lunedì 22 settembre 2014

Fame nel mondo: manca il cibo o il denaro per acquistarlo?



di Antonio Saltini




Proprio quando l’Italia ha compiuto il gesto supremo di nominarla “ambasciatrice” dell’Expo è esplosa la risata globale (siamo un paese di commedianti, non inventiamo più nulla, ma sappiamo suscitare fischi e grida prima ancora di alzare il sipario (dell’Expo): Vandana Shiva, la contadinotta indiana laureata in filosofia braminica che ha avuto la presunzione di cambiare il proprio nome con quello della più feroce divinità della Trimurti, e di vantare un’inesistente laurea in fisica quantistica, non ha alcuna competenza in nessuna disciplina fisico-naturalistica: da due decenni miete applausi internazionali (e gestisce, con le fandonie, un budget milionario (in U. S. $) perché, come proclamavano i saggi latini, “vulgus amat decipi”: la plebe ama essere ingannata, e per essere gratificata da menzogne seducenti é pronta a pagare qualunque biglietto.
Ma perché la maga potesse trionfare occorreva chi le preparasse il terreno: dove si montano i baracconi il pubblico deve essere pronto, spiritualmente, ad accoglierli. Perché le sue amenità fossero accolte come verità rivelate era necessario che maestri del pensiero le preparassero la platea convincendo l’opinione internazionale che produrre cibo è mera banalità: se ne può sfornare quanto se ne voglia, basta che chi ha fame abbia il borsellino ricolmo, e possa pagare il conto. L’elenco dei maîtres à penser che hanno selciato di rose il viale dei trionfi della maga non è certamente breve: con un poco di meticolosità lo si potrebbe, però, ricostruire. Il primo che si impone alla mente è, per circostanze probabilmente non fortuite, un figlio della medesima terra, il premio Nobel Amartya Sen, di cui proponiamo la cronaca della laurea fiorentina honoris causa scritta da Antonio Saltini nel 2001 (una data a distanza stellare dalle polemiche attuali). Firenze! Per le fandonie sull’agricoltura sempre Firenze, la patria della cultura naturalistica sulla cui purezza vigila, indefesso, un sodalizio della levatura scientifica dell’Accademia dei Georgofili! E’ palese, peraltro, che le stravaganze di un premio Nobel non sono assimilabili alle farneticazioni di una pitonessa, ma pare indiscutibile che in entrambi si ritrovi l’aura di un wishful thinking che pare dote tutta indiana, il gusto per quanto suggerisce la fantasia piuttosto che per l’analisi dei dati fisici e biologici. Sarà il pensiero che dominerà il Pianeta al tramonto, da tanti auspicato, della filosofia sperimentale di Galileo, Bacone e Cartesio?



Ricevuto all’Università di Firenze per la consegna della laurea honoris causa, il premio Nobel professor Amartya Sen pronuncia l’allocuzione di rito enunciando la propria dottrina sul problema dell’alimentazione del Pianeta. Produrre cibo non presenterebbe autentiche difficoltà, secondo l’economista indiano: l’unico problema sarebbe assicurare un reddito ai milioni di famiglie che il cibo non possono acquistare. Disponendo di un reddito, non farebbero fatica a procurarselo. La tesi, seducente, è in palese contrasto con i dati più recenti della Fao, che dimostrano la crescente difficoltà a ottenere, dalle risorse già sfruttate, in parte cospicua alterate, produzioni maggiori. Se il potere di acquisto dei popoli poveri aumentasse, non è scontato che la loro domanda potrebbe essere soddisfatta


Produzione di alimenti variabile indipendente

Ogni titolo assicura i privilegi del grado: un principe palermitano poteva tenere il cappello in testa davanti al viceré spagnolo, un membro di Montecitorio non paga il biglietto del treno. Di un privilegio diverso, e non meno luminoso, gode chi sia insignito del premio Nobel per l'economia, cui è assicurata la facoltà di tenere una lettura accademica proponendo, con magistrale eleganza, una tesi di assoluta ovvietà, per essere onorato dall'uditorio come il vate di verità mai udite.
Ha imposto la constatazione il conferimento della laurea honoris causa, da parte dell'Università di Firenze, al professor Amartya Sen, indiano, presidente del più prestigioso college di Oxford, insignito del supremo riconoscimento dell'Accademia di Stoccolma nel 1998, che nell’aula magna fiorentina ha tenuto, secondo il rituale accademico, una lezione sulla materia dei propri studi. Il tema: Food entitlement and agricultural production, una locuzione di traduzione non agevole per la mancanza, in italiano, di un vocabolo equivalente all'inglese entitlement, che si può tradurre con "disponibilità" o con "capacità di disporre", ma che ai due significati unisce la nota ulteriore di "situazione economica". In sostanza, quindi, capacità di procurarsi il cibo e produzione agricola.
La tesi del neolaureato professor Sen proclama, quindi, che non sarebbe la sufficienza o l'insufficienza della produzione di alimenti a determinare denutrizione e carestie che attanagliano, con frequenza drammatica, regioni e paesi dell'Africa, dell'Asia e del Sudamerica, quanto, piuttosto, la situazione economica complessiva delle famiglie che di denutrizione soffrono e che sono vittime designate delle carestie. Un coltivatore il cui raccolto sia distrutto da un'alluvione può essere incapace di nutrire la famiglia, ha spiegato Sen, anche se le disponibilità alimentari del paese non siano, complessivamente, insufficienti. La famiglia di un bracciante agricolo può conoscere la fame se la produzione cui il capofamiglia dedicava il proprio lavoro sia colpita da una crisi mercantile che non comprometta, tuttavia, il raccolto delle derrate alimentari. E in una popolazione denutrita le donne possono pagare il prezzo di una carestia più gravemente degli uomini perché le regole sociali le collocano in uno stato inferiore, riducendo, rispetto agli uomini, l'entitlement femminile per il cibo.
Produrre alimenti in misura adeguata alla domanda non costituirebbe, sul Pianeta, problema insormontabile per il professor Sen, che ha sottolineato che i tassi di incremento demografico, che spaventano quanti affrontano il tema fissandosi sul differenziale tra crescita della popolazione e accrescimento delle produzioni alimentari, si stanno riducendo in tutto il Mondo, che quindi l'aumento del cibo supera l'aumento della popolazione, un'asserzione che ha ripetuto proclamando che la crescita di alimenti pro capite avrebbe conosciuto, negli ultimi decenni, valori costantemente positivi.

Tra filosofia indiana e logica cartesiana

L'essenza dell’argomentazione si sostanzia in un rilievo sul quale sarebbe difficile dissentire dall'illustre relatore: su tre continenti il problema capitale non è tanto, o non solo, quello di produrre alimenti, il problema essenziale è innescare un autentico sviluppo economico. In quei tre continenti oltre un miliardo di uomini vive con un reddito inferiore o poco superiore ad un dollaro al giorno: ci si può chiedere chi possa essere tanto ingenuo da ridurre le necessità di quegli uomini alla più equa distribuzione di riso e fagioli. Oltre a riso e fagioli quegli uomini chiedono case, acqua potabile, abiti e servizi sociali, per disporre dei quali hanno bisogno, innanzitutto, di un lavoro remunerativo. Lo sviluppo non è, cioè soltanto un problema di cibo, che pure è il bene che soddisfa la prima delle esigenze, quella senza appagare la quale l'assolvimento di ogni necessità diversa è inutile.
Tra i grandi meriti del professor Sen elencati nelle motivazioni della laurea fiorentina spiccava la singolare circostanza di un docente che ha espletao, contemporaneamente, nel più famoso college inglese, il corso di lezioni in economia e quello in filosofia. La filosofia indiana gode di una tradizione augusta: sono notorie, peraltro, le abissali differenze della sua ispirazione da quella della filosofia occidentale, uno dei cui canoni, dal tempo di San Tommaso dottore sottile, è l'imperativo a distinguere i problemi, affrontandoli, separatamente, uno alla volta.
Adottando l'elementare precauzione, è chiaro che se esiste, sul Pianeta, un problema generale dello sviluppo, esiste, più specificamente, anche un problema della produzione di alimenti. E se pure fosse coerente ai canoni della sapienza indiana affrontare i problemi nella loro interezza, tutti insieme come le foglie di un cavolo, i buoni risultati del pensiero occidentale inducono a non abbandonare l'antica precauzione di distinguere quesito da quesito. Affrontare, con strumenti specifici, gli interrogativi sulla produzione delle derrate agricole, indipendentemente dai problemi generali dello sviluppo, non pare essere esercizio inutile, è, probabilmente, procedura congruente. In particolare non è gratuito interrogarsi sull'evoluzione, per il professor Sen marginale, dei rapporti tra il tasso di crescita della popolazione ed il tasso di crescita delle produzioni alimentari.


Sempre piu lenti i progressi della produzione 

Ma interrogarsi su quei rapporti impone di rilevare che l'asserzione di Amartya Sen che negli ultimi decenni si sarebbe registrato un incremento costante della produzione di alimenti pro capite è in radicale contrasto con i dati del rapporto predisposto dalla Fao, nel 1995, per il Summit mondiale sull'alimentazione, nel quale si dimostra, con dovizia di dati, che negli anni '60 la produzione alimentare aumentava del 3% all'anno, negli anni '70 del 2,3%, tra il 1980 e il 1992 è aumentata soltanto del 2%, e che successivamente non avrebbe ritrovato lo slancio antico. Come conseguenza il divario tra tasso di crescita della popolazione e tasso di aumento delle disponibilità alimentari si sarebbe, recentemente, ridotto fino quali ad annullarsi.
I cereali, peraltro, base della dieta degli abitanti del Pianeta, avrebbero conosciuto un rallentamento dell'impulso alla crescita superiore a quello della produzione alimentare complessiva, tanto che la produzione pro capite sarebbe passata dai 302 chilogrammi registrati nel 1969-71 ai 342 ottenuti tra il 1984-86, per scendere, successivamente, a 326 tra il 1990 e il 1992. Né successivamente si sarebbe verificato un recupero. Il contrario di quanto postulato dal professor Sen, che non ha precisato su quali dati fondassero le proprie asserzioni. Non reputa attendibili i dati Fao? Non lo ha spiegato, né ha detto a quali dati diversi si debba fare riferimento.
Se, con l'ossequio dovuto a un premio Nobel, la considerazione per una laurea dell'Università di Firenze e il rispetto per la filosofia indiana, si voglia obbedire all'antica massima di affrontare i problemi uno per volta, e sul tema precipuo delle produzioni agricole ascoltare, oltre ad un grande economista, un grande agronomo, chi scrive suggerisce di prestare attenzione alle valutazioni del professor Timothy Reeves, direttore del più importante istituto per la genetica dei cereali del Mondo, uno degli specialisti che conoscono i campi seminati di tutti i continenti, che suole ripetere che per sfamare il Pianeta bisognerà raddoppiare le produzioni nei prossimi trenta anni, che le possibilità agronomiche sussistono, ma che per sfruttare le opportunità della scienza occorrerebbe un generale, coerente, impegno politico, ed un titanico sforzo finanziario, un impegno ed uno sforzo che il professor Reeves reputa improbabile saranno espletati dalla comunità internazionale. Anche perché v'è chi proclama, autorevolmente, che accrescere i raccolti non costituirebbe problema che imponga ansie soverchie.

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