giovedì 1 dicembre 2016

Il biocontrollo dei parassiti in agricoltura. A che punto siamo?

di Alberto Guidorzi



Nelle foto in figura , da sinistra a destra, sono riportati tre emblemi dei metodi di biocontrollo e cioè la coccinella Adalia bipunctata, le cui forme pre-immaginali sono note predatrici di afidi, il fungo micoparassita Coniothyrium minitans (foto: AJ Portier) che aggredisce le ife e gli scelrozi di funghi patogeni delle colture ed il dittero parassitoide Trichogramma maidis che depone il suo l’uovo in un uovo di piralide.




Definizioni

I giornalisti “verdeggianti” parlano del biocontrollo additandolo come risolutore e capace di spazzare via la lotta chimica ai parassiti animali e vegetali e quindi di rendere generalizzabile l’agricoltura biologica. Con ciò si trascura il fatto che, come vedremo, le forme di biocontrollo sono applicate sia nel’agricoltura convenzionale sia in quella biologica e anzi chi pratica l’agricoltura biologica dovrebbe in molti casi non applicare tali metodi per ragioni di coerenza, in quanto a rigore non aderenti ai protocolli di coltivazione. Comunque per non cadere in una diatriba sterile ho voluto veder chiaro in merito alle possibilità esistenti e ai risultati della ricerca.
Per farlo mi sono appoggiato ad un documento dell’Accademia dell’Agricoltura francese (qui) cui gli accademici fanno da subito notare che per il biocontrollo non vi è uniformità di classificazione e definizione in quanto in USA i biopesticidi afferiscono a tre categorie: a) i fitofarmaci microbici (ad es. le tossine Bt), b) i fitofarmaci biochimici (es. ferormoni) ed infine c) i fitofarmaci incorporati naturalmente nelle piante o insiti nel genoma e quindi passibili di essere aumentati per miglioramento genetico. In Europa, invece, il biocontrollo si declina in 4 categorie e cioè a) i macrorganismi (es. insetti ausiliari), b) i microrganismi (es. Bacillus thuringiensis), c) i mediatori chimici (es. ferormoni) e infine d) le sostanze naturali estratte dalle piante o prodotte da microrganismi.
La definizione di biocontrollo che dà l’Accademia è la seguente: insieme dei metodi di protezione delle coltivazioni aventi in comune il fatto di usare la capacità regolatrice di agenti viventi. Detto più in dettaglio: la pianta stessa, gli elementi di regolazione presenti nell’ambiente agricolo e l’uso di agenti viventi o ricavati dal vivente e volontariamente introdotti. Si tratta anche di mettere in atto tre serie d’azioni indissociabili: 1) privilegiare l’attività degli essere viventi esistenti nell’agrosistema (es. ausiliari in genere e uccelli insettivori) e favorirne l’azione e la presenza tramite modifiche ambientali (es. impianto di siepi pluri-specie); 2) scegliere specie e di varietà che minimizzano la pressione degli organismi nocivi specifici di quell’ambiente di coltivazione; 3) porre in opera degli agenti di lotta viventi (es. macrorganismo, microrganismi e organismi di lotta autocida), oppure tratti dal vivente (es. mediatori chimici, elicitori e sostanze naturali. Tuttavia a fronte di un simile approccio vengono a generarsi due tipologie di comportamento: quello ideologico di coloro che vorrebbero fosse usato solo il biocontrollo escludendo quindi tutte le sostanze minerali, tutti i prodotti di sintesi e tutti i mezzi fisici di regolazione degli insetti nocivi come lo sono l’aratura, la sarchiatura, il taglio e la bruciatura, pratiche che sono utilizzate fin da quando è nata l’agricoltura; quello pragmatico di coloro che vorrebbero integrare (e da qui il concetto di lotta integrata ai parassiti) il biocontrollo con tutti gli altri mezzi a disposizione e più sopra elencati. L’Accademia francese è per questa seconda posizione.


Stato dell’opera e prospettive

Dobbiamo subito dire che fino ad ora la pratica del biocontrollo nella protezione delle piante è poca cosa in quanto i mezzi a disposizone si limitano ad alcuni macrorganismi attivi sugli acari fitofagi della vite e sulla piralide del mais e ad insetti nemici di parassiti attivi all’aperto che in ambiente confinato (aleurodidi, tripidi e acari). Tuttavia anche se questi organismi di biocontrollo sono stati scoperti ormai da parecchie decine d’anni (il Bacillus thuringiensis attivo contro i lepidotteri è noto dal 1901 e certi funghi parassiti di insetti anche) essi rappresentano solo una parte molto marginale del mercato degli agenti di protezione.
Per contro l’uso dei ferormoni può vantare una buona riuscita, ma qui assisteremmo ad una contraddizione ben evidente se ci ponessimo nella posizione sopra definita “ideologica”: i ferormoni usati in viticoltura, arboricoltura sia biologica sia convenzionale sono tutti prodotti di sintesi e senza che nessuno abbia mai avuto niente da ridire sul fatto che siano un prodotto della “chimica cattiva”. Però qui è finita la storia nel senso che altre malattie come le peronospore, l’oidio, la flavescenza dorata della vigna, elateridi, crisomela, fusariosi e con tanti altri insetti distruttori non sono per nulla controllati con il solo biocontrollo; la stessa cosa dicasi per le erbe infestanti.
La futura estensione del biocontrollo potrà dunque solo derivare dall’intensificazione della ricerca che però ha tempi molto lunghi ed è per sua natura esposta a frequenti insuccessi. Quante soluzioni intraviste in laboratorio non hanno poi confermato la propria efficacia quando provate in campo aperto? Quello degli elicitori ne è un tipico esempio. Per elicitori s’intendono tutte le molecole che inducono la pianta ad autodifendersi secernendo fitoalessine, che sono sostanze naturali che la pianta produce per difendersi da un evento negativo esogeno (per inciso il resveratrolo, tanto decantato per la sua azione protettiva del cuore e che si trova nel vino rosso, non è altro che una fitoalessina e dato che è un biocida è comunque classificabile tra i “veleni”, seppure in forma paracelsiana). Tuttavia queste sostanze trovate in laboratorio non hanno spesso mostrato efficacia quando provate in campo.
Un esempio è dato dalla sostanza di biocontrollo venduta in Francia con il nome di “Vacciplant” (evidente l’abuso fatto con il nome: i vegetali non possono essere vaccinati alla stessa stregua degli animali poiché non hanno la possibilità di produrre anticorpi). Il prodotto, estratto dell’alga “laminarina”, fu lanciato in pompa magna e fu oggetto di sperimentazioni dal 2001 al 2004 che si chiusero senza risultati conclusivi ed una recente ripresa delle sperimentazioni si è chiusa con un giudizio drastico: “non si riscontrano vantaggi significativi nell’uso di stimolatori di difesa delle piante” da cui la conclusione: “gli stimolatori di difesa attuali non apportano nessun guadagno di resa e non portano neppure a una diminuzione nell’uso dei fungicidi”.
Fino ad oggi gli unici elicitori che manifestano una qualche azione sui funghi parassiti sono delle sostanze di sintesi fosetyl-Al e acibenzolar-S-metil le quali però proprio per quel loro essere “di sintesi” sono radicalmente escluse dalle misure incentivanti promosse dalle autorità a favore del biocontrollo. Pertanto per i puristi dell’ecologismo a essere segnato dal “peccato originale”non è solo l’uomo ma lo sono anche tutte sostanze derivate da “sintesi chimica”, buone o cattive che siano. L’Accademia di fronte ad un’ondata di ostracismo violento all’uso di fitofarmaci di sintesi in agricoltura e alla volontà politica di accondiscendere a questa ondata, ha giustamente messo in guardia circa il fatto che l’uso esclusivo del biocontrollo comporta gli stessi inconvenienti rinfacciati ai prodotti di sintesi e cioè l’insorgenza di fenomeni di resistenza nel caso si faccia un uso intensivo di sostanze quali il piretro, il Bacillus thuringiensis o il Baculovirus che porterebbe all’aggiramento totale della loro azione. Altro aspetto è quello di introdurre insetti che seppure iperparassiti si rivelano poi invasivi per mancanza di contrasto e quindi da ausiliari diventano nocivi. Un esempio è dato dalla coccinella arlecchino (Harmonia Axyridis) che è stata importata a metà degli anni Novanta proprio per combattere i parassiti delle coltivazioni ma ha dimostrato di essere fin troppo efficiente nel suo lavoro; infatti mette a rischio la nostrana coccinella septempuntata e pure l’Adalia, oltre ad altri coleotteri nostrani, inoltre, svernando nei grappoli d’uva in più esemplari, conferisce cattivi sapori al mosto perché pigiata assieme ai grappoli.

Il biocontrollo piace agli agricoltori? Chi rifornisce il mercato dei prodotti di biocontrollo?


Non vi è nessun ostacolo a che gli agricoltori possano integrare questa pratica di difesa tra tutte le altre pratiche che già attuano. Non è un ostacolo ad esempio la creazione di fasce inerbite polifite, di siepi o bordure dei corsi d’acqua, in quanto i contributi comunitari che tutti gli agricoltori ricevono sono accessibili solo con la messa in atto di pratiche di tutela ambientale. Pertanto se la ricerca fornirà prodotti atti agli scopi di difesa e che producano risultati, gli agricoltori non dovrebbero certo costituire un elemento di freno. Occorre tuttavia che si mostrino prove obiettive di efficacia (gli agricoltori sono divenuti tanti “San Tommaso” in quanto di promesse strabilianti rivelatisi poi scarsamente efficaci in campo ne hanno ricevute tante); infine e giustamente vogliono conoscere i costi dei prodotti ed le spese di applicazione. A questo punto occorre chiedersi: ma chi sono i fornitori di questi prodotti di biocontrollo all’agricoltura?
Indagando si scopre che sono gli stessi che gli ambientalisti accusano di essere gli avvelenatori del pianeta e che vorrebbero trascinare in tribunale con l’accusa di crimini verso l’umanità, come nel caso del recente processo farsa di Amsterdam.
Vi è subito da dire che l’importanza di questo mercato è esigua (in Francia rappresenta il 4% del mercato dei fitofarmaci anche se è oggi in forte crescita) en inoltre per ora si concentra sulle colture protette. Tuttavia dall’indagine si scopre che ad esempio la BASF-agro è già leder nel mercato dei ferormoni. Syngenta con il suo marchio “Bioline” è leder da 25 anni nella produzione di insetti e di acari usati come predatori e parassiti distruttori nella lotta integrata. Per quanto riguarda gli stimolatori di difesa (elicitori) la disponibilità operativa non è ancora molto attiva ma società chimiche come Bayer e Monsanto (ora in procinto di fondersi) si stanno inpegnando nel settore: la prima ha acquistato l’americana Agraquest (numero uno mondiale del biocontrollo), la tedesca Prophito (agenti fungini) e l’argentina Bioagro (stimolatori di crescita delle piante) investendo 0,5 miliardi di €; la seconda invece ha comprato la danese Novazima (numero uno degli enzimi alimentari ed industriali) al fine di sondare l’influenza che essi hanno sulla crescita delle piante. Il ragionamento parte dalla constatazione dell’importanza che ha la flora microbica nella fisiologia umana e quindi si vuole sapere se qualcosa di analogo si verifica nelle piante e quali applicazioni pratiche si possono prefigurare.

Conclusioni


Gli accademici che hanno redatto il dossier sul biocontrollo hanno chiosato ribadendo i seguenti concetti: A) la protezione delle coltivazioni è indispensabile e dunque è poco saggio negare o minimizzare i danni dai parassiti; B) è necessario tornare ad esprimere giudizi su basi obiettive circa i pericoli insiti nella farmacopea per i vegetali tralasciando il discorso manicheo in virtù del quale i prodotti di sintesi sarebbero più pericolosi dei prodotti naturali; C) è necessario mantenere saldo il principio secondo cui la valutazione deve sottostare sempre ad un bilancio benefici/rischi trasparente e accessibile alle filiere, al mondo scientifico, alle industrie ed ai cittadini tramite i media che intendono fare un’informazione corretta e veritiera, il che è tutt’altro che scontato in presenza di lobby che spingono sempre e comunque ad aiutare legislativamente ed economicamente con denaro pubblico i prodotti di biocontrollo.


Per consultare altre fonti:

Nota: si noti comunque che anche in questi lavori si dice che o siamo un po’ agli albori oppure che in laboratorio vi sono prospettive, ma non adeguatamente verificate in campo.


Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana



1 commento:

  1. Andrej Drosghig5 dicembre 2016 12:04

    Molto interessante e chiaro. Si stanno facendo molti studi anche su quanto una certa gestione del paesaggio possa aiutare il biocontrollo delle colture.

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