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lunedì 29 febbraio 2016

Clima e mortalità: quali concause?

di Antonio Saltini


Caro Luigi,
leggo con immenso interesse il tuo rapporto sull'aumento della mortalità in Italia, che mi impone alcune, drammatiche domande, che ti trasmetto.
Tu supponi che tra le cause più verosimili del fenomeno debba includersi la progressiva eclissi dell'Italia dal novero dei paesi ricchi, con la drastica caduta dell’efficienza del (costosissimo) sistema sanitario nazionale, nel quale, in alcune regioni, la situazione pare, da notizie seppure incerte, già catastrofica.

Non menzioni, invece, quale eventualità, il peggioramento del regime alimentare: non conosco le statistiche, ma non è difficile percepire che è in costante crescita il numero delle famiglie che ricorre a forme di distribuzione sociale o caritativa di scatolette e biscotti prossimi alla scadenza, palesemente rinunciando ai più costosi acquisti al supermarket. Non esiste, per te, un nesso?
Il secondo quesito: esiste un trend internazionale in cui possa inserirsi l'accentuarsi della mortalità italiana, o siamo caso isolato? D'istinto (quindi senza dati a suffragio) suppongo che il caso italiano non possa essere l’eccezione infelice. Tu sai, anche se non sei d'accordo, che ho scritto, recentemente, che la popolazione mondiale sta raggiungendo un'entità superiore alla sostenibilità terrestre, e lo sottolineavo in contrapposizione al recente proclama papale che ribadiva l'antico pseudo-dogma che proclama che non esistano limiti alla moltiplicazioni degli uomini sullaTerra (Laudato si, un’enciclica profetica (al tempo di Pio IX), in Agrarian Sciences, 19 dicembre 2015).
Tutti sanno che l'eccessiva concentrazione di qualunque specie vivente in uno spazio contenuto altera progressivamente le condizioni vitali rendendo più ardua la sopravvivenza, quindi traducendosi in maggiore mortalità. Conosco il Messico: nell'arida valle di Tehuacàn (patria del mais) la famiglia contadina media conta 5-6 figli, la piovosità è scarsa e irregolare. Secondo la mia guida, un valente agronomo, in termini semplificativi negli anni di grande siccità il raccolto di mais è insufficiente alla tortilla quotidiana, e, mediamente, muore un bambino per famiglia.
Non ho mai compreso perché l’Italia non celebri, come supremo onore, che tra i sommi statisti che ne hanno governato le sorti possa annoverarsi un titano del pensiero politico di tutti i secoli. Autentico profeta, sarà venerato, dalle generazioni future, con la medesima dedizione che vantano Platone e Montequieu, Stalin e Mao Zedong. Autentico demiurgo, sarà celebrato come il profeta dello Stato di Mafia. Un uomo di cui è sempre stata nota la sodalità con gli astri della criminalità finanziaria internazionale, i vertici delle mafie italiche disseminate sul planisfero, di cui nei piani alti delle grandi banche si sussurra il nome del commercialista che ne avrebbe trasferito i legittimi proventi nei paradisi fiscali delle Antille, amico dei giudici che hanno assolto i “mammasantissima” palermitani rei di cento assassinii, dei cardinali che, dalle banche vaticane, avrebbero partecipato alle più indecenti speculazioni transnazionali (assegnando al Nostro la titolarità di un conto chiave nelle strategie mondiali). Un uomo di tale levatura da essere additato, da un Pontefice di prestigio planetario, quale esempio per tutti i governanti cristiani del Globo.  E’ vero che la stampa, solitamente indulgente con i propri padroni, lo ha sempre onorato, ma tanto, si sa, pretende il costume nazionale. E l’invito ad un cockteil-party in una delle regge del Nostro tacitava ogni remora di coscienza.
Ebbene, ai tempi gloriosi della Costituente il Grande partecipava, alla mattina, a affollate assemblee popolari sulla legalità repubblicana, l’universalità del diritto, il benessere collettivo, di notte studiava la prassi applicata dai superiori comandi americani per sottomettere un paese in cui tutti erano stati fascisti, ed erano pronti a convertirsi in filoamericani cantando l’inno nazionale “Francia o Spagna, purché se magna!” Il suo progetto: governare un paese di ex fascisti a stelle e strisce secondo i principi di gestione di un califfato ottomano, in cui il principe tutela, tramite pochi fedelissimi, i difficili equilibri tra cosche, sette e consorterie, provvedendo alla più rapida eliminazione dei pascià che rivelino eccessiva intraprendenza personale.
Gli Italiani, ex-fascisti filoamericani o filosovietici, hanno accettato con devozione la guida del grande Sceicco, assegnando alla Patria il ruolo glorioso di stella polare del futuro politico planetario. Cina, Brasile, Russia, India, Egitto, Etiopia sono, oggi, ferreamente controllati da grandi mafie, che tengono sontuosi congressi nazionali in cui tutto è già deciso dal Principe e dai suoi intimi, dove una “cupola” stabilisce l’eliminazione di politici e giornalisti di disturbo (cosa in Italia felicemente superflua, siccome per l’assunzione in un grande giornale è prescritto l’esame dell’orina, che deve dimostrare nel candidato l’equilibrio ormonale del perfetto lacché).
L’antico califfato di Palermo è tornato, felicemente, modello planetario.
Come sempre, siamo i primi. Il nostro Grande ha lasciato discepoli inestimabili (guardatevi una foto del Parlamento). La classe media, cancrena borghese, sta scomparendo. In India folle di contadini si suicidano non potendo pagare l’annualità all’usuraio, ma nessuno li conta: sono paria, non uomini. Quando vedremo, come a Mumbay, i morti di fame sul bordo della strada non dovremo meravigliarci. Avranno chiuso gli occhi, felici, ammirando l’ultimo palazzo dell’ultimo amico del Sultano demandato di trasmetterne gli ordini al Consiglio dei ministri. Saranno felici in pochi, ma saranno veramente felici. Gli altri, se si annoino, possono scomparire senza fare chiasso. Nessuno se ne curerà. Attendo le tue statistiche future. 

Antonio Saltini  Già docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. 
E' autore della Storia delle Scienze Agrarie, l’ultima edizione dell’opera, in sette volumi pubblicati tra il 2010 e il 2013, è ora proposta in lingua inglese "Agrarian Sciences in the West". Tale opera, per la ricchezza dei contenuti e dell'iconografia, costituisce un autentico unicum nel panorama editoriale mondiale, prestandosi in modo egregio a divulgare in tutto il mondo la storia del pensiero agronomico occidentale.

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