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giovedì 7 gennaio 2016

Un caso di smog burocratico

di Luigi Mariani                                                                 


Con questo intervento vorrei anzitutto invitarvi alla lettura dell’articolo del professor Michele Alnis “Lo smog burocratico frena la semplificazione” pubblicato sul Corriere della Sera del 30 dicembre scorso e di cui trovate copia : (qui).
L’articolo mi pare oltremodo efficace in quanto mette il dito nella piaga dell’eccesso di norme che affligge da secoli il nostro povero paese (la prima legge sulla semplificazione burocratica, ci spiega Ainis, fu firmata da Bonomi nel 1921). Le norme, spesso prodotte sotto la spinta emotiva di fatti di cronaca che impressionano l’opinione pubblica, si sedimentano producendo un groviglio tanto inestricabile che di fonte ad esso nulla potrebbe neppure un Alessandro Magno, famoso per aver tagliato con la spada il famoso nodo di Gordio.


Dell’articolo di Ainis riporto per intero il capoverso che segue:
“Quanto all’inquinamento, lo smog burocratico è anche più velenoso di quello atmosferico. Servono interventi uniformi e coordinati, dicono i sindaci. È una parola. Perché sull’ambiente le competenze si segmentano fra almeno 4 ministeri (Ambiente, Salute, Interno, Agricoltura), 20 Regioni, 110 Province, oltre 8 mila Comuni, Camere di commercio, Asl. Per sovrapprezzo, una legge del 1994 istituì l’Agenzia nazionale per la protezione dell’ambiente. Quella legge esordiva con l’articolo 01, proseguiva con gli articoli 1-bis, 1-ter, 2, 2- bis, 2-ter, poi saltava all’articolo 5. Insomma dava i numeri, perciò nel 2008 un’altra legge generò l’Ispra, restituendo finalmente la massima chiarezza. Come informa il suo sito web, quest’ultimo istituto ha difatti il compito di coordinare le 21 Arpa-Appa che compongono il sistema.”
Cito questa analisi perché nel decalogo anti-inquinamento partorito per far fonte all’ondata emotiva generata dagli elevati livelli di polveri sottili presenti nell’aria delle aree urbane e dovute in primis agli impianti di riscaldamento (male necessario in quanto senza di essi la mortalità da freddo e malattie conseguenti esploderebbe) fa bella mostra di sé anche la “riduzione dell’impiego dei concimi azotati in agricoltura” (qui).


Mi piacerebbe tanto capire come sia potuta spuntare una tale idea. Per quanto ne so infatti i concimi azotati in agricoltura possono contribuire all'inquinamento dell'aria cedendo all'atmosfera ammoniaca e protossido d'azoto. Nello specifico:

  • l'ammoniaca viene liberata solo se i concimi non vengono interrati (il che si verifica direi solo con i liquami zootecnici distribuiti in superficie) perché altrimenti l’ammoniaca stessa viene immediatamente fissata sul complesso di scambio
  • il protossido d'azoto viene liberato in condizioni di anaerobiosi in coincidenza con i processi di denitrificazione.

In sostanza il primo problema si risolve dunque imponendo di interrare i liquami e il secondo evitando che i campi si allaghino.
Tutto ciò peraltro si riferisce all’ambito rurale per cui non mi pare c'entri con l'emergenza urbana di cui si sta discutendo e che è legata soprattutto agli elevati livelli delle polveri sottili. In tal senso limitare le concimazioni azotate mi pare la classica ventata di irrazionalità e di demagogia. Per gli agronomi infatti la concimazione azotata è da ottimizzare, non sic et simpliciter da limitare. Ciò perché se la limitazione si traducesse in una carenza azotata le conseguenze su qualità e quantità del prodotto sarebbero inevitabili (es.: grano duro con minori produzioni e con tenore in proteine inadeguato a produrre pasta di qualità).
Comunque tranquilli: il decalogo non è legge e poi il tempo atmosferico è cambiato e abbiamo di fronte a noi una lunga fase di instabilità atlantica, per cui fra poco l’attenzione sarà magari concentrata sull’eccesso di pioggia e di neve e sui disagi conseguenti e il decalogo resterà a mezz’aria, come le polveri sottili che si prefiggeva di combattere.




Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa,  condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente  di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo  e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.



7 commenti:

  1. Ottima riflessione che dovrebbe indurci ad un'analisi più critica e di merito alle abituali forzature che i MEDIA ci propongono tutti i giorni, senza una vera cognizione di causa.

    E così l'altra sera mi è capitato di sentire parte della trasmissione "bianco e nero" sulla Radio dove il Presidente Michele Emiliano ripeteva alla nausea che il Paese deve assolutamente maffrontare il "problema" dell'utilizzo del Carbone (per lui un demone da sconfiggere!), con interventi drastici su ILVA Taranto e su ENEL Cerano. Per cercare di motivare tale sua posizione, ha ripetutamente fatto riferimento alle incredibili forzature che continuamente emergono dal circuito dei "climalteranti", che con la loro visione preconcetta demonizzano la CO2 e straparlano di urgenze di iniziative che stanno causando danni economici notevolissimi, senza invece affrontare i veri grandi problemi che ancora assillano l'umanità, che sono: la FAME e le MISERE CONDIZIONI DI VITA che riguardano oltre un terzo dell'umanità, nei troppi Paesi sotto sviluppati del pianeta.

    Tornando a quanto suggerisce Emiliano, non è certo con la fuorviante conversione al Gas Naturale che si darebbe un contributo alla "logica" (climalterante) sottesa. Infatti, tale teoria non casualmente si basa SOLO sulle emissioni della fase "post-combustione", mentre nulla dice ed approfondisce (casualmente?) della fase "pre-combustione, pur trattando degli stessi elementi e molecole.

    Chissà perché?

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    1. nel merito (ILVA) la posizione del presidente pugliese è anche tecnicamente discutibile, visto che il carbone (o meglio il coke derivato) oltre che vettore energetico costituisce anche l'agente riducente del minerale.
      Certo si può produrre acciaio anche con altre tecnologie e altri riducenti e il metano è uno di questi, ma bisognerebbe anche specificare a quale prezzo

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    2. del resto, da uno che sta gestendo da par suo (e anche meno) la faccenda Xylella non è che puoi aspettarti grandi cose, e tantomeno in fatto di tecnica. Almeno si cercasse qualcuno competente che gli spiega: invece...

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  2. Non ho letto nel dettaglio il decalogo di cui l'autore dell'articolo parla. Ma il problema delle concimazioni azotate non riguarda l'inquinamento atmosferico. Si sa per certo che una concimazione azotata "esagerata" causa un'accumulo si nitrati che, mediante lisciviazione, finiscono dritti nelle falde acquifere (parliamo di casi così accentuati che la normale irrigazione può definirsi fertirrigazione).
    Ancora, negli ortaggi a foglia larga costituisce un altro problema, non da poco, l'eccesso di azoto che causa l'accumulo di nitrati nelle foglie (che costituiscono la parte di tali ortaggi che finisce sulle nostre tavole).
    Quindi direi che tutto sommato, porre dei limiti anche alle concimazioni azotate (purchè questi limiti non vengano fissati "ad capocchiam" xD) non è poi così una stupidaggine ;)

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    1. fermo il fatto che l'articolo fa giustamente notare una insensatezza normativa, i limiti alle concimazioni azotate esistono già e derivano dall'applicazione della c.d. "Direttiva nitrati" che sostanzialmente impone il non superamento dei quantitativi di bilancio colturale e, ad esempio nelle regioni zootecniche, anche piani di distribuzione dei reflui. Inoltre quasi tutte le misure dei psr prevedono, come azioni propedeutiche, l'adozione dei codici di buona pratica. Come dice giustamente il collega AG, basta fare correttamente il proprio mestiere, tenendo anche presente che la concimazione costa e solo i cattivi imprenditori non si curano dello spreco.

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  3. Alberto Guidorzi16 gennaio 2016 17:53

    Non si possono fissare dei limiti alla concimazione in quanto essendo una tecnica derivata da bisogni fisiologici in funzione di cosa si vuole ricavare da una coltivazione sarebbero sempre inapplicabili.
    Il problema si riduce a questo: esiste un buon modo di fare agricoltura che tra le altre cose prevede il dosaggio delle concimazioni azotate in funzione della fase vegetativa e del contenuto di azoto assimilabile del terreno, basta seguire queste regole e la produzione diviene ottimale facendo nel contempo agricoltura ecocompatibile. In caso contrario si fa cattiva agricoltura e basta.

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  4. Da agronomo non posso che convenire con quanti di voi hanno scritto che la concimazione va razionalizzata e non sic et simpliciter ridotta. Inoltre spaventa il contesto (quello di norme per prevenire l'inquinamento urbano) in cui tali istanze vengono paracadutate

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