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lunedì 17 agosto 2015

Uso dell’ingegneria genetica, perdita di biodiversità, distruzione della natura… sono veramente atti ascrivibili al solo uomo moderno?

di Alberto Guidorzi






Vogliamo qui analizzare quanto è successo finché il miglioramento genetico fatto dall’uomo è stato un atto incosciente e solo utilitaristico. Vale a dire quando per l’opinione pubblica odierna l’uomo viveva nel “paradiso terrestre” della naturalità e a parere di molti nell’immobilità della stessa. Per fare ciò abbracciamo un lasso di tempo di circa 10 millenni, meno un relativamente piccolissimo secolo, cioè il XX, quando il miglioramento vegetale si è fatto cosciente e supportato da evidenze scientifiche. Tentiamo cioè di analizzare la domesticazione delle piante coltivate nell’intento di mostrare come il pensare attuale sia la diretta conseguenza dell’ignoranza del percorso fatto dall’uomo antico escludendo, quindi, tutte le pastoie di un ecologismo solo ideologico.

Finché l’uomo primitivo visse da nomade le popolazioni vegetali che lo contornavano non furono influenzate dal suo agire; i semi che sfuggivano alla raccolta che ne faceva per sfamarsi cadevano nel terreno e servivano per generare un altro ciclo riproduttivo. La selezione naturale che si era susseguita molto prima della comparsa dell’uomo e fino al periodo considerato, aveva favorito le piante che presentavano meccanismi atti alla conservazione della specie (sgranatura spontanea, meccanismo di dispersione dei semi, semi protetti, semi dormienti e scalarità di maturazione sulla pianta). Altro aspetto favorito fu l’accestimento per le graminacee monocotiledoni e la ramificazione del fusto nelle dicotiledoni con in più una crescita indeterminata di quest’ultimo.

Quando l’uomo divenne agricoltore, e dunque smise di vagare continuamente alla ricerca di cibo e destinò una parte dei semi raccolti alla semina nell’anno successivo, la selezione naturale continuò ancora, ma in condizioni ecologiche diverse da quando interveniva sullo stato selvatico. Infatti, su questa si inserì la “manipolazione umana”; termine qui usato nel senso letterale e privo di qualsiasi valenza negativa. Infatti l’operazione di raccolta mal si accordava con la dispersione naturale dei semi e con la scalarità di maturazione, più specificamente l’uomo comprese che la sgranatura spontanea gli faceva perdere parte del raccolto e una raccolta scalare esponeva il suo cibo ai pericoli climatici e parassitari. E’ normale quindi che abbia cominciato a fare scelte precise volte a seminare solo i semi provenienti da piante meno soggette a sgranatura spontanea e che presentavano una sufficiente uniformità di maturazione. L’uomo agricoltore divenne giocoforza un tecnologo cominciò a guardare anche alla qualità (gusto dei semi, o degli impasti che faceva con la sfarinatura ed anche la fermentescibilità che dimostravano questi impasti).

L’uomo si trasformò, dunque, anche in selezionatore e con il susseguirsi dei cicli di semina e raccolto accumulò tutte le mutazioni che insorsero e che gli parvero interessanti da conservare tramite le sementi che man mano utilizzava; che sono poi le stesse modifiche che ancora oggi l’uomo sceglie, provoca e crea con le sue mani, solo che oggi tale attività è dai più ritenuta una manipolazione con valenza negativa. Il risultato nel tempo di questa forma di selezione è stata una modifica della morfologia e della fisiologia delle piante con una preferenza verso la dominanza apicale del fusto. Ah come è falso oggi blandire le persone con l’immagine di un natura immutabile e alleata dell’uomo.

foto 1


foto 2
Ci piace qui portare l’esempio del granoturco frutto della selezione di popolazioni che, quando vi siamo venuti in contatto, abbiamo erroneamente considerato “selvagge” ed al limite “semiumane”. Sono bastate quattro o cinque mutazioni ad effetto forte e che l’uomo ha selezionato perché si sia potuto passare dalla pianta selvatica teosinte, al mais da noi coltivato. I geni o gruppi di geni mutati sono stati: il gene “tb1” (tb= teosinte branched) che ha trasformato il teosinte da pianta cespugliosa a pianta con un solo fusto (foto 1); il gene “tga1” (tga=teosinte glume architecture) che ha fatto si che il seme divenisse nudo e non più vestito; il gene                                     “Ab” che impedì la disarticolazione della spiga; infine il gene “Tr” che fece passare la spiga con due sole file di semi in quella plurifila (una spiga odierna contiene 300/400 semi quando invece il teosinte al massimo ne possedeva 10).
Queste modifiche non hanno più la valenza di un’ipotesi, ma di vera e propria realtà storica in quanto gli scavi archeologici ci mostrano che la spiga del teosinte è evoluta dai 2/3 cm di 7000 anni fa, ai 7 cm di 2000 anni dopo, ai 10 cm all’inizio dell’era cristiana e fino ai 30 cm odierni (foto 2).

Nel caso del sorgo e del miglio, altre due piante selezionate dai “selvaggi” dell’Africa, si è scelto di non avere piante a cespo e di favorire la grossa taglia dell’infiorescenza. Del frumento e gli altri cereali a paglia abbiamo già detto che si è selezionata l’omogeneità di maturazione (accestimento limitato e circoscritto ad un determinato periodo al fine di favorire uno sviluppo sincrono della spiga principale e dei “figli”. Nel girasole, selezionata dai “selvaggi” del Nord America, si cercò un capolino sempre più grande su un solo stelo in luogo di tante ramificazioni con molti piccoli capolini. Nei legumi la selezione ha favorito l’indeiscenza del baccello. In tutte queste piante e dov’era possibile si è favorita la grossezza dei semi. 

Questo è solo un piccolo repertorio di come la selezione naturale abbia agito e se si guarda bene sono modifiche con caratteristiche opposte a quelle delle popolazioni selvatiche, anzi le piante a causa delle scelte fatte dall’uomo si sono così tanto diversificate da quelle allo stato selvatico, al punto da dipendere totalmente dall’uomo per la loro sopravvivenza; se infatti si abbandonassero gli attuali mais o frumenti a se stessi in balia di una natura non certo benevola nei loro confronti gli stessi non sopravvivrebbero. Però noi ora usiamo la dizione “allo stato naturale” come fosse una situazione idilliaca per la conservazione delle specie. Se poi osserviamo le mutazioni prescelte da un punto di vista genetico, dobbiamo osservare che, anche in funzione degli effetti aleatori dell’ambiente, i caratteri selezionati sono caratterizzati da un forte effetto sul fenotipo, in quanto, come già detto, hanno modificato la morfologia e la fisiologia delle nuove piante. Se vi riflettiamo un momento e confrontiamo questa modifica con una semplice resistenza ad un erbicida o alla autodifesa indotta verso un tipo di parassita ci accorgiamo che la nostra attuale paura delle Piante Geneticamente Modificate è solo una fisima e un tabù nostrano che evidentemente i nostri antenati non si sono neppure sognati di coltivare. Certo l’evoluzione è stata lunga, mentre gli effetti odierni delle biotecnologie evolvono molto repentinamente; solo che questo nostro comportamento, a ben riflettere, sarebbe stato più comprensibile l’avessero avuto i nostri antenati e non noi che possiamo ripercorrere il “film” della nostra storia e constatare che non vi è nulla di nuovo sotto il sole e che tutto si è modificato. Ora chi nega che l’essenza del miglioramento genetico qui delineato è, seppure in senso lato, dell’ingegneria genetica a tutti gli effetti, è solo ignorante oppure in malafede.

In definitiva dunque l’evoluzione delle popolazioni delle piante coltivate è avvenuta a causa di una pressione selettiva naturale, inframmezzata dalla selezione operata dall’uomo nei tempi intercorrenti tra la semina e la raccolta; in particolare, laddove era permessa la fecondazione incrociata, con scambi di geni tra popolazioni selvatiche e popolazioni coltivate. E’ veramente fuorviante, per non dire che si mente sapendo di mentire, il parlare ora di “inquinamento genetico”quando un gene modificato rischia di fluire in piccolissima percentuale su altre piante coltivate che non hanno nessuna possibilità di sopravvivere, se lasciate a loro stesse, a maggior ragione quando non esiste più un parentale selvatico interfecondo. In aggiunta dobbiamo dire che nei cereali a fecondazione incrociata preminente ( piante allogame) come mais e miglio, l’addomesticamento ha condotto a organizzazioni genetiche particolari in quanto le mutazioni selezionate sono situate sullo stesso cromosoma e molto addossate tra loro al punto tale che si è assicurata una certa stabilità alla forma addomesticata malgrado le immissioni di geni delle forme selvatiche (Pernes,1983). Per contro nelle piante autogame, la stabilità dei geni o delle associazioni di geni selezionati durante la domesticazione è stata assicurata dall’autofecondazione preminente stessa.

Vogliamo anche vedere l’aspetto perdita di biodiversità che si rinfaccia all’agricoltura moderna? Noi conosciamo circa 250.000 specie vegetali, ma le specie a cui l’uomo ha dedicato il suo interesse sono molte meno: in totale non più di 350/400. Solo che se consideriamo quelle di grande coltura e le orticole scendiamo a 80 e se restringiamo il campo a quelle che ci danno da mangiare non ne contiamo che una quindicina: frumento, mais, riso,sorgo, miglio, orzo, fagiolo, arachide, soia, patata dolce, manioca, patata, a cui possiamo aggiungere (Harlan, 1975) le due piante saccarifere (bietola e canna da zucchero). La scelta di tali specie è stata arbitraria e totalmente opportunistica, nel senso che si sono domesticate solo quelle piante che presentavano una certa convenienza sia come facilità di addomesticamento che come presenza o comparsa di geni favorevoli per l’uomo. Se poi vogliamo essere ancora più precisi nel trovare le “colpe” possiamo dire che all’interno delle specie  si è verificato un ulteriore restringimento della base genetica dovuto al fatto che lo scambio delle sementi è vecchio come l’uomo agricoltore, nel senso che chi voleva migliorare la sua produzione chiedeva il seme a chi dimostrava di produrre stabilmente di più, riducendo così via via la variabilità genetica delle piante coltivate. Un capitolare di Carlo Magno nell’IX sec. raccomandava lo scambio delle sementi. Quindi il tanto vituperato tracollo della biodiversità nel coltivato è anche il frutto di una atavica scelta degli agricoltori e i primordi dell’industria sementiera li ritroviamo  proprio da questi agricoltori provetti che ad un certo punto rifiutarono il baratto di merce contro merce ma pretesero di vendere la loro produzione “uso seme”. Pertanto se a quel tempo non poteva esistere una Monsanto multinazionale, cominciarono ad esistere tante “Monsanto territoriali”, fermo restando che l’agricoltore è libero, allora come oggi, di riseminare la sua produzione di semi.


Ecco, quando oggi sentiamo incolpare i genetisti biotecnologici di fabbricare piante contrarie all’ordine naturale e soprattutto di essere quelli che distruggono la biodiversità occorre mettere di fronte questi accusatori alla realtà storica  e mostrare loro che il maggiore scarto è avvenuto all’epoca della domesticazione, e dunque se proprio ce la vogliono prendere con qualcuno lo si deve fare nei confronti dei nostri avi preistorici e storici. Se poi vogliamo fornire dati quantitativi, si deve sapere che nel caso del mais i nostri avi hanno diminuito la biodiversità (intesa come diversità genetica) del 30%, mentre, per quanto riguarda il frumento la diminuzione si attesta sull’80% rispetto a certe specie ancestrali. Non va peraltro scordato che tale risultato è frutto dell’eliminazione dei geni sfavorevoli alle esigenze dell’uomo e del mantenimento di mutazioni che la selezione naturale sicuramente avrebbe eliminato, cosa questa che è continuata fino ai nostri giorni e dei cui frutti godiamo tutti noi (denigratori inclusi); è sufficiente citare i geni del nanismo introdotti nel sorgo e nei cereali a paglia (oggi i frumenti sono alti 90 cm contro i 130 cm di un senatore Cappelli, e dunque assai meno esposti ai rischi di allettamento), oppure il gene della monogermia nella bietola da zucchero che l’ha salvata dalla sparizione, l’aumento delle proteine nei frumenti e la migliore pianificabilità (altro che il pane fatto con frumenti con 8/9% di proteine) o ancora la migliore salubrità degli oli di colza e la rivoluzione fenotipica apportata nelle varietà di pisello con l’introduzione del gene “afila”, con fogliosità ridotta a vantaggio di una maggior presenza di cirri.  Mi rendo conto che tutto questo afferisce all’invasività della nostra specie ed alla sua tendenza ad imitare i meccanismi osservati in natura migliorandoli. Tuttavia senza questo peculiare atteggiamento culturale che caratterizza l’uomo fin dalle sue origini, oggi non saremmo certo qui a discutere.   



Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureto in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza.  Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez  come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente   ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

2 commenti:

  1. LIVING ECONOMY: shift culturale capace di salvare la biodiversita e sviluppare una eco-economia: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=64798

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  2. Ah se l'uomo riuscisse a rinsavire fino a quel punto! Solo che che nella storia che conosciamo non lo è mai stato tanto saggio, anzi vi è stato uno che 2000 anni fa, dall'alto della sua divinità, per me che ci credo, ha detto le stesse identiche cose ma l'hanno appeso inchiodandolo ad una Croce.

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