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martedì 12 gennaio 2016

Agricoltura tradizionale e sicurezza alimentare


di Luigi Mariani


E’ l’agricoltura tradizionale e dei piccoli produttori che nutre il mondo?


Archivio  Fotografico  Ambientale - Antonio Gallo  " FAVELA'S PHOTO"


In sede di analisi del sistema agricolo globale e di modelli da adottare per garantire la sicurezza alimentare globale di qui al 2050, si sta affermando la moda di fare ricorso alle dicotomie seguenti:







  1. quella fra l’agricoltura dei piccoli produttori da un lato e quella delle aziende medio grandi dall’altro, che chiameremo di qui in avanti dicotomia piccolo-grande
  2. quella fra l’agricoltura tradizionale o contadina da un lato e quella tecnologicamente evoluta (o "agricoltura industriale") che chiameremo di qui in avanti dicotomia tradizionale-industriale.
L’approccio dicotomico “piccolo–grande” è illustrato in modo magistrale nell’enciclica Laudato Si ove si afferma che "…vi è una grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale, utilizzando una porzione ridotta del territorio e dell’acqua e producendo meno rifiuti, sia in piccoli appezzamenti agricoli e orti, sia nella caccia e nella raccolta di prodotti boschivi, sia nella pesca artigianale. Le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali."
L’approccio dicotomico “tradizionale-industriale” è invece utilizzato nel testo curato da P. P. Poggio e dal significativo titolo “ Le tre agricolture: contadina, industriale, ecologica. Nutrire il Pianeta, salvare la Terra” (Milano 2015) in cui il curatore scrive ad esempio che "la stessa FAO ci ricorda che più del 70% del cibo nel mondo è prodotto da 500 milioni di piccole imprese produttrici, in gran parte familiari. Questo significa che nutrire il pianeta in modo alternativo è possibile e che l'impatto dell'agricoltura industriale, che pure ha tolto dalla necessità la popolazione europea da decenni, è forse più ridotto di quanto siamo abituati a credere"1.
Come si nota dalle due citazioni suddette, una volta stabilita la dicotomia “piccolo-grande” o “tradizionale-industriale” la preoccupazione di coloro che l’hanno affermata è spesso quella di spingersi a stabilire che l’agricoltura tradizionale e/o dei piccoli produttori starebbero nutrendo la fetta più consistente dell’umanità, il che li porta inevitabilmente a delineare un modello per l’agricoltura del futuro basato su tali agricolture.
Un esempio paradigmatico in tal senso è offerto da un documento dell’ETC group (2014) in cui dopo aver adombrato lo spettro del “caos climatico” come elemento che obbligherebbe oggi a scelte ineludibili, si afferma che i piccoli produttori produrrebbero oggi il 70% del cibo con il 30% degli arativi. Il corollario a tale analisi è poi quello per cui l'agricoltura industriale esisterebbe solo in quanto funzionale al sistema capitalistico e alle multinazionali.
A mio avviso l’idea della superiorità dell’agricoltura tradizionale o dei piccoli produttori si basa sui seguenti preconcetti:

  1. che l'agricoltura familiare sia sinonimo di agricoltura tradizionale
  2. che le piccole aziende agricole offrano performance produttive elevatissime e siano dunque in grado di rappresentare un’alternativa praticabile rispetto all'agricoltura industriale.
In questa sede vedremo di analizzare questi due concetti cercando di arguire quanto di vero vi sia in essi. Tale analisi è a mio avviso importante in quanto proporre come modelli per il futuro l’agricoltura tradizionale e dei piccoli produttori rischia di pesare in modo considerevole nel dibatto sui modelli d'agricoltura da considerare per il breve e medio termine (prossimi 10-30 anni), ponendo in secondo piano il dibattito in merito alle esigenze di innovazione nei settori della genetica e delle agrotecniche, che sono rilevantissime se vogliamo cercare di mantenere nel tempo l’onda lunga della “rivoluzione verde” che ancor oggi ci sta aiutando a garantire sicurezza alimentare all’89% della popolazione mondiale, un dato questo che è evidenziato dalla FAO per il 2013 e che non era mai stato raggiunto in passato.

“Agricoltura familiare” come sinonimo di “agricoltura tradizionale”?
Nell'ultimo report della FAO (2014) sullo stato del cibo e dell’agricoltura, si scrive quanto segue: “Family farms tend to be smaller than non-family farms, and (as discussed in the following section) small farms in individual countries tend to have higher yields per hectare than larger farms. The share of food produced by family farms is therefore likely to be larger than 80 percent, although the exact share cannot be quantified". Ecco dunque quella che a mio avviso è la probabile origine di quel 70-80% di cui parla Poggio (2015) e di quella “grande varietà di sistemi alimentari agricoli e di piccola scala che continua a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale” di cui parla la Laudato si. 
Tuttavia mi pare necessario richiamare la definizione che la Fao offre di "agricoltura familiare": “Family farming includes all family-based agricultural activities, and it is linked to several areas of rural development. Family farming is a means of organizing agricultural, forestry, fisheries, pastoral and aquaculture production which is managed and operated by a family and predominantly reliant on family labour, including both women’s and men’s.” (http://www.fao.org/family-farming-2014/home/what-is-family-farming/en/) . Si noterà che da tale definizione nulla si evince circa il livello tecnologico impiegato, il livello d’impiego di capitali, l’intensità dell’impiego di manodopera, la dimensione aziendale, ecc. 
Quello di “agricoltura famigliare” è dunque un concetto talmente esteso da essere a mio avviso privo di qualsiasi “potere discriminante”. Al riguardo si pensi che la grande maggioranza delle aziende italiane sono aziende familiari e a queste afferiscono sia grandi aziende che operano per il mercato e con estensione di decine o centinaia di ettari sia aziende minuscole e votate all'autoconsumo. Basta sfogliare ad esempio il testo "La nuova stalla da latte" di Roberto Bartolini (Edagricole, 2013) per cogliere svariati esempi di imprese familiari che nulla hanno a che vedere con l'azienda contadina tradizionale. Fra questi segnaliamo a pagina 77 l'azienda familiare di Angelo e Massimo Soldi di Carpiano (MI), con 280 vacche frisone in lattazione (che dovrebbero in un prossimo futuro passare a 400) e 230 ettari di terreno di cui 100 a riso, 50 a mais, 40 a loiessa + mais e 40 a prato.

Pertanto appare a mo avviso arbitrario stabilire identità del tipo “famigliare-tradizionale” o “familiare-piccola azienda”.



Figura 1 – Dimensione media delle aziende agrarie in alcuni paesi del mondo (Bayer, 2015).

Le piccole aziende sono capaci di grandi performance produttive?


Con il termine di piccole aziende ci si riferisce di norma ad aziende con superfici inferiori a 2 ettari (Kadapatti e Bagalkoti, 2014). 
Il peso delle piccole aziende sull’agricoltura mondiale è evidenziato sia dalla figura 1 che illustra la dimensione aziendale media per alcuni Stati sia da statistiche recenti secondo cui le piccole aziende costituiscono l’85% del numero totale di aziende agrarie del mondo e la maggior parte di esse è situata in Asia (87%), seguita dall’Africa (8%) e dall’Europa (4%). In Asia, al primo posto è la Cina, che vanta la metà delle piccole aziende agricole del mondo e che è seguita dall’India (Kadapatti e Bagalkoti, 2014). 
Inoltre le tendenze globali indicano un calo delle piccole aziende agricole nei Paesi Sviluppati, mentre un aumento si registra nei Paesi in Via di Sviluppo – PVS (Kadapatti e Bagalkoti, 2014). 
Sul piano produttivo è interessante osservare che nelle agricolture evolute proprie dei paesi sviluppati sussiste una relazione diretta (Direct relationship - DR) fra dimensione aziendale e produttività unitaria ettariale (t/ha) mentre nei PVS sussiste una relazione inversa (inverse relation – IR) (Lipton, 2009), l che evidenza per i PVS un’efficienza produttiva delle piccole aziende superiore rispetto a quella delle aziende medio-grandi.
Ma da cosa deriva l’IR? Secondo Lipton (2009) il fenomeno si spiegherebbe soprattutto con la sovrabbondanza di forza lavoro esistente nei paesi in via di sviluppo, per cui i piccoli produttori possono garantire alle loro colture più lavoro e dunque più attenzione alla singola pianta. Si tratterebbe in sostanza di un fenomeno analogo a quello ben noto agli agronomi per cui la produttività ottenuta in parcelle sperimentali è sensibilmente superiore a quella di pieno campo e che peraltro in occidente si tende ad estendere alle realtà aziendali adottando i dettami dell’agricoltura di precisione (Mariani, 2014).
Ma vediamo di dettagliare meglio l’IR in base a quanto emerge dalla bibliografia:

  1. si tratta di un fenomeno assai disomogeneo a livello mondiale, per cui ad esempio se prendiamo due Paesi con struttura fondiaria oltremodo frammentata (Cina e India, con dimensione media aziendale rispettivamente di 0.6 e 1.4 ettari) le statistiche lo evidenziano per l’India ma non per la Cina (Wnag et al., 2015). Peraltro la mancata evidenza dell’IR in Cina potrebbe indicare che il boom economico cinese sta sottraendo manodopera all’agricoltura, portando la Cina stessa dallo stato di IR a quello di DR proprio dei paesi ad agricoltura evoluta
  2. da notare inoltre che la relazione fra dimensione aziendale e produttività è molto variabile sia fra uno stato e l’alto sia all’interno dello stesso stato fra regioni diverse e fra una specie coltivata e l’altra, per cui a livello globale è impossibile stabilire una relazione univoca fra superficie aziendale e produttività.
  3. il fatto che il fenomeno del IR si verifichi soprattutto in agricolture caratterizzate da produttività molto bassa fa si che, qualora lo si esportasse nei paesi evoluti, il risultato sarebbe del tutto negativo e ridurrebbe sensibilmente la capacità di produrre derrate con gravi ripercussioni sula sicurezza alimentare globale1In altri termini è del tutto improponibile ipotizzare che espropriando tutte le aziende agrarie medio-grandi dei paesi avanzati e ripartendole in piccoli lotti da assegnare a piccoli produttori si risolverebbe in modo brillate il problema della sicurezza alimentare globale, anche perché questi piccoli agricoltori non potrebbero in alcun modo sopravvivere con il reddito ricavato da così modeste superfici. Una tale lezione ci viene peraltro dalla riforma agraria italiana degli anni ’50, in cui ogni agricoltore ricevette pochi ettari che nel giro di 1-2 generazioni vennero per lo più abbandonati o ceduti poiché i proprietari non erano in grado di ricavarne un reddito sufficiente
  4. Non deve sfuggire che quella dei piccoli produttori nei PVS è una condizione spesso oltremodo negativa, ai limiti della piaga sociale, legata al fatto che il prodotto ottenuto è del tutto insufficiente a garantire un reddito sufficiente per condizioni di vita dignitose. In tale contesto, che è del tutto analogo a quello dell’agricoltura italiana di montagna degli anni ’50, i piccoli produttori persistono nel loro sforzo (che si traduce nell’IR) perche privi di reali alternative in termini di occasioni di lavoro (Richa, 2015).

In sintesi dunque le piccole aziende manifestano performance superiori a quelle delle aziende medio-grandi ma si tratta di un fenomeno peculiare del PVS e che tende a rientrare con il progredire di tali paesi, per cui non è utile considerarlo come un paradigma estendibile a livello globale come ricetta per garantire sicurezza alimentare. 
Un ulteriore dettaglio rispetto al peso dei piccoli produttori a livello globale ci è offerto dallo statistical annex 111 di pag. 131 dell’ultimo report della FAO (2014), nel quale sono presenti alcuni dati utili e relativi al numero di aziende agrarie afferenti a classi crescenti di superficie e alla superficie coltivata da ogni classe.
Da tali dati (che per comodità del lettore riporto in tabella 1) si ricava che le aziende con superficie inferiore a 2 ettari coltivano l’8% della superficie agraria mondiale e la detengono soprattutto nei paesi ad agricoltura più arretrata, ove la produttività è bassa e dunque anche un effetto IR non è in grado in ogni caso di portare le piccole aziende a produttività superiori a quella medie del paesi ad agricoltura evoluta.

Tabella 1 – Aziende agrarie per classi di ampiezza e relativo contributo
al numero e alla superficie totale (FAO, 2014).

Deduzioni operative

Penso che per far uscire il dibattito sul futuro dell'agricoltura dalle sabbie mobili dell’"agricoltura tradizionale" e dell’”agricoltura dei piccoli produttori” sarebbe necessario fondarlo su dati validi che esprimano per i diversi sistemi agricoli la produttività unitaria (t/ha) in funzione delle dimensioni aziendali. Tali dati consentirebbero di leggere l’efficienza dei diversi sistemi produttivi evidenziando altresì le necessità di innovazione tecnologica e di aggregazione ovvero di scorporo al fine di pervenire ad aziende di dimensioni idonee a essere competitive sul mercato e a garantire al contempo un reddito dignitoso. Purtroppo questo è oggi nella gran parte dei casi impedito dalla qualità spesso scadente delle statistiche agrarie.
E’ utile a questo punto riprendere le affermazioni da cui siamo partiti per affermare che alla luce delle argomentazioni prodotte:
 
  • è infondata l’affermazione espressa dalla “Laudato Si” circa i sistemi agricoli di piccola scala che continuano a nutrire la maggior parte della popolazione mondiale. Ciò in quanto i piccoli produttori, che secondo FAO detengono l’8% delle terre, non paiono in condizione di coprire il grosso della domanda mondiale di cibo
  • è altresì infondata l’affermazione espressa dalla “Laudato Si” secondo cui le economie di scala, specialmente nel settore agricolo, finiscono per costringere i piccoli agricoltori a vendere le loro terre o ad abbandonare le loro coltivazioni tradizionali. Ciò in quanto le economie di scala, ove praticabili, sarebbero un ottimo modo per sollevare i piccoli produttori dalle condizioni di indigenza in cui oggi versano
  • è infondata l’affermazione espressa da Poggio (2015) secondo cui l’agricoltura tradizionale coprirebbe oltre il 70% delle esigenze alimentari globali in quanto non è in sostanza dimostrabile. Ciò perché il concetto di “agricoltura tradizionale” è troppo vago ed in ogni caso non assimilabile a quello di “agricoltura familiare” come arbitrariamente viene fatto da Poggio.
Ritengo inoltre grave l’attardarsi in un dibattito sul “piccolo è bello” o sul “tradizionale è bello” anche perché l’unica conclusione possibile di un tale dibattito sarebbe un “dipende” (dalla disponibilità di capitale e di manodopera, dalla propensione ad innovare, da quanto il mercato apprezzi il tradizionale e sia disposta o pagare di più per averlo, ecc. ecc.).
Ritengo altresì che tali dibattiti di retroguardia evidenzino una precisa responsabilità di Expo 2015, la quale nulla ha fatto per fare chiarezza su tali questioni.
In particolare mi pare utile riaffermare che nei casi più estremi di frammentazione che si colgono dalla figura 1 sarebbe auspicabile l’adozione di politiche di stimolo all’aggregazione fondiaria accompagnate da iniezioni di capitali, di formazione e di assistenza tecnica a favore delle aziende accorpate. Ciò allo scopo di rendere le nuove aziende competitive sul mercato e di garantire ai loro conduttori livelli di reddito sufficienti.
Al contrario ove si registrasse una dimensione fondiaria eccessiva e scarsamente produttiva (latifondo) e si registrasse altresì un surplus di forza lavoro non diversamente impiegabile potrebbe invece risultare conveniente ripartire il territorio con una riforma agraria.
Tali decisioni dovrebbero in ogni caso essere portate avanti con una visione il più possibile empirica e pragmatica, onde evitare le sciagure che in passato sono state troppo spesso connesse all’adozione di una visione rigidamente costruttivista che si è tradotta nella genesi di modelli astratti e che non reggono alla prova dei fatti. Le sciagure cui abbiamo assistito in Russia con lo stalinismo, in Cina con il maoismo e, più di recente, in Cambogia con l’ideologia di Pol Pot sono sotto i nostri occhi e ci invitano ed evitare nel modo più assoluto un idealismo svincolato dalla realtà. 

Concludo con un riferimento a casa nostra. Se infatti dai dati in figura 1 colpisce l'estrema frammentazione delle aziende agrarie che tocca il proprio apice in Cina e India, non è che l'Italia stia poi così meglio. Il nostro paese infatti soffre da tempo di dimensioni aziendali medie del tutto inadeguate (poco più di 7 ettari contro i 56 della Germania, i 24 della Spagna, i 64 del Brasile e i 170 degli Usa) e che si traducono in rilevanti problemi di competitività.
Ma, come dice la Coldiretti, la nostra è la patria delle "eccellenze" e dunque perché preoccuparci? Perché domandarci le ragioni del fatto che il 50% del frumento per la nostra pasta e il 35% dei mangimi per il nostro bestiame venga ormai dall’estero? Guardate ‘sto sole, guardate ‘sto mare, il mondo ci sorride!


1 In P. P. Poggio e altri: o. c. 2015, p. 10
2Tale concetto è espresso anche da Bellamare (2012) secondo il quale l’evidenza relativa alla più elevata produttività dei piccoli produttori dei PVS non giustifica in alcun modo l’idea che essi possano trovarsi in una posizione migliore per nutrire il mondo, e sostenere il contrario è pericoloso, in quanto insinua credenze gravemente sbagliate sulla sicurezza alimentare.

Bibliografia


Bayer, 2015. Small farms, big impact, (qui) (sito visitato il 28 dicembre 2015).

Bellemare M.F., 2012. The Inverse Farm Size–Productivity Relationship: “Proof” that Smallholders Can Feed the World? http://marcfbellemare.com/wordpress/7610 (sito visitato il 31 dicembre 2015)

Carletto C., Savastano S., Zezza A., 2013. act or artifact: The impact of measurement errors on the farm size–productivity relationship, Journal of Development Economics, 103 (2013) 254–261.

ETC Group, 2014. With climate chaos, who will feed us? The industrial food chain or the peasant food web? Action Group on Erosion, Technology and Concentration - http://www.etcgroup.org/sites/www.etcgroup.org/files/web_who_will_feed_us_with_notes_0.pdf(sito visitato il 31 dicembre 2015).
FAO, 2014. The State of Food and Agriculture, Roma, 161 pp., ( qui)(sito visitato il 31 dicembre 2015).
Kadapatti R.G. and Bagalkoti S.T., 2014. Small Farms and Agricultural Productivity - A Macro Analysis,International Journal of Social Science Studies, Vol. 2, No. 3; July 2014 ISSN 2324-8033 E-ISSN 2324-8041

Mariani L., 2014. Agronomia, Cusl, Milano, 344 pp.

Poggio P.P., 2015. Le tre agricolture: contadina, industriale, ecologica. Nutrire il Pianeta, salvare la Terra, Jaka book, Milano, 2015.
Wang etal 2015. Is small still beautiful? A comparative study of rice farm size and productivity in China and India



Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa,  condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente  di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo  e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.







1 commento:

  1. Alberto Guidorzi12 gennaio 2016 14:52

    Ma sono capaci coloro che hanno suggerito al Papa di scrivere quelle cose e chi si accanisce a scrivere cose destituite di fondamento a ragionare con i numeri?
    Nel periodo 1850/1900 potevamo annoverare i seguenti sistemi agricoli (SA) e produttività:
    1)SA manuale delle foreste e savane intertropicali
    # Produttività in equivalente cereale = 1 ha/lavoratore x 10 q/ha = 10 q/lavoratore
    SA manuale in coltura irrigua o risicoltura acquatica con i raccolto per anno
    # Produttività = 0,5/lav. x 20 q/ha = 10 q/lav.
    2)SA cerealicoli co incolto e con attrezzatura leggera (ATL)
    # Produttività = 3 ha/lav. x 6 q/ha = 18 q/lav
    SA manuale in coltura irrigua o risicoltura acquatica, 1 raccolto/anno con ATL
    # Produttività = 1 ha/lav. x 20 q/ha = 20 q/lav.
    3)SA con attrezzatura pesate (ATP) e incolto
    # Produzione = 5 ha/lav. x 6 q/ha = 30 q/lav.
    SA con sist. Irrigui o risicoltura acquatica, 2 raccolti/anno e ATP
    # Produzione = 1 ha/lav. x 2 raccolti x 20 q/lav = 40 q/lav.
    4)SA cerealicoli senza incolto e con ATP
    # Produzione = 5 ha/lav. x 10 q/ha = 50 q/lav
    5)SA cerealicoli senza incolto con trazione animale meccanizzata
    # Produzione 10 ha/lav x 10 q/ha = 100 q/lav

    Ora il traguardo della trazione animale meccanizzata che ha decuplicato la produttività/lavoratore rispetto alla coltivazione manuale, è attualmente ancora presente nel 15% delle aziende famigliari dell’area africana intertropicale, in meno del 20% in America latina e in meno del 30% in Estremo Oriente. Ciò significa che l’azienda famigliare a conduzione manuale non è riuscita a ricavare risorse per innovare per una percentuale che va dal 40% all’80% e quindi tutti questi hanno autoconsumato tutta la loro produzione se era in quantità sufficiente a sfamarli o hanno tirato la cinghia quando era insufficiente. Dove sta che l’azienda famigliare possa dar da mangiare al pianeta anche quando in questo vi saranno 9,5 miliardi nel 2050 e per almeno il 50% saranno inurbati, cioè non concorreranno alla coltivazione? Ho espressamente tralasciato il rapporto produttività/lavoratore della fine del XX sec. raggiunto dalle aziende agricole dei paesi sviluppati che è di 1 a 500 ( Produttività = 100 ha/lav x 50 q/ha = 5000 q/lav.)


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