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mercoledì 5 ottobre 2016

Le api sono in pericolo? i dati dicono tutt' altro

di Albero Guidorzi


arnia
Questo è il grafico (figura-1) che mostra l’andamento del numero di colonie di api che ha scatenato l’allarme in USA nei primi anni 2000 circa un’inarrestabile declino del numero di api nel mondo, fenomeno conosciuto con l’acronimo di CCD-Colony Collapse Disorder. L’allarme si è diffuso in Europa e ha scatenato i movimenti ecologisti che hanno ricattato la politica a prendere provvedimenti che definirli inconsulti è poco. Come si evince, il 2006 in USA è stato il punto di massimo di calo, mentre successivamente il numero di colonie è aumentato e lo stesso andamento si è verificato in Canada, in Europa e nel Mondo (figura - 2). 





figura-1
figura-2
Per chi tra i lettori non è pratico di allevamento di api diciamo che è normale che all’uscita dell’inverno il numero di api sia minore di quando in autunno si sono rinchiuse nell’alveare. Il clima più o meno rigido invernale ne è la causa principale. Evidentemente i rigori invernali sono legati alla latitudine e quindi morie del 15-20% sono normali in Canada, mentre ad esempio in Italia la normalità si situa intorno al 5-8%. In queste percentuali, però bisogna comprendere anche la morte per fame che avviene se non si integra la quantità di alimenti che l’ape si è procurata ed ha stoccato nella stagione dei voli. Ormai il cambiamento degli scenari agricoli, nel senso della diminuzione di piante mellifere, ha evidenziato di più il fenomeno.
Dagli anni 1980 in poi si sono, però, aggiunti vari altri fattori che hanno influito sulla moria delle api e tra questi vi sono due malattie causa di vere e proprie distruzioni totali di colonie: La varroa (un acaro che succhia l’emolinfa e che è apportatore anche di virus parassiti delle api) e la nosema (un fungo microscopico). Inoltre vi è da dire che la Varroa non ha mai colpito fino al 1960 l’Apis mellifera o ape europea, La malattia era presente solo sull’Apis cerana o ape asiatica. Solo che la volontà produttivistica (e poi s’incolpa solo l’agricoltura di questa tendenza…) scaturita dall’aumento della popolazione umana e dalla sua volontà di migliorare la dieta ha permeato anche gli apicoltori occidentali in questa pressante ricerca di poter produrre più miele per aumentare le vendite o affittare più arnie per l’impollinazione ortofrutticola. Si è quindi proceduto ad importazioni, senza la necessaria cautela, di api asiatiche (specialmente di api regine) che hanno contaminato con l’acaro parassita tutta l’Europa e l’America del Nord. Attualmente solo l’Australia è risparmiata da questo pericoloso parassita. Comunque lo scenario veritiero degli “accidenti gravi” che incombono sulle api attualmente è quello dianzi delineato e mi pare che ve ne sia abbastanza per essere preoccupati della sanità degli alveari e delle cure enormemente aumentate che devono praticare gli apicoltori se vogliono salvaguardarli; cura, si badi bene, che questi sono obbligati a fare anche con pesticidi (acaricidi ad esempio) che, ribadiamolo, non sono certo degli elisir di lunga vita per le api. Lo schema sotto riportato mostra la caterva di nemici naturali delle api domestiche:




Intanto in agricoltura abbiamo assistito ad una evoluzione (oserei dire rivoluzione) dei fitofarmaci insetticidi che è andata sempre più affinandosi per diminuire gli effetti tossici e l’impatto ambientale. Dagli Organoclorurati come il DDT, molto persistenti, si è passati agli Organofosforici (molto tossici per i mammiferi e poco persistenti) poi ai Carbammati (tossici e moderatamente persistenti) ed infine agli insetticidi sintetizzati copiando la struttura molecolare di sostanze insetticide di origine vegetale quali il piretro e la nicotina e che per questo sono raggruppati nella classe dei “piretroidi” e dei “neonicotinoidi”. Sono stati creati appositamente per eliminare i difetti delle sostanze naturali, il piretro agisce come il DDT ed ha un’azione immediata, ma è scarsissimamente persistente, la nicotina e un potentissimo veleno di prima classe come si vedrà sotto. Ora organoclorurati, organo fosforici e carbammati sono stati in gran parte proibiti, sostituendoli appunto con le ultime due classi suddette.

Infatti, se prendiamo in considerazione la classificazione in funzione del DL50, vale a dire la dose letale che uccide il 50% degli animali in prova (ratti e conigli) gli insetticidi si suddividono in classi di tossicità (I,II,III,IV) rispetto ai mammiferi: ad esempio gli organo fosforici sono di “1ªclasse” cioè i più tossici e in questa classe dobbiamo includere la nicotina; il DDT è di “2ª Classe” e solo alcuni Carbammati sono di “3ª Classe”, mentre altri sono di 1ª. La “4ª Classe” comprende i prodotti meno tossici o addirittura non tossici. A questi si fanno ascrivere gli insetticidi di origine vegetale, ma se per il piretro è vero, per la nicotina abbiamo visto che non è così. In conclusione il piretro (usato anche in agricoltura biologica) è poco tossico per i mammiferi, ma lo è per gli insetti e inoltre è scarsamente persistente (fotolabile e dilavabile) ed è questo che salva le api e non perché non è tossico, mentre la nicotina è impensabile riportarla in uso. La ricerca chimica ha quindi deciso di prendere a modello queste molecole insetticide naturali, ne ha studiato il meccanismo d’azione, cercando di lasciarlo intatto per conservarne l’efficacia nella protezione dei coltivi, ma nello stesso tempo ha sperimentato come eliminare i difetti: nel piretro vi era da eliminare la labilità pur mantenendone un buono spettro di tossicità, mentre nella nicotina occorreva togliere l’estrema tossicità e aumentarne la persistenza. Lo scopo è stato raggiunto e nei fitofarmaci si è formata appunto la classe dei “piretrodi” e quella dei “neonicotinoidi” di sintesi che per i mammiferi sono in molti casi classificabili come praticamente non tossici. Altra caratteristica peculiare è che si sono ridotte enormemente anche le dosi senza intaccarne l’efficacia. Certamente non si poteva renderli non tossici per gli insetti visto che dovevano essere proprio loro il bersaglio da colpire.

Purtroppo tra gli insetti sono comprese anche le api e queste non potevano essere escluse dall’azione venefica se si voleva che questi prodotti di trattamento avessero efficacia su altri parassiti devastatori dei raccolti agricoli. Altra categoria di viventi che non si è potuta escludere dalla tossicità è la fauna acquatica. Tuttavia con il rispetto delle norme (non trattare vicino ai corsi d’acqua e non intervenire durante la fioritura delle piante) si riesce ad ovviare a danni verso animali acquatici e insetti pronubi (api incluse). Insomma un fitofarmaco, come anche le medicine che l’uomo ingerisce, non può mai essere un “elisir di lunga vita”, ma si possono evitare danni rispettando appieno le prescrizioni.

Chi dice, quindi, che oggi l’agricoltura avvelena dovrebbe documentarsi per verificare che in mezzo secolo si sono fatti passi giganteschi in fatto di sicurezza ed inoltre se eliminiamo i più moderni di questi fitofarmaci saremo obbligati a riusare molecole ormai dismesse, ma a tossicità ed impatto ambientale molto più elevato. Al riguardo basti riflettere sul fatto che i primi insetticidi usati in agricoltura contenevano sostanze come il piombo e l’arsenico che permanevano indefinitamente in natura.

Un esempio lo abbiamo quest’anno in Francia dove il Ministro dell’agricoltura su pressione di movimenti ambientalisti ha proibitivo l’uso dell’insetticida dimetoato (un organofosforico) che con un trattamento solo difendeva le ciliegie dalla Drosophila suzukii, un piccolo dittero venuto dall’Asia e che depone le uova nelle ciliegie facendovi nascere un vermiciattolo all’epoca della maturazione del frutto (l’Italia non ne è esente e le zone cerasicole lo sanno bene). La proibizione ha dunque obbligato i produttori di ciliegie a ricorrere a prodotti di trattamento sostitutivi, ma meno efficaci, tanto che hanno dovuto trattare almeno 5 volte nello spazio di 20 giorni. Hanno usato dei prodotti sostitutivi consentiti, ma non neutri verso gli insetti non bersaglio come le api e le cicale, tanto che il Prefetto del Vaucluse ha inviato una relazione dicendo che nella zona api e cicale erano praticamente sparite.

Ritornando ai neonicotinoidi dobbiamo dire che per molte colture si è da tempo affermata la pratica della semina di precisione affinché si sviluppi una pianta che arrivi a dar frutto. E’ ben comprensibile che in questo contesto la pianta vada difesa fin da quando germina ed è una giovane piantina esposta a più pericoli gravi per la sua sopravvivenza. In tal senso i neonicotinoidi si prestarono benissimo ad essere usati per rivestire i semi difendendoli così nelle prime fasi di maggiore vulnerabilità.
Ecco che coltivazioni come il mais, il colza, la bietola da zucchero, girasole e molte piante orticole subiscono questo trattamento di disinfezione preventiva. Il prodotto inoltre entra nelle parti verdi della pianta e rimaneva colà confinato e attivo fino ad un certo periodo di crescita della pianta.

In conclusione tutte le colpe di un fenomeno complesso quale è la moria delle api cominciò ad essere scaricato solo sui neonicotinoidi, come se, aboliti questi, potessero cominciare a scorrere fiumi di miele. Inoltre nessuno studio serio mostrava inequivocabilmente che la causa della moria delle api fosse da imputare principalmente ai neonicotinoidi.

Anche in tutte le altre parti del mondo era stato assodato che i neonicotinoidi non erano benefici per le api, ma si era altresì consci di sue dati di fatto:
1. vi erano sufficienti margini di sicurezza se i neonicotinoidi erano impiegati con criterio
2. l’attenzione andava posta prioritariamente a fattori di rischio ben più rilevanti nel causare la moria delle api (sanità degli alveari, selezione delle regine, integrazione dell’alimentazione).
Ecco un esauriente relazione: qui

Pertanto a nessuno al mondo venne in mente di interdire i neonicotinoidi se non all’Europa che con un provvedimento del 24/5/2013, non unanime e con evidenti fini politico-elettoralistici, pensò di abolire l’uso dei neonicotinoidi nella concia delle sementi, in previsione di fare il punto dopo due anni, cioè a metà 2015, grazie alle risultanze del lavoro di una apposita commissione. Quest’ultima tuttavia è stata insediata solo ad inizio 2016 e potrà dare una risposta nel 2017 e dunque i due anni sono divenuti 4 e non è nella più totale incertezza su cosa capiterà dopo. Si consideri peraltro che nella stragrande maggioranza dei casi chi ha voluto questo non sono stati gli apicoltori ma le associazioni ambientaliste. Infatti, sono proprio gli apicoltori singoli, cioè i diretti interessati, ma le associazioni apicole, e che hanno ben altri fini, viste le alleanza con i movimenti antifitofarmaci usati in agricoltura, che non fanno la battaglia prioritaria per l’abolizione di questa classe di fitoarmaci (al massimo gli apicoltori la fanno per un uso più responsabile); che lo evidenzia è questa inchiesta fatta in Canada nelle varie province, compreso l’Ontario che è l’unica che ha preso qualche provvedimento per limitare i neonicotinoidi; da notare che in Canada è diffusissima la coltivazione di colza e che questa è per l’80% seminata con semi protetti da neonicotinoidi e i fiori di colza sono grandemente visitati dalle api. Non vi è un apicoltore canadese interpellato circa i fattori di rischio per le api che parli di neonicotinoidi, mentre invece sono spesso citate la mancanza di cibo, le condizioni meteorologiche, la qualità delle regine, la scarsa popolazione di api già in autunno e soprattutto le malattie. Qui una tabella delle risposte date dagli apicoltori canadesi circa la moria delle loro api:



Fonte qui
 
Anche in USA, uno studio preliminare l’EPA ( l’Agenzia per la protezione ambientale) dice che dai neonicotinoidi che proteggono le sementi deriva un pericolo marginale. qui

In Europa per ora i dati dicono che sul numero delle api non vi è stato nessun disastro fino al 2013 (vedi grafico sopra), eppure i neonicotinoidi sono in uso sulle sementi da inizio 2000. Tuttavia, dobbiamo far presente che, essendo ormai vicini al 2017, cioè la data di valutazione dell’effetto della proibizioni dei neonicotinoidi sulle sementi, è già cominciato il fuoco di sbarramento. La rivista “Nature”, che dimostra di prestarsi anche lei a pubblicare lavori ancora molto interlocutori e non definitivi, viene dal pubblicare uno studio inglese (qui)sul rapporto tra mortalità degli insetti impollinatori e l’uso dei neonicotinoidi e su cui si è subito scatenata un’azione di lobbing. Se ben analizzato è uno studio complesso ed infarcito di acrobazie intellettuali e statistiche che mostrano una correlazione, frutto anche di una previsione ricavata dall’uso di un modello matematico. Solo che di correlazioni se ne possono trovare infinite che però non dimostrano nulla. Esemplare la correlazione che lega gli errori di ortografia al numero di scarpa: essi tendono a calare man mano che cresce l’età, cioè con l’aumento della scolarità, solo che con l’età cresce anche la lunghezza del piede e di conseguenza il numero di scarpa. Tutto ciò potrebbe portare a far desumere che il “genio” dell’ortografia stia nei piedi !!!!. Ebbene dello studio se n’è già impadronito ad esempio il giornale francese “Le Monde” che ha titolato: “i pesticidi triplicano il tasso di morte degli insetti pronubi”; il che dallo studio non risulta e d’altronde il capofila degli autori dello studio (M. Woodcock) ne fa una disamina molto più onesta dicendo: “più colza si coltiva e più insetti pronubi ne visitano i fiori, solo che la coltura del colza non si può fare senza l’uso di pesticidi fin dall’emergenza dal terreno delle giovani piante, e questa è la realtà. Quindi se si deduce dallo studio che bisogna abolire i neonicotinoidi, sicuramente gli agricoltori useranno un altro pesticida irrorandolo e questo oltre ad influenzare gli insetti pronubi verrà dilavato ed andrà a contaminare le acque, quindi non mi pare saggio dire salviamo le api e tutto il resto vada al diavolo”. Vedi quanto detto sopra circa la protezione delle ciliegie, oppure si valuti la dannosità maggiore dei piretroidi (non proibiti) che sono usati diffusamente sia in agricoltura che in giardinaggio o per uso domestico.
Conclusione: L’Europa vive un’epoca di vero e proprio oscurantismo, rifiuta le sementi OGM, priva gli agricoltori, che, tra l’altro, si dimostrano sempre più ignavi, di strumenti validissimi per una conduzione a minor impatto ambientale possibile, come lo è l’uso dell’erbicida glyphosate e della pratica di protezione dei seminativi fin dal loro impianto con insetticidi meno tossici. Ma ciò che è più grave è che si prendono decisioni senza che la scienza abbia emesso un verdetto definitivo . Il solo principio di precauzione, trasformato in “principio di proibizione” tout court, è la bussola smagnetizzata che guida le scelte. Quando avverrà che la realtà delle cose farà pagare il conto ai cittadini europei per questo comportamento da struzzi? Io non so prevedere quando, ma so certamente che quando ciò avverrà saranno solo rimpianti per decisioni che a quel punto saranno già state pagate a caro prezzo.




Alberto Guidorzi 
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureto in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia ; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.
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6 commenti:

  1. Lei non smentisce in nessun modo la correlazione riportata dall'articolo di Nature. Non tutte le correlazioni di cui non si comprende il meccanismo sottostante, e che magari non ci piacciono, sono false. I metaboliti del glifosate si trovano nelle acque (vedasi ottimo rapporto Ispra su pesticidi nelle acque) ; non è dimostrato che facciano male ma se lei dovesse scegliere tra un acqua col metabolita e una senza, quale sceglierebbe di bere nei decenni? Questi prodotti sono molto potenti; messi in mano all'agricoltore medio, sono come pistole date a un bambino. Il problema è che l' agroindustria non ha interesse a ridurre l'uso di questi prodotti, a promuovere pratiche alternative valide, a sperimentarle e capirne bene il funzionamento. E in un paese come l'Italia dove la sperimentazione pubblica non esiste o se esiste si occupa di dettagli e gingilli per radical chic, come giustamente e contro corrente il blog denuncia, la sperimentazione e la formazione dell'agricoltore la fa il tecnico che vende il prodotto se non addirittura il banconiere del consorzio. Non so se lei abbia visto questo, ma tenere presente il caso dell'atrazina, per esempio, renderebbe i suoi appassionati post più robusti. Andrej

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  2. E c'è un ulteriore aspetto:esistono le specie dei pronubi selvatici di cui conosciamo poco la biologia e la funzione ecologica, non solo le api allevate. Infine le chiedo un'opinione sul piano Ecophyto per la riduzione dei fitofarmaci e sull'approccio francese alla direttiva europea

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  3. Deciditi: facciamo agricoltura o facciamo apicoltura? L'apicoltura può benissimo sopravvivere ad un'agricoltura professionale, infatti non è morta neppure quando, ma 30 annni fa e più, si sono fatte le mattane di distribuire fitofarmaci molto più pericolosi ed in dosi massive. Quando si parla di un prodotto occorre conoscerlo e non farne uno spauracchio da caccia alle streghe come ne fai tu. Il gliphosate ha una tossicità che è pari a quella del sale quando lo si usa per diserbare.
    Il CIRC è stato smentito da tutti gli istituti di ricerca e dai più importanti organismi statali di difesa del consumatore.

    In questa rubrica si parla solo se documentati tutti gli altri commenti li classifichiamo come "pareri da bar sport".

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  4. Il piano ecophito non permette di fare agricoltura e produrre cibo. Prendi l'esempio delle ciliegie e del dimetoato nel 2016.

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  5. Mi documenterò! Nessuna caccia alle streghe:lo ha trovato l'Ispra in Lombardia (unica regione in cui si sono fatte queste ), mica io o i ghostbusters. Le mattane che lei dice non sono senza conseguenze anche attuali. I bar sport non sempre portano citazioni a fondo pagina ma compensano qualche volta con l'apertura mentale. Ho dei dubbi che sul glifosate si avessero informazioni sufficienti per il buon uso; qualora se ne avessero, ho dei dubbi che siano arrivate a tutti gli utilizzatori; qualora siano arrivate, ho dei dubbi che tutti abbiano ritenuto sensato applicarle. Perché se no me lo spiega lei com'è arrivato nelle falde? L'apicoltura, al netto di presunte citazioni di Einstein, è effettivamente un indicatore ecologico. Se lo sciame perso lo reintegri, non altrettanto si può fare con i pronubi selvatici di cui non si conosce la biologia.

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  6. Le impressioni sono come le correlazioni! Non hanno nessuna validità scientifica finchè non vi è una conferma sperimentale valida. Citami per favore le conferme sperimentali. Lo studio dell'Ispra non ha validità scientifica perchè inadeguato come percorso sperimentale.

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