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sabato 13 settembre 2014

Il trionfo di Vandana Shiva, ambasciatrice mondiale della fame


di Antonio Saltini



Leggo qualche riga sul trionfo di Vandana Shiva. L’essenza del messaggio è di chiarezza inequivocabile: non esiste necessità di penetrare verità oscure. Chiudo il giornale investito dall’onda di uno sconforto che, riflettendo, mi avvicina all’angoscia: un paese che deve tutte le conquiste che ha realizzato, in tempi apparsi prodigiosi a tutti gli osservatori del mondo, alla scienza occidentale, accoglie in tripudio la sacerdotessa dell’antica scienza braminica, che, dove è scienza ufficiale, costringe centinaia di milioni di contadini a pratiche primitive, obbligandoli, insieme, alla fame, alle malattie, alla schiavitù dell’usura.La storia non è che l’insieme di miliardi di notizie registrate su fonti dalla natura più eterogenea conservate in milioni di archivi. Quelle notizie possono essere lette alla ricerca del significato più verosimile che risulti dalla loro lettura comparata, possono essere selezionate per bandire quelle che paiano dimostrare le tesi, o le illusioni, di una filosofia, di un culto, di un credo politico. Il primo impiego è quello dello storico autentico, il secondo, nelle molteplicità delle varianti, è quello del ciarlatano, o del fanatico. Non è difficile dimostrare che l’utilizzo che l’ambasciatrice indiana del nuovo bramanesimo opera delle notizie con cui intesse le elucubrazioni che infiammano l’entusiasmo del devoti non può essere collocato che tra le seconde modalità d’uso delle fonti storiche.

L’India è, da secoli senza fine, il regno della fame. Semplificando le scansioni della storia mille anni sono trascorsi da quando Muhamd, signore di Ghazni, valicò i passi dell’Indu Kush levando la bandiera verde del Profeta per punire, nel suo nome, un popolo adoratore di idoli facendolo schiavo. I secoli del dominio dei Moghul musulmani furono per l’immenso paese i secoli di un’immane tragedia: pochi imperi sono stati, come quello musulmano dell’India, la perfetta combinazione di avidità, crudeltà, corruzione impersonate da Shah Jahan e Aurangzeb, i più onnipotenti di una successione ininterrotta di despoti. Per raccogliere le ricchezze necessarie alla costruzione delle moschee più grandiose che vantasse l’Oriente, e ordinare gli sterminati eserciti con cui tentare la conquista dell’intero continente, i grandi Moghul costrinsero i contadini indiani a un’inedia senza riparo e senza fine, cui i paria indiani si ribellarono con sterili rivolte represse dalle schiere degli elefanti imperiali, l’arma cui era affidato l’ordine imposto nel nome santo di Maometto, le cui zampe e le cui zanne convertivano la folla ribelle in poltiglia sanguinolenta.

Ai secoli della fame nel nome del Profeta seguirono i secoli della fame nel segno del leone e dell’unicorno britannici. Quando i primi avventurieri inglesi si impossessarono, con le procedure caratteristiche di tutti i pirati, delle prime, ricche città dell’India costiera, la Gran Bretagna era già l’epicentro del progresso agricolo mondiale: un supporto prezioso alla pirateria, siccome assicurava agli equipaggi scorte illimitate di bovino salato della migliore qualità, una dotazione, per le conquiste piratesche, altrettanto importante di polvere e palle da cannone. Per il progresso dell’agricoltura indiana i viceré inviati dall’imperatrice Vittoria non avrebbero, invece, mai fatto e nulla. A governare l’India erano inviati i membri della più orgogliosa aristocrazia britannica, membri di famiglie che in patria possedevano le aziende agricole meglio coltivate del Pianeta, perfettamente a conoscenza, quindi, delle regole della nuova agronomia, ma l’ordine, da Londra, era produrre oppio.

L’Impero inglese aveva ereditato da quello Moghul un fiorente commercio di oppio con la Cina, ma la Cina si impegnò a contenere il fiume di argento che si convertiva nella droga che assopiva tutta la propria classe dirigente, un carico di oppio fu bruciato, a Canton, da un funzionario imperiale troppo solerte. Siccome le casse di droga portavano l’emblema di Vittoria, il visconte di Palmerston, solerte ministro degli esteri di Sua Maestà, inviò un ammiraglio di provata ferocia, lord Elgin and Kinkardine, a bombardare Pechino perché la strage di donne, vecchi e bambini inducesse alla ragione il sovrano del Celeste Impero, che sottoscrisse un trattato che impegnava la Cina all’acquisto di quantità astronomiche di droga, l’impresa che assicura a Vittoria i titoli della maggiore narcotrafficante della storia umana.

Gli inglesi sono universalmente apprezzati per il proprio senso pratico: offrendone la prova suprema in India verificarono i vantaggi di perfezionare, senza alterarla, la fondamentale contrapposizione di caste con cui i Moghul avevano saccheggiato il paese, la distinzione tra rayat, i contadini privi di ogni diritto, e gli zimandar, i locatori di terre (per conto dell’aristocrazia), capaci di spremere dai primi l’ultima goccia di sangue perché si convertisse in oppio, radicandosi l’Impero anche in cotone per le manifatture di Manchester e in té per i salotti di Londra ed Edimburgo. Milioni di contadini affamati furono persino costretti a caricare bastimenti di frumento per i porti di Londra e Bristol. Non può suscitare alcuna meraviglia, quindi, che, alla dichiarazione dell’indipendenza, un paese in cui i contadini erano obbligati a produrre derrate destinate al mondo intero, riservando lo spazio di un orto alla coltura del pugno di riso per la famiglia, si trovasse faccia a faccia con la spettro più orribile, lo spettro della fame.

A esorcizzare quello spettro fu una donna, Indira Gandhi, che mentre il Parlamento continuava a dissertare sulle ragioni etiche, religiose, filosofiche che vietavano di importare la tecnologia agraria occidentale (che gli inglesi, che ne erano gli artefici, si erano accuratamente guardati dal diffondere), invitò un agronomo americano, il futuro premio Nobel Borlaug, che le spiegò che i frumenti che aveva selezionato per la fame del Messico erano in grado di produzioni 3-4 volte maggiori di quelli della tradizione indù, e, contro tutte le resistenze parlamentari, ordinò al ministro Subramaniam l’acquisto delle sementi occidentali (seppure create in Messico). Dopo che la catastrofe produttiva del monsone senza piogge del 1965 fu riparata dal dono delle ultime scorte di guerra U. S.A., nei due anni successivi, egualmente avari, le sementi di Borlaug avrebbero prodotto il prodigio: al terzo raccolto dall’adozione l’anno scolastico sarebbe stato interrotto in anticipo perché i contadini non disponevano di granai adeguati, e l’immensa produzione dovette essere ricoverata nelle scuole di villaggio.

Se l’India ha, da allora, quasi quadruplicato la popolazione, evitando la morte per fame di centinaia di milioni di persone, la ragione, l’unica ragione, contro tutte le amenità che si possano immaginare contro la spiegazione, sono stati i frumenti di Norman Borlaug, ed i risi selezionati, secondo le sue procedure, a Los Baños, nelle Filippine, che hanno conquistato l’Asia triplicando o quadruplicando, dove abbiano trovato condizioni favorevoli, le produzioni.

Rilevati gli straordinari progressi delle produzioni agricole del Continente, e il prodigioso incremento delle disponibilità caloriche giornaliere, non è, purtroppo, privo di significato rilevare che notizie di fonte diversa suggeriscono che il progresso agronomico sia gravemente rallentato in India, dove, dopo l’uccisione di Indira Gandhi, le correnti neo-braminiche hanno riconquistato il peso antico e si oppongono con virulenza crescente all’impiego della scienza occidentale in agricoltura. E’ certamente paradossale che un paese che dalla scienza occidentale ha acquisito, senza esitazione, la bomba atomica, i missili balistici e la tecnologia informatica, della scienza occidentale rigetti l’insieme delle conoscenze che gli hanno evitato bibliche carestie e ne hanno consentito l’immenso aumento della popolazione.

E non può non suscitare incredulità verificare che se è stata una donna, col coraggio della leonessa, ad accettare (con l’atomica e l’elettronica) la scienza dell’Occidente per sfamare il paese, un’altra donna indiana, banditrice dell’odio per la scienza occidentale del neo-bramanesimo, venga osannata, in Italia, come profetessa di nuovi rapporti tra l’uomo e la terra, “nuovi” rapporti che corrispondono esattamente alla tradizione indù accantonata da Indira Gandhi, i rapporti tra l’uomo e la terra che hanno costretto alla fame, per mille anni, centinaia di milioni di rayat indiani.

A commento delle opzioni ideali e politiche delle due signore si può rilevare, peraltro, che nella propria storia millenaria l’umanità, nelle sue famiglie diverse, ha concepito una pluralità di filosofie, o ”scienze”, ma che nessuna, pensiamo alla più augusta dell’antichità, quella di Aristotele, ha mai prodotto applicazioni tecnologiche comparabili a quelle che solo il “metodo sperimentale” di Galileo e Bacone ha saputo creare in una successione che perdura, incessante, da quattro secoli. E se è innegabile che la tecnologia occidentale è stata lo strumento che ha consentito agli europei di dominare, per oltre tre secoli, con prepotenza, l’intero Pianeta, è altrettanto innegabile che essa abbia prodotto la metodologia agricola che ha triplicato, tra il 1950 e il 2000, le produzioni della Terra, consentendole di alimentare una popolazione raddoppiata in soli quarantacinque anni, evento unico nei 70.000 anni di storia dell’Homo sapiens, e di allungare la vita, con i propri medicinali, anche nelle popolazioni più povere. Né la scienza egiziana, né quella indiana o cinese hanno mai realizzato mete comparabili: in India e in Cina i rapporti tra l’uomo e le risorse agrarie sono stati ristabiliti, per millenni, dopo ogni periodo di temporanea abbondanza, dalle carestie. Come aveva lucidamente compreso una grande governante, Indira Gandhi, come cerca di nascondere, con elucubrazioni indegne di una sedicente cultrice della verità scientifica, l’ambasciatrice internazionale delle fame indiana passata e futura.

Si può concludere questa breve storia della fame indiana redatta a commento dei trionfi bolognesi dell’alfiere del neo bramanesimo ricordando due primati che l’India può proclamare come vanti mondiali: la completa soggezione dei rayat agli zimandar, una soggezione di origini protostoriche, consacrata dagli imperatori devoti a Maometto, sancita, con regole inderogabili, dai viceré di Vittoria, una schiavitù che induce al suicidio, ogni anno, decine di migliaia di contadini, quando l’usuraio faccia valere i propri diritti e sequestri casupola e bufalo, convertendo un povero contadino in mendicante, e la pervasiva presenza, nelle campagne indiane, della tubercolosi, che nessuna misura pubblica ha mai provveduto a contenere. I consiglieri medici di Mussolini spiegarono al Duce che in una popolazione contadina denutrita appena un membro della famiglia contragga la tbc tutta la famiglia si ammalava. Preoccupato delle capacità guerriere dei giovani italiani, il Duce creò un sistema di isolamento che consentì, nonostante l’assenza di autentici antidoti, l’efficace controllo del terribile male.

Ho premesso che l’essenza delle elucubrazioni bolognesi dell’alfiere del neo-induismo agreste mi impone uno sconforto prossimo all’angoscia. In un paese in cui decine di milioni di rayat (si chiamino ancora così o la vanità politica ne abbia mutato la denominazione) vivono la medesima abietta soggezione del tempo dei Moghul e dei viceré di Vittoria, nel perenne terrore che lo zimandar, signore dei loro debiti, espropi la casupola, un’onta che solo il suicidio può riparare, e che anche nella casupola si confrontano con una malattia endemica che tutti i paesi di mediocre ricchezza si preoccupano di controllare, che l’India non reputa necessario prevenire tra i propri paria, che questa signora non impieghi il proprio ascendente per rifiutare la tecnologia occidentale impiegata per fare dell’India una potenza atomica di prima grandezza, ma per realizzare almeno i “sanatorii” di Mussolini, e che si impegni a ripristinare le pratiche agrarie della fame imperiale (musulmana o britannica) che una grande governante era riuscita a relegare in un passato di orrore, assicurando al proprio popolo il pane (o il riso) quotidiano, impone allo storico di reperire un vocabolo che qualifichi le ovazioni che l’hanno accolta. Personalmente non riesco a individuarne uno che paia più proprio di fanatismo. Prego chi immagini di averne reperito uno più pertinente di suggerirmelo.




Antonio Saltini Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e vita. 
E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi. 
http://itempidellaterra.com/

1 commento:

  1. grande Antonio! Una voce indipendente nel desolante panorama scientifico agrario italiano.

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