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giovedì 25 settembre 2014

Crisi alimentare planetaria: intervista visionaria...



  Agrarian Sciences - intervista ad Antonio Saltini



I giornali parlano di crisi alimentare planetaria. Il tono generale è quello della sorpresa. Antonio Saltini, docente di storia dell’agricoltura alla Facolta di agraria dell’Università di Milano ha scritto, da quando fu, negli anni Settanta, vicedirettore del settimanale Terra e vita, innumerabili articoli e una serie di libri sui temi della strategia alimentare internazionale. Gli chiediamo se la sorpresa, costituisca, in una circostanza tanto grave, atteggiamento coerente, o se il quadro agropolitico abbia offerto, negli anni recenti, elementi da cui uomini politici ed economisti avrebbero dovuto desumere che gli equilibri alimentari fossero meno sicuri di quanti paiano reputare tuttora.

Vorrei ricordare, quale premessa, che pochi storici ed economisti si sono realmente resi conto di quanto è avvenuto, sul Pianeta, tra il 1950 e il 2000: la popolazione è raddoppiata, la produzione di cereali è triplicata, un duplice evento di cui non esiste alcun precedente nella storia, nulla di comparabile nei 12.000 anni dalla semina del primo campo di grano da parte di un uomo munito di un bastone appuntito.
Dopo aver visitato, in Messico, il maggiore centro mondiale di selezione di nuovi cereali per i paesi del sottosviluppo (e della fame), mi permisi di sostenere, nel novembre del 2000, al convegno riminese su Geografie umane del dialogo, che l’impresa non era assolutamente ripetibile, che se la popolazione fosse cresciuta al ritmo dei lustri precedenti non era certo che l’agricoltura avrebbe potuto ripetere il miracolo. Siccome il premio Nobel Sen, che partecipava al medesimo incontro, disse esattamente il contrario, fui guardato come il lunare approdato per errore alla spiaggia riminese, e il moderatore, grande intervistatore di vescovi e cardinali, non mi concesse di partecipare al secondo “giro di tavolo”. Adesso leggo che Amartya Sen proclama le stesse cose che ebbi l’impudenza di dire quella sera.

Ma se la penuria era prevedibile, quali elementi avrebbero dovuto indurre a temerne l’eventualità?

 La vampata dei prezzi del 2008 avrebbe dovuto costituire un monito serio, ma nessuno voleva che il cibo potesse, sul Pianeta, divenire scarso, e la vicenda del 2008 è stata archiviata come ventata “speculativa”, un aggettivo che non ha alcun senso, siccome quando manca un bene chi lo detiene palesemente sfrutta il prezzo maggiore, ma, se ribassasse, la quantità fisica del bene non aumenterebbe. Nessuno pare avere letto Manzoni, che sulla fame di Milano scrisse una pagina ancora inequivocabile, politicamente ed economicamente.

Quali reputa, allora, i precedenti lontani della crisi?

Uomini politici, economisti e numi dell’informazione ripetono, dal 1980, che il problema dell’agricoltura mondiale è uno solo: contenere i surplus di un’agricoltura che le tecnologie “artificiali” avrebbero spinto a produrre al di là di qualunque bisogno. Per singolare coincidenza la “guerra ai surplus” di politici e giornalisti europei, gli italiani nel coro, iniziò quando gli Usa dichiararono guerra alla politica agricola europea, che comprometteva il loro potere di arbitri incondizionati degli approvvigionamenti o della fame di interi continenti. Il 1° maggio 1981 ero a Washington, dove il 1° maggio non era festa, e dove, ospite del Governo americano per visitare l’agricoltura della Confederazione, intervistai il sottosegretario di stato di Jimmy Carter delegato ai rapporti con l’allora Comunità Europea, James Starkey, che mi dettò un’autentica dichiarazione di guerra. Conservo la bobina della registrazione. Starkey dichiarava che gli Usa sostenevano le proprie produzioni eccedentarie a favore della sicurezza alimentare del Pianeta, mentre la Cee alimentava surplus antieconomici che danneggiavano tutta l’agricoltura mondiale, la tesi abbracciata dagli uomini politici, dagli opinion leaders e dai cronisti di tutta Europa. Avendo verificato, tra i grattaceli di Washington, quanto denaro gli Stati Uniti fossero disposti a spendere per conservare il proprio primato, mi sono chiesto, più di una volta, se tutti gli uomini politici ed i commentatori europei che hanno combattuto la ventennale guerra ai surplus della Comunità (senza mai ricordare quelli americani) lo abbiano fatto perché convinti, sorbendo un aperitivo, dall’agitatore di un movimento “ecologico” o da incentivi diversi.

Lei dichiara che gli Stati Uniti avrebbero realizzato la politica più spregiudicata per eliminare l’unico concorrente planetario, e che la politica e l’informazione europea avrebbero accettato, per acquiescenza o per interessi personali, il gioco del più forte. 

 “L’elemento paradossale della vicenda è che agli Stati Uniti si deve riconoscere, insieme alla prepotenza, se preferisce alla brutalità negoziale, la sostanziale onestà intellettuale: il Worldwatch Institute di Washington scrive, dal medesimo 1980, che il benessere asiatico, creando una domanda di dimensioni prive di ogni relazione con le produzioni di allora, avrebbe alterato tutti gli equilibri mondiali, costringendo alla fame chi disponesse di risorse inferiori ai nuovi ceti operai cinesi e indiani. Presidente dell’Institute è, dalla fondazione, il prof. Lester Brown, antico nume degli studi sull’agricoltura mondiale del Department of agricolture, dalla medesima data reputato, a Washington, il grande consulente del Dipartimento di Stato sulle valenze politiche degli approvvigionamenti (cibo o fame) sui sei continenti. Non ho mai avuto l’accesso al Corriere della sera, ma sui periodici di informazione agricola che mi hanno offerto le proprie pagine ho sempre sostenuto l’attendibilità delle ipotesi di Brown, spiegando che Brown disponeva di strumenti di cui non godeva nessun osservatore al mondo (il sistema di rilevazione dei raccolti dei satelliti e la legione degli “addetti agricoli” delle ambasciate americane, il miglior corpo di agronomi operanti al mondo), mentre uomini politici e giornalisti, anche illustri, di casa nostra, hanno sempre dimostrato di considerare il prof. Brown un catastrofista che esprimesse previsioni pessimistiche per assecondare l’ipocondria. La serie di scelte che hanno portato, dal 1982 al 2004, allo smantellamento della politica agricola comune, è stata assunta dai politici europei, citiamo gli esperti agricoli della Commissione europea guidata dal prof. Prodi, nell’assoluta certezza di rifornimenti mondiali sicuri ed a buon mercato. Uno dei membri del gruppo, il prof. De Castro, ha scritto un libro per vantare il proprio contributo a gettare nel cassonetto la strategia della sicurezza dei padri della Cee, che proclama, nel volumetto, completamente fuori dal contesto attuale delle produzioni e dei mercati.

Se, come sostiene, il prodigio della triplicazione delle produzioni cerealicole che si è registrato tra il 1950 e il 2000 non può ripetersi, quali pericoli crede sussistano, per l’Italia, di restare, concretamente, senza frumento?

 Le propongo un elemento ulteriore, che credo capitale, a prova dell’assenza di ogni considerazione della realtà geopolitica da parte di giornalisti e politici che hanno proclamato, dal 1980, che la produttività agricola dovesse essere compressa, e che la strategia della sicurezza varata da padri costitutore dell’Europa potesse essere smantellata senza alcuna preoccupazione. L’Italia dipende, per l’approvvigionamento di frumento panificabile, per quantità variabili, dalle importazioni: in anni recenti il deficit si è avvicinato, qualche anno, all’80 per cento: su quattro chili di pane quell’anno tre erano di importazione. Ordinariamente diciamo che il deficit di frumento da pane sia prossimo al 50 per cento. Primo, certi anni quali unico tra i nostri fornitori è la Francia, cui si aggiungono, ogni anno, fornitori sporadici diversi. Ma già dal 1980 la Francia aveva affrontato spese imponenti per rendere capace il porto di Rouen dell’esportazione di tutto il frumento francese. Fui invitato, nella primavera del 1983, a vistare, con una decina di colleghi di paesi diversi, il risultato dei lavori. Le opere erano titaniche, consentivano la risalita della Senna ai cargo da 80.000 tonnellate fino alla città, che è nel cuore delle campagne normanne. Per ottenere il risultato erano state create, a Le Havre, dighe per il controllo delle maree, che sono, in quel segmento di Atlantico, tra le maggiori al mondo, tra i 10 ed i 15 metri, non ricordo con precisione. Ricordo che, dalla “terrazza” di un silo alto come un grattacielo di venti piani, chiesi al nostro ospite, il vicedirettore del Porto, perché fosse stata affrontata un’impresa di costo palesemente astronomico quando l’Italia assicurava uno sbocco sicuro, permanente, ai costi più economici per ferrovia, siccome gli agricoltori ricolmavano i vagoni nelle stazioncine dell’Ile de France e dopo 36 ore il frumento raggiungeva, via Modane o Frejus, i mulini di Torino, Milano, Bologna. Mi rispose che “la Francia guardava al futuro”. Mi sono chiesto, da quel giorno, cento volte, cosa significasse la frase: certo non prevedeva che nel futuro del frumento francese ci fosse più l’Italia.

Lei pensa che, nonostante la prossimità, l’agricoltura francese potrebbe preferire, in futuro, clienti diversi dall’Italia

Le autorità agricole francesi erano consapevoli, nel 1983, che la produzione italiana di frumento stava contraendosi, per il costante restringimento delle pianure della Penisola: in cinquant’anni abbiamo ricoperto di asfalto e cemento metà delle pianure conquistate, in tremila anni, dalle paludi. Il frumento non cresce su cemento, né sull’asfalto. La scelta di Parigi era, palesemente, scelta strategica: la Francia non ha mai nascosto l’ambizione di misurarsi, come vera potenza politica, con gli Stati Uniti anche sull’approvvigionamento del mondo di cibo, che, dall’alba della civiltà, è legato, indissolubilmente, all’energia. Nel mondo politico americano si sente ripetere la locuzione barrel for bushel, barile per staio. La Francia è stato l’unico paese che ha sempre contestato l’atteggiamento di assoluta remissione agli Stati Uniti dei partner comunitari, Inghilterra per prima, suddito fedele del volere di Washington, seguita dall’Italia, che ai tempi di Prodi a Bruxelles si è accodata, supinamente a Londra. Dal tempo della mia visita, nel marzo 1983, a Rouen, ho sempre reputato che i ministri dell’agricoltura nazionali avrebbero dovuto recarsi, ciascuno dopo il giuramento, in visita, come impegno prioritario, al porto francese destinato a dirigere in Asia il frumento che assicura il pane italiano. Dagli ultimi dieci ministri dell’agricoltura non si è udito, invece, che declamare che producendo le migliori specialità gastronomiche del Pianeta, l’Italia potrà per sempre scambiarle con tutto il frumento e il mais che voglia consumare. Quello che i nostri ministri, e i giornalisti che hanno sempre fatto eco, hanno trascurato è che la Francia produce specialità gastronomiche non meno prestigiose di quelle italiche (dallo Champagne al pathé de foie), ma che non produce petrolio, e che non è improbabile che, col petrolio a 100 dollari, possa pensare di risparmiare barattandolo col frumento, di cui tutti i paesi petroliferi sono, malauguratamente, deficitari. Bushel for barrel

Quindi pensa che la Francia potrebbe lasciare sprovvisto il mercato italiano per rifornire i paesi del Golfo.

Le abbiamo fatto il torto di unirci, contro la strategia tradizionale, con Londra. Parigi ha annunciato il possibile blocco delle esportazioni, che può preludere, eseguiti i contratti firmati, al cambio di destinazione. Sarei curioso di sapere quanti ministri dei paesi del petrolio siano stati ricevuti, dopo la dichiarazione, dal Ministro francese dell’agricoltura. Chi ebbe il genio di unire Roma a Londra contro Parigi potrà chiedere frumento a Londra: in Inghilterra, dove non cresce il mais, si alimentano suini e bovini con frumento “zootecnico”: se ci mancasse il frumento “da brioche” della Francia, e non ci accontentassimo dei nostri superbi companatici, potremo accompagnarli con i frumenti mangimistici del Sussex e dell’Essex

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