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lunedì 12 settembre 2016

Le due Italie: l’Italia della “mazzetta”, l’Italia della “ricevuta”

di Antonio Saltini


Stilando, per questa rassegna, qualche nota sull’evoluzione politica del Paese, chi scrive ha proposto più di una volta, ormai, la supposizione che il nostro sistema civile si sia sempre più avvicinato, nell’ultimo quarto di secolo, al classico modello ottomano, e che con quel modello paia prossimo, ormai, alla perfetta identificazione. Guidata, nel medesimo arco di tempo, da presidenti del consiglio la cui concezione dei propri compiti corrispondeva alla mediazione tra le cento mafie che controllano, ormai, l’economia nazionale (se vi sia chi reputa che nella serie sussistano eccezioni pregherei di informarmente: pure esperendo ogni sforzo chi scrive riconosce differenze nei dettagli, non identifica condotte essenzialmente diverse), il processo ha acquisito un “momentum” sempre più travolgento, tanto da giustificare il timore che sia, ormai, inarrestabile.
In termini semplificati si può dividere il Paese, oggi, tra due ceti di cittadini: la casta califfale, che non si reputa soggetta ad alcuna legge, e reputa il patrimonio pubblico sorgente inesauribile cui attingere senza limite, e il corpo esangue di quella che nel secolo scorso (fino agli anni Ottanta) appariva una delle borghesie più avvedute dell’Occidente: era stata la protagonista del “miracolo” italiano: nessuna ambizione le pareva sproporzionata alle proprie prodigiose capacità.
Tra le due Italie sussiste, ormai uno iato che si rivela sempre più invalicabile: per mantenere il prelievo, dalla ricchezza nazionale, che ne consenta gli splendori, la casta califfale moltiplica a dismisura, come fecero tutte le società sull’orlo del collasso, imposte, accise e contributi, esaspera i controlli ricorrendo a procedure sempre più defatiganti per l’utente: valga l’esempio delle Ferrovie, che licenziano i controllori, per ridurre le spese, e moltiplicano gli adempimenti, per evitare evasioni, tanto che per uno spostamento, sul più cigolante degli “accellerati”, tra due stazioni di campagna occorrerà, presto un atto notarile.
Siccome peraltro, per controlli e pagamenti di biglietti ferroviari, e per affari di portata diversa, che al cittadino costano cento verifiche bancarie, fiscali, poliziesche, la casta califfale professa l’insofferenza più invincibile, ha eliminato il fastidio adottando, per i propri pagamenti, il semplice, rapido, comodo uso della “mazzetta”, nel mondo politico procedura ormai consuetudinaria, trionfante proprio per la preziosa opportunità di evitare le code e i controlli fiscali che la casta della “mazzetta” è impegnata, quotidianamente, a irrigidire (per le caste inferiori) nel terrore che manchino al Tesoro i fondi per onorare i preziosi “vitalizi” dei parlamentari. I quali, quando un solerte funzionario pubblico denunciò le erogazioni come dissipazioni suicide, in un paese in agonia, giunsero all’impudenza di proclamarle “prerogative sancite dalla legge”, dimostrando, con una locuzione illuminante, la propria assoluta ignoranza di cosa sia lo stato di diritto, siccome, per essere tale, la legge deve essere eguale per tutti i cittadini, mentre i vitalizi tali non sono, costituendo previlegio sancito, a proprio esclusivo beneficio, da chi ha il potestà di votare come legge qualunque prevaricazione, sopruso, appropriazione.

Ma analizzando, ricalcando la precisione dello zoologo, i costumi della classe politica, si dimentica, generalmente, di ricordare che la casta califfale che ricolma i banchi della Camera, del Senato, dei venti, chiassosi e insaziabili, emicicli regionali, non costituisce che uno dei due emisferi del pianeta della “mazzetta”, che ne comprende un secondo, non meno pletorico e vorace: quello sindacale.

Il presidente della repubblica Sandro Pertini ai funerali di Piersanti Mattarella, fratello di Sergio, ucciso dalla mafia per avere proclamato, alla Conferenza agraria regionale tenuta a Villa Igea nella prima settimana di febbraiodel 1979, di volere ricondurre entro leregole della legge la distribuzione del profluvio dei contributi all’agricoltura isolana, rispondendo al comunista Pio La Torre che aveva additato nel patron della Conferenza, l’assessore Aleppo, il grande regista dell’immane giro di “mazzette” distribuite col pretesto di favorire caci e mandarini. Mentre Aleppo lanciava occhiate cariche di significati alla sala, i due uomini, chi lo accusava e chi, come presidente regionale, non lo difendeva, si condannavano a morte, unici eroi in una classe politica di profittatori, boss mafiosi e servitori pronti a eseguire qualunque ordine.
I padri della Costituzione, nobili vegliardi molti dei quali avevano rischiato la vita (o la tortura) per avere ricambiato a fucilate la solerzia delle mitragliatrici germaniche, iscrissero nella Magna Charta che reputavano avrebbe fondato una società nuova un articolo (il 39) che prevedeva che i sindacati avrebbero dovuto essere costituiti e registrati secondo la legge. Siccome l’attuazione della prescrizione avrebbe imposto, inevitabilmente, che i medesimi stilassero il bilancio annuale cui è tenuto ogni ente che maneggidenaro versato dai cittadini, con l’ammirevole eccezione della Cgil, che diffonde bilanci pubblici, compatti come falange macedone gli altri (se sussista qualche federazione minore che non segua il costume mi complimento) si sono sempre opposti, furiosamente, alla traduzione in legge del dettato costituzionale, e nessun partito ha mai contestato le pretese anticostituzionali di quelli che dei partiti sono i fratelli di latte. Dall’alba della Repubblica gli organismi sindacali si sono converiti, così, in immani macchine con contabilità rigorosamente “in nero”, autentici vicereami dell’impero della “mazzetta”.

Nella propria non breve attività di cronista della politica agraria nazionale, chi scrive seguì con attenzione la “resurrezione” della Confederazione dei coltivatori diretti, che da oltre un decennio ogni apparenza pareva destinare a seguire il tramonto del proprio demiurgo, Paolo Bonomi, colpito da sindrome inguaribile, ossessionato, si sussurrava, dalla necessità di conservare il seggio in Parlamento per godere dell’immunità, preziosa contro le eventuali responsabilità per le irregolarità amministrative che avrebbero portato, immediatamente dopo la successione, al tracollo della Federconsorzi.
Il successore, Arcangelo Lobianco, rianimò con notevole leggiadria il corpo sociale ormai letargico, diffondendo sincere velleità di convertire il dinosauro assopito in moderna istituzione sindacale di cui fossero i soci gli autentici arbitri. In un periodo di singolare effervescenza della politica agraria chi scrive intervistò ripetutamente il nuovo “deus ex machina” dell’agricoltura nazionale, e fu nel mese di maggio del 1982, dopo il convegno che pareva avere consacrato il primato del nuovo leader, che l’intervistatore chiese all’asto del momento se reputasse accettabile che un’organizzazione con milioni di soci e migliaia di dipendenti non presentasse all’opinione di un paese democratico alcun bilancio. La risposta, ineccepibile, fu che il bilancio dell’anno appena chiuso era stato presentato, in forma riservata, al Consiglio nazionale, che aveva approvato anche la bozza del bilancio preventivo, le premesse, sottolineò il deputato barese, per la pubblicazione ufficiale, negli anni venturi, di un documento pubblico, con cui la Confederazione avrebbe onorato la propria ispirazione democratica.
Nessun bilancio fu mai pubblicato, peraltro, negli anni successivi: uno dei successori di Lobianco spiegò, confidenzialmente, al cronista meravigliato che la pubblicazione si era rivelata impossibile siccome avrebbe dovuto iscrivere all’attivo le cifre sottratte alla Federconsorzi in quarant’anni di felice connubio, a titolo di “contributo associativo”. Chi scrive ricorda esattamente la cifra, che si avvicinava ai cento miliardi, che avrebbero sorpreso l’opinione pubblica, che assisteva, allora, incredula, al crollo della Federconsorzi per presunti ammanchi di bilancio.
La serie di processi che, sancito da Giovanni Goria, ministro dell’agricoltura del governo Andreotti, il trasferimento dei poteri gestionali dal Consiglio di amministrazione a una triade di commissari, avrebbe prodotto montagne di carte, tali che qualunque tentativo di reperirvi gli eventi capitali della vicenda costituirebbe inane velleità. L’essenza della vicenda è stata, peraltro, enucleata con apprezzabile chiarezza dalla commissione cui il ministro Poli Bortone affidò, nel 1995, l’analisi giuridica e amministrativa della vicenda. Seppure le dimissioni del membro più autorevole, il prof. Scotti Camuzzi, impongano la lettura più critica, la relazione propone, in sintesi, elementi capitali che non è possibile reperire raccolti in alcun testo giudiziario o parlamentare. Chi scrive non ha potuto consultare il testo approvato dal Ministro, ma l’ultima bozza dei commissari, la cui sigla appare in ciascuna delle 165 pagine del documento. Qualsiasi lettore desiderasse il riscontro dei rilievi precedenti può affrontarne la ricerca, impresa non agevole, sicuramente possibile.
Sottolineato, peraltro che, esonerato, opponendosi a ogni ipotesi di legge, ad una contabilità regolare, il pianeta sindacale costituisce il secondo emisfero del mondo della “mazzetta”, siccome qualunque analisi ulteriore condurrebbe ad un labirinto di segreti impenetrabili, credo si possano concludere queste riflessioni riferendo le supposizioni secondo le quali stipendi e liquidazioni delle alte sfere sindacali sarebbero del tutto equivalenti a quelle del mondo politico, insieme al quale i vertici sindacali godrebbero del privilegio della totale esenzione dall’articolo 53 della Costituzione, che recita che “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.” Con la lodevole eccezione dei dirigenti Cgil, che, denunciando gli stipendi, l’organizzazione induce alle medesime dichiarazioni dei redditi delle caste “inferiori”. Palesemente, emolumenti e liquidazioni in “mazzetta” non possono essere sottoposti ad alcun prelievo fiscale (la cosa sarebbe tecnicamente impossibile).
Ma seguendo il filo di Arianna, siamo giunti nel cuore del Labirinto, dove gli stallieri del Minotauro impedirebbero di manifestare qualunque curiosità: non posso terminare, quindi, che riferendo due aneddoti che, ripetuti da centinaia di persone a perfetta “conoscenza dei fatti” possono essere supposti credibili.
Il primo: uno degli astri sindacali del secolo scorso avrebbe avuto la cattiva sorpresa, rientrando da qualche gradevole cena tra colleghi, di verificare che i ladri avevano asportato, senza lasciare un solo schizzo d’autore, l’intera pinacoteca. Non avrebbe denunciato nulla: anche il più disarmato degli appassionati d’arte avrebbe compreso che quella era la pinacoteca di un miliardario. Con l’insorgere della domanda se i miliardi per acquistare grandi maestri del Cinquecento fossero derivati dal contributo annuale degli associati o, piuttosto, da qualche colosso industriale che avea computato che costasse meno la “mazzetta” da un miliardo al leader che duemila lire in busta paga a ciascuno degli operai.
Si è proposto, più recentemente, un caso altrettanto eloquente: uno dei grandi leader sindacali nazionali viveva la felice vita di scapolo. Un amico gli avrebbe chiesto perché rinunciasse ai piaceri del matrimonio. La risposta: i piaceri della vita del single erano alquanto superiori. Ma l’amico era insistente: spiegò che ordinando ai responsabili delle sedi locali dell’organismo, a titolo di omaggio nuziale, l’invio di “mazzette” adeguate, il grande leader avrebbe potuto costruirsi una villa stile Berlusconi. Poi della moglie avrebbe fatto quello che gli sarebbe parso e piaciuto. Chi scrive ha assistitto alla disputa tra funzionari dell’organismo che dibattevano se la cifra comandata ai satrapi provinciali avesse raggiunto il miliardo (l’unità di misura in uso, allora, anche per le “mazzette” o si fosse avvicinata ai due. La villa sarebbe stata definita “principesca”, ma chi scrive rifiuta di entrare nell’intimità della vita coniugale di due tortorelle innamorate. 


Antonio Saltini 

Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi.  www.itempidellaterra.com (qui).



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