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domenica 19 aprile 2015

Riuscirà l' agricoltura di Slow Food a nutrire il mondo?

di  Gaetano  Forni  e Luigi  Mariani   


Pubblichiamo l' articolo scritto dai professori Forni e Mariani, uscito in origine nel sito  del  Museo  Lombardo  di Storia  dell' Agricoltura, a dimostrazione che cattive idea fanno danni quanto le tangenti per Expo.

Qui di seguito si rende conto della conferenza di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, tenutasi presso il Teatro Grassi sul tema “Il paradosso del sistema alimentare mondiale”. La conferenza si è svolta nell’ambito dell’iniziativa “Convivio. A tavola tra cibo e sapere”, organizzata dalla Fondazione Corriere della Sera in collaborazione con il Piccolo Teatro e con Expo 2015. L’analisi da noi condotta è lunga, lo sappiamo, e ce ne scusiamo con i lettori. Tuttavia crediamo che non vi sia altro modo per contrastare con le armi della razionalità scientifica le molte tesi di cui Petrini si è fatto portatore.

“la gastronomia ha alla sua base una cultura alimentare e non si riduce alla mera realizzazione di ricette ma assurge a scienza multidisciplinare complessa e olistica che fonda la sua centralità sulla sacralità del cibo”. Abilmente, Carlo Petrini
(qui) enuncia la sua dottrina (a meglio ideologia) agro-alimentare assumendo le vesti di “gastronomo-olista” ed evocando cinque “numi tutelari” e cioè il gastronomo francese Jean Anthelme Brillat-Savarin, l’economista e filosofo francese Serge Latouche, iper-malthusiano e teorico della decrescita felice , il priore della comunità di Bose Enzo Bianchi, il regista Ermanno Olmi ed infine lo scrittore e regista Pierpaolo Pasolini .
Sempre nella vesti di gastronomo olista, Carlo Petrini lancia il suo J’accuse al sistema agricolo-alimentare globale, che, oltre a essere profondamente ingiusto, è a suo avviso insostenibile per i seguenti motivi:

1. la perdita di fertilità dei suoli, impoveriti dalla “forzatura” delle colture con i concimi chimici
2. il saccheggio delle risorse idriche (fra 30-40 anni mancherà l’acqua)
3. la perdita di biodiversità (dal 1900 a oggi l’umanità ha distrutto il 75% della biodiversità animale e vegetale)
4. la distruzione della cultura contadina (non ci sono più i contadini di una volta)
5. lo spreco del cibo (produciamo cibo per 12 miliardi di viventi mentre siamo 7 miliardi).
E’ evidente che si tratta di valutazioni quantomeno discutibili dato il loro orientamento palesemente catastrofista e che saranno da noi sottoposte a critica nel prosieguo di questo scritto.
La crisi economica attuale ed i rimedi di Petrini “Lo stile di vita dev’essere in sintonia con i limiti della biosfera ed in tal senso si deve pensare ad una decrescita”. Secondo Carlo Petrini la crisi economica che stiamo vivendo non è una crisi come le altre. Si tratterebbe infatti di una crisi entropica, legata al fatto che stiamo producendo a livelli insostenibili. Da ciò secondo Petrini deriva che non è consumando di più che si risolvono le cose (e qui cita Latouche) e che viceversa occorre:
- ridurre gli sprechi
- pagare il giusto
- favorire le economie locali
- favorire il ritorno alla terra
- difendere la terra (e qui cita come esempio deteriore il land grabbing e cioè il forsennato accaparramento delle terre da parte di privati o governi stranieri che ha luogo in Africa) sottrarre i suoli fertili alla green economy che coprirebbe tutto con pannelli solari
- accrescere l’educazione dei cittadini

- aumentare l’informazione (i cittadino deve sempre poter sapere dove vengono i prodotti).
- rafforzare le economie locali fatte dai contadini e dagli artigiani del proprio territorio, per prodotti più freschi e tradizionali
- ridare agli agricoltori l’orgoglio di produrre
- sottrarre il mercato delle sementi alle cinque multinazionali che ne detengono oggi l’80 %.
In tal senso secondo Petrini si colloca il protocollo d’intesa stilato da Slow Food e FAO.
Sempre Petrini ci dice che il cibo biologico è il cibo più puro in assoluto ed opera frequenti richiami a Pasolini e ad una visione edonistica per cui, pur proclamandosi agnostico, ci dice che il cibo e il sesso sono quanto di più vicino al divino vi sia nell’uomo.
Analisi critica delle affermazioni di Petrini "Il tema della fertilità esaurita per colpa dell’uomo"
Odo spesso la gente lamentarsi ora dell’attuale sterilità dei campi, ora dell’attuale inclemenza delle stagioni che ormai va danneggiando i frutti della terra; c’è chi poi vuol attenuare in certo modo queste lamentele con l’assegnare al fatto una ragione precisa e dice che, stanco e isterilito dalle eccessive produzioni del passato, il terreno non può più offrirci i suoi frutti come nel passato”.

Questo brano di Columella, steso poco prima della metà del primo secolo d.C., pone l’accento su un coacervo di luoghi comuni curiosamente simili a quelli richiamati da Petrini nell’incipit della propria conferenza.
Lasciamo dunque che sia Columella a rispondere a Petrini. L’autore latino infatti prosegue il proprio discorso dimostrando che il pessimismo fondato sul luogo comune della “fertilità esaurita della terra violata ed esausta” è assolutamente infondato e che una serie di pratiche agronomiche già note ai suoi tempi sono in grado non solo di mantenere ma anche di esaltare la fertilità. A tale riguardo ricordiamo che un agronomo assai più vicino a noi, il professor Alberto Oliva (1879-1953), che fu professore di agronomia all’Università di Firenze, dimostrava che le terre da tempo coltivate sono le più produttive con un semplicissimo esperimento che consisteva nel portare in superficie lo strato profondo di terra vergine mai coltivata e mostrare che lo sviluppo della vegetazione in tale terreno è infimo, di molto inferiore a quello ottenuto dallo strato superficiale solitamente coltivato e sfruttato.
Anche al tempo di Columella, e anzi dalla fine della Repubblica, si rimpiangeva l’austerità dei tempi antichi (cfr. i provvedimenti, al riguardo, di Augusto che, aveva esiliato Ovidio e persino la figlia per i facili costumi). Quindi secondo una logica storico-socio-politica, Petrini e il suo Slow Food altro non sarebbero se non il frutto di un’ideologia che si ripropone in modo costante in tutti i periodi di decadenza e che si richiama ad una precedente età dell’oro, che peraltro non è mai esistita.
Circa l’affermazione di Petrini secondo cui con i concimi chimici la terra e le piante vengono “forzate”, si tratta di un concetto del tutto a-scientifico, temporalmente riferibile ad epoca anteriore alla legge di Lavoisier (legge di conservazione della massa), che è della seconda metà del XVIII secolo. Alla luce di tale legge, il modo corretto di ragionare è invece il seguente (l’esempio è riferito al grano duro ma si può estendere a qualunque specie coltivata): il grano duro richiesto dall’industria pastaria deve contenere il 13% di proteine e dunque il 2% di azoto (otteniamo 2 dividendo 13 per il divisore 6.25). Pertanto un agricoltore che intende produrre 100 q di granella di frumento con il 13% di proteine dovrà somministrare alla pianta 100*0.02=2 q ovvero 200 kg d’azoto. Prescindendo dalla forma in cui si somministra tale azoto (come concime “chimico” o come concime organico, per esempio letame) il frumento ne necessita e se tale necessità non viene soddisfatta il prodotto sarà quantitativamente più scarso e qualitativamente scadente, caratterizzandosi per un basso contenuto proteico che lo renderà inadatto a fare “pasta” e dunque non gradito all’industria.
Se poi l’agricoltore volesse somministrare l‘azoto come letame (come immagino potrebbe fare un agricoltore “biologico”), dovrà per forza somministrarlo prima della semina e dunque dovrà tener conto del fatto che una significativa porzione di tale azoto sarà convertito dai microrganismi del terreno in nitrato (l’unica forma di azoto assorbibile in modo significativo dalle radici) in momenti in cui lo stesso non è utilizzato dalla pianta. Come nitrato sarà dilavato ed andrà ad inquinare le falde, causando un sensibile danno ambientale (e questo contraddice l’idea espressa da Petrini secondo il quale l’agricoltura biologica è la più pura in assoluto).
Se invece l’agricoltore opterà per i concimi “chimici” di sintesi (ad esempio l’urea – la stessa molecola espulsa da molti animali con le urine - o il nitrato d’ammonio) potrà somministrare il concime in piccole dosi alla semina e per il resto in 2-3 somministrazioni (a fine accestimento, a inizio levata e magari in botticella), ottenendo un assorbimento ideale da parte della coltura ed un più elevato rispetto per l’ambiente.
Abbiamo espresso per esteso questo schema algoritmico, che immaginiamo noioso per i cultori di discipline umanistiche o per i gastronomi olisti, per dimostrare quanto più facile e più gradito al pubblico sia adottare uno slogan rispetto al descrivere in modo tecnicamente corretto una procedura agronomica (perché l’agronomia e cioè l’arte di coltivare è una scienza complessa e non può essere liquidata con pochi slogan, come erroneamente pensano i gastronomi olisti).
Giova anche rilevare che è possibile criticare i concetti di “fertilità esaurita” e di “colture forzate dai concimi chimici” in modo più sintetico facendo osservare che spesso l’uomo utilizza ricostituenti a base di prodotti chimici solitamente sintetici, ma nessuno si sognerebbe di dire che si tratti di una “forzatura” per l’uomo. Anche alla luce di quest’ultima analisi il concetto di “forzatura” usato dal Petrini manifesta per intero la sua debolezza, rivelandosi cioè immaginario. Le risorse idriche, la perdita di biodiversità e la distruzione della cultura contadina.
La tutela delle risorse idriche usate in agricoltura risiede nell’innovazione tecnologica. In tal senso basta osservare che l’efficienza dell’irrigazione (e cioè la percentuale d’acqua utilizzata dalle piante rispetto a quella distribuita in campo) và dal 10 al 40% nei sistemi irrigui tradizionali (per sommersione e scorrimento) mentre sale all’80-90% e oltre nel caso dei sistemi tecnologicamente più evoluti (grandi ali piovane, sistemi a goccia o a micro-getto, subirrigazione).
Circa poi il tema delle biodiversità occorre considerare che l’agricoltura intensiva è oggi lo strumento più potente di cui disponiamo per tutelare la biodiversità. Se infatti dovessimo produrre cibo per 7 miliardi di abitanti con le tecnologie antiquate proposte da Petrini saremmo costretti a operare su almeno il doppio delle terre oggi utilizzate. In tal senso è più che mai eloquente il quasi raddoppio del superfici a bosco in Italia avvenuto in 100 anni grazie all’introduzione di nuove tecnologie agronomiche ed al conseguente abbandono dell’agricoltura nelle aree marginali (dal 1910 ad oggi la superficie a bosco in Italia è passata da 4,5 a 7.5 milioni di ettari).
Circa poi il tema della distruzione della cultura contadina, Petrini rappresenta a nostro avviso un’immagine vivente di tale fenomeno. Infatti una cultura nostalgica e che dipinge a tinte fosche il presente ed il futuro è a nostro avviso il frutto più maturo della perdita di radici derivante dal massiccio inurbamento che ha caratterizzato il nostro Paese dagli anni ‘50 agli anni ’70 e che ha dato luogo a rilevanti problemi di integrazione ancor oggi evidentemente non superati. La sostenibilità del sistema agricolo attuale
E veniamo poi ad affrontare l’accusa di insostenibilità che Petrini rivolge al sistema agricolo-alimentare globale. Su tale tema occorre dire anzitutto che quello di “sostenibilità” è un concetto relativo. Ad esempio l’areale italiano alla fine dell’ultima era glaciale era sostenibile per poche miglia di affamati cacciatori-raccoglitori la cui vita media non raggiungeva i 30 anni mentre oggi risulta sostenibile per 60 milioni di cittadini ben alimentati e con una vita media di circa 80 anni.

Il Il sistema alimentare attuale garantisce la piena sicurezza alimentare a 6 miliardi di abitanti del pianeta, mentre 900 milioni sono tuttora al di sotto della soglia di sicurezza alimentare (il 15% della popolazione globale). Se tuttavia si leggono le statistiche si coglie il fatto che gli individui al di sotto della soglia di sicurezza alimentare erano 900 milioni anche nel 1970 quando rappresentavano oltre il 30% della popolazione mondiale, per cui si evidenzia un palese miglioramento. In base a tali incoraggianti dati statistici è oggi per la prima volta possibile considerare alla nostra portata l’obiettivo della sicurezza alimentare per tutti, e questo lo dobbiamo a quel sistema agricolo-alimentare che Petrini giudica insostenibile ed alla chimica (si pensi che il 50% delle proteine che compongono oggi gli esseri umani sono ottenute grazie al processo chimico di Haber e Bosch -(qui) - che consente di ottenere concimi chimici a partire dall’azoto atmosferico.
Gli slogan di Petrini
Circa poi gli slogan usati da Petrini vediamo di analizzarli in rapida sintesi uno ad uno.
- Ridurre gli sprechi: possiamo qui essere d’accordo. Tuttavia qui si tratta anzitutto di ridurre le perdite in fase di produzione, raccolta, conservazione e trasformazione dei prodotti agricoli, il che si ottiene investendo in tecnologia (es: catena del freddo, difesa – anche con mezzi chimici - dagli insetti e dagli altri animali distruttori di derrate, ecc.). Si tratta poi di evitare la distruzione di cibo nei sistemi evoluti, educando il consumatore oppure destinando cibi non più edibili per l’uomo all’alimentazione del bestiame
- Pagare il giusto: il compenso che va al produttore (ad es. 36 cent/litro per il latte), è spesso vergognosamente ridotto. Tuttavia si dimentica che in città i rivenditori sopportano costi di affitto e di personale paurosamente elevati e che per metà o tre quarti vanno allo Stato per fornirci servizi (sanità, scuole, ricerca, sicurezza, ecc.)

- Favorire le economie locali: su questo non ci piove. Tuttavia questo non può significare la retorica del “chilometro 0”, in quanto da un lato è impraticabile nei confronti delle grandi metropoli (a meno di non voler ripetere lo scellerato esperimento di Pol Pot che fece evacuare la città di Phnom Pen per far diventare tutti agricoltori) e dall’altro non è in grado di garantire la varietà di prodotti che possono approvvigionare i nostri mercati per tutto l’anno solo grazie il commercio. A quest’ultimo riguardo occorre ricordare che Milano per quanto riguarda le verdure operava fino agli anni ’50 a “chilometro 0”, nel senso che i milanesi da ottobre ad aprile mangiavano i cavoli, le verze e la poca insalata che giungevano dal circondario. E’ questo per caso il passato cui si vuol tornare? Per inciso se le metropoli italiane tornassero alla logica del chilometro zero che fine farebbero i produttori ortofrutticoli di Sicilia, Calabria e Puglia e le loro economie locali?
- adottare le equazioni “naturale, biologico = puro o salubre” ed “industriale, tecnologico = tossico, insalubre”. Per dimostrare quanto tali equazioni siano false basta riflettere sul fatto che naturale ma oltremodo insalubre è il ceppo di E. coli O104, produttore di tossine che ha dato 54 morti e 10.000 ricoveri ospedalieri in Germania nel 2011 per cibi (germogli di fieno greco) che provenivano da una filiera di agricoltura biologica. Inoltre in natura vi sono i veleni più terribili in piante come la scilla marittima (Scilla maritima L.), l’oleandro (Nerium oleander L.), la cicuta (Conium maculatum L.), la vite bianca (Bryonia dioica L.), la belladonna (Atropa belladonna L.), ecc. Infine in Europa la purissima (perché perfettamente rispondente ai canoni del biologico) agricoltura del medioevo causava migliaia di morti per un’intossicazione alimentare prodotta dalla Claviceps purpurea - fungo parassita dei cereali - e nota come ergotismo (piaga oggi sradicata anche grazie all’uso degli anticrittogamici per la concia delle sementi). Da ciò discende che a nostro avviso la garanzia per il consumatore della salubrità dei cibi può discendere solo e unicamente da tecnologie agro-alimentari evolute e da controlli sistematici dei processi di produzione, trasformazione e conservazione lungo l’intera filiera agricolo-alimentare.
- Favorire il ritorno alla terra: oggi il 50% degli abitanti del pianeta è dedito all’agricoltura e tuttavia la gran massa del cibo è prodotta dai Paesi sviluppati ove l’agricoltura assorbe percentuali bassissime di forza lavoro (in Italia siamo al 4%). In realtà dunque un futuro prospero non potrà che vedere un’ulteriore consistente riduzione del numero di agricoltori-

Difendere la terra dall’urbanesimo, dal land grabbing e dalla stessa green economy: in questo caso siamo totalmente d’accordo in quanto oggi i 7 miliardi di abitanti del pianeta si alimentano su 1.4 miliardi di ettari di arativo e su 3.2 miliardi di ettari di pascoli. 1.4 miliardi di ettari di arativo significano solo 0.2 ettari a persona.
- Ridare agli agricoltori l’orgoglio di produrre: concordiamo sull’assurdità dello scarso apprezzamento, prestigio che da noi hanno gli agricoltori. Presso i Romani dell’epoca repubblicana, l’agricola era il civis per eccellenza, come oggi il bauman tra i tedeschi
- Intervenire per sottrarre il mercato delle sementi alle cinque multinazionali che ne detengono oggi l’80 %: il problema della concentrazione del mercato mondiale delle sementi e più in generale dei materiali di propagazione vegetale nelle mani di poche multinazionali è reale ed il timore è che sia destinato ad aggravarsi sempre più se gli Stati non si decideranno una maggiore attenzione alla ricerca ed all’industria sementiera nazionale. Su questo argomento occorre anzitutto chiarire che le multinazionali delle sementi fanno benissimo il loro mestiere, producendo e rifornendo il mercato mondiale di sementi e materiale di moltiplicazione di ottima qualità. Tuttavia i monopoli sono alla lunga nemici della qualità e pertanto sarebbe auspicabile un intervento degli Stati per garantire un maggiore pluralismo.
Da questo punto di vista occorre tuttavia stigmatizzare il ruolo negativo che in ambito europeo sta giocando la politica di chiusura rispetto all’ingegneria genetica che condanna le strutture produttive italiane ed europee a muoversi secondo logiche di sottosviluppo; in altri termini fare oggi industria sementiera con i metodi degli anni '60 significa essere esclusi in partenza dalla competizione globale.
Un esempio pratico è dato dalla coltura della vite la quale è destinataria di circa il 50% dei prodotti antiparassitari usati in Europa, in virtù del fatto che tale coltura deve convivere con nemici temibili (la peronospora in primis), in grado di distruggere la produzione in assenza di trattamenti con adeguati prodotti chimici. In altre specie del genere Vitis esistono tuttavia geni che garantiscono la resistenza alla peronospora e dunque la ricerca si è da tempo mossa per trasferire tali geni nella vite domestica. Tuttavia la vite è una specie allogama ed il trasferimento genico con metodi tradizionali può essere svolto solo adottando tecniche di incrocio e successivi reincroci che richiedono anni ed anni di lavoro e che inoltre hanno il grande difetto di portare ad ottenere varietà del tutto nuove e dunque inadatte al nostro mercato, che come noto è fedele da secoli a varietà tradizionali (barbera, sangiovese, ecc.). Poiché tuttavia il DNA della vite è stato sequenziato e dunque lo conosciamo, è oggi possibile prelevare il gene che ci interessa da una specie vicina e trasferirlo nella vite domestica giungendo in 1-2 anni ad ottenere le nostre vecchie varietà con in aggiunta il gene della resistenza alla peronospora. Tuttavia ciò che tecnologicamente è alla nostra portata è reso impossibile dalle normative che vietano tutto ciò, con il bel risultato che ci teniamo le malattie ed i trattamenti antiparassitari, con innegabili danni per l’ambiente. Un esempio analogo può essere fatto per la resistenza del mais alla piralide, insetto temibile non solo per i danni diretti alle colture ma anche perché introduce nel mais fungi produttori di tossine cancerogene. In questo caso la resistenza può essere ottenuta trasferendo nel mais un gene che proviene ad un batterio, il Bacillus turingiensis, e che rende il mais tossico per la piralide ma non per l’uomo.
Siamo infine d’accordo con Petrini sul fatto che esista un grande problema di educazione ed informazione corretta. Tale informazione dev’essere però a nostro giudizio eminentemente quantitativa e assolutamente non basata su slogan. A questa idea dovrebbe a nostro giudizio ispirarsi l’Expo 2015 e, a tale riguardo, non possiamo non stigmatizzare l’intervento del commissario unico Giuseppe Sala che introducendo l’intervento di Petrini ha detto “Carlo, le tue posizioni sono interessantissime ma non potranno ahimè improntare l’intero evento dell’Expo in quanto come sai ogni Paese può portare gli esempi che meglio ritiene”. E per fortuna, diciamo noi, che ogni Paese ha una propria autonomia!ù

Conclusioni
In conclusione Petrini è un abilissimo parlatore (imbonitore, direbbe qualcuno). Molti suoi ragionamenti sono assurdi: da un lato dice che ora siamo quasi 7 miliardi, dall’altro predica il ritorno alla tecnologia agricola che all’inizio del 900 nutriva a malapena 1.5 miliardi di esseri umani e quindi assolutamente non in grado di nutrirne 7 miliardi. Vuoto spinto traspare poi da slogan un po’ demodé del tipo “occorre decolonizzare il nostro pensiero” o ancora “chi semina utopia raccoglie realtà”. Per inciso quest’ultimo slogan rivela una strana assonanza con l’assai più realistico proverbio che viene, quello sì, dal nostro mondo agricolo e che recita “chi semina vento raccoglie tempesta”.
Quello che abbiamo scritto riassume le considerazioni che gli autori avrebbero voluto almeno in parte portare all’attenzione della platea qualora vi fosse stato un dibattito in merito alle considerazioni espresse da Petrini. In realtà al Piccolo Teatro abbiamo assistito ad un monologo con contorno di attore recitante e pubblico osannante, un pubblico afferente alla vecchia e buona borghesia milanese, facile preda della demagogia petriniana poiché per tradizione non sa distinguere un ramo da una foglia …

Gaetano Forni
Già docente universitario all' Università di Milano. Attualmente è in forze al Centro Studi e Ricerche di Museologia agraria “F.Pisani”

Luigi Mariani
Già docente di Agronomia e Agrometeorologia all'Università degli Studi di Milano, è attualmente condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano.


7 commenti:

  1. Premessa: sono convinto che l'agricoltura intensiva sia indispensabile per la sicurezza alimentare (seppur non esclusiva). L'articolo però mette insieme una serie di argmoenti fallaci, quando non vere e proprie castronerie, che certo non fanno bene alla causa delle scienze agronomiche. Tralasciando l'esperimento dell'Oliva, che pare campato davvero in aria e con premesse, affermazioni e conclusioni discutibili, sui concimi chimici vs letame c'è un tale ribaltamento dei fatti che viene persino il sospetto della malafede.
    - Il letame si mette in autunno, i microorganismi che lo trasformano sono poco attivi durante la stagione invernale e si mette con largo anticipo proprio perche' l'azoto impieghera' piu' tempo per mobilizzarsi in soluzione. Non mi pare che gli agricoltori "moderni" abbiano smesso di spargere letame. O sono cretini che lo mettono ma tanto non serve perchè tanto dilava tutto prima?
    - "Come nitrato sarà dilavato ed andrà ad inquinare le falde, causando un sensibile danno ambientale" [...] "Se invece l’agricoltore opterà per i concimi “chimici” di sintesi [...] ottenendo un assorbimento ideale da parte della coltura ed un più elevato rispetto per l’ambiente."
    Gia', quindi il problema dell'eccesso di azoto e' dovuto al letame, hai capito! Solo quello, invece i fertilizzanti sintetici, che vengono somministrati GIA' in forma di nitrato o ammonio solubili, a ondate di quintali fino a saturare la capacita' di assorbimento delle piante e dilavano ugualmente o più in fretta, quelli sono un vero toccasana per le falde (tralasciando l'abitudine di superare le dosi raccomandate che pure accade). A riprova, il problema dell'eccesso di azoto nelle acque si e' proprio risolto con la rivoluzione verde... o_O
    3 - Dopo questa sparata in cui si ribaltano alcuni fondamentali delle scienze ambientali, devo fermarmi a riprendermi un attimo.

    "Circa poi il tema delle biodiversità occorre considerare che l’agricoltura intensiva è oggi lo strumento più potente di cui disponiamo per tutelare la biodiversità."
    Questo e' sostanzialmente il famoso dibattito LSLS (land sharing vs land sparing), che l'autore da come risolto ed archiviato. Peccato che l'UE abbia appena rinnovato la CAP introducendo elementi che vanno nella direzione opposta a quella assunta dall'autore (http://europa.eu/rapid/press-r... ed il dibattito infatti e’ apertissimo (anche http://sites.tufts.edu/teli/fi.... E comunque non si dica che l'agricoltura intensiva favorisce la biodiversita'.

    "il quasi raddoppio del superfici a bosco in Italia avvenuto in 100 anni grazie all’introduzione di nuove tecnologie agronomiche ed al conseguente abbandono dell’agricoltura nelle aree marginali".
    Ahi, correlation is not causation. I boschi sono ricresciuti esclusivamente in territori di montagna o depressi e non a caso, ma perche' le popolazioni si sono trasferite a lavorare in pianura nelle fabbriche e i terreni abbandonati si sono ripopolati di alberi . I boschi non sono ricresciuti PERCHE' c'e' stata l'intensificazione dell'agricoltura. Ma soprattutto, questo fatto non ha (quasi) nulla a che fare con l'aumento o la conservazione della biodiversita'. Tuttalpiù il recupero dei boschi potrebbe causare un calo di ricchezza di habitat e specifica di conseguenza (come testimoniato anche da certi habitat prioritari inseriti in Direttiva Habitat).

    Nell'ultima sezione si dà sostanzialmente ragione a Petrini, poi ancora qualche critica, finalmente ragionevole e segue conclusione.

    Preferendo fare una filippica moralista/ideologica, vi siete dimenticati pero' di esprimere un qualsiasi tipo di argomentazione sui punti 1-5 elencati all'inizio dell'articolo stesso. Considerato che le argomentazioni tecniche di critica a Petrini non mancherebbero, non si capisce perchè perdersi in polemiche sterili e argomenti francamente debolissimi.
    Cordialità

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  2. Un appunto infine sull'esperimento Oliva:
    1 - il suolo e' fatto a strati, non e' omogeneo in tutti i suoi livelli e cambia molto a seconda della storia geografica del luogo. Comunque sia non ha alcun senso testare la fertilita' di un livello che non sia quello in cui affonderanno le radici, visto che ha caratteristiche completamente diverse.
    2 - Gli orizzonti superficiali per forza sono piu' ricchi visto che raccolgono la maggior parte della materia organica, sono piu' aerati e tra l'altro ricevono anche una dose extra di azoto da inquinamento atmosferico. Che senso ha confrontarli con quelli profondi?
    3 - certo che le terre coltivate da tempo sono le piu' produttive, se no non sarebbero coltivate. In genere infatti godono di suoli alluvionali profondi e ben strutturati, pianeggianti, non sono fertili perche' ci ha lavorato il contadino per millenni. Questo si e' pure fatto un bel mazzo a migliorarlo con opere idrauliche, rimozione di pietre ecc., tutte cose che introducono un bias pazzesco nel praticare alcun confronto tra suoli coltivati e non. Interessante tra l'altro sapere dove la prendesse "terra vergine mai coltivata", se non su terreni non coltivabili -non c'è da stupirsi dunque se risultavano piu' fertili i primi.
    4 - Ancora oggi una pratica molto comune ai tropici e' lo slash and burn che si pratica proprio su terreni vergini deforestati, che vengono abbandonati dopo pochi anni a causa del degrado del suolo (laterizzazione ed esaurimento dell'unico strato fertile superficiale). Con questi come la mettiamo?
    5 - Molti contadini e agronomi del mondo sviluppato, nonostante l'agricoltura moderna, praticano ancora la rotazione delle colture. Per esempio il ciclo triennale mais frumento/orzo leguminose, dove il terzo anno e' detto anche riposo.
    Insomma, un autore un po' piu' recente dell'Oliva, che e' morto ancora prima della rivoluzione verde non c'era? Magari anzi mettendo dati quantitativi...

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    Risposte
    1. Anzitutto preciso che il professor Oliva (che peraltro fu docente di agronomia del professor Forni) era perfettamente conscio della portata della rivoluzione verde, tant’è vero che a fine anni ’40 ebbe a scrivere che «la tecnica moderna, in confronto a quella antica, assieme a molti mezzi tecnici nuovi e perfezionati, ne dispone di due poderosi per risolvere in pieno il problema granario mondiale: razze a prodigiosa capacità produttiva ed azoto a buon mercato ricavato industrialmente dalla miniera inesauribile dell'aria» e, come ben saprà, la rivoluzione verde è fatta di genetica e di agrotecniche.
      Poiché tuttavia si tratta di un autore che giustamente lei considera datato, prendiamo qualcosa di più recente e cioè l’esempio di cui alla tabella a pagina 489 di Luigi Giardini, Agronomia, edizione 2012.
      Come premessa le ricordo che in una rotazione il letame non si dà mai al frumento ma alla coltura da rinnovo che la precede, per cui il frumento vive sul residuo di fertilità di quest’ultima.
      L’esempio del Giardini è riferito ad una rotazione quadriennale mais da granella (produzione 13 t/ha di granella), frumento (produzione 8 t/ha di granella), patata (produzione 50 t/ha di tuberi), colza (produzione 4 t/ha di granella). In proposito preciso che quelle in parentesi sono produzioni tipiche di un’agricoltura intensiva.
      L’asportazione totale di azoto per le 4 colture e per i livelli produttivi indicati è pari a 695 kg/ha (es: il mais con granella all’1,5% di azoto asporta 13000 * 0.015 =195 kg/ha mentre il frumento con granella al 2.1% di azoto asporta 8000 * 0.021 =168 kg/ha).
      Considerando un’efficienza della concimazione azotata del 75%, l’apporto azotato con le concimazioni dev’essere dunque pari a 695/0.75=927 kg/ha nel quadriennio.
      L’apporto di letame è di 80 t/ha di cui 40 al mais e 40 alla patata per un totale di azoto rilasciato dal letame di 400 kg/ha. Il resto dell’azoto necessario (527 kg/ha) dovrà pertanto essere apportato con la concimazione minerale. Se invece (come farebbe Petrini) ci si limita ai 400 kg di azoto dati alla coltura da rinnovo con il letame, le colture depauperanti che seguono i rinnovi non verranno nutrite a dovere e pertanto ridurranno la loro produzione dando altresì un prodotto scadente (es: frumento con tenore in proteine inferiore ai livelli richiesti dall’industria).
      Da che parte sta la razionalità agronomica? Non credo che stia nel ridurre la produzione o ottenere prodotti scadenti, in quanto in questo modo l’agricoltore fallisce, e non solo in senso figurato.

      Elimina
  3. Salve.

    C'è un errore nel link che fa riferimento a Petrini.
    Cliccandoci, (sul primo "(qui)" all'interno dell'articolo)si apre un link che rimanda processo chimico di Haber e Bosch

    Saluti e complimenti per il sito

    RispondiElimina
  4. Buongiorno.non vivo di agricoltura ma ho una piccola vigna familiare che coltiviamo per autoconsumo.é un po che seguo il dibattito pro bio contro bio.esistono studi scientifici che dimostrano una correlazione tra zone ad alta intensità agricola industrializzata e tumori? Che opinione si è fatto ?esserr produttivi é importante ma nn danneggiare gli abitanti ancora d più.pare che nei distretti ortrofrutticoli del trentino e di Forlì il tasso sia elevatissimo.si può controllare la produzione in modo moderno senza attentare alla salute?il biologico nn le pare voglia seguire questa direzione tralasciando i furbi che militano in entrambe le fazioni?a proposito..cosa pensa del film resistenza naturale? Mi pare che la vita media aumenti perché abbiamo cibo ma anche perché la medicina ha fatto molti progressi....saluti .Lorenzo Dafarra

    RispondiElimina
  5. Alberto Guidorzi26 luglio 2017 14:53

    Lorenzo Dafarra
    "esistono studi scientifici che dimostrano una correlazione tra zone ad alta intensità agricola industrializzata e tumori?"

    Questa tua domanda ha una risposta. La categoria degli agricoltori e dei suoi famigliari, secondo indagini su larga scala, hanno incidenze tumorali nettamente inferiori rispetto ad altre categorie di popolazione. Se ben comprendo il senso della tua domanda, essa aveva una risposta implicita ed era che tra intensità agricola industrializzata e tumori ci fosse una correlazione positiva. Ebbene se questa ci fosse non ti sembra che gli agricoltori dovrebbero essere i più colpiti? Invece non lo sono. Agricoltura Biologica e agricoltura convenzionale condotta con metodi moderni più ecocompatibili (ti faccio notare che i metodi erano molto meno ecocompatibili 60 o 70 anni fa)sono metodi perfettamente equivalenti da un punto di vista dell'attentato alla salute, cioè in ambedue i casi non l'attentano.

    Veniamo a "cosa pensa del film resistenza naturale?"
    La resistenza esiste, ma primo o dopo è aggirata, cioè non vi nulla di perenne in natura. I parassiti mica stanno con le mani in mano se non non possono entrare in un ospite, come l'ospite non sta con le mani in mano se un parassita è entrato in lui. E' una legge naturale perchè la competizione è insita nella natura.
    Tutti parlano di "rivoluzione verde" solo in negativo, ma sbagliano. Certo la rivoluzione verde ha avuto anche una deriva negativa, cioè la produzione è stata spinta da eccessive concimazioni e da esagerati trattamenti con fitofarmaci, ma questo è durato il tempo di accorgersi che i costi non valevano la candela e quindi a noi che facevamo miglioramento genetico è stato chiesto di creare varietà più resistenti ai parassiti più virulenti e questo lavoro è stato fatto. Sai quante volte è cambiato l'oidio del frumento in questi 30 anni? Ben 10 volte e per ben dieci volte abbiamo creato varietà nuove. Sarà una continua rincorsa, solo che nel frumento da un anno all'altro si può dire di cambiare varietà coltivata.
    Tu che coltivi una vigna seppure per hobby sai quante volte è cambiata la peronospora che colpisce la vite? Almeno una quindicina di volte, solo che ad un vignaiolo non si può dire cava le tue viti e piante queste che sono resistenti ed allora in funzione del cambiamento del fungo abbiamo cambiato i prodotti di trattamento. Il biologico è rimasto al rame invece per una fantastica naturalità. Ebbene lo sai che se vuoi difendere una vigna con il rame oggi devi fare il doppio o il triplo dei trattamenti rispetto ai prodotti di ultima generazione? Ti faccio presente che il rame è un metallo pesante ad accumulo e non è certo un elisir di lunga vita.

    Non mi inoltro nel discorso delle varietà antiche rustiche rispetto alle varietà moderne delicate perchè dovrei sciorinare concetti di genetica delle popolazioni e di fitopatologia che porterebbe via molto tempo. NON ABBIAMO MAI MANGIATO COSI' SANO COME ADESSO, CONVINCETEVENE E NON FATEVI PRENDERE DAL PANICO FUORI LUOGO.

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