Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

lunedì 20 febbraio 2017

Greenpeace e il Glyphosate - Parte 2: La strategia , neppure tanto nascosta, degli ambientalisti

di Alberto Guidorzi e Luigi Mariani



Glyphosate
Per cogliere la strategia sottesa alla demonizzazione del glyphosate partiremo da un esempio concreto che è dato dalla bieticoltura statunitense.
Negli USA quasi al 100% della superficie a barbabietola da zucchero è coltivata con varietà GM che hanno il tratto di resistenza al glyphosate. Pertanto i bieticoltori americani seminano le loro bietole e dopo un po’ di tempo intervengono nei loro bietolai effettuando in media 1-1,5 trattamenti con glyphosate quando tutte le infestanti sono presenti. Con questa tecnica ottengono coltivazioni totalmente esenti da malerbe fino al raccolto.
I bieticoltori europei, invece, per il rifiuto degli OGM, sono obbligati a praticare solo diserbi selettivi con prodotti che colpiscono più o meno bene solo determinate specie di infestanti e salvaguardano (sempre più o meno bene) le piante di bietola. In altri termini vi è l’obbligo di intervenire più volte durante la coltivazione e con prodotti ben peggiori del glyphosate. Grossolanamente si descrivono qui di seguito le problematiche che tutti gli anni i bieticoltori europei devono risolvere:
se il campo prima delle semine è infestato di graminacee (piante a foglia stretta o monocotiledoni) si deve intervenire con un graminicida prima che i semi di bietola germinino, se queste graminacee sfuggono e le piante di bietola sono ormai emerse dal terreno allora si deve intervenire al momento giusto con altri prodotti graminicidi in post emergenza della barbabietola. Successivamente cominciano a crescere le infestanti dicotiledoni (a foglia larga) che sono della stessa categoria della bietola e quindi occorre valutare la selettività nei confronti della bietola dei prodotti diserbanti disponibili e nello stesso tempo miscelarne vari tipi per colpire tutte specie di infestanti che sono presenti in quanto diversamente sensibili. A ciò si aggiunga che la sensibilità al diserbante sia delle malerbe che delle bietole stesse dipende dallo stadio vegetativo e dal momento del giorno più adatto per intervenire, per cui prima di procedere occorre fare tutte queste valutazioni e ciò obbliga a più passaggi con l’irroratrice nel campo. Tuttavia tutto ciò non sempre è sufficiente per portare una coltivazione di bietole da zucchero non infestata fino al raccolto, in quanto vi sono piante che sono resistenti a queste molecole diserbanti fin dall’inizio (non si tratta cioè di resistenze indotte dal diserbante, ma di resistenze presenti da sempre) e possono essere colpite solo pena la distruzione delle bietole coltivate e cioè bisogna lasciar crescere le malerbe e eliminarle manualmente prima della formazione di semi vitali se si vuole essere previdenti).
La figura allegata è una tabella sinottica dei vari prodotti disponibili e della loro validità sulle specie normalmente presenti nei campi coltivati e su questa tavola l’agricoltore si deve scervellare tutti gli anni per trovare il compromesso più efficace, ma spesso i risultati sono incerti poiché ad esempio ci si può mettere di mezzo il cattivo tempo che impedisce di effettuare l’intervento nel momento giusto.
Tabella 1 - Sulla fascia orizzontale in alto vi sono le specie di erbe infestanti più comuni, mentre nella fascia verticale a sinistra vi sono elencati i diversi prodotti diserbanti usabili. Il quadratino colorato corrispondente all’incrocio tra infestante e prodotto dice il grado di efficacia di eliminazione tramite la tonalità di colore. E’ su questa tavola che il bieticoltore, una volta verificato lo stadio di sviluppo delle bietole e delle infestanti, si deve scervellare tutti gli anni per riuscire nell’intento di limitare le perdite di produzione

Tutto questo lavoro se avessimo le bietole OGM tolleranti al glyphosate non sarebbe necessario, anzi con una molecola sola, minimamente tossica per l’uomo e per l’ambiente, risolveremmo il problema che invece non risolviamo mai alla perfezione e per giunta distribuendo nell’ambiente molti più principi attivi a tossicità ed ad impatto ambientale maggiori.
Ebbene tutti chiedono l’interdizione del glyphosate e nessuno chiede l’interdizione di questa miriade di altri prodotti erbicidi. Tutti accettano come verità la fandonia che rame e zolfo sono elementi naturali e non di sintesi, mentre nessuno va a verificare che in agricoltura biologica si usa il solfato di rame che è un prodotto di sintesi e lo zolfo che ormai si ricava tutto dalla desolforazione del petrolio e viene poi processato per giungere ai formulati commerciali (a tale stregua allora anche il fosforo contenuto nel glyphosate è un elemento naturale); inoltre nessuno si périta di ragionare sulla tossicità del rame e dello zolfo che esiste eccome, e anzi il rame è peggio del glyphosate.
Ma il fatto più grave è che l’agricoltore anche professionale il quale, annichilito dalla propaganda, attende supinamente queste decisioni che comunque gli arrecheranno danno economico perché il glyphosate costa ormai pochissimo e gli risolve parecchi problemi, mentre le molecole diserbanti della figura costano enormemente di più, e gettano discreditano sull’immagine dell’agricoltore, e ciò spiega anche perché in agricolture più professionali delle nostre i figli di agricoltori non ne vogliono più saperne di intraprendere un’attività tanto denigrata.
La logica di tutto ciò risiede nel fatto che i movimenti ambientalistici vogliono togliere di mezzo gli agrofarmaci a minor impatto per l’ambiente e per l’uomo in modo da lasciare agli agricoltori solo quelli a maggior impatto, con cui in un secondo tempo crocifiggeranno gli agricoltori stessi, dimostrando con estrema facilità che sono nemici assoluti dell’ambiente e dell’uomo.
Tutto ciò discende dal fatto che i movimenti ambientalistici (Greenpeace in primis), la cui lobby ha ormai da tempo colonizzato l’Unione Europea e i grandi media, sono a tal punto accecati dall’odio per la tecnologia che, al grido di “muoia Sansone con tutti i filistei”, sono pronti a immolare gran parte dell’umanità, perché ritornare all’epoca pre-scientifica con 7 miliardi di abitanti da nutrire ogni giorno significherebbe condannare gran parte dell’umanità alla morte per fame, da cui si salverebbe solo la fetta più sviluppata del mondo.
Di fronte a una tale sfida occorre saggezza, la stessa che dimostrò ai suoi tempi Nikita Cruscev, il quale a fronte di un Fidel Castro che gli chiedeva di usare immediatamente contro gli Stati Uniti i missili installati a Cuba scatenando di fatto la terza guerra mondiale, fece immediatamente interdire le basi russe ai cubani. Purtroppo persone come Crusciev non ne nascono più e dunque le nostre società sono in sostanza ostaggio di movimenti come Greenpeace che fanno della negazione della tecnologia la loro bandiera ricorrendo se del caso alla violenza per affermare preconcetti ideologici che sono profondamente antiumani.


Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




Luigi Mariani 
 Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.








1 commento:

  1. Vorrei portare un parere che Il Direttore del Crop Protection Institute (USA) L. Gianessi. ha riportato a proposito del diserbo chimico. Cita ciò che è avvenuto in California a partire dal 1970. In quell'anno, anche su pressione della chiesa cattolica, venne proibito il diserbo manuale con la zappa a manico corto per la troppa fatica imposta agli operai (per inciso una pratica a cui sono stato obbligato anch'io quando operaio agricolo in Francia mi hanno fatto diradare le bietole con questo attrezzo. Cosa che non ho mai capito dato che in Italia io diradavo già con la zappa a manico lungo che evidentemente era molto più comoda per il mal di schiena).
    Successivamente nel 2004 è stato abolita addirittura la zappatura manuale, sempre per il motivo di sgravare di fatica l'operaio agricolo.

    In altri termini si è considerato come DIRITTO DELL'UOMO l'abolizione della fatica dello zappare in quanto erano state inventate le macchine sarchiatrici. Solo che queste risolvevano il problema delle malerbe dell'interfila delle coltivazioni, ma non sulla fila. Ecco che a questo punto si è optato per il diserbo chimico, altrimenti ci si doveva inginocchiare e usare le mani (situazione peggiore della zappa a manico corto).

    Ebbene il Direttore si chiede: perchè si deve considerare un diritto dell'uomo non usare la zappa, mentre non deve essere un diritto dell'uomo il diserbo chimico? Anzi sta diventando un DIRITTO DELL'UOMO l'abolizione della molecola di diserbo più ecologica che esista vale a dire il gliphosate. E proprio vero che certe volte il POPOLO E' BUE, come diceva mio nonno quando voleva insegnarmi che vi deve essere comunque una guida.

    RispondiElimina