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giovedì 10 settembre 2015

L’evoluzione dell’agricoltura italiana: la trasmissione del patrimonio di valori ambientali, etici sociali punto di forza per la ricostruzione di un modello di sviluppo

di Alessandro Cantarelli


1ª parte
“L’evoluzione dell’agricoltura italiana”

Primi anni del secolo scorso, la figura coglie la viva comunità di uomini ed animali che caratterizzava la cascina lombarda. L’idea del lavoro duro, della vita difficile da cui riscattarsi, è la prima percezione che si ha dell’agricoltura di quel periodo storico. Da Cantù E. (a cura di), op.cit.

 Giovedì 18 giugno a Milano presso l’auditorium di Palazzo Italia ad EXPO 2015, in occasione della seconda giornata “CIA in EXPO” della Confederazione Italiana Agricoltori, ho avuto l’opportunità di esporre alcune riflessioni sull’evoluzione del nostro settore primario. 
Ho parlato su invito dell’Istituto “Alcide Cervi”-Biblioteca archivio “Emilio Sereni” di Gattatico (Re), istituzione che proseguendo nel solco della tradizione sereniana, ha tra i propri scopi lo studio dell’evoluzione agricola e del paesaggio agrario. Sull’argomento in oggetto–di per sé molto ampio-, si erano confrontati negli ultimi anni diversi ed autorevoli esperti nelle Scienze Agrarie presso la biblioteca “Antonio Bizzozero” di Parma, incontri patrocinati dal Comitato per Expo 2015 ed ai quali avevo fornito mio contributo 1 .

Altrettanto utili occasioni di confronto, furono rispettivamente il convegno intitolato “ Le Scienze agrarie tra OGM e agricolture alternative” che ebbe luogo a Firenze nel 2013 2, così come quello tenuto nel novembre 2014 presso l’Accademia Nazionale delle Scienze, Lettere ed Arti di Modena sul contributo della nuova agricoltura in tema di cibo, ambiente ed energia (maggiori ragguagli possono trovarsi consultando Agrarian Sciences). Sulla scorta di quanto emerso, ho provato allora a delineare il mio intervento milanese, nella consapevolezza che la trattazione nei tempi stabiliti, determinava necessariamente la scelta solo di alcuni argomenti, attorno ai quali provare a svolgere alcuni ragionamenti.
E’ stato individuato nel periodo che va dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, l’arco temporale utile alla trattazione. Un’Italia agricola che a fine Ottocento si presentava come il Paese delle “cento diverse agricolture” (ma ancora oggi il grado di eterogeneità è notevole, fig.1), a diverso grado di specializzazione/innovazione, in diversi casi con moduli produttivi assai arretrati rispetto alle altre nazioni europee 3.

Fig. 1. Bovini al pascolo in Gallura. L’attività di allevamento come quella di
coltivazione presenta in Italia situazioni assai diversificate. Foto A. Cantarelli

Sorgono in questo contesto storico i primi Comizi Agrari e successivamente le Cattedre Ambulanti di Agricoltura, ed è soprattutto grazie all’intervento di queste ultime se in diverse realtà provinciali, dopo l’atto fondativo della Federconsorzi avvenuto a Piacenza nel 1892, nascono i primi Consorzi agrari (quasi sempre i direttori delle Cattedre sono stati anche i primi direttori degli erigendi Consorzi agrari). I Consorzi rappresenteranno una formidabile leva di sviluppo per l’agricoltura italiana4
 , ma su questa epopea storica sarebbe opportuno svolgere un’intera trattazione a parte.
E’ stata quindi richiamata l’attenzione su tre figure di Patrioti che oltre all’avere assunto importanti incarichi politici, hanno anche apportato miglioramenti nel settore agricolo: mi riferisco –in ordine cronologico-, al marchese Cosimo Ridolfi già Presidente del Consiglio del Granducato di Toscana e nominato successivamente per meriti senatore del Regno, insigne agronomo di levatura europea.

A seguire il 1° e 2° Presidente del Consiglio d’Italia, ossia Camillo Benso conte di Cavour, il tenace sperimentatore di nuove tecniche agricole presso la propria tenuta di Leri, quindi il barone Bettino Ricasoli l’insigne Georgofilo perfezionatore presso la propria tenuta di Brolio, della formula del Chianti.
Personaggi politici che l’agricoltura la tenevano in debita considerazione innanzitutto perché la conoscevano molto bene e la studiavano, a differenza della classe dirigente (intesa nella più ampia accezione), dei decenni a cavallo tra il Novecento e gli anni Duemila, fino arrivare ai giorni nostri.
Naturalmente in oltre centocinquant’anni dalla proclamazione dell’Unità nazionale, va rilevato che il peso del settore agricolo sul totale degli occupati é drasticamente calato: Il settore agricolo sul totale dei lavoratori attivi occupa (dati dell’ultimo trimestre 2014) circa il 3,6% , mentre per paragone, si pensi che nel 1860 era di circa il 60%, nel 1951 era di circa il 43 % e nel 1981 attorno al 13% (dati ISTAT).
Questo fatto però, può spiegare solo in parte il perché, considerando ad es. gli ultimi tre decenni, il mondo politico al di là di circoscritti proclami elettorali abbia derubricato il settore primario dalle priorità della politica nazionale (agricoltura si vede che fa meno appeal di ambiente o cibo).
In parte si potrebbe rilevare, con un certo disincanto, che in quasi settant’anni di storia repubblicana, nessun governo sia mai caduto per le dimissioni del Ministro dell’Agricoltura…!
Anzi, nel 1993 si decise (unico Paese al mondo a seguito dell’esito di un referendum popolare, con circa una ventina di quesiti), di abolire “l’inutile” Ministero dell’Agricoltura e Foreste –MAF- (il ministero agricolo fu antesignano degli enti da abolire, argomento così di moda oggigiorno, ma a più di 20 anni di distanza si può ancora sostenere che fu un successo?), in realtà mai abolito ma più volte rinominato, col risultato di delegare alle Regioni e ad altri Ministeri diverse funzioni che gli erano proprie.
Sta di fatto che il magro risultato di questa come, per dirla col Prof. Scaramuzzi di altre “disattenzioni” 5
, è stato quello di avere da un lato una bilancia agroalimentare sempre più negativa, dall’altro un territorio sempre più dissestato idrogeologicamente (l’agricoltura non produce esclusivamente beni alimentari o fibre, ma è anche essenziale per la tenuta del fragile territorio italiano, come stanno purtroppo mostrando le sempre più frequenti cronache di ricorrenti alluvioni), oltre a considerazioni di carattere economico più generali, ma altrettanto importanti.
E’ allora francamente difficile riconoscere il valore di una “evoluzione” della politica agraria nazionale, piuttosto di una “involuzione” e, non a caso, tra i problemi ricorrenti delle nostre aziende spesso viene citato l’ eccesso di burocrazia.
Ma lasciando per un momento queste vicende, per tornare invece al tema centrale dell’EXPO “Nutrire il Pianeta”, mi è sembrato opportuno passare ad alcune immagini di quello che per diversi secoli è stato un glorioso simbolo dell’agricoltura padana (milanese, ma più in generale lombarda e piemontese soprattutto): la marcita lombarda (fig. 2).

 
Fig. 2. Sistemazione irrigua ad “ala doppia” nel milanese, con un prato a marcita. Foto Cantarelli
Introdotta nel XIII° secolo dai monaci Umiliati dell’Abbazia di Viboldone e successivamente diffusa dai monaci Cistercensi e Benedettini delle Abbazie di Chiaravalle e Morimondo, essa rappresentò l’esempio di un perfetto equilibrio idraulico ed agronomico, potendo contare da una parte sull’abbondante presenza delle acque di risorgiva (che alle temperature di 10-12 ° C consentivano una certa attività vegetativa anche durante l’inverno –la cosidetta irrigazione iemale-, con °T anche inferiori agli 0 °C), dall’altra su una fitta rete di rogge, canali, fossi e fossetti adacquatori e colatori funzionali a quel particolare tipo di praticoltura irrigua. Espressione dell’epoca del tutto fatto a mano, si consideri che fino ai primi anni del Novecento il rapporto uomo/ha coltivabili era di 1 a 3 (mentre un bergamino mungeva a mano 10-15 capi), contro l’1 a 40-50 nel caso di azienda con allevamento e l’1 a 70-80 nel caso di azienda in monocoltura “solo” cento anni dopo.
Dalla marcita si potevano ottenere fino a 8-10 tagli di foraggio all’anno (un vero prodigio per quei tempi!), consentendo in questo modo di aumentare il n° di capi allevabili e le produzioni ad essa correlate (carne, latte e formaggi, come quello grana). Il fondo agricolo che al proprio interno comprendeva il prato a marcita (nel 1950 erano censiti circa 25.000 ha, a fronte delle poche decine attuali), aveva il suo fulcro nella cascina, che in particolare nel tipo chiuso “a corte”, ha rappresentato l’espressione di un fenomeno socio-economico-produttivo senza eguali al mondo6.

Se da un lato le cascine rappresentavano “immensi depositi di fatiche “ (Carlo Cattaneo), dall’altro erano ognuna una comunità vitale di persone, suddivise per mansioni e quindi per categoria sociale (oltre naturalmente al padrone, in una breve rassegna non esaustiva si ricordino in sommario ordine gerarchico il fattore, l’affittuario, il cavallante, il bergamino, il camparo il bozzolone, lo strapazzone, l’avventizio, l’obbligato, ecc., in cascina ognuno con la propria famiglia). Il lavoro dalle cascine ha permesso lo sviluppo di un intero territorio e disegnato le campagne della pianura padana. Non è stata quindi una casualità se attorno alle cascine ed ai “grassi” prati lombardi, si siano create quelle condizioni che hanno portato alla edificazione (anche nel senso del mattone, n.d.a), di un’intera economia che attirava persone anche da fuori, con la nascita di nuovi mestieri ed inevitabilmente centri urbani sempre più grandi.

La forte competizione esercitata dagli altri settori produttivi per l’accaparramento delle risorse umane e materiali (ossia braccia e capitali), in particolare dal secondo dopoguerra, ha purtroppo determinato lo scardinamento dell’antica comunità cascinale, un patrimonio generato da relazioni vive (e con essa i costumi, le tradizioni ed il forte senso di identità, che dal “sistema-cascina” traevano origine). Quell’antica cultura che faceva del lavoro, della saggezza e dell’iniziativa i pilastri della convivenza tra gli uomini, quella che Carlo Cattaneo definiva incivilimento. La cascina era ed é la risultante dell’incontro fra l’uomo produttore, la terra ed il luogo. Nelle metropoli che sono cresciute e che hanno progressivamente fagocitato la campagna padana, si è diffuso un modello di vita urbana che ha teso a spersonalizzare e disumanizzare i singoli individui, acuendo forme di indifferenza nei riguardi della comunità che li circonda, quando non aperte manifestazioni di solitudine e desolazione7.

Il mondo agricolo quindi cambia; non c’é allora da meravigliarsi se gli stessi prati a marcita –che nella sistemazione ad “ala doppia” avevano trovata la loro massima espressione tecnica-, siano stati progressivamente rotti o abbandonati, a seguito di una serie di cause, che brevemente richiamate possono di seguito essere così riassunte: la scarsa predisposizione alla meccanizzazione colturale, l’ottenimento di unità foraggere ad un minore costo ed in maggiore quantità ad es. con gli insilati di mais, l’acqua presente in minore quantità e qualità (in particolare sul finire degli anni sessanta del secolo scorso, sono stati rilevati dalle analisi chimiche delle acque, diversi inquinanti che “bruciavano” il cotico erboso e/o avvelenavano il bestiame che si alimentava con quel foraggio).

E’ allora grazie alla tenacia di alcuni agricoltori, anche attraverso gli aiuti previsti nelle ultime programmazioni dei Piani di sviluppo Rurale (P.S.R)8, se alcuni bellissimi esempi di marcita si possono ancora osservare (in questo, gli effetti positivi di qualche politica ambientale, compresi i depuratori, ha sortito effetti positivi). I prati a marcita, oltre a rappresentare un importante riferimento storico-culturale e di identità territoriale, sono un tangibile esempio di come anche all’interno di una moderna azienda zootecnica possano ancora convivere orientamenti colturali diversificati (fig. 3).
 
Fig. 3. Robot di mungitura negli spazi dell’antica cascina lombarda, ancora contorniata da marcite.   
Contributi mirati dai P.S.R  per  strutture e dotazioni meccaniche, possono essere di grande aiuto 
per favorire l’ammodernamento delle imprese agricole ed il recupero dell’edilizia rurale. Foto Cantarelli

Prendendo per vero l’assunto secondo il quale “del vecchio si deve tenere solo ciò che vale”, in quest’ultimo caso la presenza del prato marcitoio, opportunemente valorizzato, può contribuire a tipicizzare maggiormente le produzioni aziendali ed aumentare il loro valore aggiunto, oltre all’esercitare un’importante rilevanza paesaggistico-ambientale, ancora meglio se posta all’interno di un comprensorio dove l’attività agricola possa venire valorizzata, dagli strumenti di programmazione territoriale e di salvaguardia comunitaria9.

Bibliografia essenziale consultata

  • 1Presso la biblioteca dedicata ad Antonio Bizzozero, insigne agronomo e cattedratico ambulante, a Parma nel periodo 2011-2014 si sono tenuti in successione temporale i seguenti convegni, aventi per oggetto la divulgazione delle più recenti acquisizioni nelle Scienze agrarie:
  • “I Georgofili a Parma. L’Accademia dei Georgofili e lo sviluppo delle Scienze agro-alimentari”;
  • “Viaggio attraverso un secolo di agricoltura parmense: da Bizzozero all’agricoltura moderna”, con presentazione del vol. VI° della “Storia delle Scienze Agrarie” di Antonio Saltini;
  • “Agricoltura sostenibile. Principi, sistemi e tecnologie applicate all’agricoltura produttiva per la salvaguardia dell’ambiente e la tutela climatica”; 
  • “Il Novecento: la sfida tra le conoscenze agronomiche e la crescita della popolazione del Globo”, presentazione del vol. VII° della “Storia delle Scienze Agrarie” di Antonio Saltini;
  • Presentazione del volume “Entomologia Applicata” di Aldo Pollini.

Le relazioni si possono trovare all’indirizzo:

  • 1http://www.biblioteche.comune.parma.it/civica/it-IT/Fondo-Biblioteca-Bizzozero.aspx
  • 2Le scienze agrarie tra ogm e agricolture alternative. Firenze 19/04/2013 http://www.agronomiperlaterra.it/cosa%20facciamo.html
  • 3Saltini A., Storia delle Scienze Agrarie, vol. VI°. Le derrate agricole al centro del confronto scientifico e mercantile tra le potenze industriali. Nuova Terra antica, Firenze, 2012, p. 242.
  • 4Saltini A., Istituzioni agrarie e progresso nelle campagne. Nasce a Piacenza il moto di rinnovamento nazionale. Edizioni Spazio Rurale, Viterbo, 2006.
  • 5Scaramuzzi F. Un grande errore: demolire l’agricoltura. Improvvide “disattenzioni” e un futuro sconvolgente. Prolusione per l’inaugurazione del 262° a.a. dell’Accademia dei Georgofili, Firenze, P.zzo Vecchio, 13/04/2015. http://www.georgofili.it/download/1536.pdf
  • 6Cantù E. (a cura di), La Società agraria di Lombarda, la storia, l’anima, l’evoluzione della Cascina. Società Agraria di Lombardia. Grafiche Eurostampa, Milano, 2013.
  • 7L’Italia della solitudine e della burocrazia. In Biagi E. (in collaborazione con Mazzetti L.), L’Italia del ‘900 (1964-1967), Rizzoli, Milano 2007, pp. 118-120;Una domenica a Cinisello Balsamo. In Biagi E., Ibidem (1972-1975), pp. 184-186 Brocchieri E., La vita nella Cascina cremonese. In Cantù E. (a cura di), op.cit, pp. 63-76;Cantù E., La vita e il lavoro nella Cascina all’inizio del XX secolo. Ibidem, pp. 77-94; Cervi Ciboldi E., La Cascina lombarda oggi. Ibidem, pp. 95-10Presicci F., Poche lire e un piatto di minestra. Ibidem, pp. 57-628 
  • 8Cantarelli A., 2014. I nuovi P.S.R rilanceranno l’agricoltura italiana? http://agrariansciences.blogspot.it/2014/10/i-nuovi-psr-rilanceranno-lagricoltura.html
  • 9Floridia F., La costruzione del territorio nel sud Milano: agricoltura, insediamento, paesaggio. In Bonini G., Visentin C. (a cura di), Paesaggi in trasformazione. Teorie e pratiche della ricerca a cinquant’anni dalla Storia del paesaggio agrario italiano di Emilio Sereni. Editrice compositori, Bologna, 2014, pp. 147-153.



Alessandro Cantarelli
Laureato in Scienze Agrarie presso la Facoltà di Agraria di Piacenza, con tesi in patologia vegetale. Dal febbraio 2005 lavora presso il Servizio Territoriale Agricoltura Caccia e Pesca di Parma (STACP), della Regione Emilia Romagna (ex Servizio Provinciale), dapprima come collaboratore esterno, successivamente come dipendente. E’ stato dipendente presso la Confederazione Italiana Agricoltori di Parma. Ha svolto diverse collaborazioni, in veste di tecnico, per alcuni Enti, Associazioni e nel ruolo di docente per la formazione professionale agricola. Iscritto all’Ordine dei dottori Agronomi e Forestali ed alla FIDAF parmensi.





1 commento:

  1. Ottimo lavoro dell' agronomo Cantarelli. Aspetto con curiosità le altre pubblicazioni.

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