lunedì 12 dicembre 2016

Bambini che vivono in guerra - una vergogna planetaria, senza alcun dubbio. Ma sono 69 milioni o oltre mezzo miliardo?

di Luigi Mariani



Quello delle zone di guerra è un limite difficilmente superabile per garantire sicurezza alimentare all’intera umanità. Infatti fare programmi di sviluppo agricolo o più semplicemente portare aiuti in aree come la Libia e la Somalia (solo per restare ad alcune fra le aree di crisi che gli italiani conoscono meglio, vuoi per un vecchio passato coloniale vuoi per alcune recenti iniziative destabilizzanti su cui non ci dilunghiamo per amor di patria) è più che mai improbo per il semplice fatto che se ci provi ti sparano.
Secondo le uniche statistiche disponibili, riferite al 2012 e che sono riportate ad esempio sul sito di worldhunger.org (qui ) sono 172 milioni le persone al mondo che vivono in zone di guerra. Supponendo che di queste il 40% siano bambini, arriviamo a 69 milioni. Com’è possibile allora che al GR1 delle ore 13 del 9 dicembre 2016 sia stata data la notizia secondo cui “oltre mezzo miliardo di bambini, lo dice l’Unicef, vive in zona di guerra”?
Ho allora provato a cercare in rete ed ho trovato un comunicato stampa dell’Unicef da cui ha evidentemente attinto la RAI (qui) e nel quale si sostiene fra l’altro che “ 535 million children – nearly one in four – live in countries affected by conflict or disaster, often without access to medical care, quality education, proper nutrition and protection, UNICEF said today.” Noterete peraltro che il comunicato stampa Unicef riporta la seguente frase che dovrebbe servire a evitare fraintendimenti “Notes to Editors: Please note that the figures refer to the number of children living in countries affected by conflict, crisis and disaster. The figures have been calculated by using population data for countries where UNICEF has a humanitarian appeal.”
E qui osservo che “countries affected by conflict, crisis and disaster” sono termini più che mai ambigui, ed in tal senso mi domando se quest’anno, a seguito dei terremoti, non potrebbe trovarvi posto anche l’Italia.
In conclusione mi rendo conto che stiamo parlando di cifre enormi e che configurano una questione di dimensioni planetarie. Tuttavia è anche inevitabile pensare che per affrontare con speranza di successo il problema dei bambini in area di guerra bisognerebbe quantomeno conoscerne la dimensione (69 milioni o oltre mezzo miliardo?) e seguirne l’evoluzione nel tempo. Da questo punto di vista troverei allora copernicano che le organizzazioni internazionali fornissero statistiche chiare ed univoche su questo come su altri grandi problemi del nostro tempo. Senza dati attendibili o con dati inattendibili arrotondati per eccesso si finisce solo per dare la stura alla demagogia a sfondo ideologico.




Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del
Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

3 commenti:

  1. Andrej Drosghig12 dicembre 2016 07:29

    E' anche vero che certi Paesi non sono interamente coinvolti nel conflitto: basti pensare alla Turchia dove si combatte solo in Kurdistan o all'Ucraina dove la guerra c'è solo nell'est.
    Anche se io credo che ci siano comunque delle conseguenze: la guerra, anche se non ti coinvolge direttamente, comporta spese non rinviabili che sicuramente si ripercuotono sul welfare, sulla prevenzione sanitaria, sugli investimenti in istruzione. Piccola nota a margine, anche se c'entra poco: ad Aleppo c'era un centro della FAO per l'agricoltura in ambienti aridi, chissà che n'è ora delle sue collezioni.

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    1. L'ICARDA di Aleppo e' stato completamente distrutto, ma la sua collezione di semi vive nella Global Seed Vault nelle isole Svalbard. Ne parlo nel mio articolo:
      https://agrariansciences.blogspot.it/2016/02/la-prima-volta-della-global-seed-vault.html

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  2. Le organizzazioni emananti dall'ONU sono dei carrozzoni clientelari e autoreferenti sia per la raccolta di mezzi che per le informazioni che forniscono.

    Le informazioni sono funzionali ad aumentare le donazioni in denaro e pagare stipendi.

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