venerdì 17 ottobre 2014

La Federconsorzi, l' agricoltura italiana e le pretese di Coldiretti

  di Alfonso Pascale





Con l’avvio della discussione parlamentare sulla legge di stabilità si torna a parlare della Federconsorzi. Si tirano in ballo i famigerati mille miliardi di lire che Manlio Rossi-Doria nel 1963 - in un meticoloso rapporto alla Commissione parlamentare d’inchiesta sui limiti della concorrenza – denunciò essere l’ammontare che lo Stato aveva speso e la Federconsorzi incamerato, senza che questa presentasse regolari rendiconti sulla gestione delle attività esercitate per conto dei pubblici poteri nella politica granaria del dopoguerra. L’attacco non era tanto rivolto contro l’organizzazione economica, quanto invece alla Coldiretti e alla Dc, che vennero individuate come le destinatarie, di fatto, delle ingenti risorse finanziarie.
Lo scandalo che allora ne seguì fu uno dei temi di un’infuocata campagna elettorale per le politiche. E rimase proverbiale la puntata della tribuna elettorale televisiva in cui un veemente e caustico Gian Carlo Pajetta polemizzò con la sedia lasciata vuota da Paolo Bonomi. Il capo della Coldiretti preferì, infatti, fare la parte del convitato di pietra piuttosto che trovarsi nei panni dell’accusato per l’ammanco denunciato da Rossi-Doria.
Passarono le elezioni e il nuovo ministro dell’Agricoltura, Mariano Rumor, senza battere ciglio, rispose alla Camera che i calcoli di Rossi-Doria non erano esatti ma non negò l’ammanco: la somma fatta sparire dalle casse della Federconsorzi senza rendere conto a nessuno non era di mille miliardi ma solo di 850. Insomma, lo scandalo veniva ammesso ma lo si accantonò senza un dibattito parlamentare e solo con l’approvazione frettolosa di una sanatoria che scaricò sullo Stato l’onere degli interessi a cui avrebbe dovuto far fronte la Federconsorzi. Un costo che in seguito lieviterà a dismisura fino a raggiungere cifre che supereranno quelle relative ai consuntivi non approvati dalla Corte dei Conti.
Dopo cinquant’anni un tribunale ha decretato l’esigibilità del rimborso di quel costo senza tener conto che, nel frattempo, la legge 410 del 1999 aveva sciolto l’organizzazione a seguito del suo commissariamento avvenuto nel 1991 e del concordato preventivo oggetto di una lunga vicenda giudiziaria che ancora non si è conclusa. La Corte di Appello di Roma nel 2010 ha addirittura fissato i criteri per determinarne l’ammontare.
E così, senza battere ciglio, si rimuove dalla memoria collettiva del Paese un crac da 6 mila miliardi di lire avvenuto vent’anni prima; una grande abbuffata a cui avevano partecipato imprenditori, finanzieri e trafficanti d’ogni risma per acquistare a pochi soldi le aziende, il patrimonio fondiario ed edilizio della Federazione. Non si considera quel crollo un colpevole indebolimento dell’intera agricoltura italiana. Era venuto meno, infatti, un patrimonio imponente di strumenti economici, la cui mancanza negli anni decisivi della progressiva apertura dei mercati aveva privato il settore primario nazionale di una parte rilevante delle strutture organizzative necessarie per competere, con minori rischi e più opportunità, con altri Paesi meglio attrezzati del nostro.
L’unica preoccupazione diventa quella di trovare un marchingegno giuridico – da inserire in un qualsiasi provvedimento di legge - per dirottare 400 milioni di euro alla Coldiretti. La quale vanta quel credito – maturato a seguito di un cinquantennio di opachi rapporti tra la Federconsorzi e lo Stato - per conto di una manciata di consorzi agrari sopravvissuti al disastro finanziario della casa madre e pervicacemente risparmiati ad una riforma che li avrebbe dovuto ricondurli alla forma cooperativa, eliminando una specialità ormai priva di senso.
Allora l’idea è quella di ricostituire la Federconsorzi per fare in modo che poi riesca a pagare i suoi debiti ai consorzi agrari. Ci aveva provato Ugo Sposetti (Pd), ultimo tesoriere dei Ds, ma il suo emendamento era stato respinto. Aveva osato di nuovo Antonio D’Alì (Pdl), con un emendamento alla legge di stabilità dell’anno scorso, ma anche quel tentativo era andato a vuoto. 
 
A ragione si era fatto sentire Poletti, presidente dell’Alleanza Cooperative Italiane: “È un golpe alla giustizia e all’equità sociale del Paese l’emendamento che porterebbe alla ricostituzione della Federconsorzi, regalandole 400 milioni di euro di “ammassi” che verrebbero così sottratti ai suoi creditori e ai produttori agricoli del paese. Suona come uno sfregio imperdonabile nei confronti delle famiglie, dei lavoratori e delle imprese che annaspano tra sacrifici inenarrabili in una crisi senza fine, mentre si rastrellano anche le monetine per trovare copertura finanziaria alla legge di stabilità che è all’esame del Parlamento”.
I continui tentativi andavano a vuoto mentre a ricoprire la carica di presidente della Coldiretti era Sergio Marini. Il quale sentì il bisogno di dimettersi benché fosse stato rieletto solo alcuni mesi prima. E strappandosi le vesti, minacciò di fondare un partito. Nel frattempo avrebbe dato vita ad una fondazione culturale denominata “Italia S.p.A”.
Non è trascorso nemmeno un anno dalle dimissioni e Marini è tornato alla ribalta per annunciare che è pronto a dare gambe al suo intento. Egli torna alla carica per annunciare la nascita del "partito della gente", guarda caso proprio mentre il Parlamento si accinge a discutere la nuova legge di stabilità.
Anche Paolo Bonomi, quando la Dc non obbediva ai suoi ordini, minacciava liste autonome di coltivatori diretti. Ma Aldo Moro non si faceva ricattare e l’ultima volta, per tutta risposta, promosse Giovanni Marcora al dicastero agricolo, il democristiano più distante, idealmente e politicamente, dalla "bonomiana". Si rivelerà il miglior ministro dell’Agricoltura che l’Italia repubblicana abbia avuto. Matteo Renzi saprà fare altrettanto?



Alfonso Pascale
Sindacalista e scrittore, già vicepresidente nazionale della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) e fino al 2011 vicepresidente dell’ istituto Zooprofilatico Sperimentale delle regioni Lazio e Toscana. Ultima sua fatica letteraria: Radici & Gemme. La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi. www.alfonsopascale.it

2 commenti:

  1. Fabiano Mazzotti16 gennaio 2015 20:42

    .......fra Aldo moro e Matteo Renzi c'è un abisso.....purtroppo.......

    RispondiElimina
  2. Il titolo è intrigante e l'argomento merita ma da un autore con questo curriculum mi aspetto ben di più e ben di meglio. Noto una certa, come dire?, reticenza sindacale ad andare fino in fondo nel racconto...

    RispondiElimina