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venerdì 6 maggio 2016

Perché le Agrarian Sciences?


Una domanda a Antonio Saltini


Antonio Saltini. Foto S. Scarsi.
Le Agrarian Sciences in the West che Antonio Saltini ha realizzato, in sette volumi tradotti da uno specialista di storia delle scienze di Cambridge e con il diverso contributo dei membri della piccola company che si identifica con redattori e collaboratori di questo questo blog, non a caso denominato col medesimo titolo, si avvicinano, nonostante le gravi difficoltà insorte al termine dell’anno scorso, alla conclusione. All’approssimarsi della circostanza felice abbiamo chiesto all’Autore perché, quando e come abbia affrontato un’impresa mai, precedentemente, tentata, che gli ha imposto di verificare gli apporti diversi che al corpus delle discipline agrarie hanno afferito almeno una decina di discipline tra loro lontane, dalla biologia alla geografia botanica, dalla fisiologia vegetale a quella animale, dall’idraulica alle scienze del suolo, dalla storia del diritto a quella delle arti figurative, in un impegno che, alla conclusione, avrà superato la durata di quarant’anni. 
Questa è la risposta dell’Autore a tutti gli amici che redigono e che seguono queste pagine:


« La premessa ad una risposta deve essere , credo, la confessione di essere stato, fino da bambino, un sognatore, un sognatore la cui fantasia continuava a riproporre, però, quanto percepivo e cercavo di comprendere nella natura che amavo appassionatamente: gli alberi e gli uccelli, il mare in burrasca e il rimescolarsi delle nuvole prima o dopo una tempesta.
La prima grande avventura cui mi condusse il mio sognare fu, a diciotto anni, la scelta di seguire mio
zio, tra gli anni ’50 e ’60 figura di cospicua risonanza in quanto predicatore, era sacerdote, di una radicale rivoluzione per realizzare un ideale comunismo evangelico. Per elucubrazioni che non ho mai compreso volle che mi laureassi in giurisprudenza, e quando compresi che lo zio perseguiva, con immensa generosità, un sogno le cui metamorfosi disorientavano e, progressivamente, allontanavano i collaboratori più fedeli, decisi di lasciare il progetto evangelico. Uscito dal sogno dovetti riconoscere che, non avendo mai compreso perchè fossi stato indotto a laurearmi in giurisprudenza, sarebbe stato vano sprecare il resto della vita cercando la misteriosa ragione, e che sarebbe stato più utile dedicarmi operosamente a conseguire una laurea diversa. Scelsi scienze agrarie e nella facoltà di Milano vissi quattro anni di studio appassionante.

Dieci giorni dopo la laurea facevo parte del Servizio tecnico agrario della Federconsorzi, in pratica un sistema di informazioni tecniche, commerciali e politiche dispiegato sull’intero quadro nazionale, dal quale venni trasferito, dopo due mesi, al settimanale del gruppo, la più gloriosa testata agraria italiana, Il Giornale di agricoltura, denaturata dalla soggezione al tribunizio Bonomi, ma strumento straordinario di conoscenza della geografia agraria del Paese. Felicemente i miei reportages erano accolti con interesse dai lettori, e i responsabili dei settori tecnici della Federconsorzi, il migliore staff di tecnocrati operante in qualunque organismo agrario nazionale, erano sempre disponibili a illustrarmi i problemi di cui dovessi scrivere, dischiudendomi lo scrigno di conoscenze che, per il settore di competenza, ciascuno dilatava ai dettagli più sottili a tutte le latitudini della Penisola, e alle regioni chiave del planisfero.

Fu, per quattro anni, una scuola preziosa, fino a quando, nel 1976, morì il direttore, un anziano gentiluomo calabrese del tutto ignaro di agricoltura che era stato ben lieto di affidarmi i temi dalle più complesse implicazioni tecniche, e fu sostituito dall’uomo ideale per Paolo Bonomi, l’autentico servitore impegnato nel glorioso compito di precedere sempre gli ordini, dimostrando la finezza dell’intuito a prevenire la volontà del padrone. La grande occasione si propose quando il titano John Deere organizzò un viaggio per la stampa nei propri stabilimenti in Iowa e in uffici diversi a Chicago e Washington, la scelta dell’inviato fu rimessa al capo del servizio macchine Federconsorzi, che volle andassi io. L’esperienza di inviato speciale agricolo sviluppata tra Piemonte e Puglia mi consentì di scrivere una serie di articoli che Luigi Perdisa, creatore e signore della perfetta macchina editoriale delle Edagricole, reputò significativamente superiori a quelli del proprio inviato, e dopo qualche mese mi trovai a fare l’inviato per Terra e Vita, dove le esigenze del grande maestro erano assai più impegnative, ma dove gli orizzonti si aprivano a tutto il planisfero agrario (con la tecnocrazia romana sempre pronta a discutere di agricoltura olandese o argentina con l’inviato del giornale concorrente a quello della Casa).

Non è questa la circostanza per vergare la mia biografia. Negli anni Settanta dovunque mi portasse l’aereo su cui mi ero imbarcato per disposizione del Professore scoprivo, qualunque fosse la sfera produttiva di cui dovessi occuparmi, cento segni di un progresso prodigioso, frutto di un impegno scientifico che coinvolgeva istituti di tutti i paesi civili, e di un’attività industriale e commerciale che ne usava le scoperte nella più accesa competizione internazionale. Divenne per me esigenza ossessiva capire quali fossero le matrici storiche del progresso di cui ognuno dei miei viaggi confermava l’effervescenza. Annoto che al Giornale di Agricoltura era annessa la più ricca biblioteca agraria italiana, quella del Reda, e che a Roma la domanda mi si era già proposta nella ragionevole supposizione che nella ricchezza delle scansie che potevo esplorare fosse possibile reperire risposte esaurienti. Una certezza che reiterando le mie indagini bibliografiche si confermava, dopo ogni pomeriggio in biblioteca, una chimera.

Reperii la risposta, finalmente, sulle pagine della storia dell’agricoltura europea dell’olandese di Slicher van Bath, il più celebrato e citato volume sull’argomento. Figlio di un paese che ha sempre vantato un’agricoltura d’avanguardia ma dove, pure contando più di una delle capitali europee della stampa, non è mai stato pubblicato un volume sulle indagini scientifiche per il progresso dell’agricoltura, il grande storico proclama che l’agricoltura è arte pratica, frutto dell’ingegnosità di mille e mille contadini. La prova inequivocabile? L’agricoltura inglese avrebbe conquistato tutti i primati mondiali, durante quella che viene definita Rivoluzione agraria, condizione della Rivoluzione industriale, dopo che un viaggiatore britannico, Sir Richard Weston, avrebbe divulgato tra i gentlemen farmers gli elementi essenziali dell’agricoltura delle Fiandre.

L’argomento è tanto semplicistico da risultare banale. La relazione di Weston fu pubblicata e studiata dal circolo dei fondatori della Royal Society for the Advancement of Science, il cenacolo degli amici e allievi di Lord Bacon, nel cui spirito le pratiche dei contadini olandesi divennero, in Inghilterra, oggetto di migliaia di esperimenti che ne valutarono mille varianti, i cui risultati, nello spirito più genuino di Bacone, duchi e baronetti, discutevano, con i propri agenti, con tecnici e scienziati, nelle cento società create per il progresso agricolo. Orgoglioso dell’ingegnosità dei contadini del proprio Paese, il grande storico non aveva compreso che, trasposte in Inghilterra, le pratiche contadine olandesi erano divenute oggetto di autentica scienza, e che la Rivoluzione agraria moderna non era, semplicemente, frutto di acume paesano, ma espressione di un secolare, e capillare, impegno scientifico.

Se colui che era considerato il supremo storico dell’agricoltura europea non aveva capito assolutamente nulla dei rapporti tra agricoltura e scienza sperimentale, la storia di quei rapporti era terreno del tutto inesplorato, se volevo, quindi, comprendere il dinamismo della trasformazione in corso nell’agricoltura del Pianeta, dovevo impegnarmi ad affrontare l’indagine io stesso. Felicemente lavoravo a fianco di un uomo come nessun altro in grado di comprendere la mia curiosità. Perdisa capì immediatamente, infatti, il mio sogno, pubblicò, su Terra e Vita, dal 1977, la mia prima serie di biografie scientifiche dei grandi agronomi della storia, che nel 1979 volle riunite in un corposo volume illustrato. Quando gli dissi che il saggio mi aveva dispiegato gli spazi immensi del terreno da esplorare, e gli proposi un’opera in quattro volumi, ne discusse per alcuni mesi, poi definì il progetto, volle l’opera sontuosamente illustrata e l’affidò alla nuora, Luisa Balboni, responsabili della produzione libraria della Casa, che la realizzò con infinita cura. Il grande Maestro scomparve a metà dell’impresa, che fu terminata, ma che il figlio Cesare, campione di formula Uno, legato al padre da incomprensibili sentimenti di devozione-competizione, destinò al macero. Qualche mercante di carta riuscì a collocare, fortunosamente, l’immane mole di volumi nelle biblioteche pubbliche, che oggi possiedono, generalmente, il reperto, ormai, di antiquariato librario.

Controllando l’inevitabile amarezza continuai a lavorare per includere nel contesto gli autori di cui fosse più arduo reperire le opere, perfezionando analisi epistemologiche, biografiche e bibliografiche. Senza la speranza di riuscire mai più a vedere stampato quanto scrivevo. Nel crepuscolo del secolo conobbi difficoltà gravi a causa degli articoli che scrissi sullo scandalo Federconsorzi, invisi all’intero mondo politico, universalmente connivente all’appropriazione, da parte di un clan dell’alta delinquenza politica, del più vasto patrimonio immobiliare del Paese. Avendo proclamato la connivenza del procuratore demandato delle indagini finii per essere l’unico condannato per lo scandalo. Divenuto l’amico migliore, l’avvocato che mi trasse dalla palude in cui ero finito, Eliseo Alimena, volle partecipare al sogno di pubblicare il lavoro ampliato. Ci sostenne un gruppo di agronomi alessandrini guidati da Giuseppe Concaro, che finanziò la prima tiratura di un’edizione italiana in sette volumi (non illustrati). Scienziati autorevoli, ai primi posti Francesco Salamini, Tommaso Maggiore e Dario Casati, continuavano ad insistere che scrivendo un lavoro di tale originalità in italiano consumassi invano il mio tempo, Salamini stesso procurò un contatto col maggiore editore scientifico mondiale, Springer, il cui comitato scientifico approvò l’opera, di cui la direzione editoriale stabilì che dovessi sostenere io tutte le spese senza pretendere diritti d’autore. Durante la trattativa un amico reperì, all’Università di Padova, un rappresentante emblematico della scuola epistemologica di Cambridge, Jeremy Scott, cui chiedemmo alcuni capitoli di saggio.

Leggendo i capitoli tradotti tutti gli studiosi competenti proclamarono che, se avessimo rinunciato, un traduttore comparabile non lo avremmo trovato mai più. L’avv. Alimena insistè perchè tentassimo l’avventura, per protrarla fino a quando i nostri mezzi ce lo avrebbero consentito, nella speranza di incontrare chi ci avrebbe concretamente aiutato a concluderla. Il mondo agrotecnico e le forze agrarie non hanno mai attribuito, si può annotare, alcun valore a un’opera sulla storia delle discipline che praticano, non l’hanno, quindi, mai sostenuta. Quanto abbiamo realizzato fino ad ora, cinque volumi magistralmente tradotti e superbamente illustrati, complessivamente duemila pagine e altrettante illustrazioni, consente di asserire che si è compiuto, tra le nostre mani, un autentico prodigio, ma dobbiamo riconoscere che non possiamo contare su nessun organismo, pubblico o privato, che, alla conclusione, ci permetta di stampare più delle venti copie che stamperemo grazie alla passione di pochi amici.»



Presentazione "Agrarian Sciences in the West"
nella foto Dario Frisio, Antonio Saltini, Dario Casati,
Tommaso Maggiore. Foto S. Scarsi.





 


 

1 commento:

  1. Alfonso Pascale8 maggio 2016 17:33

    Solo in Italia può accadere quello che ci racconta Antonio Saltini in questo post. Autore di una originale storia delle scienze agrarie in sette volumi, tradotta in inglese da uno specialista di storia delle scienze di Cambridge e in via di pubblicazione da parte del maggiore editore scientifico mondiale, Springer, il nostro autore non ha trovato finora alcun sostegno, tranne pochissime eccezioni, nel mondo dei tecnici e scienziati agrari del nostro Paese. Avendo scritto più saggi sulla Federconsorzi e sugli scandali che segnarono la fine ingloriosa di questa organizzazione, la sua colpa è stata quella di inimicarsi le più potenti lobby che ancora condizionano l'evoluzione dell'agricoltura italiana.
    Questa vicenda costituisce un esempio emblematico della perdita di autonomia e autorevolezza di quelle competenze che, fino alla metà degli anni Cinquanta, seppero promuovere, spinte da un'elevata consapevolezza di svolgere una funzione di interesse generale, un'osmosi paritaria tra saperi esperienziali di contadini e agricoltori, da una parte, e conoscenza tecnico-scientifica, dall'altra. Un'osmosi che aveva garantito per secoli un equilibrio tra visione produttivistica dell'agricoltura e tutela delle risorse naturali.
    Fu proprio la progressiva erosione di quella capacità di esercitare in modo indipendente e nell'interesse della collettività la propria professione da parte dei tecnici e degli scienziati agrari, una delle cause di fondo della crisi ecologica che ancora oggi viviamo.
    Il lavoro di Saltini ci aiuta a comprendere i passaggi fondamentali che nella storia dell'umanità hanno segnato i rapporti tra agricoltura e scienza, entrambe nate diecimila anni fa, quando si costituirono le prime comunità umane stanziali che dettero vita alla prima rivoluzione agraria.

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