiustizie, la salvaguardia delle risorse, ecc.
Ma queste personalità uscirono troppo presto di scena e si continuò a combattere una guerra fredda priva di senso solo per non mettere in discussione gli equilibri che si erano creati, le rendite di posizione e le abitudini acquisite.
Potrebbe essere utile capire meglio come andarono le cose in quel breve lasso di tempo in cui concretamente parve affacciarsi la prospettiva di una pace mondiale duratura e di uno sviluppo umano capace di diffondersi rapidamente a livello planetario.

La festa in fattoria

Nel settembre 1959 il Premier sovietico Nikita Krusciov visitò per 13 giorni gli Stati Uniti su invito del presidente Dwight Eisenhower. Prima dei colloqui tra i due leader a Camp David, Krusciov trascorse la giornata di mercoledì 23 settembre in una grande fattoria dello Stato dello Iowa, nel Milde West.
Proprietario della fattoria era Roswell Garst, un ricco farmer di Coon Rapids, specializzato nella coltivazione di mais ibridi. Krusciov e Garst già si conoscevano. L’agricoltore americano aveva, infatti, visitato l’URSS per invito di alcuni tecnici sovietici che qualche tempo prima erano andati in America a studiare le nuove tecniche agricole praticate nello Iowa. E Krusciov lo aveva invitato a passare un fine settimana nella sua dacia estiva a Soči, una ridente cittadina situata sulle rive del mar Nero. Adesso l’invito veniva ricambiato.
Krusciov arrivò a Coon Rapids all’ora di pranzo. Nella fattoria di Garst regnava una grande confusione: per tutta la mattina elicotteri dell’esercito non avevano fatto altro che atterrare ovunque non ci fossero piante di granturco, carichi di agenti dello FBI che si acquattavano in “punti strategici” della fattoria per “tutelare la sicurezza” dell’ospite sovietico.
Già qualche ora prima dell’arrivo di Krusciov tutti gli abitanti di Coon Rapids si erano raccolti intorno ai cancelli della fattoria di Garst e persino dentro la cinta, vicino alla casa, intralciando i preparativi del pranzo per 175 coperti, iniziati la mattina all’alba dalla signora Garst.
All’arrivo del premier i numerosi inservienti della fattoria ancora si affaccendavano intorno alle tavole disposte sotto una grande tenda eretta vicino alla piscina, portando enormi piatti, carichi di polli fritti, prosciutto al forno, insalate rustiche, patate, peperoni, e le tipiche pannocchie di granoturco abbrustolito, orgoglio di Roswell Garst.
Appena sceso dall’auto, assieme a Garst che lo aveva accompagnato da Des Moines, Krusciov si rivolse così ai giornalisti: “Mi aspetto una giornata davvero divertente”. Ed entrò nel giardino dei Garst fra una doppia ala di invitati, vicini, giornalisti e fotografi. Garst faceva strada al suo ospite, che camminava appoggiando la mano sulla spalla di un nipotino di nove anni dell’agricoltore.

Che i campi siano sconvolti da pacifici aratri e non da cingoli di carri armati

Tra i primi a salutare Krusciov fu l’ex candidato democratico alla Presidenza, Adlai Stevenson, il quale gli disse con tono scherzoso: “Il vostro viaggio sta diventando più faticoso di una campagna elettorale per la Presidenza”. I fotografi vollero che Krusciov posasse per loro reggendo una delle grandi pannocchie di granturco di cui il suo ospite era legittimamente orgoglioso. E il leader sovietico, rivolgendosi ai giornalisti che gli chiedevano le sue impressioni su quello che aveva visto nelle piantagioni, disse: “Sono rimasto molto favorevolmente impressionato da quello che ho potuto vedere, ma anche prima di venire qui mi ero fatto un’idea degli ottimi metodi di coltivazione adottati dal signor Garst. Sono lieto di aver visto confermate le mie impressioni e del vostro successo, e spero che voi siate altrettanto lieti del nostro successo. Questo farebbe bene ai rapporti tra i nostri due paesi”.
A questo punto Garst intervenne esprimendo la speranza che Krusciov avesse notato i sentimenti di amicizia espressi dalla popolazione durante la gita. E Krusciov rispose di averlo notato e di esserne grato. “Vedete – esclamò Garst – noi due, che siamo agricoltori, ci intendiamo; e se ci mettessimo a discutere risolveremmo i problemi più presto dei diplomatici”. Appena pronunciate queste parole, Garst si accorse che vicino a lui c’era Cabot Endge, diplomatico di carriera, ma la piccola “gaffe” fu annegata in una risata generale.
Garst presentò a Krusciov tutti gli invitati, in gran parte amici di famiglia o persone già conosciute dal primo ministro sovietico. Molti erano agricoltori, e a ciascuno Krusciov chiese notizie delle sue proprietà e dei suoi metodi di coltura e di allevamento. Al premier furono presentati anche alcuni dei membri della missione agricola americana, che si era recata in Unione Sovietica nel 1955.
Tra gli invitati c’era anche Lauren Soth, direttore del Des Moines Register, il quale nel 1955 aveva sollecitato in un editoriale l’invito di una delegazione agricola sovietica nello Iowa. Krusciov lo abbracciò con calore e si felicitò con lui per aver lanciato per primo l’idea di un incontro sovietico-americano.
La colazione, in un ambiente in cui tutti si conoscevano tra loro, si svolse senza il minimo protocollo. Tutti gli invitati, compreso Krusciov, si servirono da soli e scelsero da soli i propri vicini di posto: Krusciov sedette fra Adlai Stevenson, con il quale conversò per tutta la colazione, e David Garst, figlio del padrone di casa. Il colloquio con Stevenson fu un succedersi di battute scherzose e di scambi di idee più impegnative.
Dopo la colazione, Stevenson riferì ai giornalisti di aver discusso circa 40 minuti con Krusciov, toccando temi di notevole importanza: “È la prima volta – precisò il leader democratico – che mi sento incoraggiato per quel che concerne il disarmo”. E aggiunse: “Sono molto più ottimista sulla situazione, quale risulta da questa conversazione, di quella che non fosse un anno fa”.
Stevenson si disse certo che le proposte di Krusciov sul disarmo fossero sincere e che egli pensava quel che diceva. E concluse affermando di ritenere che il piano di Krusciov per un disarmo totale potesse essere realizzato “fase per fase”.
Conversando anch’egli coi giornalisti sulle differenze tra l’agricoltura sovietica e quella americana, Krusciov non ebbe difficoltà ad ammettere il primato di quella statunitense: “Mi rendo conto – egli disse sorridendo – che le vostre aziende agricole sono due volte più produttive delle nostre, ma noi ci battiamo per fare progresso e ne stiamo facendo”.
Successivamente, Krusciov e Garst fecero un ampio giro per la tenuta e il leader sovietico scese più volte dall’auto per inoltrarsi nei campi e osservare da vicino le piantagioni di mais ibrido. Senza curarsi del fango che gli imbrattava le scarpe e i pantaloni grigio chiaro, Krusciov si aggirò tra i filari dell’alto granoturco, si avvicinò alle macchine agricole in funzione e visitò i razionali silos di cui era dotata la fattoria di Garst.
In serata ci fu il solenne pranzo ufficiale offerto dal governatore dello Iowa, Herschel Loveless, che, nel suo indirizzo di saluto, fece riferimento ai “legami speciali” che esistevano tra lo Iowa e l’Unione Sovietica e allo scambio di visite tra i tecnici agricoli dei due paesi: “Noi diamo il benvenuto alla vostra sfida pacifica, per la competizione a produrre più carne, burro e uova” disse Loveless, e Krusciov lo applaudì.
Loveless ricordò le cifre, davvero fantastiche, della produzione agricola americana e il miglioramento notevole delle condizioni di vita degli agricoltori che si era realizzato in pochi anni. E Krusciov, nel suo discorso, espresse la sua ammirazione per l’alto livello tecnico e produttivo raggiunto dall’agricoltura americana, che meritava attento studio ed emulazione da parte dell’URSS. Ammise senza reticenze il ritardo sovietico anche se aggiunse: “Siamo ora sulla strada buona. Abbiamo rafforzato l’industria chimica per i fertilizzanti, stiamo allargando il parco macchine, stiamo studiando tutti i metodi scientifici più moderni per aumentare la produttività”.
“Non penso – concluse Krusciov – che questo possa essere considerato una minaccia per nessuno, come afferma qualche giornale americano. C’è da domandarsi: che minaccia e contro chi può venire dal desiderio di aumentare la produzione? Noi, per esempio, non consideriamo gli agricoltori dello Iowa come gente aggressiva solo perché essa produce attualmente più granturco e più carne delle aziende collettive del Kuban. È ben difficile che qualcuno possa sostenere che il nostro desiderio di produrre più carne, più burro e più uova renda più aggressivo e pericoloso il nostro popolo. La verità è che questa competizione tra noi e voi è più utile della corsa al riarmo, della corsa a chi immagazzina più bombe atomiche. Gareggiamo per produrre più burro piuttosto che più bombe. Vogliamo che i campi siano sconvolti da pacifici aratri e non da missili o dai cingoli dei carri armati”.

Le reazioni

A conclusione della giornata, gli osservatori non poterono non rilevare che le accoglienze e le manifestazioni di simpatia per Krusciov tra i contadini e gli agricoltori americani, lungo le strade che collegavano i villaggi di Des Moines, erano state più calorose di quelle riservategli dagli abitanti di San Francisco. Le cifre fornite dalle forze dell’ordine indicarono che più del 20 per cento della popolazione (220 mila abitanti) erano sui marciapiedi e che tutti in qualche modo avevano partecipato all’arrivo del premier sovietico nello Iowa. Insomma, si trattò di una vera e propria festa. E i giornali la suggellarono il giorno dopo con la foto che ritraeva Krusciov e Garst in un abbraccio caloroso.
Anche i quotidiani italiani dettero grande risalto al viaggio di Krusciov nell’America agricola. L’Unità, all’epoca organo ufficiale del Pci, fece un titolo in prima pagina a sette colonne che recitava: “Gareggiamo per produrre più burro invece che più bombe H” e riprese l’argomento in terza pagina con un titolo ancora più esplicito e colorito: “Un’allegra festa campestre nella fattoria di Garst”. L’inviato speciale, Maurizio Ferrara, scrisse un articolo che faceva emergere con estrema chiarezza e con un linguaggio accattivante il senso di quella giornata che in qualche modo chiudeva la guerra fredda.
Grazie al suo fascino contadino, Krusciov aveva conseguito due risultati importanti: il primo era quello di aver fatto accettare agli agricoltori americani l’idea che lo sviluppo dell’agricoltura sovietica costituisse non già un pericolo per qualcuno ma un’opportunità per entrambi i paesi di crescere insieme; l’altro era quello di aver reso credibile la sua proposta di disarmo totale proprio perché l’ammissione del primato agricolo americano, costituendo un implicito riconoscimento della debolezza intrinseca dell’economia sovietica come modello alternativo alla modernità tecnologica americana, metteva a nudo l’inutilità di armarsi per imporre qualcosa che non avrebbe avuto un futuro.
In tal modo, la distensione tra i due blocchi mondiali di potenze apparve come un processo genuinamente innervato in uno spirito di dialogo e di collaborazione sul piano culturale, scientifico ed economico. Un messaggio che avrà, peraltro, anche l’effetto di intensificare la fuga in massa di professionisti e operai specializzati dall’Est all’Ovest. Il Muro di Berlino, eretto nel 1961 dalla Repubblica Democratica Tedesca, sarà lo strumento per scongiurare tale esodo ma metterà completamente a nudo la fragilità del blocco comunista e sarà il simbolo del suo carattere repressivo e tirannico, specialmente dopo le uccisioni di chi aspirava alla libertà sotto gli occhio dei media.
La gran parte del mondo politico italiano reagì in modo positivo all’iniziativa di Krusciov. Democristiani e socialisti ne trassero un incoraggiamento a proseguire la politica dell’”apertura a sinistra”. E dettero a quel progetto un’ulteriore valenza: quella di affidare all’Italia il compito di farsi ponte tra Est e Ovest, favorendo la distensione, il dialogo e il ripensamento del modello di sviluppo. I comunisti intravidero nel successo conseguito dal leader sovietico in America la prospettiva di riforme democratiche nei paesi del “campo socialista”. E per se stessi un varco per uscire dalla cittadella fortificata in cui erano rinserrati dal 18 aprile 1948.
Nel mondo agricolo, la Coldiretti mantenne invece il tradizionale atteggiamento di ostilità a qualsiasi apertura e riflessione critica. Pur registrando con soddisfazione il riconoscimento sovietico dei progressi dell’agricoltura americana, la confederazione sostenne che il viaggio di Krusciov non poteva portare ad alcun “compromesso” tra due realtà sociali e politiche così diverse, che dovevano rimanere distinte. “Non è possibile in nessun caso – commentò il giornale della Coldiretti – un incontro ed un compromesso tra libertà e dittatura, tra democrazia e totalitarismo [..] Come scelta di metodo non ci sono che due strade: o libertà o dittatura”.
Sulla stessa lunghezza d’onda si collocò anche la Confagricoltura che era fortemente preoccupata per il nuovo quadro politico che si stava delineando in Italia. La prospettiva dell’”apertura a sinistra” era vissuta dalla confederazione con estremo timore. “[Essa] avrebbe portato – si legge in una relazione del presidente Alfonso Gaetani – ad una nuova forma di organizzazione della società e dello Stato […] una volontà, cioè, di rivoluzione che [avrebbe avuto] ripercussioni nei secoli” poiché sommava “il socialismo marxista al socialismo cristiano”.

L’accantonamento definitivo del Lysenkoismo
 
Dopo la visita del leader sovietico nello Iowa, fu a tutti chiaro che la teoria dell’agronomo russo Trofim Denisovič Lysenko – che aveva costituito il “pensiero alternativo” alle tecniche genetiche occidentali - era stata definitivamente messa in soffitta dalla scienza ufficiale sovietica.
Lysenko, “lo scienziato del popolo”, aveva negato i principî della genetica elaborati da padre Gregor Mendel, August Weismann e Thomas Hunt Morgan, da lui considerati “decadenti reazionari striscianti di fronte al capitalismo occidentale”. Negando la teoria dell’ereditarietà basata sui cromosomi, aveva sostenuto invece che le mutazioni ereditarie nelle piante potessero essere causate dall’influenza dell’ambiente e dagli innesti. Le sue scoperte sperimentali avrebbero dovuto mostrare che era possibile migliorare incredibilmente la germinazione dei semi di grano sottoponendoli alle basse temperature. Aveva provato persino a ricavare i semi di segale dalle piante di grano.
Il materialismo dialettico era stato preso a pretesto per sostenere che fosse possibile trasformare specie vegetali e animali non mediante la selezione artificiale sulle mutazioni casuali all’interno di una popolazione, come si era fatto per millenni, ma pianificandone il cambiamento nella direzione voluta. E che si potesse produrre una nuova varietà sovvertendo i cicli biologici naturali: per esempio, piante da seminare in autunno e da raccogliere a primavera così da evitare il pericolo delle gelate.
Ma era tutto un imbroglio: i risultati sperimentali erano stati falsati. Avendo persuaso Stalin che la sua teoria avrebbe posto rimedio ai fallimenti dell’agricoltura sovietica, nell’arco di tre decenni Lysenko si era costruito una carriera brillantissima. Eletto presidente dell’Accademia Lenin delle scienze agrarie nel 1938, aveva ordinato che milioni di acri fossero seminati con il grano trattato secondo i suoi metodi. Quando il grano non era spuntato, gli agricoltori erano stati arrestati per sabotaggio. I suoi critici erano stati imprigionati nei gulag. Insomma, il lysenkoismo non era stato altro che un grottesco connubio tra cecità ideologica e disonestà intellettuale.
Con l’avvento al potere da parte di Krusciov, allo “scienziato del popolo” era venuta meno la protezione del partito. Ed era stato estromesso dalle cariche più importanti che occupava, mentre i genetisti che egli aveva fatto esonerare dagli incarichi erano stati restituiti ai posti principali e avevano riportato entro i confini tradizionali l'indagine genetica in Urss.
Anche in Italia, una piccola pattuglia di intellettuali comunisti come Italo Calvino e Antonio Banfi, guidata dal responsabile culturale del partito Emilio Sereni,(leggi qui) si era fatta abbacinare dalla tecnica agronomica adottata in Unione Sovietica, ritenendola valida solo perché espressione di quel regime politico. Secondo costoro, “il vero scientifico” andava legato sempre “allo sviluppo dei rapporti di produzione e alla divisione della società in classi”. “Una scienza universalmente valida” si sarebbe potuta affermare “soltanto con il superamento della divisione della società in classi”. E dunque la scienza, come l’arte e la morale, era “un fatto di partito, una componente essenziale della lotta di classe”.
E così un patologo e biologo di rilevanza internazionale, come Massimiliano Aloisi, era stato espulso dal Pci nel 1956 per la mancata adesione alle tesi di Lysenko. E genetisti di sinistra, come Emanuele Padoa, Giuseppe Montalenti e Adriano Buzzati-Traverso, erano stati aspramente criticati dal vertice del Pci per la loro contrarietà alle tesi di Lysenko – che consideravano un “analfabeta” - e nei confronti della propaganda sovietica contro l’autonomia della scienza.
Eppure, in Italia, si era appena realizzato il trionfo del mais, con l’introduzione degli ibridi americani per iniziativa di Luigi Fenaroli, botanico e fitogeografo, succeduto nella direzione della Stazione sperimentale di maiscoltura di Bergamo a Tito Vezio Zapparoli. Con materiale nazionale vitreo combinato a linee americane farinose, lo scienziato aveva proposto quattro serie di ibridi: la prima, comprendente le costituzioni della Stazione di Bergamo, portanti la denominazione Insubria, le altre tre contrassegnate Felsiena, dall’Istituto di agronomia di Bologna, Etruria, dall’Istituto di agronomia di Perugia, e Igr, dall’Istituto di genetica per la cerealicoltura di Roma.
Ma verso queste realizzazioni la sinistra mostrava ostilità perché vi scorgeva il legame con l’America e, dunque, con gli interessi dei grandi gruppi industriali. Mentre le forze di governo e la chiesa cattolica le favorivano, non solo per il loro valore scientifico e per le ricadute positive nel sistema produttivo, ma anche perché in questo modo si arginava il “pericolo rosso”.
Ebbene, con la sua provocatoria iniziativa nei campi sterminati di mais durante il suo viaggio negli Stati Uniti, Krusciov mostrò ancora una volta di ammirare la tecnologia americana e i risultati raggiunti dalle ricerche nei paesi occidentali nel campo della genetica, scompaginando gli opposti approcci ideologici alla scienza e alle tecnologie. Ed è riferita proprio a questa vicenda una riflessione che egli lascia annotata nelle sue memorie: “Dobbiamo imparare come trasferire su suolo socialista tutte le conoscenze utili accumulate dal capitalismo. Come ci insegna Lenin, abbiamo bisogno di imparare dai capitalisti”. Insomma, differentemente da tanti raffinati intellettuali comunisti, per il “rozzo” Krusciov era abbastanza chiaro che non poteva esistere una scienza proletaria da contrapporre ad una scienza borghese. E che il rapporto tra scienza e società – che indubbiamente rimaneva come problema da affrontare - andava fondato sulla condivisione, sul dialogo e sull’allargamento della conoscenza.

La “Pacem in terris”

La visita di Krusciov in America non sfuggì ad altri grandi protagonisti dell’epoca che ne seppero cogliere un “segno dei tempi”. L’11 ottobre del 1961, alla vigilia della partenza di Palmiro Togliatti per Mosca, dove era in programma il XXII congresso del Pcus, don Giuseppe De Luca si incontrò a cena con il segretario del Pci in casa di Franco Rodano. E il sacerdote propose a Togliatti di suggerire a Krusciov di dare un segnale distensivo anche al Vaticano.
Fra le carte di Togliatti s’è trovato un appunto di mano di De Luca che recita: “Nell’ottantesimo del papa, farsi vivi. Cioè non ereditare i rancori della chiesa russa, superando anche in questo il nazionalismo. Non fosse altro come un possibile tramite di propaganda, il cattolicesimo romano è più diffuso del protestantesimo inglese e tedesco e del cristianesimo russo. Roma è l’unico ponte possibile”.
E così quando il 25 novembre 1961, giorno dell’ottantesimo genetliaco di papa Giovanni, giunsero in Vaticano gli auguri di Krusciov con un telegramma lunghissimo trasmesso a monsignor Iginio Cardinale, incaricato di tenere i rapporti coi paesi dell’Est, il pontefice disse: “So che il brindare non si addice a un papa, ma questa è un’occasione particolare e si può fare un’eccezione”. E si fece portare una bottiglia per brindare all’avvenimento con il prelato e alcuni amici che si erano fermati a pranzo con lui.
Krusciov riteneva di avere alcune caratteristiche in comune con il papa. “Ambedue proveniamo da umili origini – aveva confidato a un giornalista – abbiamo lavorato la terra in gioventù e sappiamo che cosa è lottare per ricavare dalla terra i frutti necessari per vivere”. E dunque avrebbero potuto facilmente intendersi.
Quando l’11 aprile 1963 papa Giovanni pubblicò l’Enciclica “Pacem in terris”, si rivolse a “tutti gli uomini di buona volontà”, credenti e non credenti, perché la chiesa doveva guardare ad un mondo senza confini e senza "blocchi", e non apparteneva né all'Occidente né all'Oriente. Cercassero “tutte le nazioni, tutte le comunità politiche, il dialogo, il negoziato, ciò che unisce, tralasciando ciò che divide”. In quel testo una parte grandissima dell’opinione pubblica mondiale intravide il segnale che fosse giunto il tempo della pace universale e del cambiamento. Un’avvisaglia che si componeva di una serie di episodi avvenuti nei mesi precedenti e che si potevano considerare tasselli di un unico mosaico.
Nel marzo 1962 era stato varato un governo monocolore democristiano, presieduto da Amintore Fanfani, sostenuto da Psdi e Pri e con l’astensione del Psi. Aveva avuto inizio così l’”apertura a sinistra” con il contributo del Pci di Togliatti che aveva garantito un’opposizione “costruttiva e di stimolo”.
Nell’ottobre successivo, si era aperta una crisi internazionale drammatica con l’istallazione di missili sovietici a Cuba puntati contro le principali città americane. John Kennedy, il primo presidente cattolico degli Stati Uniti, aveva intimato a Krusciov il disarmo dell’isola entro quarantotto ore. Ed era stato Papa Giovanni a contribuire in modo decisivo al superamento della crisi con un’iniziativa diplomatica nei confronti dei due leader – che aveva visto anche il coinvolgimento del premier italiano Fanfani – e con un messaggio di questo tenore: “Noi supplichiamo tutti i governanti di non restare sordi a questo grido dell’umanità. Che essi facciano tutto ciò che è in loro potere per salvare la pace. Essi eviteranno così al mondo gli orrori di una guerra, di cui nessuno può prevedere quali sarebbero le spaventose conseguenze. Che essi continuino a trattare, perché questo atteggiamento leale e aperto ha grande valore di testimonianza per la coscienza di ciascuno e davanti alla storia. Promuovere, favorire, accettare dei colloqui, a tutti i livelli e in ogni tempo, è una regola di saggezza e di prudenza che attira le benedizioni del cielo e della terra”.
A seguito della pubblicazione del messaggio papale sui maggiori quotidiani del mondo, Krusciov aveva risposto a Kennedy impegnandosi a interrompere i lavori alle basi missilistiche, a far rientrare in Unione Sovietica le armi e a iniziare i negoziati con l’Onu. E il governo di Washington si era dichiarato disponibile a smantellare i missili Jupiter con testata nucleare installati in Turchia e in Italia.
Il 7 marzo 1963 Alexiej Adjubei, caporedattore del giornale governativo Izvestija, e la moglie Rada Krusciov, figlia del leader sovietico, latori di una lettera al papa del segretario del Pcus, erano stati ricevuti in visita privata dal pontefice.
Dopo una settimana, il 20 marzo, nel Teatro Duse di Bergamo, il segretario del Pci, Palmiro Togliatti, aveva pronunciato il discorso più importante sull’auspicio di collaborazione tra comunisti e cattolici, il cui testo pubblicato su Rinascita aveva come titolo “Il destino dell’uomo”. Si era trattato di un’apertura notevole in direzione di un’alleanza per superare la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, promuovere la persona umana, lottare le ingiustizie e la povertà.

Un percorso interrotto

Ma i grandi protagonisti che avevano incarnato la speranza di cambiamento usciranno di scena prestissimo: Giovanni XXIII muore il 3 giugno 1963, il 22 novembre Kennedy viene assassinato a Dallas, il 21 agosto dell’anno successivo Togliatti muore a Jalta e il 14 ottobre il Politburo destituisce Krusciov.
Con loro la guerra fredda si era di fatto conclusa perché il leader sovietico aveva riconosciuto il primato tecnologico americano e si era impegnato con Kennedy ad avviare una fase di competizione collaborativa sul terreno scientifico ed economico-produttivo. E Papa Giovanni aveva creato le condizioni di un dialogo tra le diverse idealità per fare in modo che lo sviluppo potesse avvenire nell’alveo di principi etici condivisi. Un dialogo a cui stava dando un apporto innovativo anche Togliatti, introducendo tra i comunisti due elementi originali: l’acquisizione della “coscienza religiosa” come opportunità per cambiare la società e l'idea di “religione civile” – come insieme di valori e di principi - evocata a fondamento del socialismo.
Con la loro uscita di scena, si continuerà a mantenere in vita artificiosamente e strumentalmente una contrapposizione tra capitalismo e comunismo fino alla caduta del Muro di Berlino e all’implosione del sistema sovietico. Un finto gioco per non mettersi in discussione accettando il cambiamento che era avvenuto nelle cose. Un finto gioco che negli ultimi cinque lustri assumerà le sembianze di una contrapposizione irriducibile tra ideologie, etnie, religioni, modelli di produzione e di consumo, ethos del mercato, idee di sviluppo che si differenziano rispetto al ruolo da assegnare alla scienza. Allo spettro di Lysenko subentreranno i “trionfi del neo-bramanesimo agreste” e le crociate contro la scienza. Al culto del mercato come toccasana di ogni problema subentrerà l’assuefazione alla speculazione finanziaria anche quando mette a rischio la sicurezza alimentare. Una conflittualità non mediabile che ci porterà ad una crisi economica senza precedenti e ad una crisi di senso capace di generare un disagio diffuso.
L’innovazione da produrre resterà l’ascolto reciproco, la fraternità civile, la disponibilità alla contaminazione. Nessuno dovrebbe pretendere di imporre modelli. Ma tutti dovremmo sentirci impegnati nel costruire un’osmosi tra comunità e globalità, tra sostenibilità e sviluppo, tra crescita intelligente e inclusione sociale, tra scienza e società. Alcuni grandi protagonisti del Novecento lo avevano compreso cinquanta anni fa. Noi non dovremmo fare altro che riprendere un percorso interrotto aggiornandolo al nuovo contesto geopolitico ed ecosistemico del Terzo Millennio.

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