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giovedì 18 agosto 2016

Strampelli vitivinicolo: " La Tignola ed il Vaiuolo della vite"

STRAMPELLI VITIVINICOLO: «LA TIGNOLA ED IL VAIUOLO DELLA VITE»

trascrizione di Sergio Salvi


Larva di Eupoecilia ambiguella
Tra le attività svolte da Nazareno Strampelli a Camerino subito dopo il conseguimento della laurea in Agraria (1891) e prima del suo trasferimento a Rieti (1903) vi fu anche quella di redattore e direttore del Bollettino del Comizio Agrario Camerinese. 
Su questo periodico Strampelli scrisse oltre 60 articoli, prevalentemente a carattere tecnico-divulgativo, otto dei quali dedicati alla vite e al vino. Insieme ad altre due brevi note, pubblicate sempre in quegli anni su L’Agricoltura Italiana, vi proponiamo, in dieci puntate, uno Strampelli nella veste inedita di cultore della materia vitivinicola, sperando che i contenuti di questi articoli, scritti tra il 1896 e il 1901, siano utili a fornire qualche spunto di riflessione e di confronto rispetto alla realtà vitivinicola odierna.

(Bollettino del Comizio Agrario Camerinese, anno XXIX, 1896, Gennaio-Giugno, n. 1-6, pp. 11-14).
«Questi due malanni, che a dire il vero non sono assolutamente nuovi nemmeno per il nostro circondario, si sono mostrati in questo anno più diffusamente del solito. Benchè attualmente i danni non sieno molto rimarchevoli, pure dobbiamo ormai contare due nemici di più da dover combattere, perché c’è seriamente da dubitare che, nell’avvenire, la loro invasione si accentui maggiormente e possa riuscire disastrosa, come lo è stata già in altre località della nostra penisola.Non sarà quindi fuor di luogo se su queste colonne ci proviamo a parlare dei detti malanni e dei rimedi contro di essi consigliati.

Tignola

Le tignole dell’uva appartengono a due specie di piccoli lepidotteri, la Cochylis ambiquella e la Eudemis botrana, che hanno abitudini conformi. Come pel baco da seta, così per le tignole, dall’uovo nasce la larva o bacolino, che vive un mese o poco più; poi il bacolino si trasforma in crisalide e finalmente dalla crisalide esce una piccola farfallina. 

Delle due tignole la più comune è la Cochylis o coccilide, le cui farfalline misurano da 7 ad 8 mm di lunghezza, 12 a 15 mm di apertura alare ed hanno colore giallo-pallido, alucce frangiate con nel mezzo una fascia rosso-bruno trapezoidale, più larga lungo la costa anteriore dell’ala.Le larve o bacolini della Cochylis, al loro completo sviluppo, raggiungono la lunghezza di 10 o 12 mm, hanno testa bruna, corpo rosso vinato, alcuni peli sul dorso, sei zampe più piccole in avanti e dieci altre più larghe di dietro.La farfalla della Eudemis differisce da quella della Cochylis, perché è di colore giallastro più carico ed ha le ali sprovviste della fascia trapezoidale, ma marmorate di tante macchiette rossastro-brune. Il bacolino poi si riconosce per il colore del suo corpo che è verde, invece che rosso-vinato. Del resto, lo ripetiamo, il modo di vivere e di operare in rapporto alle viti è lo stesso, tanto per l’uno come per l’altro insetto, ed anche gli effetti sono identici.In maggio compaiono le prime farfalline, che vanno a deporre le loro uova sui teneri germogli della vite. Dopo 10 o 12 giorni nascono i piccoli bruchi, che incominciano subito a rodere i bottoni fiorali ed i fiori. Ciascun bruco si costruisce una specie di astuccio, riunendo con fili sericei alcuni fiori, che poi divora; divorati questi ne lega assieme degli altri ecc. non distruggendone mai meno di una quindicina.Il bruco vive circa una quarantina di giorni, poi entro un bozzoletto si trasforma in crisalide, che dopo la prima metà di luglio si trasforma in farfalla (di seconda generazione), la quale depone le uova isolatamente sugli acini dell’uva, già grandi almeno come piselli. Dopo pochi giorni, dalle uova schiudono nuovi bruchi i quali forano la buccia degli acini, si introducono nell’interno degli acini stessi e ne divorano la polpa.In agosto possiamo vedere gli acini bucati, con una macchia bluastra, callosa alla superficie, e, se poi la stagione corre umida, questi acini infradiciano, e si ha così il marciume dell’uva.Ogni bruco di questa generazione, quando ha vuotato in tutto od in parte un acino, se ne esce, va ad attaccarne un altro e così di seguito, guastando circa una dozzina di acini. Giunto al suo completo sviluppo si tesse un bozzolo fra gli acini infetti e sani o nelle screpolature della corteccia della vite e si trasforma in crisalide.Qui, nella nostra regione, generalmente si hanno solo queste due generazioni; ma, se la stagione corre favorevole, allora dalle crisalidi della seconda generazione si possono avere nuove farfalle, da queste nuova uova e quindi nuovi bruchi, che attaccano gli acini, che sono già maturi o molto prossimi a divenire tali.In qualunque modo gli ultimi bruchi dell’annata vanno nelle screpolature della corteccia delle viti, degli alberi, dei pali, ecc. e si incrisalidano entro un bozzolo abbastanza denso e resistente, ove passano l’inverno per riprendere il loro ciclo nel venturo maggio.Sembra che una farfallina femmina possa deporre circa 40 uova, dalle quali supponendo di aver metà maschi e metà femmine, si avrebbero 20 coppie e così in due sole generazioni 840 bruchi, capaci di guastare oltre 7000 acini: e se poi si avesse la terza generazione, proseguendo i calcoli come sopra, 100.000 potrebbero essere gli acini attaccati, ossia circa tre quintali e mezzo di uva che verrebbe ad essere sciupata dai discendenti di una sola farfallina!I danni causabili da questi insetti, adunque, possono riuscire enormi e si noti anche che i vini, fatti con le uve danneggiate dalle tignole, hanno un sapore disgustoso speciale e sono pochissimo conservabili.

Rimedi.

La cura contro le tignole è multiforme e si deve adattare ai corrispondenti principali stadi della vegetazione della vite e della vita degli insetti, ed i mezzi di lotta consigliabili, (ommettendo la caccia alle farfalle, la cui utilità è molto incerta) sono: la distruzione delle crisalidi ibernanti – la distruzione delle larve – la raccolta e la distruzione delle crisalidi estive. Mezzi questi che debbono esser tutti praticati, nessuno escluso, se si vuole riuscire a difendere dalle tignole le nostre viti.Parlando solo di questi sistemi la cui pratica utilità è indiscutibile e la spesa di applicazione non è troppo gravosa, cerchiamo esporre qui sotto i modi come praticare i tre mezzi di lotta sopra enumerati.

Distruzione delle crisalidi invernali.

In inverno si scorteccino e si mondino bene i ceppi ed i rami delle viti, i pali e qualunque altro sostegno vivo o morto, mediante guanto Sabadè, e le corteccie staccate si raccattino accuratamente e si brucino: si asportino e si brucino le vecchie legature: si recidano i nodi superiori delle canne e si brucino; si brucino anche i sarmenti; e non si trascuri di seguire una buona vangatura invernale.
 
Distruzione delle larve.
 
Appena si osservano gruppi di due o più forellini, non ancora schiusi, riuniti insieme in grovigli da fili di seta, si premano i grovigli stessi per mezzo delle dita o di pinzette, schiacciando i bruchi che vi sono nascosti. Questa pratica specialmente nelle vigne basse è più facile di quanto si crede ed è molto indicata per l’uccisione e distruzione (che è la più importante) delle larve della prima generazione.Per le nostre viti, maritate agli oppi, certamente riesce più comodo ricorrere alla irrorazione con liquidi insetticidi.Buoni insetticidi sono i seguenti:

1° Petrolio o benzina Kgr 1 e 1/2 a 2
    Alcool                    “   1/2
    Sapone molle         “   3
    Acqua                    “  100


2° Polvere di piretro (che può anche esser sostituita con la medesima quantità di essenza di termentina)     Kgr 1 e 1/2
    Sapone molle                    “  3
    Acqua                               “ 100

3° (migliore delle altre anche perché meno costosa)
     Sapone molle Kgr 3
     Acqua              “  100

che si applicano con una comune pompa da peronospora, non avente nell’interno parti né di cuoio né di gomma (p. es. la Cecchetti) e munita di apposita cannula a getto intermittente.
Sono stati proposti parecchi altri insetticidi, quali l’Estratto fenicato di tabacco, l’Anticoccilide, l’Insetticida universale, la Rubina del Prof. Berlese ecc.
La Rubina ha dato luogo a diverse miscele, fra le quali ricordiamo la Berlese-Martini, giusta la formula seguente:

Solfato di rame Kgr 1
Calce spenta       “  1
Rubina               “ 1 e 1/2
Acqua                “ 100

la quale sembra non essere utile che contro la peronospora e non contro questa e le tignole come avrebbe la pretesa.Naturalmente la cura riesce più difficile e meno efficace coll’inoltrarsi della stagione, perché maggiore, più estesa e più rapida diventa la diffusione del male, in conseguenza della moltiplicazione avvenuta dalla prima alla seconda e terza generazione.È assolutamente indispensabile che le cure non siano interrotte, od almeno sieno ripetute nei diversi momenti nei quali si rinnovano le generazioni dei bruchi, specialmente durante la fioritura ed il primo allegamento degli acini (maggio e giugno) e sugli acini ingrossati nella prima quindicina di agosto.
 
Raccolta o distruzione delle crisalidi estive.

Le crisalidi si possono catturare distribuendo, lungo i filari o sugli alberi, dei batufoli di cotone o di stoppa, capeccio, stracci di tessuti, ecc., ove i bruchi vanno volentieri a nascondersi per incrisalidarsi. Questi batufoli collocati a posto nella estate antecedente si raccolgono in marzo avanti alla prima comparsa delle farfalline, si tuffano nell’acqua bollente per uccidere le crisalidi; si lasciano asciugare, ed alla metà di giugno si rimettono a posto; verso la fine di detto mese si ritirano nuovamente, nuovamente si scottano e si ripongono subito in opera.Giova ripeterlo i tre mezzi di lotta sono tutti e tre indispensabili essendo ciascuno di complemento agli altri. 

 
Vaiuolo

Il vaiuolo od antracnosi è una malattia di antichissima data, sembra che sempre abbia più o meno serpeggiato in tutti i paesi viticoli, con la differenza che negli ultimi venti anni è andata estendendosi e facendosi più maligna che in passato.Essa è dovuta ad un fungo detto Sphaceloma ampelinum, che è favorito nella sua propagazione dall’umidità, e per tale ragione, le viti ne sono di preferenza investite in primavere ed estati umide e piovose. Questo malanno attacca la vite in tutte le sue parti verdi e nei frutti, arrecando danni non indifferenti.Sui tralci questa malattia si manifesta fin dal principio della vegetazione primaverile ed allora si mostra sotto forma di piccolissime eminenze o tubercoletti, che appena si scorgono con la lente e si sentono col tatto, scorrendo con un dito lungo la parte attaccata.Questi tubercoletti possono crescere rapidamente di numero e di grandezza e, quando essi in grande quantità invadono un nodo, allora il ramo resta contorto e sformato. Più tardi i piccoli tubercoli diventano vere pustole, che si ingrossano, squarciano l’epidermide e si convertono in ulceri o piaguzze che si allargano consumando i tessuti circostanti. E se una di queste ulceri si approfonda sino al legno, allora il tralcio cade.Sulle foglie possiamo trovare il vaiuolo anche quando non sono ancora dispiegate; le nuove foglie possono presentarsi picchiettate di secchereccio fin dal loro spuntare. Le picchiettature seguono di preferenza i nervi e le ulcerazioni, che ne derivano e che attaccano e consumano dei tratti di lamina delle foglie, hanno il loro centro sulle nervature.La foglia può essere intaccata in guisa da presentarsi tutta bucherellata o crivellata, conservandosi verde e viva nei tratti illesi, ma grinzosa sformata e con i margini arsicci. Altre volte la foglia, senza esser bucherellata, si mostra con caratteristiche macchie brune poi si atrofizza e muore.Se il vaiuolo attacca i grappoli avanti od intorno alla fioritura allora li distrugge completamente.Gli acini attaccati, presentano delle macchie tondeggianti brune dapprima, poi grigio-cenerine, in corrispondenza di esse la buccia diviene coriacea con danno delle quantità e sapore della polpa e del succo degli acini stessi. La buccia spesso screpola nel centro della macchia e mette a nudo i semi; se poi uno stesso acino ha due o più macchie esso rimane consumato quasi per intiero.
Rimedi.

Per prevenire il diffondersi e lo sviluppo di questo malanno, non si deve dimenticare di fognare i terreni umidi, ove si vogliono piantare viti; di scartare, nel piantamento di viti, le varietà che l’esperienza ha mostrato esser più soggette al vaiuolo; di raccogliere e bruciare, fin dall’apparire del male, tutte le parti attaccate e di non coltivare fra gli interfilari di viti, per non impedire la circolazione dell’aria.I rimedi proposti per combattere il vaiuolo sono numerosi, ma noi ci limitiamo a citare e raccomandare solo il più efficace.Finita la potatura si scorteccino i tronchi ed i rami (come si è detto per la cura invernale contro le tignole), con appositi raschiatoi o con guanti metallici, poi con un pennello da muratore si bagnino i tronchi, i rami ed i tralci con la seguente soluzione:

Solfato di ferro (vetriolo verde) Kgr 25
Acido solforico                           “ 4
Acqua                                    litri 100

Se sono trascurate tali pennellazioni e le viti in primavera si mostrano malate di vaiuolo, allora si cerchi di rimediare spargendo subito su tutte le parti la polvere, formata dal seguente miscuglio:

Cenere vergine stacciata 1/3
Solfo ramato                 1/3
Calce viva in polvere     1/3

E si ripeta questo stesso trattamento dopo tre o quattro giorni.Non ci scoraggiamo se questi due malanni vengono ad aggiungersi alla peronospora ed all’oidio, ma accingiamoci, con fede nella riuscita, a combattere gli uni e gli altri, seguendo i consigli suggeriti dagli esperimenti di valenti studiosi di cose agrarie.



Sergio Salvi
Laureato in Scienze Biologiche presso l’Università di Camerino, nel corso della sua attività di ricercatore si è occupato di genetica lavorando presso Enti di ricerca pubblici e privati. Attualmente svolge attività di ricerca e divulgazione storico-scientifica su tematiche riguardanti il settore agroalimentare e la genetica agraria in particolare (biografia storico-scientifica di Nazareno Strampelli, origine ed evoluzione delle varietà tradizionali di frumento e del concetto di prodotto tipico, recupero di varietà agrarie d’interesse storico).


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