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domenica 18 settembre 2016

Il matrimonio Bayer-Monsanto come occasione per riflettere su "nascita e trasformazione dell' industria sementiera"


di Alberto Guidorzi

 

Bayer con l'acquisizione di Monsanto diventa il
primo fornitore al mondo di sementi e agrofarmaci.
Bayer ha chiuso l'operazione Monsanto mettendo a segno l'acquisizione da 57 miliardi di dollari in contanti del leader delle sementi americano e dando così vita a un nuovo protagonista globale dell'agribusiness. Con il debito il valore complessivo dell'operazione sale a 66 miliardi di dollari e diventa la maggior acquisizione estera mai realizzata da un'azienda tedesca.
Questa notizia si lega a ciò che ci ha raccontato Antonio Saltini su Agrarian Sciences  e ci rimanda al formarsi di quella ragnatela di ditte sementiere nell’orbita delle multinazionali che anch'io ho vissuto durante una vita professionale che mi ha dato modo di conoscere molti aspetti interessanti circa l’evoluzione dell’industria sementiera nell’ultimo secolo e la sua concentrazione. Il mio è stato un angolo di visuale privilegiato costituito da una ditta sementiera francese fondata nel 1830 e che non ha ceduto alle lusinghe delle multinazionali chimiche; non si è venduta, è ancora a conduzione famigliare ed ora è la 13ª nel mondo come fatturato.
L’ho vissuta quindi dalla parte di chi era contro l’azione delle multinazionali, ma non per questo non ho cercato di giudicare con obiettività e realismo il fenomeno.
Al contrario della Francia, l’Italia di sementiero non aveva purtroppo più nulla di vendibile fin dagli anni 1960 in quanto il nostro paese aveva da tempo abdicato alla vocazione sementiera, in primo luogo rinunciando alla creazione di mais ibridi nazionali ed alla ricerca genetica pubblica finalizzata alla creazione varietale. Non abbiamo neppure saputo salvaguardare il nostro germolasma originale che nel tempo aveva fatto da base al nostro agroalimentare; ora, invece, lo produciamo tutto con sementi di provenienza estera, ci vantiamo ipocritamente del “Made in Italy” e pretendiamo che gli altri non ci imitino pur utilizzando le stesse sementi e le stesse razze animali.

Dalle sementi aziendali e la nascita della figura del sementiere.

L’idea delle “sementi aziendali”, che tanto piace a Petrini e accoliti che la vor
rebbero alla base della nostra agricoltura, come se il tempo avesse i freni e la retromarcia, nasce con la nascita dell’agricoltura. Il coglitore-agricoltore, infatti, conservava durante il periodo di arresto vegetativo invernale il seme raccolto per eseguire le semine dell’anno dopo e tutte le volte che non ha potuto farlo, ed è capitato spesso, è andato incontro a carestie e conseguenti epidemie (in mille anni una cinquantina di disastrose). L’ultima di cui si sa tutto (ha provocato un milione di morti e due milioni di emigrati) è successa in Irlanda a metà del secolo scorso quando la peronospora della patata ha falcidiato i tuberi delle patate; durante l’inverno 1845/46 la malattia e l’autoconsumo di sopravvivenza hanno esaurito le scorte di tuberi ed in primavera le semine furono impraticabili per mancanza di tuberi-seme. 
Evidentemente la conservazione della semente è sempre stata una preoccupazione ben presente; inoltre l’agricoltore più intraprendente selezionava già in vegetazione le piante da cui avrebbe ricavato la semente. Era facilitato in ciò dalla variabilità genetica frutto di ricombinazioni e di mutazioni e l’unico merito che hanno gli sconosciuti agricoltori che ci hanno preceduto è stato quello di averle conservate esclusivamente per un loro preciso interesse. Infatti, per eseguire le scelte non hanno certo pensato alle generazioni future, lo hanno fatto per sfruttare la disponibilità di più cibo per se stessi ed anche per scambiarlo. Nel caso dei prodotti ortofrutticoli le mutazioni attraenti hanno permesso anche di sfruttare una maggiore domanda quando il produttore portava le sue verdure e frutti al mercato. Nello scambio non ha evidentemente potuto impedire che altri si appropriassero delle sue scelte originali, al limite ha potuto solo sfruttare l’attrazione suscitata in ciò che aveva creato per lucrare su baratti e scambi più redditizi.
E’ in questo modo che sono sorte le denominazioni delle “landraces” (non possono essere chiamate “varietà” in quanto oggi questa denominazione ha una base scientifica non trasferibile alla razze locali) che man mano sono giunte fino a noi. Tra tutti questi contadini vi sarà stato sicuramente qualcuno che ha portato avanti la selezione della ricombinazione e/o mutazione con occhio più attento di altri e che ha saputo eliminare difetti e aggiungere pregi.
La casistica e gli esempi sono numerosi per descrivere il fenomeno. Nel mais dopo la diffusione delle popolazioni locali frutto della selezione dei 5 geni maggiori che hanno decretato il passaggio dal teosinte al mais, i nuovi coloni europei stanziatisi nelle grandi pianure nordamericane, fieri della loro professione, avevano promosso sagre paesane dove era d’uso organizzare ogni anno delle gare per premiare le spighe di mais più lunghe e con più file di semi. Non è azzardato prefigurare che coloro che per primi erano eliminati dalla gara saranno andati dai vincitori a chiedere un po’ dei loro semi onde poter sperare di avanzare nella classifica nelle gare dell’anno dopo. Vi saranno stati poi dei dominatori di più gare e che sono stati oggetto di maggiori richieste di sementi, al punto da invogliarli a dedicarsi all’impresa di assecondare in modo duraturo e continuativo la domanda di sementi degli altri agricoltori. Il frumento, nella nostra civiltà è stato fatto oggetto di cure e attenzioni particolari tanto da generare veri e propri territori sementieri, nel senso che la presenza di coltivazioni migliori è più produttive, anche solo ascrivibili all’ambiente, avranno invogliato agricoltori di altre zone meno fortunate a rifornirsi lì di sementi. E’ anche prefigurabile che il semplice baratto di pari quantità di semi non sia più stato sufficiente a permettere di ottenere lo scambio,e quindi, pur di avere quel seme, hanno accettato di pagare un surplus. Di conseguenza chi si stava specializzando nella produzione di sementi avrà giustamente pensato di dotare il seme di maggiori contenuti agronomici e qualitativi al fine di lucrare di più nella cessione. Le Vandane Shiva che ora per la “modica” cifra di 40 mila $ a conferenza ci vengono a raccontare la frottola della condivisione delle sementi non sanno quello che dicono. La realtà è che questi agricoltori intraprendenti hanno fatto una vera e propria scelta imprenditoriale nell’indirizzare la coltivavazione  dei campi verso la produzione di sementi ingegnandosi a eseguire eccellenti coltivazioni, a depurare il raccolto dagli individui devianti, a raccogliere la semente ben secca, a purificarla dai corpi estranei assicurandone, nei limiti del possibile, una conveniente purezza e germinabilità. 
L’autoproduzione delle sementi è divenuta così appannaggio dei soli agricoltori meno intraprendenti per i quali tale scelta rappresentava una forma di “auto marginalizzazione”. E’ dunque una fandonia che l’agricoltura si sia retta sull’autoproduzione delle sementi, nei casi in cui l’abbia fatto, ciò si è verificato nella misura in cui non aveva accesso a sementi migliori. Pertanto, nel mondo che ora definiamo sviluppato vi fu chi destinò tutta la propria azienda alla sola produzione di sementi e studiò altre specie agrarie da selezionare per ampliare la gamma di sementi da offrire. Inoltre, ognuna di queste aziende sementiere si sarà creata il suo spazio economicamente vitale che, sempre i più intraprendenti ampliarono entrando in concorrenza con altre.
A generare la selezione nell’ambito di queste ditte sementiere locali è stata la più o meno elevata disponibilità ad investire parte degli utili dell’attività commerciale nella ricerca basata sulle nuove acquisizioni in fatto di scienza genetica applicata al miglioramento vegetale. Chi ha investito in ricerca è sopravvissuto e chi non lo ha fatto è sparito! A titolo di esempio, quando nel 1966 mi recai in Francia nella regione del “Pévèle” esistevano una ventina di ditte sementiere, tutte ora scomparse o acquistate da altri nel giro di un decennio.
Non si può sottacere che è questo il periodo in cui i metodi di selezione divennero sempre più complessi e costosi a causa dei progressi scientifici della genetica. Si rifletta solo su questo semplice fatto: il canadese William Saunders per valutare qualitativamente l’incrocio tra il frumento Red Fife e Hard Red Calcutta alla fine dell’800 usava spaccare le cariossidi con i denti per valutarne la frattura vitrea (più glutine c’era e più duro da spaccare era il chicco). Con questa semplice valutazione riuscì a selezionare il Marquis che seminato nello Stato di Manitoba dette origine al frumento di forza oggi conosciuto come “Manitoba”. Ma vi rendete conto che a quel tempo il laboratorio sperimentale era costituito da una bocca umana? In moltissime altre zone del globo la selezione rimase invece immutata a livelli di sola selezione massale e inoltre si continuò a scambiare seme con seme, solo che ora ne vediamo i risultati, che sono: il permanere di agricolture di sussistenza, risemina sempre della stessa semente che man mano degenera, impossibilità di pagarsi anche la minima innovazione e sottosviluppo perdurante. La scienza applicata alle sementi invece portò ad accumulare nel materiale di riproduzione delle varie specie un sempre maggior numero di geni favorevoli che si sono tradotti in progresso produttivo per chi usava quei semi. Chi dice che è stato rubato e privatizzato un bene patrimonio di collettività e che quindi il lavoro del sementiere non merita riconoscimenti dimentica quanto è in realtà avvenuto. Chi ha mantenuto troppo dispersi i geni favorevoli alla produzione non ha potuto godere della variabilità naturale, gli altri che li hanno messi in maggior numero in uno stesso “contenitore” (e che oggi continuano a farlo) li hanno ceduti dietro compenso a chi ne faceva richiesta. Forse ne dovevano fare dono a coloro che poi lucravano sul prodotto che vendevano? 
"Galassia Bayer"

I “geni buoni” non sono di proprietà di nessuno e non sono stati rubati a nessuno e nemmeno privatizzati. Essi sono ancora a disposizione di tutti ma dispersi nel germoplasma antico; vi è solo chi ha saputo farne un uso migliore e chi non lo ha saputo fare. I Presidi di Slow Food sono ancora tutti esistenti e nessuna ruberia è avvenuta, è solo avvenuto che chi ha fatto un miglior uso di questi geni li ha sfruttati economicamente in quanto l’agricoltore ha riconosciuto di trarne un significativo vantaggio. E’ l’agricoltore infatti che liberamente decreta il successo o l’insuccesso di una semente, non vi è nessuna coercizione. Nessuno è infatti obbligato a seminare un seme selezionato ibrido e può sempre rivolgersi alle razze locali.
Stanti queste considerazioni possiamo accettare che colui il quale ha fatto un lavoro di miglioramento delle sementi della cui bontà gli è stato dato atto dagli utilizzatori finali possa venire defraudato delle sue capacità inventive con una riutilizzazione gratuita della semente che produce e se questa contiene ancora intatta gran parte della creazione intellettuale? Possibile che non si riesca a capire che, se il fenomeno si generalizzasse, in poco tempo sparirebbe l’industria sementiera e assisteremmo al declino dell’agricoltura e il ripiombare nel sottosviluppo? Si rifletta che l’atteggiamento di lucrare sulla propria capacità inventiva è una cosa tipica dell’homo economicus nel senso che, anche quando si scambiavano i semi, il contadino che possedeva la novità non è che la scambiasse, se la teneva ben stretta e rifilava all’altro la semente che giudicava per lui meno interessante.
Oggi si dice che l’industria sementiera è la causa della perdita di biodiversità, dimenticando che questa perdita è iniziata in modo devastante con la domesticazione delle piante da parte dell’uomo (ha domesticato solo le piante più interessanti per lui ed ha relegato tutto il resto a lottare per la sopravvivenza negli spazi ristretti dell’incolto). La perdita è continuata poi con il progredire dell’agricoltura. Vogliamo citare il caso delle specie orticole? Nel tempo l’uomo si è cibato di tantissime verdure appartenenti a tante specie: Bois nel 1927 ne citava ben 1353 e nel 1912 Gibault si rammaricava che fossero solo 76 quelle coltivate mentre oggi siamo scesi a 60. Dunque sono stati i nostri antenati a buttare al macero la biodiversità! Tuttavia con i metodi attuali e relativi costi, 60 piante da migliorare in continuazione sono ancora troppe perché la selezione vegetale si occupi di tutte. Non solo, ma a determinare gli indirizzi selettivi sono proprio gli agricoltori stessi e in ultima analisi i consumatori che con le loro scelte indicheranno agli agricoltori cosa coltivare e cosa tralasciare. Quale vantaggio si ha nel migliorare una specie non più coltivata se poi la semente rimane invenduta? In conclusione oggi delle 30 specie orticole più importanti solo 13 mobilizzano il 75% delle risorse economiche pubbliche e private. In conclusione tutta la biodiversità antica è andata completamente persa e se c’è da trovare un colpevole lo dobbiamo indicare nei nostri antenati. Per contro tutta la biodiversità che i nostri antenati ci hanno tramandato è conservata in banche del germoplasma che oggi sono ben organizzate come mai in passato. Inoltre di biodiversità ne viene creata ex-novo moltissima e a ritmi inusitati; il tutto poi viene oggi conservato mente in passato non lo era. Certo nelle scelte selettive incide anche la possibilità di ottenere una protezione biologica o legale delle novità vegetali; la protezione biologica si riferisce alla vendita degli ibridi, mentre le leggi di tutela promulgate vogliono tutelare la proprietà intellettuale. Perché deve esistere la proprietà intellettuale di un libro e non di una varietà vegetale attuale definita dalla DHS (distinguibilità, omogeneità e stabilità)? In fin dei conti l’uno usa le parole (non di sua proprietà) di un vocabolario, mentre l’altro usa i geni (pure non di sua proprietà) di un DNA. Sia l’uno che l’altro non si appropriano delle parole e dei geni e viene loro semplicemente riconosciuto il solo “ nuovo assemblaggio originale” operato. E’ su quest’ultimo che il costitutore pretende di ricavare le royalties (analoghe ai diritti d’autore dello scrittore); tali emolumenti si riceveranno però solo se si riuscirà a vendere sacchi di semente o copie di libri. Chi determina questo? Sono pertanto gli agricoltori o i lettori che decretano il successo di un libro o di una semente. Perché deve essere penalmente perseguito chi “riproduce” in fotocopia un libro coperto da diritti d’autore e non un agricoltore che “riproduce” una semente frutto dell’inventiva di un genetista? Petrini con i sui “presidi” coltivati, di cui mena tanto vanto, non conserva nulla, anzi mette a repentaglio ogni anno quel poco di biodiversità che vi si conserva!

Evoluzione della concentrazione sementiera  


L’evoluzione sopradescritta ci permette di operare un salto di molti anni ed arrivare agli ultimi 20 anni del secolo scorso. E’ qui che avviene una svolta epocale perché ci si accorge che se si vuole progredire ed eliminare certe storture di un’agricoltura solo produttivistica (che i puristi dell’economia chiamano anche “fordista”) occorre dotarsi di nuove conoscenze fondamentali di genetica e biologia vegetale. In altri termini la fisiologia e la patologia vegetale sono mobilizzate per identificare nuove leve atte a migliorare le rese e impattare meno l’ambiente. Detta in modo più figurato si assiste all’evoluzione per cui una ditta sementiera, se vuol sopravvivere, oltre alla stazione di selezione fatta da magazzini e terreni per impiantarvi prove sperimentali su cui selezionare, deve costruire ed organizzare un laboratorio di biologia e delle serre per sveltire i cicli riproduttivi di creazione e verifica. Senza dimenticare l’assunzione di tecnici altamente qualificati e capaci di continuo autoaggiornamento. La citogenetica, la fisiologia della riproduzione, la moltiplicazione in vitro e la genetica quantitativa irrompono nella professione sementiera ed impongono sofisticati e costosi sistemi di studio e di sperimentazione. Nuovi problemi derivavano anche dal fatto che la scienza progrediva a grandi passi, i metodi di selezione si affinavano sempre più ed inoltre il mercato dei prodotti ricavati da quelle sementi diventava sempre più esigente in termini qualitativi e quindi bisognava investire in capitali di rischio. E’ stato appunto il bisogno di investimenti in Ricerca & Sviluppo (R&D) il motore che ha spinto il settore ad operare fusioni ed acquisizioni. Per avere un’idea basta considerare che tra il 1978 ed il 1990 gli investimenti in R&D delle ditte più dinamiche si sono moltiplicati per otto (Pioneer nel 1990 investiva 70 milioni di $ annui in R&D, cioè il 7,4% della suo fatturato contro il 3% del 1978, Limagrain aveva aumentato gli investimenti al 10% dal 4% che investiva precedentemente, Florimond Desprez investiva circa il 15% per restare indipendente). Si rilegga quanto scritto circa l’origine del frumento Manitoba per fare il confronto. Tutto ciò provocò una radicale selezione tra i sementieri in forza della quale molti piccoli sementieri e con germoplasma poco interessante lasciarono il campo mentre altri, fra i quali soprattutto quelli in cui le nuove generazioni della famiglia avevano allentato i rapporti con la professione sementiera, preferirono farsi acquisire dal miglior offerente e altri ancora si fusero.
Contemporaneamente però l’attività sementiera era divenuta più appetibile: non dimentichiamo infatti che nel 1994 a Marrakech nasce l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) che adotta gli accordi ADPIC (accordi sui diritti di proprietà intellettuale relativi al commercio) e che aprono le porte ad una maggiore liberalizzazione e tutela dei commerci nel mondo. 
Due sono i tipi di organizzazioni che si danno da fare e cioè:
  • le organizzazioni cooperative dell’agrofornitura e della colletta, cioè le strutture che si erano formate e che ai soci offrivano la fornitura dei mezzi di produzione e poi ne stoccavano i prodotti raccolti al fine avere più potere contrattuale negli acquisti e nelle vendite: In Francia molte ditte sementiere nazionali finirono per confluire nelle potenti e varie cooperative che si erano formate e che erano divenute le distributrici esclusive dei ibridi di mais prodotti in USA, anche se la creazione di ibridi nazionali era all’avanguardia, ciò contrariamente all’Italia dove la Federconsorzi si era opposta alla creazione di varietà ibride partendo dalle popolazioni italiane (Fenaroli 1947), preferendo fare lei da importatrice esclusiva di mais ibridi dagli USA). Inoltre la Federconsorzi non aspirò mai a creare un’industria sementiera come hanno fatto in Francia. Chi in Francia, beneficiò molto di questa evoluzione fu la Limagrain (anch’essa società cooperativa ed ora multinazionale)
  • l’industria farmaceutica (The Upjohn Company, americana che aveva come scopo la produzione di innovativi farmaci etici, e la svizzera Ciba). Infatti, la prima aveva nel suo portafoglio la Asgrow seed (mais, soia e orticole), ma quando Upjohn si unì con la svedese Pharmacia ed assieme acquisirono Monsanto, tutte le sementi finirono in Monsanto, che appunto si occupò del settore dell’agrofornitura. Dopo un po’ però Pharmacia decide di disfarsi di Monsanto vendendone le azioni in borsa ed è proprio lì che nasce il nucleo della Monsanto che piano piano è arrivato fino ai livelli attuali. Dietro non vi è nessun “grande vecchio”, a meno che non si consideri tale il gioco di borsa. Perché il Vaticano non ha comprato la Monsanto per assegnarle lo scopo di Società senza fini di lucro? Avrebbe evitato le critiche all’industria sementiera di oggi! La Ciba, invece, quando si è unita con Geigy si è espansa nelle sementi acquisendo Funk’s seeds (mais), Rogers NK Seed Company (mais ed orticole) e Sluis & Groot (S&G) (orticole). Ciba-Geigy poi si è fusa con Sandoz per formare Novartis. 
Intanto avanzava il miraggio allettante delle biotecnologie ed in particolare delle tecniche di transgenesi, sulla quale, sconsideratamente, si fecero voli pindarici e si disegnarono scenari che avevano solo del fantastico. Comunque se il trasferimento di geni è rimasto solo un piccolo contributo al miglioramento vegetale, è l’insorgere della genomica ( la scienza che individua i geni di una specie e ne specifica l’azione individuandone anche i geni marcatori) che convince ancora di più a considerare la necessità e l’importanza di possedere un germoplasma vegetale idoneo su cui poter applicare quanto la scienza scopre. Nessuna delle due vie possibili di trasferimento di geni interessanti è stata scartata e si operava sia con la via classica dell’incrocio sia con quella del DNA ricombinante.
Infatti l’inglese ICI ( Imperial Chemical Industries) che aveva raggruppato nella nuova società Zeneca le sue attività di agrochimica, comprendente anche un nucleo di ricerca biotecnologica, sementiera e farmaceutica, si fuse con Astra (svedese) formando Astra-Zeneca. Successivamente Astra-Zeneca e Novartis si fusero e nacque Syngenta che fu la prima a mettere in commercio un pomodoro OGM.
Monsanto fece la stessa scelta uscendo come abbiamo visto dall’orbita farmaceutica e facendo dunque la stessa scelta di Syngenta. Queste due società fecero ulteriormente incetta di società sementiere che ormai non ritenevano più di essere capaci di sopravvivere da sole e si formarono i due gruppi globali (Syngenta e Monsanto) interamente specializzati nell’agribusiness.
La riuscita spettacolare rappresentata dall’evoluzione delle quote di mercato di Syngenta e Monsanto (per la seconda in particolare si veda la tabella Quote di mercato), indussero anche le altre ditte sementiere o dell’agrochimica a seguirne le tracce. In particolare le due che vollero, perche un po’ scettiche o perché contavano troppo sulla propria potenza, attendere di vedere l’evoluzione che si stava delineando, dovettero dar ragione a chi li aveva preceduti su quella strada. E’ questo il caso di Pioneer (sementi) e di Du Pont (agrochimica) che dovettero unirsi per restare competitive. Altri dell’agrofornitura (Bayer e Dow, quest’ultima ormai unitasi con la Du Pont) ormai erano stati anticipati ed anche loro tentarono un conglomerato, ma ormai sul mercato era rimasto poco da comprare. Basf infine decise di collaborare con Monsanto.
Ormai siamo arrivati ad una tappa successiva. Syngenta, che delle due anticipatrici dell’evoluzione predetta, è stata quella che ha avuto meno riuscita nel connubio sementi e agrofornitura ormai non ce la faceva più con le proprie forze ed è finita nelle braccia dei cinesi di ChemChina, mentre la Bayer è riuscita nell’intento di acquistare la Monsanto. Certo ora l’acquisizione passerà sotto la lente dell’Antitrust, ma, come si è verificato altre volte, saranno interessati solo alcune produzioni delle quali Bayer dovrà disfarsi perché momopolizzanti. Perchè della fusione? Da parte degli azionisti Monsanto si sarà sicuramente valutato conveniente incassare il grosso plus valore delle azioni vendute, ma forse non sono stati ininfluenti i continui attacchi alla Società da parte dell’ecologismo politico mondiale. Certo che Greenpeace ed i guru che gli facevano da corollario hanno ottenuto un bel risultato: hanno arricchito oltremisura il “nemico” e ora si ritrovano di fronte qualcosa di enormemente più grande! Qualcuno avrà l’amaro in bocca perchè il nemico non è più l’America, beh, si consolerà con la Germania. Qualcuno si chiederà: ma che bisogno c’era di formare un colosso più grande? Il motivo è sempre quello: Monsanto per continuare lo sviluppo aveva bisogno ancora di ingenti capitali e gli azionisti di fronte al dilemma se pagare o incassare hanno preferito monetizzare, per contro la Bayer molto forte nell’agrochimica non era tale nelle sementi e quindi ha deciso di fare il passo dell’integrazione. Gli obiettivi strategici li scopriremo in futuro e valuteremo in quale grado saranno stati vincenti. In conclusione chi grida allo scandalo oggi è lo stesso che vuol chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati. Quella cui assistiamo è in sostanza un’evoluzione che ormai non ha ritorno e se lo avesse sarebbe una catastrofe di fronte agli scenari futuri che sono: superficie della terra coltivabile stabile o in diminuzione per eccessivo sfruttamento, 2,5 miliardi di persone in più tra solo 30 anni che assieme ai 7,5 miliardi attuali esigeranno una quantità di alimenti aumentata del 70% rispetto ad oggi. Inoltre a rendere ancora più precaria la situazione sarò che il 50% e forse più di questi 10 miliardi saranno inurbati con la pretesa che si porti loro da mangiare di più e meglio che ai loro padri. La società indiana di oggi ne è un’anticipazione: sono 1,2 miliardi di persone, solo 1 abitante su 5 vive coltivando la terra e purtroppo ha a disposizione solo il 2,5% delle risorse in terra coltivabile e acqua del pianeta. 


Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana



1 commento:

  1. E' purtroppo vero: "Fin dagli anni 1960 l'Italia aveva abdicato alla vocazione sementiera, in primo luogo rinunciando alla creazione di mais ibridi nazionali ed alla ricerca genetica pubblica finalizzata alla creazione varietale. Non abbiamo neppure saputo salvaguardare il nostro germolasma originale che nel tempo aveva fatto da base al nostro agroalimentare; ora, invece, lo produciamo tutto con sementi di provenienza estera, ci vantiamo ipocritamente del “Made in Italy” e pretendiamo che gli altri non ci imitino pur utilizzando le stesse sementi e le stesse razze animali". Ora addirittura c'è chi dice che l'industria sementiera è inutile!

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