martedì 6 gennaio 2015

Rivalutiamo l'ovinicoltura

di Francesco Marino



In Italia  vengono allevati  9 milioni di capi ovini, la metà  è allevata in Sardegna, dove rappresenta una grossa fetta della PLV agricola. Purtroppo anche se i numeri sono interessanti, la nostra Nazione è deficitaria  sui prodotti dell’ovinicoltura. Grandi quantitativi di carne (55-60%) e in misura minore di latte, vengono importati da Paese terzi, dove sicuramente la qualità non raggiunge l’eccellenza italiana. L’attuale situazione zootecnica potrebbe invogliare molti  giovani imprenditori agricoli italiani ad intraprendere  questa attività, sapendo che nel mercato agroalimentare italiano ci potrebbero essere ampi spazi di manovra e forse discreti margini di guadagni,  avendo a disposizione molte razze ovine autoctone eccellenti  da rivalutare.
Naturalmente chi comincia a  cimentarsi  in un mondo affascinante come quello dell’ ovinicoltura  dovrà conoscere  almeno le tecniche di conduzione basilari e le caratteristiche salienti di questi splendidi animali. Vediamole.

La pecora è un animale che ama vivere in gruppo, tale caratteristica facilita notevolmente tutte le operazioni di movimenti del gregge (spostamento nelle zone del pascolo, uscita e rientro all’ovile e ai recinti, ecc.). In questi animali non esiste una capo-gruppo, perché il primo che si muove è seguito dagli altri, è abitudinario e quindi tende a seguire gli stessi percorsi e gli stessi spostamenti. Al pascolo si possono distinguere due tipi di belati: quello conosciuto da tutti (bee-bee), usato per la richiesta di cibo o di soccorso, e uno altro più gutturale usato dalle pecore madri per chiamare l’agnello e dai maschi “arieti” per chiamare le femmine in calore. E’ un animale mite, ma non pauroso “come erroneamente si crede”, infatti, soprattutto in caso di difesa della prole, la madre attacca a testa bassa l’aggressore e in certi casi riesce anche ad avere la meglio. Come la maggior parte degli animali, ha un buon fiuto, con il quale riesce a riconoscere  la propria prole e le altre pecore del gregge da eventuali pecore estranee.
Gli ovini hanno i primi calori verso il 6°-7° mese di vita e il parto avviene dopo 150 giorni di gestazione, se la pecora non è stata fecondata, l’estro “quella fase del ciclo ovarico in cui si ha l’ovulazione e la femmina accetta il maschio”, si ripete dopo 19-20 giorni  ed ha una durata di 48 ore. I sintomi del calore sono poco evidenti (belati frequenti, arrossamento e scolo vulvare ecc.), ma l’ ariete con il fiuto individua  subito la pecora in estro (il salto dura pochi secondi, ma può compierne più di venti al giorno). Le pecore presentano un’attività riproduttiva stagionale, con inizio durante l’ estate e termine durante l’ inverno. 
La più  elevata percentuale di soggetti in estro si osserva nel tardo autunno. Anche gli arieti possono essere considerati come riproduttori stagionali, con un’attività sessuale massima alla fine dell’estate e durante l’autunno, in corrispondenza della diminuzione della durata del giorno; minima in inverno e in  primavera  quando si assiste all’ aumento della illuminazione diurna.Trascorsi i cinque mesi di gravidanza  la pecora, manifesta sintomi di irrequietezza belando e muovendosi di continuo, appare poi la borsa delle acque simile ad un pallone trasparente e di li a 5 minuti il piccolo è gia fuori con il cordone ombelicale spezzato.
La madre, incomincia a leccarlo e dopo pochi minuti l’agnello è in grado di stare in piedi, barcollando si dirige per istinto verso i due capezzoli materni per suggerne il colostro, sostanza giallognola indispensabile per l’azione immunitaria  che possiede  in quanto l’agnello nasce senza anticorpi e la mancata o ridotta assunzione di colostro ha come conseguenza una più elevata mortalità degli agnelli. La pecora secerne colostro per un periodo di tempo piuttosto ridotto, tanto che già 48 ore dopo la composizione del secreto è quasi costante e vicina a quella del latte normale.
Il fatto che il massimo assorbimento di gamma-globuline attraverso le pareti intestinali dell’agnello avviene tra la 24ª e la 48ª ora dalla nascita , fanno ritenere possibile l’ utilizzazione del latte artificiale “per chi vuole adottare tale pratica” a partire dal terzo giorno di vita, si considera così valida la  separazione dell’ agnello dalla madre all’ età  massima di 2 giorni.
In seguito va alimentato per almeno 20-30 giorni con farina lattea, somministrando a partire dal 10° giorno  fieno di buona qualità e sfarinati. La pecora può essere portata al pascolo dopo un paio di giorni dal parto.
Gli ovini riescono  a vedere anche di notte e ciò fornisce specialmente in estate  il pascolamento notturno, molto utile per l’accrescimento corporeo e la produzione di latte, con un tenore lipidico  più alto. Sono animali  che non sopportano il calore del sole estivo (in tal caso si proteggono tenendo la testa all’ombra della pancia delle altre pecore e tutte insieme stanno ammassate allo stesso modo), resistono, invece, bene alle basse temperature, perché coperte dal vello oltre che da uno strato di grasso: la lanolina (ancora usata come base per creme di bellezze).
Sono animali che possono vivere normalmente fino a 12-14 anni, ma  in allevamento pastorale  non superano l’età massima di 6-7 anni. Sono ruminanti, e come tale, dopo aver masticato in modo sommario il cibo, lo immettono nella cavità ruminale dove subisce una prima grossolana digestione per poi tornare, sotto forma di “boli di rigurgito” nella cavità boccale ove subisce la masticazione completa, per poi passare nell’omaso dove incomincia la prima fase di digestione vera e propria.  La capienza del rumine è di circa 35 litri (bovini 200 litri). Come  tutti i ruminanti, gli ovini non possiedono gli incisivi superiori, mentre gli inferiori sono molto taglienti e servono per recidere l’erba al pascolo, a volte questa loro caratteristica   provoca lo scollettamento delle erbe, causando  l’impoverimento del cotico erboso. Una soluzione al problema sarebbe quella di praticare il pascolo turnato, che evita gli sprechi e consente la stima della produttività, del ciclo biologico e quindi del carico di bestiame per ciascun periodo di pascolo. Il tempo di pascolamento dovrà variare secondo le stagioni e la quantità di erba a disposizione, andando ad un massimo di 8-9 ore in estate ad un minimo di 3-4 ore in primavera. E’ sempre conveniente, quando è possibile, tenere il gregge all’aperto  per questioni igienico- sanitarie e anche  per la concimazione diretta operata dal gregge stesso, con le deiezioni solide e liquide “stabbiatura” in campo.
Si ricorda, che la pecora quando è sazia si ferma e si corica per poi riprendere a pascolare dopo un’ora  o due; inoltre agli animali  che vanno al pascolo non bisogna tagliare la coda  perchè protegge la mammella dai rovi, vanno tosate  almeno 1-2 volte l’anno (maggio-settembre), perché consente una migliore pulizia e un maggiore benessere dell’animale.
Normalmente sa distinguere bene le piante velenose o tossiche dalle altre. Appetisce bene quasi tutte le erbe, ma rifiuta le graminacee alte e lignificate.  I momenti utili della giornata al pascolamento vanno scelti  in modo da evitare quelli troppo umidi del mattino o quelli troppo assolati del  pieno giorno. Se il pascolo è verde, la pecora non è invogliata a bere, ma essendo un animale che non beve molto, è necessario che abbia sempre a disposizione, soprattutto dentro l’ovile,  acqua pulita e non troppo fredda. 
Nell’ovile, la lettiera va sempre tenuta pulita e asciutta con l’aggiunta di paglia almeno una volta la settimana, va rimossa ogni 12 mesi, e sparsa sul terreno prima dell’aratura, così da ottenere una concimazione organica utile per le  erbe  foraggiere  da mettere a disposizione degli ovini stessi.

Francesco Marino
Agronomo e Zootecnico, Presidente dell'Associazione AgronomiperlaTerrA e di Copagri Toscana, organizzazione Sindacale che tutela gli interessi della aziende agricole aderanti all' UGC Cisl, UIMEC Uil e UCI.  
E' responsabile del Blog Agrarian Sciences (qui)

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