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lunedì 11 luglio 2016

La Brexit siamo noi? più dignità al settore agricolo!

di Luigi Mariani



Il Corriere della Sera del 6 luglio scorso ha pubblicato l’articolo “LA PROSPETTIVA DELLE BREXIT HA LO SGUARDO <<CORTO>>” a firma di Giuliano Noci (qui). In esso l’autore, che è ordinario di Marketing al Politecnico di Milano, sviluppa un’analisi del fenomeno Brexit a partire dal fatto che metropoli come Londra, Glasgow e Manchester hanno votato per rimanere nell’UE mentre le campagne inglesi e il Galles hanno votato per l’uscita.
Da ciò l’autore deduce che la Brexit altro non sarebbe se non il risultato della rivincita della cultura rurale delle campagne inglesi (tradizionaliste, retrive, nostalgiche di un mondo che non c’è più) su quella urbana delle grandi città (cosmopolite e formidabili hub di conoscenza, economia e finanza).
Tale tesi, per espressa indicazione dell’autore, si riallaccia alle idee del politologo statunitense Benjamin Barber, secondo il quale le città sono culla delle istituzioni e della democrazia, capaci di reagire alle sfide globali e di spingere alla crescita meglio degli Stati Nazione, istituzioni ormai arcaiche. Le metropoli sono del resto il luogo ove vive il 78% della popolazione dei paesi industrializzati e ove si genera l’80% del PIL mondiale.
Non bisogna a mio avviso sottrarsi a dati e problemi che l’analisi di Noci pone e lo farò qui di seguito, rilevando anzitutto che in essa c’è qualcosa che non torna a livello numerico. Se infatti la popolazione inglese è in gran parte inurbata (il che è peraltro uno dei grandi lasciti della rivoluzione industriale del XVIII secolo, che in Inghilterra e Scozia ebbe culla e che fu preceduta da un’imponente rivoluzione agricola, volta a produrre cibo per i nuovi inurbati) è evidente che una parte considerevole della popolazione che vive nei “formidabili hub” non ha sentito il richiamo delle sirene del cosmopolitismo. A mio modestissimo avviso la spiegazione di tale fenomeno risiede nel fatto che oggi è l’Europa a essere sempre più fuori dal mondo, nel senso che essa rappresenta ormai un livello di potere irrispettoso del principio di sussidiarietà, votato ad estenuanti mediazioni il più delle volte a risultante nulla e che alimenta una politica che non sa più ragionare in termini di causa-effetto. Su quest’ultimo aspetto mi spiego meglio con un esempio: nella fase più acuta della crisi libica l’Europa fu totalmente assente e la scena fu occupata da una “coalizione di volonterosi” composta da Usa, Francia e Gran Bretagna e a cui l’Italia ahimè si accodò, venendo con ciò meno al mandato di dialogo con l’illiberale regime di Tripoli a suo tempo assegnatole dalla comunità internazionale. Delle “gloriose” azioni che la “coalizione di volonterosi” ha condotto siamo qui oggi a raccogliere i cocci e mi domando allora se qualcuno sia davvero convinto che tutto ciò non lasci tracce nel livello di fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni europee e che magari basti non parlarne per esorcizzare la questione (al riguardo mi pare che l’unico ad aver ammesso a distanza di anni l’enorme errore compiuto in Libia sia stato il presidente americano Obama…).

Venendo poi in modo più diretto al tema della dialettica città-campagna, si tratta di un tema con radici profondissime nella nostra cultura in quanto la ritroviamo già in Socrate, il quale si allontanò da Atene solo per combattere nell’esercito ateniese e passò il resto della sua vita nelle vie, nelle botteghe e nelle piazze di Atene, interrogando i suoi concittadini sulle «cose umane», cioè sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, sulla virtù e sulla politica. A un amico che lo rimproverava di non mettere mai piede fuori delle mura di Atene, Socrate rispondeva che la sua passione era imparare e mentre la campagna e gli alberi non erano disposti a insegnargli alcunché, dai suoi concittadini apprendeva molte cose (qui). Socrate è dunque il prototipo remoto del “cittadino vero”, di colui cioè che “non sa distinguere un ramo ad una foglia”.

Più vicino a noi nel tempo sono le rivolte della Vandea o le rivolte rurali post-unitarie del nostro sud. Esse esprimevano il sentire di una popolazione rurale che i cittadini dipingevano come retriva (un po’ come Noci dipinge i votanti inglesi pro-brexit) e furono perciò represse nel sangue da eserciti composti da cittadini “progressisti”. Al riguardo, senza entrare nelle nostre molto istruttive vicende di brigantaggio, mi limito a segnalare il terribile articolo di Giulio Meotti uscito sul Foglio del 18 Marzo 2013 “Il massacro dei lumi - I “gufi maledetti” che in Vandea si opposero alla Rivoluzione - La Francia dibatte se riconoscere il genocidio” di (qui) che si chiude con le parole tratte dal breve comunicato che il generale francese Joseph Westermann spedì al Comitato di salute pubblica al termine della campagna: “Non c’è più nessuna Vandea. Secondo gli ordini che mi avete dato, ho massacrato i bambini sotto i cavalli e le donne non daranno più alla luce briganti. Non ho prigionieri. Li ho sterminati tutti”. Nell’articolo si ricorda anche il memoriale, significativamente inaugurato dal grande scrittore russo Aleksandr Solzenicyn e dedicato ai martiri di Lucs-sur-Boulogne, ove le truppe repubblicane del generale Cordelier, fra il 28 febbraio e il primo marzo del 1794, uccisero 564 persone, fra cui 110 bambini al di sotto dei sette anni. Questi esempi, che ancor oggi pesano sulle nostre coscienze di europei, la dicono lunga sulla contraddittorietà che spesso ha afflitto in passato le idee di progresso nella nostra vecchia Europa e sul fatto che, forti di tali esperienze, dovremmo essere oggi più che mai attenti nel rispettare la volontà dei popoli anche quando questa si riveli contraria ai nostri ideali di progresso e di hub.

Ma abbandoniamo la storia per interrogarci in merito allo strapotere sempre più spinto che il mondo urbano esprime rispetto a quello rurale. Tale dato di fatto ci addita la sfida dei prossimi anni, una sfida che a mio avviso si vince dando nuova dignità agli agricoltori il che si ottiene non solo conoscendo meglio la storia (chi opera in agricoltura pratica un’attività che ha almeno 10mila anni di storia il che vorrà pur dire qualcosa) ma anche incrementando il livello (culturale e pratico) del nostro approccio alla realtà e ai problemi. E qui mi spiego: sempre più la città, forte dei primati espressi con orgoglio da Noci, si sente culturalmente autosufficiente e senza nessun interesse a un dialogo su basi razionali con il mondo rurale, la cui comprensione è totalmente al di fuori degli obiettivi delle elites culturali urbane, le quali preferiscono demandare l’interpretazione a slogan che hanno il pregio di rivelarsi tranquillizzanti anche se il più delle volte non reggono alla verifica razionale (naturale, sano, genuino, a chilometro zero, ecc.).


Tale falsificazione operata nei confronti del mondo rurale è peraltro emersa in modo palese a Expo 2015, manifestazione che tutto ha dato fuorché una visione realistica del settore agricolo italiano e globale, non arrivando mai a rivolgersi ai 590 milioni di aziende agricole attive a livello mondiale ma preferendo viceversa appellarsi a un variegato mondo fatto di personaggi dello sport, personaggi dello spettacolo, chef, gastronomi, architetti, designer, stilisti, economisti, filosofi, scrittori, astronauti, operatori del volontariato, attivisti ambientali, esploratori, sacerdoti e divulgatori scientifici. Per inciso tale elenco non è buttato giù a caso ma emerge scorrendo l’elenco degli 82 ambasciatori di Expo, in cui non si ritrova alcun agricoltore, il che per una manifestazione che aveva al proprio centro il tema “nutrire il mondo” è un’aberrazione che ha dell’incredibile non solo per il fatto di essere stata perpetrata dagli organizzatori della stessa, ma per il fatto che nessun media di quelli che contano l’abbia adeguatamente stigmatizzata mentre solo Agrarian Sciences se n’è occupata (Mariani, 2015).

Al riguardo si provi a pensare a come Expo 2015 avrebbe potuto essere più vera ed intellettualmente più onesta se gli organizzatori all’inizio della loro attività avessero prima fatto lo sforzo di visitare aziende agricole in diverse parti del mondo o, assai più modestamente, avessero imboccato la strada statale Paullese e, dopo aver percorso una ventina di chilometri, si fossero infilati in qualche strada interpoderale raggiungendo le corti di alcune nostre aziende e cercando senza paraocchi di apprezzarne finalità, tecnologie, vincoli, problemi e aspettative. Non dico che così si sarebbe potuta evitare la Brexit ma si sarebbe quantomeno fatta un’azione di verità utile a colmare il crescente baratro città-campagna.

A questo punto però, visto che il mondo urbano proprio non ci arriva, è Il mondo rurale che dovrebbe porsi il problema di dialogare con la città, il che non può che svolgersi su basi di dignità e rispetto reciproco. Vedete, il settore agricolo, per come lo conosco io, ha sempre espresso una profonda dignità fatta di onestà nei rapporti con il prossimo e coscienza del proprio ruolo di produttore di cibo e beni di consumo. Questo ho appreso da ragazzo dialogando con vecchi agricoltori e a questo dobbiamo senz’altro anche oggi appellarci, integrando però il messaggio per adeguarlo ai tempi. Qui di seguito passerò dunque in rassegna alcune delle questioni su cui potrebbe a mio avviso fondarsi l’affermazione di una nuova dignità per il settore agricolo.


Un primo elemento per affermare la dignità dell’agricoltura consiste nell’offrire alla collettività la costante percezione che il dovere sociale più fondamentale dell’agricoltore è duplice e cioè da un lato quello di produrre cibo e beni di consumo per tutta l’umanità e dall’altro quello di governare l’ambiente e il territorio e tutelare il paesaggio, chiedendo per tutto ciò il giusto compenso.

Un secondo elemento consiste a mio avviso nell’offrire ai cittadini una chiave di lettura coerente del mondo rurale anziché cercare i lucrare qualche rendita di posizione prostituendosi ai miti urbani. Pertanto se il mondo urbano vuole “naturale, genuino, tradizionale, a chilometro zero, biologico, biodinamico e quant’altro” diamoglielo senza accettare il gioco al massacro basato sul discredito che i produttori che accettano di agire sfruttando le nicchie “bio” gettano sulla gran massa del sistema agricolo, che nicchia non è e che ambirebbe a produrre utilizzando tecnologie allo stato dell’arte (concimi, fitofarmaci, genetiche evolute Ogm inclusi, ecc.). La logica di fondo sia dunque quella per cui chi opera in agricoltura e nelle filiere ad essa collegate miri a dare al consumatore prodotti conformi per qualità ai vincoli di legge e chi non lo fa è un disonesto, punto.

Un terzo elemento consiste nel rendere evidente anche al cittadino che l’attività agricola è un’attività imprenditoriale complessa che si fonda su un’approfondita conoscenza della fisiologia dei vegetali, degli animali domestici e più in generale delle diverse componenti dell’agro-ecosistema, una conoscenza che non è solo teorica ma che permea la prassi aziendale. Inoltre come attività imprenditoriale l’agricoltura deve prevedere una sostenibilità economica oltre che ambientale e sociale.


Un quarto elemento consiste nell’affermare la qualità dei nostri prodotti senza dover per forza screditare i colleghi agricoltori di altri paesi, i quali fino a prova contraria sono sottoposti alle nostre stesse normative e lavorano con serietà ed attenzione almeno quanto lo fanno i nostri produttori. Possibile che il latte bavarese secondo la vulgata corrente sia inferiore al nostro e che le mozzarelle d’oltralpe siano tutte blu?


Un quinto elemento consiste poi nello smettere di lagnarsi in modo sterile per il fatto che le filiere a monte e a valle del campo si appropriano di gran parte dei profitti ma viceversa cercare sempre più di affermare la propria presenza in tali filiere, divenendone parte attiva anche a livello economico. Da questo punto di vista il crack di Federconsorzi - di cui Antonio Saltini dette un interessantissimo resoconto su Terra e Vita e altri giornali e che è oggi disponibile anche su Wikisource (Saltini, 1993) - non ha certo aiutato gli agricoltori a conservare posizioni di rilievo all’interno delle filiere.

Il sesto e ultimo elemento che segnalo ai lettori consiste nell’essere sempre più bravi nell’interpretate gli ecosistemi, orientando le proprie scelte imprenditoriali in modo da gestire il territorio chiudendo i cicli degli elementi (carbonio, azoto, fosforo, potassio, ecc.). Le città infatti non chiudono il ciclo dell’azoto, del fosforo, del potassio e nemmeno quello del carbonio e ciò in quanto da decenni ormai non dialogano più in modo positivo con la campagna in termini di flussi di materia. Le città hanno peraltro bellamente scordato la messe di disastri che nel XX secolo procurarono alle campagne circostanti smaltendo nelle acque irrigue i loro liquami inquinati da solventi clorurati e metalli pesanti.

Quella riportata è una lista per molti versi non esaustiva e tuttavia se ne ricava che per il nostro mondo rurale è oggi più che mai necessario cogliere i tempi. Da questo punto di vista concludo rammentando che il paradigma tanto caro a Giuliano Noci può essere ribaltato (come del resto Noci stesso fa nella seconda parte del suo articolo) nel senso che le grandi città non sono solo grandi hub di conoscenza, economia e finanza ma anche fucine di un nuovo medioevo in quanto produttrici incessanti di miti spesso funzionali a nuove forme di consumo e sempre più avulsi dalla realtà. Gli agricoltori (e qui ci metto anche le organizzazioni professionali agricole) dovrebbero a mio avviso fare molto di più per riappropriarsi di quella razionalità di approccio ai problemi che le grandi aree urbane sono sempre più in difficoltà ad esprimere. Facendo ciò acquisterebbero importanza e meriti duraturi presso l’intera collettività.

Bibliografia
Mariani L., 2015. E' arrivato l' ambasciatore,  - Agrarian Sciences
Saltini A., 1993. Federconsorzi: storia di un'onta nazionale, (qui)



Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del
Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

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