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venerdì 1 aprile 2016

Felix Pedro e il torrente perduto

 di Antonio Saltini

 

UN CERCATORE FANANESE TRA I GHIACCI DELLO YUKON
Negli anni Cinquanta un notaio di Pavullo, il centro maggiore dell’Appennino modenese, appassionato raccoglitore delle memorie delle migliaia di montanari che le brutali condizioni di miseria imposte dalla Destra liberal-massonica ai ceti contadini costrinsero a cercare un boccone, e a trovare la morte, o a tornare fisicamente debilitati, dalle miniere di carbone dell’intero Pianeta, reperì la notizia che un minatore di Trignano, una frazione di Fanano, Felice Pedroni, avrebbe individuato, nel 1902, il più ricco giacimento aurifero dell’Alaska. Raggiunta l’Alaska verificava che l’indomabile ricercatore tra rapide e tundre gelate era stato spogliato delle concessioni legalmente depositate da un sedicente amico belga, con la connivenza del giudice federale Wickershman, portaborse del vicepresidente di Theodore Roosevelt, che aveva carpito l’amicizia di Pedroni per registrare a proprio nome tutte le concessioni adiacenti al giacimento, e della moglie, una ex-prostituta irlandese, nella quale una pluralità di indizi induceva a identificare l’assassino del cercatore italiano.
Occultato il cadavere nell’indifferenza della città, e spedito, dalla moglie, in una sconfinata città mortuaria, in California, dove sarebbe stato, verosimilmente, impossibile reperirlo, l’illibato aspirante senatore avrebbe potuto costruire la propria fama come unico fondatore della città dell’oro e mirare, come tutti i grandi affaristi della Frontiera, al legittimo posto in Senato. La moltiplicazione, dalle prime indagini del notaio pavullese, di notizie sempre più precise ha condotto, negli anni recenti, alla contrapposizione di tesi in inequivocabile contrapposizione, tra le quali quella dell’assassinio da parte della prostituta irlandese e del giudice americano si impone sorretta da supporti logicamente cogenti.

Una vicenda drammatica che, a 106 anni dall’assassinio del cercatore fananese può essere assunta quale inno funebre all’eroismo, ai sacrifici, alle mille prevaricazioni che la classe di patrizi e borghesi che aveva unificato l’Italia fece pagare ai miserabili per i quali la stessa parola Italia era priva di qualunque significato, rea della mancata formazione del senso di patria in cui deve identificarsi la causa maggiore delle tragiche difficoltà tra le quali si contorce ancora oggi il Paese.



Agli estremi della terra due grovigli di misteri, connessi da un filo mille volte spezzato

 La febbre dell'oro, 1925. Diretto e interpretato da Charlie Chaplin
La storia che ho scelto di raccontare non costituisce un mistero, ma un duplice labirinto di misteri che si sviluppano a una distanza geografica di circa un terzo della circonferenza terrestre, e a quasi cento anni di distanza temporale. Seppure sia il labirinto più antico a sedurre per gli scenari straordinari, la tempra degli uomini che vi si incontrano e che vi si scontrano, le innumerabili circostanze drammatiche, il finale tragico, il secondo non è meno ricco di tensioni, di mutamenti repentini della scena, di scontri tra protagonisti e comparse, tanto da indurre l’impressione che non siano poche le analogie che avvicinano i protagonisti del secondo a quelli del primo. Apparentemente membri di umanità prive di ogni similarità i secondi non portano il Winchester sulla spalla e la Colt alla cintura, non sanno uccidere un orso e scuoiarlo per convertirlo nelle provviste della settimana, tremerebbero alla vista delle rapide che spumeggiano nei canyons che i primi affrontano su fragili zattere di betulle abbattute a magistrali colpi di scure, sono, però, come i primi, cercatori in una terra in cui non esistono indicazioni topografiche, le memorie riferite dai giornali locali si contraddicono quotidianamente, gli atti pubblici si disperdono ogni volta che, al crescere tumultuoso della città, l’ufficio si sposta in un edificio maggiore.
Se i primi sono stati cercatori d’oro tra paludi e torrenti dell’Alaska, i secondi sono cercatori di notizie, le notizie sulla vita di Felice Pedroni, il minatore di carbone che abbandona la miseria contadina dei monti del Frignano, accetta le mansioni più disumane nelle miniere del Michigan, dove un minatore italiano non vale un cent. più degli schiavi neri che, duemila chilometri più a sud, morivano come mosche nei campi di tabacco e cotone, che una differenza sola separa da uno schiavo africano: essendo bianco è considerato uomo libero, un uomo che se sopravvive al crollo delle gallerie di miniera, al freddo e alle cento malattie che si contraggono in un cunicolo, se la sua fibra e la sua tenacia gli consentono di abbandonare il carbone con una manciata di dollari, può, con quei dollari, aprire un negozio, noleggiare una lorry, entrare in società con il titolare di un piccolo emporio, vendere, acquistare, terminare la vita, se la sua resistenza non ha limiti, come proprietario di un lindo cottage circondato da meli e susini, raggiungere il villaggio su un bel cavallo, fare parte del consiglio comunale.
Se, a cento miglia dal centro abitato più prossimo, non era inusuale che un cercatore estraesse il revolver per dimostrare al competitore che il cumulo di ghiaia che luccicava di pagliuzze costituiva conquista sua, avvicina, a tanta distanza geografica e temporale, le due classi di uomini la competizione per la scoperta. Molti dei cercatori che si sono incontrati e scontrati nel secondo labirinto hanno sognato di reperire, nel cumulo di memorie informe come era stato quello della sabbia da setacciare, la chiave per scrivere un best-seller, la ricchezza che assicura una pellicola di successo, hanno collaborato nelle ricerche, il primo che ha intravveduto luccicare pagliuzze ha cercato di dirottare le ricerche dei concorrenti, la collaborazione si convertiva in subdola competizione, la notizia che avrebbe consentito di spiegare una serie di eventi veniva piegata a confutare le tesi altrui. Se i paletti di betulla collocati, al tempo di Felice, da un cercatore per delimitare la concessione che era deciso a consacrare sul registro del governo, venivano strappati e sostituiti da quelli di un concorrente, la competizione non è stata meno cruda tra i cercatori della seconda generazione, che se hanno prestato un contributo inestimabile a raccogliere le migliaia di notizie frammentarie sui giornalini locali di tre stati americani, piuttosto che cooperare per costruire, su quelle notizie, una storia organica, hanno cercato di creare, ciascuno, la propria storia, tale da confutare, se possibile, quella dei rivali. Alla radice di queste constatazioni identifichiamo una verità che costituisce la premessa della vicenda che mi dispongo a narrare: nel 1950, quarant’anni dopo la morte, Felice Pedroni, divenuto, nel 1888, con l’iscrizione in un registro anagrafico americano, Felix Pedro, era, in Alaska, un’ombra perduta tra i centomila uomini che per una stagione, due, tre, avevano affrontato il Grande Nord per fare ritorno ricchi, i privilegiati, rovinati, la moltitudine, ammalati per sempre e senza destino. Ombra perduta per gli abitanti della frazioncina in cui era nato, Trignano, del comune di cui era cittadino, Fanano, della provincia di Modena, che tra il crepuscolo dell’Ottocento e l’alba del Novecento aveva assistito all’abbandono della propria terra di decine di migliaia di emigranti, di cui nessuno aveva annotato la data di partenza, la direzione, le tappe della ricerca di un lavoro, la località in cui si fossero fissati, i tentativi, qualunque ne fosse stato l’esito, di avvicinare il giorno del ritorno. Ombra perduta per la società in cui era entrato e nella quale la tenacia gli aveva assicurato alcuni anni di successo, celebrato fino a quando era stato titolare di concessioni fruttuose, dimenticato appena le conseguenze delle fatiche tra torrenti ghiacciati e l’avidità di chi si appropriò delle sue conquiste avrebbero avuto ragione della sua fibra d’acciaio.  
A Fairbanks, dove, 1l 28 aprile 1903, era stato tra i protagonisti del grande banchetto per la fondazione della città, nel 1950 Felix Pedro non godeva di una fama maggiore di quella di cui godesse tra pascoli e boschi di Fanano. L’America ha consacrato i propri eroi, i campioni che, eliminando i selvaggi che vivevano su un intero continente, dimostrarono l’incomparabile superiorità della razza bianca, gli Astor, i Rockfeller, gli Stanford, i Ford che hanno dotato il proprio paese del più potente sistema finanziario della Terra, non ha mai pensato di iscrivere tra quegli eroi un immigrato italiano, portoghese, greco, entità umane appena superiori ai neri sbarcati, per secoli, dai legni della tratta, che avrebbero conquistato un ruolo sociale solo qualche lustro prima dei primi neri insediati al Senato o insigniti della divisa di colonnello o generale.  
Chi rifletta su questo rilievo comprende l’impossibilità di separare la storia di Felice Pedroni cercatore d’oro da quella degli appassionati divenuti cercatori delle sue vicende. Le scoperte, sempre frammentarie, dei secondi, si sarebbero, progressivamente, connesse, in una storia che suggeriva mille interrogativi senza fornire risposte, o suggerendo risposte parziali, e, spesso, contradittorie. I primi appassionati italiani entrati in contatto con i cultori locali di storia dell’Alaska avrebbero reperito una “storia” altrettanto lacunosa di quello sussistente in Italia, seppure nella città sussistessero mille fonti di notizie che, in 50 anni, nessuno aveva esplorato. Più che notizie indizi di notizia, che imponevano un’immane opera di indagine e classificazione tra cento articoletti di giornali locali, i resti di carte processuali in gran parte andate disperse (o volutamente distrutte), tra le migliaia di nomi dei viaggiatori imbarcati su navi e battelli, nei resti della contabilità di un emporio di attrezzi da miniera, in quando restava degli antichi registri delle concessioni aurifere. Per quanto frammentario, il materiale esisteva, ma Felice aveva contribuito a convertire in centro abitato un campo di minatori, non era mai stato iscritto tra i padri della nazione, era stato, quindi, dimenticato. La prova più eloquente? L’interesse verso il grande scopritore si accese, verosimilmente, in Alaska, come eco di quello fiorito nel Frignano. Quando si diffuse, sulle lontane sponde del Panaro e dello Yukon, il proposito di riportare “in patria” le spoglie del grande cercatore, gli appassionati italiani, alla ricerca da anni, disponevano del filo di Arianna, quelli di Fairbanks, ignari di ogni precedente, non ne avevano nessuno. Un notaio di Pavullo, impegnato da anni nell’indagine, si sarebbe diretto con sicurezza alla cassa che conteneva le spoglie, che in Alaska nessuno sapeva dove iniziare a ricercare. Usando le competenze professionali, il dottore pavullese avrebbe predisposto i documenti necessari, fatto firmare l’istanza a Ines Pedroni, una delle ultime nipoti: la cassa dell’uomo che aveva ricercato, con tenacia indomabile, la fortuna, l’aveva afferrata, ma che, appena sfiorata, la fortuna aveva crudelmente abbandonato veniva sbarcata a Genova il 17 ottobre 1972. 

Il notaio che scoprì lo scopritore d’oro  
La prova più eloquente che il “fondatore” di Fairbanks non era, per i propri “concittadini” che uno dei centomila avventurieri (o, a scelta, sventurati) che avevano cercato fortuna e ricchezza tra le ghiaie degli affluenti dello Yukon, è costituita dalla constatazione che l’uomo che iniziò a riconnettere il filo di pagliuzze luccicanti che restituirà a Felice Pedroni la fama di primo protagonista della ricerca dell’oro in Alaska è un notaio di Pavullo, Amato Cortelloni. Seppure si rivelerebbe, infatti, proposito inafferrabile definire, con ragionevole approssimazione, i rapporti tra gli appassionati che hanno contribuito a raccogliere il materiale che oggi possiamo considerare la “storia”, quanto si voglia costellata di misteri e contraddizioni, di Pedroni, quanti hanno partecipato alle indagini nei due scenari sono concordi nel riconoscere al notaio Cortelloni i titoli di precursore incontestabile delle indagini sul cercatore fananese. Appassionato di storia locale, Cortelloni avrebbe raccolto, si ignora da quale fonte, la notizia di un minatore fananese che avrebbe registrato, a Fairbanks, concessioni di ricchezza prodigiosa. Erano gli anni ’50, disponendo dei mezzi necessari, avrebbe visitato Fairbanks raccogliendo le prime notizie. Ribadisce i titoli di “fondatore dimenticato” l’unico testo scritto dopo ricerche condotte con padronanza metodologica che Cortelloni avrebbe reperito a Fairbanks, la tesi di laurea in geologia di Genevieve Alice Parker (The evolution of Placer Mining Methods) redatta nel 1929, non un volume, quindi, su Pedroni, un volume che lo menziona ripetutamente. Posteriormente al quale sul cercatore italiano nulla di rilevante sarebbe più stato pubblicato nella città che in un accesso di euforia lo aveva dichiarato il proprio “fondatore”. Le successive ricerche condotte da appassionati di Fairbanks non sarebbero, perciò, che frutto, anch’esse, dell’impulso del notaio pavullese.  
La passione di Cortelloni avrebbe contagiato, peraltro, qualche amatore di memorie locali anche nella patria di Pedroni. Seppure gli abitanti di Fanano, orgogliosi di due chiese, due monasteri più di un palazzetto con torre della piccola nobiltà dei cattani, i modesti nobili della montagna, non considerino gli abitanti di Trignano, la frazione natale di Felice, che pecorai e taglialegna, a Fanano il vento di Pavullo portava semi che si radicavano nella barberia di Turchi, l’unica della “città”, il cui titolare, fedele ad uno degli imperativi inviolabili della professione, era il primo acquirente, ogni settimana, della Domenica del Corriere, esigenza imprescindibile dei clienti in attesa. Attentissimo a reperire vicende che consentissero ai propri disegnatori, artefici indiscussi delle fortune del settimanale, copertine sensazionali, udita la storia del minatore fananese, il direttore affidava la vicenda ad uno dei più abili dei collaboratori, Lino Pellegrini, che, dal 1965 avrebbe ripreso periodicamente il tema. Ogni riga dei suoi articoli si sarebbe convertita, nella bottega di Turchi, in oggetto di accesi confronti dal primo taglio di capelli all’ultima barba. La passione del padre sarà ereditata dal figlio, Massimo, negli anni successivi tra i protagonisti che, tra collaborazione e gelosie, moltiplicheranno, progressivamente, le conoscenze sulla “storia” di Felice Pedroni impegnerà, dopo la finale translazione a Trignano, tra i fondatori del piccolo museo che lentamente raccoglie, accanto alla casa natale, scritti e oggetti che conservano la memoria dell’eroe del minuscolo borgo appenninico. Sul quale Massimo assicura si essere sulle tracce di nuovi, rivelatori documenti, che divulgherà il giorno dell’inaugurazione del piccolo museo, collocato in una scuola elementare costruita dal Regno d’Italia, autentico capolavoro della maestria degli scalpellini locali.  
Ho sottolineato che la passione di Cortelloni “rompe il ghiaccio”, la locuzione può essere accolta letteralmente, stratificato sulla salma di Felice tanto a Fanano quanto a Fairbanks. Oltre all’insussistenza, in Alaska, al tempo della prima visita di Cortelloni, di qualunque ricostruzione storica delle vicende del cercatore fananese, reputo si debba ribadire che la prova inequivocabile dell’oblio è costituita dalla rapidità con cui Cortelloni, che ha già appreso della “spedizione” della salma da Fairbanks alla California, ne identifica l’ubicazione, mentre l’impresa non viene, verosimilmente, neppure tentata dai rappresentanti di Fairbanks, ignari delle notizie sulla morte ed il suo seguito. Giunta a Genova, possiamo aggiungere, la cassa viene trasferita a Pavullo, dove il cadavere è sottoposto a un esame necroscopico che costituisce uno degli elementi più inquietanti dell’intera vicenda, quindi trasferita a Fanano, dove viene collocata in un loculo del cimitero urbano e dove, nel 2004, sarà eseguita una seconda necroscopia, i cui risultati saranno, palesemente, compromessi dalla manipolazione del cadavere in occasione della prima. Nel loculo di Fanano la salma sarebbe rimasta 43 anni, fino alla traslazione nel minuscolo camposanto di Trignano il 1° settembre 2015. Alle spese della traslazione transcontinentale e transoceanica provvide, con i propri risparmi, un emigrato rientrato dopo avere lavorato e guadagnato decorosamente, Severino Turchi di Trentino, una frazione di Fanano, che offrì il milione, allora cifra ingente, necessario all’impresa.  
La traslazione in Italia non accende rivalse: riconoscendo, implicitamente, la pluridecennale indifferenza della città, e inchinandosi al diritto dell’eroe del ghiaccio e delle rapide a riposare nella terra che custodisce i genitori e i loro avi, la municipalità di Fairbanks vorrà rendere una visita d’onore a chi è, ormai, riconosciuto universalmente come il fondatore della città. Il sindaco di Fanano, Alessandro Corsini, gestisce la circostanza con maestria, sulla tomba del figlio dell’Appennino che ha sfidato la furia dello Yukon si celebra solennemente, nel 2002, il gemellaggio delle due città.  
Cortelloni scompare nel 1978. A suggellarne i titoli di autentico scopritore di un grande esploratore dimenticato si può ribadire che, se all’inizio delle sue indagini nessuna biografia esisteva in Italia, nessuna ne avrebbe reperita, al proprio arrivo, nella seconda patria del minatore di Trignano: la prima, senza possibilità di equivoci, sarebbe stata la tesi di laurea presentata da Valeria Prat, dottoranda all’Università di Genova, nell’a.a. 1974-75, un testo nato dai lunghi colloqui con Cortelloni, il frutto inequivocabile, quindi, dell’appassionato impegno del notaio di Pavullo. Seppure l’interesse per il protagonista sia stato, successivamente, alquanto discontinua, la bibliografia si sarebbe progressivamente ampliata, sommando nuovi, preziosi, elementi di conoscenza, non di rado moltiplicando, insieme, i misteri probabilmente insolubili. 

Pastore, taglialegna, minatore  
Felice Pedroni nasce a Trignano il 16 aprile 1858, quinto figlio di Giuseppe Pedroni e Carolina Lolli. Non occorrono complesse analisi sociologiche ed economiche per descrivere l’ambiente in cui vive la famiglia. Chi scrive ha realizzato una paziente analisi dell’economia della montagna fananese prima del suo definitivo spopolamento, che si compirà negli anni Sessanta. Avendo reperito, nell’attigua valle di Ospitale, un consistente numero di antichi contadini disponibili a lunghe conversazioni, a Ospitale ha dedicato le proprie indagini, i cui risultati possono essere estrapolati, senza possibilità di equivoco, a quella di Trignano, da cui la separa il corso del Leo. Negli anni dell’infanzia di Felice la montagna di Fanano tocca l’apice di una crescita demografica del tutto sproporzionata alle risorse naturali. Seppure compilati da un parroco che non svolgeva, verosimilmente, con somma diligenza i compiti di ufficiale di stato civile per un regno palesemente avverso alla Chiesa, fonte, verosimilmente, di più di un errore, i “libri d’anime” attribuiscono alla valle 1.300 abitanti. Sommando meticolosamente la produzione dei castagneti, che proprio all’inizio del secolo vengono attaccati dal “mal dell’inchiostro”, la Phytophthora cambivora, che ne contrarrà drasticamente la produttività, dei campi di frumento, di quelli d’orzo, il latte delle pecore e quello delle vacche, i miseri guadagni retraibili dal taglio dei cedui, risulta che la valle non è in grado di fornire il cibo quotidiano a più di 550 abitanti, la sua popolazione prima dell’ultima fuga.  
L’alto Appennino non aveva mai conosciuto, nei secoli, il nullatenente, ogni famiglia possedeva un campicello, qualche ara di bosco, una mucca e dieci pecore, insufficienti a mantenere una famiglia ma fondamento sicuro di sopravvivenza per chi sapesse affrontare i cento lavori offerti dall’emigrazione stagionale, invernale, in Maremma, quando non vi infieriva la malaria, in miniera quando i primi caldi imponevano di fuggire da campi e paludi. Infelicemente il clima montano rende le produzioni della terra oltremodo aleatorie: negli anni di raccolti copiosi abituri umidi e fumosi con consentono di conservare, come scorte per il futuro, frumento e castagne, che nessuno acquista e che non valgono nulla, nelle annate di carestia i prezzi dei generi essenziali crescono senza misura diffondendo la fame. Crudamente, si deve riconoscere che la situazione corrisponde esattamente ai propositi della politica economica dei giganti dell’unità nazionale, Crispi, Ricasoli, Sella, Minghetti, Salandra, che appagano l’avidità dei propri elettori, tutti proprietari terrieri decisi a non investire una lira nel progresso delle aziende, certi del diritto di sfruttare la fame contadina imponendo una ripartizione dei prodotti che diffonde malnutrizione e pellagra, la patologia endemica di cui i medici condotti registrano centinaia di migliaia di casi, di cui il senatore Jacini, scelto da un parlamento di lungimiranza comparabile a quella di un emirato ottomano per coordinare l’Inchiesta sulle condizioni delle classi agricole in Italia, varata dal Parlamento nel 1877, nega categoricamente, nella relazione finale al Re, nel 1884, l’esistenza.  
Anche il bosco costituiva, nelle valli fananesi, una fonte di lavoro e guadagno: le famiglie che possedevano qualche ara di ceduo si assicuravano, a fine inverno, la legna per quello successivo, che si sarebbe asciugata in estate. I grandi boschi dell’Abbazia di Nonantola avevano offerto mesi interi di lavoro, ma i numi della politica antipopolare della Destra avevano espropriato le foreste ecclesiastiche e comunali per donarle (è il verbo più corretto) a speculatori (generalmente ebrei) affiliati alle medesime logge massoniche, consentendo loro di distruggere il patrimonio forestale del paese e di affamare, insieme, le popolazioni montane. Maestro nell’uso dell’ascia, Felice ha certamente partecipato, giovanissimo, all’abbattimento di querceti e faggete.  
In questo scenario di disumana miseria la famiglia Pedroni dispone delle antiche fondamenta per la sopravvivenza, qualche ara di terra, qualche castagno, alle poche staia di castagne e frumento deve aggiungere, però, il frutto del lavoro dei propri uomini, ma Carolina vede, costernata, mancare il marito nel 1870, sei anni dopo le giunge la lettera ufficiale della morte del figlio maggiore, Bartolomeo, impiegato presso un’azienda di lavori stradali, ovviamente esonerata da qualunque risarcimento pensionistico.  
La lettura, da parte di chi scrive, dei “libri d’anime”, le anagrafi parrocchiali, lo ha condotto all’autentico sgomento di fronte al numero delle annotazioni “morto nel Sulcis”, “morto a Gavorrano”: povere di minerale, le miniere di carbone italiane, avrebbero imposto costi di supporto delle gallerie eccessivi. Costava molto meno sostituire un minatore. Siccome più voci dichiaravano che il lavoro era più sicuro, e le paghe più alte, nelle miniere francesi, tra il 1880 e il 1881 Felice e due fratelli, Domenico e Fabiano, avrebbero tentato di occuparsi nel paese vicino, dove avrebbero verificato che, per la facilità di reperire manodopera italiana senza prezzo, le condizioni erano perfettamente analoghe a quelle delle peggiori miniere sarde.  
Verificata la bestialità del lavoro, dopo meno di un anno i tre fratelli avrebbero deciso di abbandonare la chimera francese. Ad attrarli erano ora le miniere di carbone del Michigan, dove si favoleggiava di condizioni di lavoro e di paghe più degne di un essere umano. L’aspettativa si sarebbe rivelata nuova chimera: un minatore di carbone era il medesimo animale privo di valore per un ingegnere minerario italiano, francese o americano. La vastità dei pozzi accresceva, peraltro, le dimensioni delle tragedie: una sola esplosione nella miniera di Cherry, in Michigan, il 13 novembre 1909, avrebbe dilaniato trecento operai, tra i quali quindici fananesi. Gli Stati Uniti stavano sviluppando, però, cento sfere diverse di attività economica, tra le quali i Pedroni avrebbero giocato, con la determinazione dei montanari dell’Appennino, la propria volontà di conquistare una vita degna di uomini. Decisi a sfidare l’Inferno, i tre fratelli non si sarebbero imbarcati insieme: tra il 1881 e il 1885 (Felice sarebbe sbarcato nel 1882, Domenico nel 1885) si sarebbero ritrovati, comunque, nel distretto minerario del Michigan. Le ricerche più accurate non ne hanno individuato, annota, nella propria biografia, Claudio Busi, i nomi negli elenchi dei passeggeri approdati, notoriamente compilati con notevole rigore. Le date di arrivo restano, quindi, ignote.  

Cow-boy, cercatore d’argento, imprenditore forestale  

Freighting in Lake Bennett Country

Verificato che anche i pozzi delle miniere del Michigan erano i cunicoli di un oltretomba di morte, Felice li avrebbe abbandonati dopo pochi mesi. Direttosi ad Ovest avrebbe tentato cento attività in un numero indeterminato di stati. Le notizie sui cento tentativi, desunte dai ricordi orali dei nipoti, che riferivano, con l’inevitabile imprecisione, quanto ricordassero di avere udito da nonne e zie, ne attestano l’illimitata resistenza allo scoramento: la loro consistenza è, tuttavia, incerta, spesso contradittoria, a volte persino inverosimile. Negli anni che precedettero la decisione di sperimentare l’Alaska Felice avrebbe lavorato come garzone nelle fattorie dell’Oklahoma, dove gli ultimi coloni stavano insediandosi eliminando, come belve feroci, gli indiani sopravvissuti nascondendosi nelle poche boscaglie sussistenti dopo la conversione agraria degli antichi pascoli dei bisonti, avrebbe scavato nei filoni d’argento del Colorado, avrebbe tentato la prima esperienza con l’oro in Oregon, nel 1886, impiantato traversine di future linee ferroviarie, lavorato come socio di un negoziante di legname nello stato di Washington, sarebbe tornato, alla fine, in una miniera di carbone nel villaggio dall’eloquente denominazione di Carbonado, ai piedi dell’imponente mole del Rainier, il maggiore vulcano degli Stati Uniti. Completa l’elenco dei tentativi di Pedro di reperire un lavoro soddisfacente la notizia della spedizione, con uno dei fratelli, in Sudamerica, viene citata l’Argentina, dove i due non avrebbero reperito quanto li inducesse ad insediarvisi.  
Le miniere di Carbonado rappresentano l’ultima tappa delle peregrinazioni di Felice nell’immensa scacchiera degli stati dell’Unione prima della scelta del Nord. Lo Stato di Washington corrisponde, infatti, al confine meridionale del Canada, oltre la cui immensa estensione latitudinale il confine settentrionale è costituito dall’Alaska, allora giuridicamente classificata “territorio”, non essendo ancora elevata al rango di “stato” con governatore, parlamento e una corte di giustizia. Seppure la distanza si misurasse in migliaia di chilometri, Carbonado era il centro minerario americano più prossimo ai giacimenti auriferi del Grande Nord, giacimenti appena scoperti e già divenuti leggenda per la mitica ricchezza attribuita, dai primi esploratori, alla diluviale immensità dei manti di ghiaia sui quali correvano i corsi d’acqua, e per le inumane fatiche necessarie a raggiungerli e sfruttarli, dovute ai percorsi interminabili tra foreste, paludi e creste rocciose, su piste spesso incerte, alle immense difficoltà di trasportare il minimo di attrezzatura necessaria allo scavo e di provvedersi del cibo quotidiano, la cui fonte principale era costituita dalla selvaggina, orsi, alci e cariboo, di cui la moltiplicazione dei cercatori avrebbe, inevitabilmente, contratto rapidamente la disponibilità.  
Nonostante le 1.000 miglia marine che separano il più settentrionale porto americano sul Pacifico, Seattle, dal primo approdo sulla costa dell’Alaska, Juneau, ed i 1.000 chilometri di tundra, foresta e paludi dall’approdo al presunto cuore aurifero dell’Alaska, i minatori di Carbonado erano i più vicini, tra quanti lavorassero, negli Stati Uniti, nel ventre della terra, al nuovo scrigno di favolose ricchezze. L’oro dell’Alaska costituiva il tema di tutte le conversazioni tra minatori nei saloons di Carbonado di fronte alla bottiglia di wisky che veniva condivisa prima di coricarsi. Versando da quella bottiglia Felice Pedroni, dal 1888 cittadino americano col nome di Felix Pedro, conosce molti degli uomini che condivideranno con lui, tra i ghiacci, la baracca, la bistecca d’orso, il lavoro di setacciatura: primi tra tutti Francesco e Giovanni Dalla Costa, Stefano Albasini, Giovanni Vaglio, Carlo e Giovanni Gius.  
L’incontro, tuttavia, che deciderà il suo destino è quello con Auguste Hanot, il minatore franco-belga che lo soccorre nella conversazione con il capo del personale della miniera presso la quale chiede di lavorare, che non ne capisce l’americano pressoché incomprensibile, e che non l’avrebbe assunto se non fosse intervenuto un uomo cui la lingua madre consentiva di comprendere l’italiano di Felice. Sottolinea il significato dell’incontro, nella propria biografia, Claudio Busi. Dal primo intervento di soccorso Hanot sarà, nero angelo di morte, sempre alle spalle di Pedro, procurando i mezzi finanziari di cui ha necessità per affrontare una nuova spedizione, collaborando alle sue ricerche, offrendosi per amministrare le concessioni, già rivelatesi ricchissime, quando Felice deciderà di tornare, per cercare una sposa, a Fanano, e, ormai stanco, acquisterà un cottage in California dove trascorrere i mesi in cui il gelo impedisce di spalare ghiaia e di setacciare sabbia. Con quel mandato, di cui, nonostante i procedimenti giudiziari, è scomparsa ogni traccia, si approprierà delle concessioni delle quali si è proposto quale solerte amministratore, approfitterà della contesa per acuire lo scontro tra Felice e la moglie, circostanza concomitante alla morte, se non autentica causa della morte, siccome, nonostante le opinioni contrarie, è impossibile dissolvere l’insieme degli indizi che attribuirebbero alla donna l’assassinio del marito. Anche il memoriale redatto dal figlio di Hanot, Alexander, beneficiario delle ricchezze sottratte dal padre all’amico, donato, quale breve dattiloscritto, dal nipote William all’Alaska Pioneers Society, pare l’esatto contrario del testo scritto per commemorare un amico: l’avesse scritto per onorare una grande amicizia, l’autore, ormai ricchissimo, non avrebbe mancato di pubblicare il testo, che custodisce, invece, come si conserva una memoria processuale. Ripugnando che possa essere considerato prova di amicizia, appare, piuttosto, l’excusatio non petita, quindi l’accusatio manifesta dell’aforisma latino che sancisce che giustificazione non richiesta equivale a confessione inequivocabile), la confessione dell’erede del profittatore che ha derubato colui che mille volte aveva dichiarato il più caro degli amici, dirigendolo, spietatamente, alla tragica fine.  

La sfida al Grande Nord  

Dead horse in gulley (Chilkoot Trail?)

Felice Pedroni è sbarcato a New York nel 1882. La tenacia con cui si è misurato, durante sei anni, con cento mestieri e altrettanti padroni non gli hanno consentito di reperire l’occupazione stabile e la paga decorosa che sogna per mutare, finalmente, la vita randagia. Nel 1889 ha tentato l’esperienza forestale riconoscendo l’ultimo fallimento, che lo ha deciso a tornare in un cunicolo di carbone, dove può scendere, peraltro, grazie all’inatteso intervento di Hanot. E’ nella cerchia degli amici di Hanot che le chimere dell’oro del Klondike prendono corpo, progressivamente, nel progetto di un’autentica spedizione, il cui apprestamento ci rivela le doti di autentico manager, se preferiamo di accorto sensale, dell’intraprendente belga, che tra poveri minatori di carbone riesce a raccogliere il denaro per un viaggio senza fine, attrezzando gli esploratori con le strumentazioni indispensabili alla ricerca dell’oro.  
Avrebbero preso parte alla spedizione, elenca Busi, Lewis Jones, per le esperienze precedenti nominato capo del gruppo, Felix, i fratelli Della Costa e Stefano Albasini. Ognuno è finanziato da un gruppo di compatrioti, che avrebbero goduto dei risultati delle scoperte quali con-titolari delle concessioni individuate e legalmente definite. Nel 1892, o, come pare più verosimile a Busi, nel 1893 Felice Pedroni avrebbe affrontato il Grande Nord, la cui sfida, una sfida che non è pleonastico definire mortale, avrebbe segnato l’ultima avventura di una vita eroicamente drammatica e tragicamente sfortunata.  
La prima spedizione non si dirige, però, al cuore del subcontinente artico, ma alla British Columbia, una regione del Canada relativamente più prossima. Nonostante le notizie contradittorie non può essere durata più dei quattro mesi dell’estate boreale. I risultati sono, comunque, deludenti. Probabilente l’insuccesso avrebbe scoraggiato tentativi ulteriori se al ritorno gli esploratori non avessero conosciuto, giunto a Carbonado da qualche settimana, un uomo dal nome atesino di cui nessuno reperirà notizie precedenti l’arrivo nell’area mineraria di Washington, Erspamer, che ha già conosciuto l’Alaska e che, constatata l’esperienza del gruppo, caldeggia vivacemente una seconda prova. Felice aveva consumato ogni riparmio nella spedizione precedente. Secondo lo spartito che lo condurrà alla rovina è, ancora, Hanot a versare la sua quota di spese.  
Da Carbonado le strade per l’Alaska sono essenzialmente due, l’interminabile itinerario attraverso le foreste canadesi, settimane e settimane consumando, inesorabilmente, le scorte per gli uomini ed i cani da slitta, o il tragitto sul Pacifico fino a Juneau, il porto più meridionale dell’Alaska, il valico della catena montuosa parallela alla costa, quindi il confronto con il labirinto di affluenti, molti dei quali si dispiegano in immensi laghi e paludi, dello Yukon. Tra le cento difficoltà imposte dall’attraversamento di una terra selvaggia la più ardua è costituita dal valico montano, possibile attraverso due passi. Il primo, il White Pass, è più agevole, ma raggiungerlo impone un itinerario interminabile. Un percorso alquanto più breve unisce alla costa il Chilkoot Pass, 1.067 metri, in sé un’altitudine non agghiacciante, se dall’ultimo pianoro al passo la pista non salisse con pendenza inverosimile. Quasi sempre ghiacciata, in pochissimi anni dal transito del gruppo di Pedro sarebbe stata affiancata da due prode di cadaveri, muli, cavalli e cani morti di sfinimento, scivolati tra i ghiacci, uccisi dal freddo che ne aveva paralizzato i movimenti. 
E’ l’inizio dell’estate del 1894, possiamo immaginare l’emozione di Felice Pedroni giunto a contemplare, dal valico, lo sconfinato territorio di cui affronta i rischi, di cui pretende la ricchezza. La meta che il gruppo si era proposta, Fortymile sullo Yukon, distava oltre mille chilometri, mille chilometri di fiumi impetuosi, di paludi, di ghiacciai da aggirare, almeno un mese di disumana fatica quotidiana. La distanza della meta avrebbe minato, peraltro, la sintonia del gruppo, che si sarebbe sciolto in pochi giorni, scegliendo ciascuno meta e obiettivi diversi. Con Felice rimane Stefano Albasini, che percorse con lui l’estenuante itinerario fino alla meta. Reputando impossibile tornare per ripercorrere la medesima pista la primavera successiva i due compagni erigono una baracca sulla riva del Wade Creek, disponendosi ad affrontare un autentico inverno artico, lunghi mesi di oscurità quasi assoluta durante i quali soddisfare ogni esigenza vitale costituiva impegno il cui risultato era affidato a straordinaria resistenza e abilità: procurare qualche animale per saziare la fame, mantenere un piccolo fuoco senza incendiare la baracca, non dissipare le poche candele.  
Al primo disgelo, scioltasi la morsa di ghiaccio che faceva delle ghiaie del fiume una sola, compatta roccia, sarebbero iniziate le ricerche, ricerche immensamente faticose siccome l’oro si trovava, generalmente, al di sotto delle ghiaie scongelate, nel coagulo gelato definito, dal lessico geologico, permafrost, autentico conglomerato glaciale che, per reperire l’oro eventualmente presente, doveva essere scongelato versando acqua riscaldata in un foro che si approfondiva lentamente.  
Scoprendo i segreti delle ghiaie congelate Felice Pedroni iniziava la prima stagione della propria avventura artica, che si sarebbe svolta, essenzialmente in due tempi, il primo culminato, nel 1898, quindi al quarto anno dall’arrivo sullo Yukon, col reperimento di un ricco filone individuato durante una campagna condotta in comune con un ingegnere di nome Kinney, con cui esplora una vasta area attorno al Chiken Creek. Dopo lunghe ricerche identificano un tratto di torrente in cui la ricchezza del metallo appare prodigiosa, vorrebbero erigere una baracca e trascorrere l’inverno accanto al giacimento, ma mancano delle provviste necessarie, la stagione è avanzata, non c’è il tempo per erigere la baracca e recarsi a Fortymile per le provviste. Boscaiolo dall’infanzia, Felice si impegna a fissare nella memoria ruscelli e alberi, l’ingegnere stende una mappa, partendo i due lasciano alcuni attrezza appesi agli alberi più alti. Tutti gli accorgimenti saranno vani. Durante l’inverno lo Yukon esonda, sommerge la zona, il dedalo di rivoli viene radicalmente mutato, gli alberi sono divelti e asportati dalle correnti della piena. Al ritorno nell’area del giacimento i due compagni non reperiscono un solo punto topografico in grado di fornire un’indicazione, ricercano a lungo: nulla, neppure un segno dell’assetto della zona prima dell’esondazione. Felice ripeterà le esplorazioni anche negli anni successivi: il risultato sarà, a lungo, infruttuoso. La fortuna pareva averlo baciato, la ricchezza era sotto i suoi piedi, la grande piena la ha ricoperta di decimetri, forse metri di detriti. Il giacimento fantasma diverrà famoso tra i cercatori dell’Alaska con il nome di Lost Creek, il Torrente Perduto. 

La grande scoperta
Bench work on 14 Eldorado
La sconfitta è cocente, ma Felice non si è mai arreso, nella vita, neppure la scomparsa del “suo” giacimento lo abbatte, continua a cercare. Cercando il torrente perduto spende, progressivamente, il poco denaro di cui dispone. La sua tenacia conosce un primo significativo riconoscimento, finalmente, nell’estate del 1901, quindi all’ottavo anno dallo sbarco a Juneau, quando, accordatosi con un cercatore con cui ha già collaborato, Tom Gilmore, ritenta il reperimento del Lost Creek cercando di individuarlo mediante prospezioni realizzate muovendo da un’angolatura nuova. Reperita, il 4 settembre, una quantità non insignificante di metallo i compagni proseguono le indagini con determinazione. Convinto di avere ritrovato il “suo” Lost Creek Felice lavora senza posa, ma l’inverno incombe e la possibilità di una nuova scomparsa del giacimento lo assilla angosciante. In quell’autunno la fortuna ha deciso, però, di ripagarlo dei lunghi anni di privazioni: saliti, per orientarsi, su un’altura, i due compagni intravvedono, sul Tanana River, il battello incagliato di un avventuroso mercante, Elbridge Barnette, che avrebbe voluto impiantare uno spaccio per cercatori oltre le paludi che convertono, per alcune miglia il fiume navigabile in acquitrino impenetrabile. Aiutando il negoziante a porre al sicuro le mercanzie che è costretto a scaricare, ne ottengono provviste a prezzi convenienti, tanto da potersi predisporre a trascorrere l’inverno nell’area delle proprie ricerche. In primavera proseguono le indagini, fino a quando, nel mese di luglio, le padelle che separano sabbia e pagliuzze d’oro scintillano di centinaia di frustoli metallici. E’ la grande scoperta, Felice si dirige a Circle City con le mappe per registrare un’immensa concessione di 40 acri. E’ il primo grande giacimento registrato nell’area di un piccolo agglomerato di baracche privo di nome verso il quale si dirigerà il fiume in piena della nuova corsa dell’oro in Alaska, che il primo funzionario governativo inviato a governare la nuova città, il giudice Wickersham, denominerà, a onore del proprio padrino politico, Charles Faibanks, senatore dell’Indiana e futuro vicepresidente di Theodore Roosevelt, col nome che è certo gli propizierà un seggio nel più autorevole consesso della Confederazione. 

Gli anni della ricchezza e del disastro matrimoniale 

15 days' clean up by the Gold Run (Klondyke) Mining Co.

L’8 (o 10) settembre del 1902, l’anno della grande scoperta, diciassette cercatori si riuniscono accanto alla baracca di Felice, ai bordi del ruscello che tutti conoscono, ormai, come Pedro Creek. Felice viene nominato presidente del consesso, che voterà un’istanza al Governo per la creazione di un nuovo distretto minerario il cui centro legale sia collocato nel villaggio che tra alcuni mesi assumerà il nome di Fairbanks. Con i cercatori è presente Barnette, l’intraprendente mercante che Felice ha incontrato, con il battello insabbiato, sul Tanana, cui non occorre ascoltare a lungo per immaginare che sia sorta per lui l’alba del dominio economico sulla città dell’oro. Sogna banche, giornali, ferrovie, bordelli di lusso. Sono le ambizioni caratteristiche del magnate americano (l’uomo che simboleggia la nascita del capitalismo a stelle e strisce, John Jacob Astor I, divenne millionaire organizzando, nella prateria, carovane-bordello per i cacciatori di castori). Ma Barnette è magnate in erba, le prime mosse per realizzare il piano sono tanto improvvide da creare diffusi malumori, tali da indurre il Governo a affidare l’agglomerato di baracche alle cure dirette dell’uomo che da due anni rappresenta la legge nel “territorio” dell’Alaska, il già menzionato giudice Wickersham.  
Certo che il seggio in Senato non sfuggirà al creatore della capitale dell’oro, negli anni successivi l’irreprensibile tutore della legge organizzerà la nascita di un’autentica città, con tribunale, prigione, servizio postale, giornali (uno di proprietà del giudice), un efficiente ufficio per la concessione delle licenze minerarie, che il medesimo Wickershman curerà come pupilla dei propri occhi, dedicandosi all’acquisto delle licenze dei cercatori che, fortunati con la padella, sfortunati a poker, debbano vendere un giacimento fruttuoso. E, ovviamente, splendidi bordelli (in numero cospicuo, verosimilmente, di proprietà dell’irrefrenabile Truman Eldbridge Barnette che, facendo tesoro, saggiamente, dei primi errori, diverrà un magnate vero, l’arbitro dell’economia della città dell’oro). L’aspirante senatore celebra l’alba della città dell’oro il 28 aprile 1903 con un grandioso banchetto al Tokyo Restaurant. Tra gli ospiti d’onore Felice Pedroni, che sfiora, prima della drammatica caduta, il proprio ruolo all’apice della ricchezza cittadina, e Truman Barnette, che su quel vertice salirà insediandovisi tanto accortamente da rendere impossibile la propria rimozione. L’anno del grande ritrovamento Felice ha quarantaquattro anni. Prodigiosamente ha realizzato il grande sogno ad un’età in cui può goderne ancora tutti i frutti. Per un montanaro di Trignano quei frutti consistono in una proprietà agricola, una moglie premurosa, dei bambini, qualche compagno degli inverni in Alaska a cena la sera. Nella propria biografia Claudio Busi associa, nella medesima pagina, due notizie di cui è impossibile sottovalutare l’abbinamento. Tra il 1903, l’anno successivo alla scoperta di Pedro, l’anno del glorioso banchetto al Tokio Restaurant, e il 1906 i cercatori fortunati intensificano le estrazioni: chi ha conquistato un giacimento di autentica ricchezza si converte in autentico milionario. Felice, invece, lascia il campo. Quanto quel giacimento gli sia costato, in termini di privazioni, fatiche immani, sfide a mille pericoli, può misurarlo solo lui. Ma nel Grande Nord si sente, verosimilmente un’estraneo. Ha ancora l’età in cui vivere i suoi sogni più profondi, non intende perdere tempo. Mentre gli antichi competitori estraggono oro a palate lui recede, ritiene di poter contare su un autentico amico: negli anni terribili tutte le volte che si è trovato in situazioni insolubili, il Demonio, premuroso, ha fatto comparire, al suo fianco, Auguste Hanot. Il giudice Wickersham vanta che nel tribunale che ha fondato operano già sette avvocati, ma a discutere con un avvocato con il quale avrebbe difficoltà ad esprimersi si troverebbe a disagio. Hanot ha sempre risolto i suoi problemi con fraterna cordialità, il 19 agosto 1903, annota Busi, firma con Hanot un contratto di concessione che ritiene non sia che un mandato ad amministrare i suoi giacimenti, che l’amico intemerato saprà dimostrare, in tribunale, essere ben altro. Firma la carta fatale, si prepara al grande viaggio, parte per rivedere la sua terra, il lago di Pratignano, le cascate del Dardagna, e, tra la sua gente, reperire la donna che voglia condividere, sposa fedele, la sua immensa ricchezza.  
L’itinerario non costituisce avventura paragonabile a quella affrontata nel 1894: Fairbanks è servita da rapidi battelli che discendono lo Yukon fino alla foce sul Mare di Barenz, dal quale partono servizi regolari verso Seattle. L’infinito viaggio in ferrovia solcando longitudinalmente gli Stati Uniti, un grande vapore fino a un porto francese, disponendo di una cabina che Felice può comparare, sorridendo, alle maleodoranti stive per le masse degli emigranti che lo avevano ospitato per affrontare l’America. Infine una ferrovia italiana, a Porretta la carrozza diretta, su ciottolati male connessi, a Fanano. Come nel finale di una fiaba, l’avventura sentimentale ha inizio sulla stessa carrozza che sale verso l’orizzonte dominato dal Cimone.  
Alla narrazione della breve storia d’amore è necessario anteporre una premessa: nell’ultimo anno trascorso tra i suoi monti, prima, cioè, della breve avventura francese, Felice avrebbe partecipato a una festa paesana, occasione abituale, per i giovani, per una notte di danze. La leggenda dice che corteggiasse, allora, una certa Adelina, che qualche anziano dichiarava maestra elementare. La festa sarebbe stata interrotta da alcuni spari. Trent’anni addietro udii l’antico racconto per cui a sparare, in aria, al di sopra del carosello dei ballerini, sarebbe stato Felice, per intimorire il concorrente che gli contendeva Adelina. Chi raccontava la vicenda aggiungeva che la diffida, il giorno successivo, da parte dei carabinieri, avrebbe deciso Felice alla prima partenza: meta la Francia. Non ricordo chi narrasse l’episodio, peraltro privo, attualmente, di ogni rilievo, siccome le accurate ricerche successive non ne avrebbero raccolto alcuna testimonianza certa, così che più di una voce, tra i protagonisti delle ricerche, la dichiara del tutto inconsistente  
La leggenda si è confusa, peraltro, con l’autentica vicenda amorosa di Felice al ritorno a Trignano. A Lizzano in Belvedere sarebbe salita sul “postale” l’attuale maestrina della scuola di Trignano, che si sarebbe seduta accanto a Felice. Minuta, graziosa, intelligente, la giovane, Egle Zanetti soprannominata Adelinda, si sarebbe rapidamente appassionata alla conversazione con l’uomo che iniziò a raccontarle delle proprie avventure tra ghiacci, rapide e orsi. All’arrivo lo scambio di saluti sarebbe stato caloroso, accompagnato dall’impegno a rivedersi.  
Nello spazio di alcune settimane tra i due si sarebbe acceso un amore autentico, tanto che Felice avrebbe avanzato una chiara proposta di matrimonio. La risposta sarebbe stata negativa. La circostanza non sarebbe, comunque, certa, sussistendone due versioni, quella di Busi, che attesta che lei fosse innamorata dell’uomo, ma che la prospettiva di emigrare l’atterrisse, tanto che, inviata a Felice una lettera di accettazione, avrebbe ottenuto dal procaccia, peraltro un parente, di estrarre la busta dalla cassetta postale e di restituirgliela, perché potesse distruggerla. Di parere opposto è Massimo Turchi, che riferisce prove inequivocabili di un grande amore, e della disponibilità di Egle a seguire dovunque l’uomo che amava, ma che al matrimonio i parenti avrebbero opposto una reazione di tale violenza da sconvolgere l’innamorata più appassionata. A supporto della propria opinione Turchi sottolinea che, seppure donna bella e intelligente, Egle non avrebbe mai più trovato un uomo del valore di quello che aveva dovuto abbandonare, e non si sarebbe mai sposata. Dopo averla incontrata, Felice sarebbe ripartito verso i ghiacci dello Yukon solo come ne era venuto.  

La fine 
Felice ha lasciato Fairbanks, dopo il grandioso banchetto al Tokio Restaurant, riconosciuto tra i primi cittadini del nuovo distretto dell’oro, vi ritorna amareggiato, non pensa, verosimilmente, che la delusione d’amore non è che l’antiporta di un tragico tramonto. Non ha trovato, sui suoi monti, la donna che sognava, cerca una donna a Fairbanks, pare averla trovata, il 22 novembre 1906 sposa Mary Ellen Doran nella chiesa cattolica di Tacoma, la cittadina della California dove ha appena acquistato la proprietà rurale in cui sogna di vivere la propria serena vita familiare. Chi era Ellen Doran? Quando la vita di Pedro era ancora leggenda v’era chi sosteneva che fosse una sgualdrina irlandese frequentata da Pedro in un campo di minatori, dove, prima della realizzazione dei lussuosi bordelli di Fairbanks, le prostitute “esercitavano” in una baracca uguale a quella di qualunque cercatore. Secondo Busi l’avrebbe conosciuta, casualmente, nel 1905, in una locanda sul Goldstream Creek, e ritrovata al proprio ritorno. Irlandese, in ogni documento la donna produceva una data di nascita diversa: una pratica che pare rivelare, essa sola, la necessità di nascondere verità importune. L’unico dato rilevante, per dirigerci alla conclusione della vicenda di Felice Pedroni, è la molteplicità delle prove, tra cui un numero sconfinato di atti processuali, che provano che alla donna non interessasse assolutamente la vita nel cottage in California, che le interessassero, invece, le proprietà del coniuge, contro il quale avrebbe iniziato, dai primi giorni dopo il matrimonio, una guerra spietata, mirando al divorzio e a una regale divisione delle concessioni.  
E’ la tesi che sostiene, con ampiezza di documentazione, Claudio Busi, vivacemente contestata da Massimo Turchi, che sostiene esistano le prove che Ellen Doran conducesse un’onesta attività di lavandaia gestendo, insieme, una pensioncina per cercatori. Aggiunge che, dopo l’esordio turbolento, nella contesa con Hanot la donna si sarebbe posta accanto al marito con sincera passione e ne sarebbe stata l’unico autentico sostegno. Se peraltro, non è difficile capire le ragioni per cui Felice avrebbe cercato di celare di avere rivolto la propria disperata proposta matrimoniale all’antica puttana irlandese, è altrettanto facile confutare la pretesa onestà della donna rilevando che la gestione di una pensioncina poteva costituire la strada più funzionale per esercitare la prostituzione evadendo l’onerosa licence tax che la città aveva imposto alle donnine che la praticavano nei lussosi templi del sesso aperti sulla Third Avenue, per i frequentatori di “case” a luci rosse the Line.  
Sono appena iniziate le dispute matrimoniali che, appena i coniugi raggiungono Fairbanks, Felice Pedroni si avvede che l’amico più fedele, sincero, leale, cui si è legato nella vita, Auguste Hanot, si è impossessato dei giacimenti di cui era convinto di avergli semplicemente affidato la gestione. Oltre al processo per divorzio deve affrontare la dura competizione con un uomo cento volte più accorto di lui, che ha stilato un incarico amministrativo che in tribunale può essere letto quale cessione di proprietà. Fallito il viaggio in Italia nel 1904, sposatosi nel 1906, Felice Pedroni vive gli ultimi anni quale autentico Calvario. Privato, dopo il trionfo, di ogni speranza, verosimilmente si abbatte su di lui il peso delle inumane fatiche sostenute, di cui verifica, ormai, l’inutilità. Nella città che, nel salone del Tokio Restaurant, gli ha tributato i titoli di fondatore è solo, contro due nemici che contano, grazie alla ricchezza sottrattagli, cento alleati. La sua fibra d’acciaio si sgretola progressivamente. Resiste ancora, ma l’8 luglio 1910 cede, e viene ricoverato all’ospedasle cattolico della città, il Saint Joseph Hospital, dove il 22 del medesimo mese, l’ottavo anniversario della scoperta del grande giacimento sul Pedro Creek, ne viene dichiarata la morte.  
A Trignano era radicato il convincimento che fosse stato avvelenato dalla moglie, rinfocolato, fino all’ultimo giorno di vita, da Vincenzo Gambaiani, uno degli ultimi compaesani ad avere setacciato sabbia con Felice che, tornato dal Grande Nord con l’apparato boccale irreparabilmente compromesso da un congelamento, gridava, a chi gli chiedesse dell’amico “Moglie veleno, moglie veleno!” Massimo Turchi, che ha ottenuto copia dell’attestato di morte dell’ospedale, asserisce che non si può dubitare di quanto vi si dichiara, che la morte sarebbe intervenuta per problemi polmonari pregressi cui si sarebbe aggiunta una grave crisi cardiaca. E spiega che Gambaiani assolveva a piccoli incarichi remunerati da Huot, attribuendo alla moglie di Felice i dissapori con l’antico sodale.  
Claudio Busi menziona, peraltro, elementi che inficiano la certezza di problemi clinici obiettivi e dispiega le circostanze certe che deporrebbero, invece, per l’assassinio. Il primo elemento: durante la degenza sarebbe stata impedita, a tutti gli amici che la richiesero, la visita al malato, di cui nessuno avrebbe verificato lo stato di salute. Un ospedale cattolico avrebbe impedito l’ultimo conforto degli amici a un moribondo. Il secondo, tragicamente più eloquente: il sequestro della salma da parte della moglie, che avrebbe celato il cadavere per tre interi mesi, per imbalsamarlo, quindi, e spedirlo in un città cimiteriale della California, Colma, dove la cassa sarebbe stata inumata tra centinaia di migliaia di tombe semi anonime con la sola scritta Pedro, identificata dalla determinazione di Aldo Bianchi, un emigrato di Lama Mocogno vivente in California, che rispose con generosità all’invito di Cortelloni dedicandosi a una ricerca quasi disperata in cui l’amore della verità avrebbe avuto ragione di qualunque ostacolo.  
Se l’ex sgualdrina irlandese avesse, connivente la direzione dell’ospedale cattolico, assassinato il marito in una corsia d’ospedale, è certo che la città di cui era stato proclamato fondatore non fece assolutamente nulla per onorarne la memoria verificando le circostanze e preoccupandosi della sua sepoltura. Nulla avrebbe fatto, in particolare, il solerte giudice Wickershman, che avrebbe negato alla moglie, all’indomani della morte, un discorso commemorativo adducendo ragioni di “professione religiosa” ragioni di palese falsità, siccome l’uomo che era scomparso aveva convertito un campo di baracche in una delle ultime perle della prodigiosa crescita economica americana, e la nuova ricchezza di migliaia di persone non si scontra, palesemente, con alcun credo religioso.  
Ma è perfettamente coerente che il rappresentante di una giustizia che invia ancora gli squadroni di cavalleggeri di incendiare un campo indiano destinando a morire, tra le fiamme, uomini, donne, bambini, possa avere fretta che scompaia, dalla memoria della città, il montanaro italiano che ha osato proporsi (con l’opportunistico supporto del più alto magistrato cittadino) fondatore della città, di cui la moglie si sta preoccupando, con solerzia, di fare scomparire le ultime tracce. Busi ricorda, a merito di Aldo Bianchi, che, senza alcun testamento del marito che glie lo imponesse, la probabile prostituta irlandese aveva acquistato, nella sconfinata città cimiteriale di Colma, sei lotti, dispersi nell’immenso mortuario, in ciascuno dei quali sarebbe stato possibile interrare l’anonimo Pedro il cui cadavere aveva spedito da Fairbanks, ostacolando, siccome i lotti sarebbero stati, successivamente, rivenduti, ogni ricerca futura.  

The American Dream 
White Pass & Yukon Route
Se, a conclusione della storia dell’eroe del ghiaccio, non appare inverosimile che la coppia che pretendeva la gloria della fondazione della città, il giudice Wickershman e l’ineffabile affarista Barnette, fossero ben lieti che la salma di un miserabile minatore italiano scomparisse per sempre, disposto, il giudice aspirante senatore, a ignorare qualunque indizio di delitto (non raggiungevano gli States, questi miserabili, per arricchire o morire?) appare incredibile l’esito della necroscopia del cadavere eseguita, dopo l’arrivo in Italia, all’ospedale di Pavullo Dell’intervento non esisterebbe alcun referto regolarmente sottoscritto, gli esami per identificare eventuali tracce di veleno sarebbero stati incompleti, dello spillone metallico che sarebbe risultato infisso tra le vertebre cervicali non sarebbe stata eseguita alcuna annotazione, e ciò nonostante testimoni plurimi abbiano dichiarato di averlo veduto e toccato. Massimo Turchi sostiene che verosimilmente lo spillone sarebbe stato fissato tra il capo e la colonna vertebrale del cadavere per unirne le parti imbalsamate alla vigilia del lungo viaggio verso la “città dei morti”, un’ipotesi verosimile, che non esiste alcuna prova per convertire in inconfutabile. Il suo accoglimento imporrebbe, peraltro, una condizione: una ragione, almeno un indizio che spiegasse perché la moglie, dopo il lungo sequestro del cadavere, lo avrebbe inviato nella sconfinata città cimiteriale (a oltre tremila chilometri) dove, pare indubitabile, non avrebbe mai portato un fiore all’estinto.  
Ma a supporto degli indizi della volontà della signora Doran di occultare per sempre il cadavere del marito assassinato, Claudio Busi aggiunge un interrogativo che, attualmente insolubile, potrebbe, un giorno, clamorosamente, avere risposta risolvendo la maggiore, e la più drammatica, delle domande sulla tragica vita di Felice Pedroni. La necropsia fu richiesta dal notaio Cortelloni, un uomo che aveva speso anni di vita, e cifre verosimilmente non esigue, per arrivare a conoscere la fine del minatore di Trignano. Uomo di legge, sapeva manovrare mirabilmente tra la burocrazia americana e quella italiana. In America avrebbe convinto a una calorosa collaborazione l’Ambasciatore e il Console di San Francisco. Ebbene, di fronte al cadavere delle cui vicende ha fatto quasi ragione di vita, dopo aver convocato un anatomista illustre per l’esecuzione della necropsia, avrebbe accettato che la bara fosse richiusa senza che il medico stilasse una sola riga sull’esito del proprio esame? L’eventualità appare inverosimile: Busi suppone che ragioni a noi ignote avrebbero impedito a Cortelloni di rendere pubblico il referto. Non occorre la fantasia del grande romanziere per desumere che la prova dell’assassinio avrebbe infangato la memoria del giudice Wickershman, che cento ragioni additano quale protagonista di un’omertà che in Italia si definisce, abitualmente, mafiosa, la cui dimostrazione avrebbe potuto creare ripercussioni sgradevoli per l’Ambasciatore ed il Console che alla traslazione intercontinentale avevano generosamente cooperato. Secondo Busi Il referto esisterebbe, si può immaginare nella cassaforte di un collega di Cortelloni, il quale scomparve, ricordiamo, nel 1978. Se un collega avesse avuto disposizione di custodire il referto, il documento sarebbe, ora, nelle mani di un erede, e a nessuno è dato di sapere chi e dove. Avallerebbe la supposizione il foglietto in cui, in quattro righe, il figlio del notaio paullese descrive lo spillone e la sua posizione tra la nuca e la carotide, un palese indizio della sua presenza alla necroscopia. La supposizione, indubbiamente verosimile, potrebbe essere smentita, peraltro, da una diversa, l’ipotesi che tra i precedenti del gemellaggio tra Fairbanks e Fanano fosse stato assunto, tra i contraenti, un gentlemen agreement, che non sarebbe stato convertito in patto scritto ma che non sarebbe, per questo, meno cogente: l’intesa che per non disonorare la giustizia americana, e con la giustizia americana, un suo tipico campione, James Wickershman, della morte del cittadino americano Felix Pedro nessuno avrebbe dovuto parlare mai più. L’America è immensamente orgogliosa della giustizia che vige tra i propri cittadini. Che gli abitanti diversi del Pianeta non siano in grado di afferrare che chi non è benedetto, come uomo, da, Dio, unico arbitro delle virtù umane, possa essere liberamente caricato e sbarcato da una nave per schiavi partita dal Senegal, per zappare tabacco fino alla morte di stenti, destinato, con l’intero villaggio, a perire tra le fiamme come una donna indiana, incinta o allettante non ha alcun rilievo, sbarcato da un vapore francese e mandato tra i ghiacci a cercare l’oro perchè l’affarista Barnette si appropri delle concessioni rilasciate in nome della giustizia a stelle e strisce, e con quell’oro possa fondare una grande banca, che finanzierà la campagna elettorale del giudice Wickershman, significa, semplicemente, che non hanno capito che il profeta di Ginevra, Johannes Calvinus, ha consacrato, in nome dell’Onnipotente, il codice dell’eterna giustizia, emendandolo dalle ingenuità che vi aveva incluso un incolto pescatore della Galilea, perché agli uomini virtuosi fosse consentito di proclamare, liberi da futili remore morali, “In God we trust”, comprendendo, in quel trust, l’imposizione della schiavitù, politica, civile, economica, a chiunque non sia stato, come loro, benedetto dall’Altissimo.  

Sto per datare e firmare l’articolo, me lo impedisce la telefonata di un’amica, che mi invita a leggere un articolo nelle pagine di cronaca della Gazzetta di Modena. Lo reperisco sul Web. Daniele Montanari riferisce le impressioni al ritorno da Fairbanks di un gruppo politico e promozionale fananese. 
Titolo: Il sindaco Muzzarelli di Fanano: «Gettate le basi per scambi turistici e economici». L’azienda Itm ha preso contatti per vendere i propri impianti. 
Tra i cento misteri con cui ci siamo confrontati in queste pagine l’ultimo, e capitale, è risolto. Gli assassinii non favoriscono gli affari. Scritto o orale, quello che avevamo identificato come gentlemen agreement è perfettamente attivo. Ora siamo certi che il referto di Pavullo resterà, per sempre, in qualche cassaforte inviolabile. Posso datare e firmare

Ospitale, 20 febbraio 2016 

Antonio Saltini





Bibliografia

Busi Claudio, Felice Pedroni alias Felix Pedro. Un Italiano alla scoperta dell’oro dell’Alaska, Pendragon, Bologna, 2012
Comaschi Giorgio, Felix Pedro. Romanzo, Pendragon, Bologna, 2010
Comaschi Giorgio, Felix Pedro. La straordinaria avventura di Felice Pedroni dalla miseria dell’Appennino all’oro dell’Alaska, Pendagron (Bologna), 2010
Hanot Alexander, The History of Felix Pedro, dattiloscritto privo di data donato nel 1995 dal figlio William all’Associazione Pioneers of Alaska di Fairbanks
Madonna Jim, Alaska Gold Trails. Volume IV. The life of Felix Pedro & The life of Earl Pilgrim, A. P. Publishing, Fairbanks (Alaska), 2006
Montanari Daniele, Il sindaco Muzzarelli di Fanano: «Gettate le basi per scambi turistici e economici». L’azienda Itm ha preso contatti per vendere i propri impianti, La Gazzetta di Modena, 20 febbraio 2016, cronache
Prat Valeria, Felice Pedroni. Il fondatore di Fairbanks, tesi di laurea, Università di Genova. Facoltà di lettere e filosofia, a.a. 1974-75
Parker Genevieve Alice, The Evolution of Placer Mining Methods in Alaska, Alaska Agricultural College and School of Mine, Fairbanks 1929
Salter Mullen Donna, Felice Pedroni. La sua storia, in Fanano fra storia e poesia, Comune di Fanano, De Botte, Livorno 2003
Saltini Antonio, La valle di Ospitale: un’isola di economia naturale a metà del Novecento, in Il mosaico di Ausonia, Nuova Terra Antica, Firenze 2013
Vecchietti Giorgio, La capitale dell’Alaska fu fondata da un modenese, in Oggi, sett. 1954
Turchi Massimo, Alla fine dell'arcobaleno. La storia di Felice Pedroni da Fanano all'Alaska,Prospettiva Editrice, Civitavecchia,2007
Turchi Massimo, La storia di Felice Pedroni. Un emigrante italiano nella corsa all'oro in Alaska,(e-book),Kappaeventi,Civitavecchia,2009







Antonio Saltini 
Già docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e vita.

E' autore della Storia delle Scienze Agrarie, l’ultima edizione dell’opera, in sette volumi pubblicati tra il 2010 e il 2013, è ora proposta in lingua inglese "Agrarian Sciences in the West". Tale opera, per la ricchezza dei contenuti e dell'iconografia, costituisce un autentico unicum nel panorama editoriale mondiale, prestandosi in modo egregio a divulgare in tutto il mondo la storia del pensiero agronomico occidentale.

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