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giovedì 2 febbraio 2017

L’ avvento della società della post-verità


di Alberto Guidorzi 

Per descrivere la società attuale si usa il neologismo“post-factuale” o “post-verità”, derivato dall’inglese e tra l’altro nel 2016, secondo il dizionario di Oxford, è considerata “la parola dell’anno”. In pratica significa un'epoca in cui ci si lascia guidare principalmente dalle emozioni, dalle inquietudini ed dai timori, invece di lasciarci guidare dai fatti valutati serenamente. Viviamo, cioè, una stagione dove i “lanciatori di allarmi” sembrano prosperare: basta pensare a come spaventa la ricerca scientifica in generale ed in particolare la chimica, la genetica, la sanità dell’agroalimentare, le nuove tecnologie e le innovazioni che ne derivano. Ho avuto l’opportunità di ascoltare una conferenza del sociologo francese Gerard Bonner, studioso di questo fenomeno sociale e vorrei farvi parte dei contenuti esplicativi che ne ha dato. 

Egli ha iniziato la sua conferenza con la seguente citazione del moralista La Rochefoucauld: “ Non sono mai troppi gli elogi che si danno alla cautela. Tuttavia essa non ci può garantire su ogni evenienza” ed io aggiungere quella di O. Wilde “ L’uomo può credere all’impossibile, non crederà mai all’improbabile”
Sono principi purtroppo dimenticati e la nostra società, che vive un bombardamento di innovazione divulgata sia da mezzi ortodossi come radio, televisione giornali ecc. e ora anche eterodossi come internet, che è un prodotto essenziale dell’epoca che stiamo vivendo (internet data solo alla fine secolo scorso), spesso si lascia disorientare. Infatti, se la situazione economica attuale trova qualche parallelo con situazioni passate, la situazione dell’informazione di oggi non presenta invece alcun elemento comparabile con il passato per cui diviene proibitivo prevederne gli effetti futuri.

In tale contesto l’innovazione scientifica è vista come il frutto marcio di un’industria che non ha nessuna virtù etica e che per ragioni esclusivamente economiche mette in atto processi rischiosi per la salute e per l’ambiente. E’ un racconto che è più convincente e si divulga più facilmente non perché sia vero ma perché è verosimile; e qui occorre dire che il verosimile si sostituisce totalmente al vero in quanto per l’economia delle strutture informative attuali, il verosimile “paga” molto più del vero. (ndr: mi pare calzante nel contesto studiato dal sociologo Bonner una definizione di agricoltura che ho letto e che recita: essa è l’arte per perdere soldi lavorando “da sole a sole” e per nutrire persone che pensano che tu stia cercando di farli fuori!)

Per giunta questo modo di raccontare si adatta molto bene al funzionamento ordinario del nostro cervello che è particolarmente incapace di concepire la nozione del rischio. Questo è dimostrato da un esperimento condotto negli USA dove sulle ascisse di un quadrante cartesiano sono indicate le morti annuali ed in ordinata le cause di queste morti: ebbene le morti meno spettacolari (crisi cardiache, tumori ecc.) fanno molta meno paura delle morti più spettacolari e mostrate in prevalenza dai media (inondazioni, terremoti ecc.). Tutto ciò è spiegabile perché noi siamo portati ad avere delle illusioni mentali derivate da una cattiva valutazione visiva (il parallelismo di due rotaie, quando le guardiamo nel senso della lunghezza, visivamente sembrano incontrarsi e al nostro cervello occorre un po’ perché connetta e ci informi dell’illusione ottica). In realtà noi mettiamo in scena le due interpretazioni: visiva e cognitiva e ciò eccita una certa interpretazione.

Non esistono però solo illusioni visive ma ne esistono anche di cognitive. Una tipica illusione cognitiva è quella di quando dobbiamo risolvere il seguente problema: una mazza da baseball e la relativa palla costano assieme 110 € e la mazza costa 100 euro più che la palla. Quanto costa la palla? Sicuramente nel nostro pensare immediato la risposta che ci viene è di 10 € in quanto 100 +10 fa appunto 110, ma ciò è sbagliato perché in realtà la palla costa 5 € perché la mazza per costare 100 € di più deve costarne 105 ed infatti 105 +5 = 110, mentre quando rispondiamo 10 la mazza dovrebbe costare 110, ma 110 + 10 =120. Solo che la risposta giusta è comunque controintuitiva ed appartiene alle illusioni cognitive e se vogliamo essere sinceri questa illusione non dipende dal livello di studio o dalla condizione sociale. Noi, cioè, abbiamo una predisposizione a sbagliare e purtroppo le strutture dei problemi che sono proposte da un punto di vista mediatico, in particolare quelle che riguardano le innovazioni tecnologiche, eccitano certe parti meno ragionevoli del nostro pensare. Una struttura tipica di problemi di questo genere è quella, relativamente ad un fenomeno, di presentarne alla collettività un rischio che ha scarsissime probabilità di realizzarsi (del grado di rischio bassissimo sono coscienti anche gli allarmisti). L’esempio lo si trova di fronte alle antenne riceventi e trasmittenti la cui paura del rischio di cancerogenicità è passata, nello spazio di 5 anni, (2005-2010) dal 50% al 70% nella popolazione francese e senza che si sia verificato nessun fatto probante sia prima che dopo. Certo sanno che vivendo sotto quest’antenna non si è obbligatoriamente assaliti dal cancro, ma si convincono che vivendoci sotto aumenti il rischio e forse intanto che lo pensano hanno il telefono attaccato all’orecchio…

Si è dunque in presenza di debolissimo rischio e di un’improbabilissimo avvenimento (l’insorgere di un cancro) che però nella mente del cittadino ha un peso esorbitante.
Gli studi iniziati fin dagli anni ’50 del secolo scorso hanno dimostrato che viviamo in un momento in cui si tende ad eccessivamente sovrastimare gli avvenimenti che hanno scarsissima probabilità di realizzarsi (si è calcolato intorno ad un 10-20% di sopravvalutazione). Infatti se noi mettiamo sulle ascisse di un diagramma le probabilità di un avvenimento in senso crescente e sulle ordinate la percezione del rischio, dovremmo attenderci andamenti che si pongono sulla bisettrice dell’angolo del quadrante, mentre invece ci troviamo di fronte ad una linea ad “S” rovesciata che si sovrappone alla linea bisettrice ma con la prima curva che sta sopra la linea retta di bisettrice e la seconda curva che sta sotto. Vale a dire le probabilità basse corrispondono a maggiore percezione del rischio e con probabilità alte vi è minore percezione del rischio. E’ evidente che l’esposizione mediatica dell’avvenimento funge da elemento moltiplicatore.

Altro aspetto di queste illusioni cognitive è la diversa valutazione dei costi e dei benefici; via via che questi ultimi aumentano la contentezza non cresce in proporzione diretta. E’ il caso di chi vince alla lotteria: se vince un milione di euro ha un certo grado di soddisfazione ma non è che se ne vince tre di milioni abbia una soddisfazione tripla.

Per i costi è un po’ la stessa cosa, ma non esattamente, nel senso che si tende ad avere molta più considerazione dei costi che non dei benefici. Questo è stato dimostrato dal premio Nobel dell’economia del 2002 Daniel KAHNEMAN, il quale in particolare ha mostrato che per compensare 1 di costo occorrevano almeno 2,5 di guadagno. Ecco, se applichiamo questo schema di valutazione all’innovazione tecnologica e immaginiamo che se ne faccia una narrazione che insista più sui costi e sulle scarse probabilità del rischio che non sui guadagni che apporta realmente, l’efficacia del messaggio non raggiungerà lo scopo di far valutare obiettivamente l’innovazione stessa. Ebbene è questo lo schema che la società mediatica usa e che ha mutuato da noi stessi, che l’abbiamo connaturato in noi stessi per ragioni antropologiche. E’ sempre stato così solo che per molto tempo queste sensazioni sono rimaste nello spazio del privato, mentre ora con l’avvento della mediatizzazione spinta, sono divenute sensazioni pubbliche e per questo hanno investito la collettività. Internet ha giocato un grande ruolo in quanto, se prima vi era chi decideva quali sensazioni dovevano uscire dal privato e divenire pubbliche, ora tutto diventa sensazione pubblica. Solo che qui subentra un fenomeno di demagogia cognitiva di massa che fa si che si diffonda molto più il “verosimile”. Ora se un avvenimento verosimile è anche vero non ci sono problemi ma i problemi divengono incontrollabili quando per quel dato avvenimento si parla di rischio, tanto più che vi è una pressione concorrenziale e deregolamentata di internet come media eterodosso rispetto a giornali, radio, televisione che da media ortodossi tendono a divenire anche loro eterodossi, nel senso che anche loro per accaparrare lettori o audience scrivono di eventi solo verosimili.

Evidentemente non si può chiedere che qualcuno intervenga, pena la facile caduta nella censura, ma è altrettanto vero che quando la concorrenza tra i media era inferiore si aveva più tempo per analizzare il tasso di verità di una notizia (ed i media ortodossi avevano il tempo di fare da filtro), mentre ora che si è bombardati non si ha più il tempo di rifletterci sopra e di verificarne la veridicità e l’affidabilità. Possiamo dire in conclusione che il tempo della scienza, che si estrinseca con il provare ed il verificare, da parte di tanti non corrisponde più con i tempi dell’informazione mediatica. Le risultanze di una ricerca scientifica arrivano subito all’opinione pubblica, ma le verifiche che si faranno arriveranno in tempi successivi e non faranno più notizia. Pertanto se le prime risultanze non risulteranno essere veritiere esse comunque rimarranno impresse nella memoria e spesso non saranno più scalzate da quelle che ne inficiano la validità. Peraltro questo coincide con il vecchio adagio secondo cui “calunnia, calunnia, qualche cosa resterà” o con la frase del cardinale Wolsey rivolta agli insegnati: “state bene attenti a quel che mettete in quelle test perché poi sarà molto difficile levarglielo”

In altri termini viviamo una realtà dove nella maggioranza dei casi i « lanciatori di allarmi » instillano solo il veleno dell’inquietudine che genera un’ipocondria collettiva che produce delle sequele sanitarie, economiche e politiche. Di esempi riferiti a questo fenomeno sociale ne abbiamo un’infinità e nella maggioranza dei casi si tratta di informazioni affidate ai media prima che ne sia stata fatta una valutazione di esperti e soprattutto scientifica. Ne cito alcuni inerenti al mio campo di conoscenza e di attività. Partiamo facendo degli esempi sul diserbante glyphosate brevettato dalla Monsanto ed ormai prodotto da tanti perché il brevetto è da tempo scaduto. Orbene vi è stato uno studio dello IARC, emanazione dell’OMS, che ha classificato il glyphosate “probabilmente cancerogeno” e la notizia ha rappresentato qualcosa di scandaloso a livello mondiale ed i residui sono stati ricercati in quasi tutti gli alimenti. Tuttavia lo studio è rimasto isolato e lo IARC si è rifiutato di fornire i dati dello studio completo. Per contro FAO, EPA statutinitense, EFSA europea e BfR tedesca hanno negato che vi siano evidenze sulla cancerogenicità del diserbante più usato nel mondo, non solo, ma la stessa OMS ha smentito la IARC. Tanto per fare un paragone ad esempio: nel basilico, nell’alloro, nei chiodi di garofano e in altre sostanze è presente metileugenolo, sostanza che sui topi si è dimostrata cancerogena ma non sentiremo certo dire che è stato proibito l’uso delle erbe aromatiche o non accadrà certo di vedere che la notizia dopo il primo annuncio viene ripresa periodicamente per allarmare come si fa sul glyphosate. Dobbiamo quindi ammettere che in certi casi si tratta anche di una vera è propria campagna montata per altri scopi che esulano dalla specificità del problema, e non a caso nello IARC vi è un consigliere che ha un evidente conflitto d’interessi. Credo che sia allora utile che i lettori valutino i casi che seguono. 
  
1° Il glyphosate nel miele

Non ci si preoccupa delle adulterazioni e falsificazioni nel commercio del miele (etichette falsificate circa la provenienza, l’origine e il taglio dello stesso con sciroppi zuccherini di poco costo, ricavati da mais e da riso) ma ci si preoccupa molto delle tracce del diserbante glyphosate trovate nel miele. La notizia diffusa è che la FDA statunitense avrebbe trovato tra 22,41 e 170 parti per miliardo (“ppb” l’acronimo inglese) di residui di glyphosate. Al profano la notizia può anche spaventare perché non gli si spiega che il dato se tradotto in quantità e calato nella realtà porta a questo: 1° se traduciamo le “parti” in peso abbiamo che si tratta di 0,022 e 0,170 mg/kg di miele; 2° se poi caliamo il tutto nella realtà significa che per ingerire la DGA (Dose Giornaliera Ammissibile, cioè la dose oltre la quale non è consigliato andare, ma che per precauzione è stata ulteriormente divisa per 100 rispetto a quella realmente tossica) dovrebbe ingerire 6.6 kg di miele per kg di peso corporeo al giorno. Detto in altre parole una persona di 60 kg dovrebbe mangiare 400 kg al giorno per subire un danno. Successivamente si è optato per dire che il glyphosate uccide la flora batterica dell’intestino, ma calcoli hanno messo in evidenza che per ottenere tale effetto bisognerebbe mangiare 3 tonnellate di miele in una sola volta!!!!

2° Il glyphosate nel vino

Una notizia apparsa su Internet allarmava l’opinione pubblica sulla presenza di 1 ppb di glyphosate in un volume pari ad un bicchiere di vino, Si sottace però che nello stesso bicchiere di vino vi sono 13.000.000 di ppb di un sicuro cancerogeno che è l’alcol. Lo stesso allarme è stato lanciato per quanto riguarda la birra ed anche qui occorrerebbe berne delle botti in un sol giorno per superare la DGA. Sulla birra i dati sono questi: sono stati trovati 30 ppb di glifosate il che significa 30 milligrammi per tonnellata. Cioè si muore per una “indigestione” letale, prima di morire a causa del glyphosate.
In California sono state trovate 18,7 ppb in un vino da vigneto convenzionale, 0,669 ppb in un vigneto biodinamico e 0,913 ppb in un vigneto biologico. Ebbene, sapete cosa significa un ppb (una parte per miliardo) per i Servizi Ambientali Centro Nazionale della West Virginia University? Significa grossolanamente un pizzico di sale in 10 tonnellate di patatine fritte oppure un minuto secondo rispetto a 32 anni di tempo.
Se per il vino vogliamo parlare anche dei residui di fitofarmaci in generale si dovrebbe valutare che circa il 70% dei campioni analizzati non presenta residui, il 15% ne presenta uno solo (nel vino biologico immancabilmente vi è presente il rame e/o lo zolfo) ed il 14% ne presenta più di uno. Ma il dato più rassicurante è che meno dell’1% dei campioni è fuori norma.

3° Glyphosate nell’acqua

Due anni fa Ecowatch ( qui ) pubblicò un articolo che diceva che il glyphosate si trovava nel 75% dei campioni di aria e acqua analizzati. La notizia che si diffuse, però, fu solo questa e non quella reale contenuta nello studio che prima di tutto diceva che l’aria e l’acqua analizzate erano quella appena sopra e sulla superficie dei terreni agricoli diserbati con glyphosate (ci mancherebbe altro che non ve ne fosse!!!!), che per di più si trattava di tracce ed, infatti, per poterle evidenziare fu necessario usare lo spettrometro di massa perché le concentrazioni erano inferiori di milioni di volte di qualsiasi pertinenza biologica ( qui).
Il glyphosate nelle acque si trova ma solo in quelle superficiali, in quanto in profondità o non ci arriva o se ci arriva le quantità sono talmente infinitesimali da non decretarne la non potabilità (qui).

4° Glyphosate nelle urine

Quando è stato lanciato l’allarme del glyphosate nelle urine la notizia fece epoca e la deduzione fu quella di essere avvelenati in continuazione. Innanzitutto vi è da dire che il fatto di trovare del glyphosate nelle urine dovrebbe essere una buona notizia e non una cattiva, infatti, significa che esso non si accumula ma è escreto. Tuttavia anche qui nessuno ha associato presenza e quantità al fine di avere una nozione più precisa. Vi è infatti uno studio (qui) che compara presenza e quantità in sette ricerche europee e statunitensi e lo fa a livello di consumatori e operatori e ne conclude: “non essere risultato nessun problema di salute essendosi verificato che le esposizioni erano di ordine di gran lunga inferiori alla DGA e alla NAEO (livello accettabile di esposizione degli operatori”). In altri termini nessuno ha informato l’opinione pubblica che noi comunque siamo da tempo continuamente esposti ad una miriade di sostanze artificiali o naturali potenzialmente nocive se fossero in sufficiente quantità, ma dato che sono in quantità infinitesime esse non hanno nessun effetto sulla salute. Per giunta noi ora lo scopriamo solo perchè siamo capaci di rivelarne tracce infinitesimali, ma esse erano presenti anche nel passato; 20 anni fa si rilevavano tracce fino a 1 parte su un milione, mentre oggi rileviamo tracce pari a 1 parte su un miliardo, non solo, ma moltissime sono tracce rilevate senza possibilità di quantificazione vista appunto l’esiguità. 
 
5° Le mele ci avvelenano

Perché una mela possa farci inghiottire una quantità di agrofarmaci pari alle dosi risultate innocue in laboratorio, essa dovrebbe avere il volume di 30 m³ e pesare più o meno 30 t. Eppure la notizia che passa è quella di Greenpeace e che tutti i giornali riportano: “l’83% delle mele vendute nei supermercati italiani è contaminato da pesticidi”
La conclusione: il 99,5% dei cibi sono regolari in fatto di residui di fitofarmaci, il 61,8% dei cibi non presenta nessun residuo rilevabile; pertanto il rapporto con i limiti di legge è 1,2 x 1000, che tradotto significa che mediamente mangiamo un millesimo della dose già di per sé ritenuta sicura dalla tossicologia e dalla normativa di legge.

6° I pestidici di cui non si parla mai.

In questi contesti oltre a sottacerne l’uso se ne cambia il nome per connotarne una valenza più biologica, infatti le si chiamano “sostanze biocide” e non più pesticidi, ma vi assicuro che i principi attivi sono gli stessi, anzi, come vedremo, molte di queste sostanze, ormai abolite nell’uso agricolo, sono ancora usate in ambienti civili e le concessioni prevedono anche autorizzazioni più facili da ottenere rispetto a quando sono usati in agricoltura. Ecco alcuni esempi il Diuron (una fenilurea diserbante), la terbutrina (una triazina diserbante) e il carbendazim (un benzimidazolo fungicida sistemico) sono interdetti nell’uso agricolo da più anni eppure sono contenuti in pitture murali per esterni e quindi destinati ad essere dilavati e finire nelle acque reflue delle città. Eccone alcuni esempi:

http://www.caparol.de/uploads/pics/caparol_import/caparol_de/ti/2689/TI_161.pdf http://www.caparol.de/uploads/pics/caparol_import/caparol_de/ti/2680/TI_150.pdf - http://www.caparol.de/uploads/pics/caparol_import/caparol_de/ti/2682/TI_151.pdf .

Nel primo di questi link si parla appunto di PermaSilan NQG Elastico, vernice di facciata delle costruzioni permeabile sulla base di resina siliconica per intonaco crepato e con nano-quarzo integrato (qui entrano in ballo anche le nanotecnologie che se usate in agroalimentare fanno gridare allo scandalo). La scheda del link nell’ultima delle 4 pagine e dove si dichiarano gli ingredienti (Deklaration der Inhaltsstoffe) cita infatti i tre prodotti riportati sopra. In un altro invece si dice chiaramente che il prodotto è “tossico per la vita acquatica e con effetto durevole”, che è appunto la ragione per cui ne sono stati aboliti gli usi in agricoltura da ben 20 anni. Se qualcuno avesse dei dubbi circa la destinazione finale nelle acque si legga le istruzioni dove si dice che “sulla facciata i biocidi non sono efficaci se non possono uscire dalla matrice ed entrare nella fase acquosa al fine di raggiungere gli organismi bersaglio ed ottenere un’efficacia di lunga durata, La pittura murale è concepita affinché i biocidi affiorino e si diffondano allorché l’umidità è sufficiente”. E’ per questo che non assicurano un’efficacia duratura; infatti le piogge battenti dilavano i biocidi (veri e propri pesticidi che finiscono in falda) e quindi a lungo andare occorre ridipingere. I fungicidi sono contenuti anche in tutti le pitture per interni e quindi sono presenti in tutte le case.
Come mai si parla tanto del solo glyphosate che finisce nelle acque, che tra l’altro non è dichiarato come “tossico per la vita acquatica o ad effetto durevole”?
Oggi nelle nuove costruzioni è diffusa la pratica di fare tetti con struttura lignea sia per una migliore coibentazione che per diminuire il peso del tetto, Ebbene come credete che li trattino contro muffe e tarli? Li trattano con fungicidi ed insetticidi di uso anche agricolo, ma ancora una volta spesso interdetti in agricoltura, ma permessi in edilizia. E’ il caso del Lindano, un insetticida organo clorurato proibito in agricoltura dal 1998 e ammesso all’uso fino al 2006 nel trattamento delle travi in legno. Il trattamento di queste travi e assi avviene in autoclave dove nel legno si inietta ad alta pressione differenti sostanze biocice e sali metallici, cioè le stesse che nell’uso agricolo sono chiamate « pesticidi »; ciò al fine di impedire che funghi e insetti le attacchino. Spesso sono materiali di origine extraeuropea e non sempre in linea con le direttive dell’UE. Ebbene su queste sostanze che sono rilasciate nell’aria 24 ore su 24 nessuno parla anche se poi i campionamenti d’aria in ambiente agricolo ed in città ci dicono che si trovano più residui di agro farmaci in città che non in campagna. Certo, certi tipi di agro farmaci in città non si trovano, come ad esempio i diserbanti, ma tutti gli altri si trovano in quanto usati negli ambienti domestici per disinfestazioni ambientali e per prevenire i parassiti negli animali domestici. I trattamenti alle moquettes contro acari e altri microrganismi come credete che siano eseguiti? Certo con sostanze che vi dicono essere “solamente biocide”, ma che sono veri e propri pesticidi.


Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia ; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana. 

1 commento:

  1. Grazie Alberto per l'ennesima perla!
    L'informazione in Italia è da sempre stata un nostro punto debole, ma se da una parte questo potrebbe giustificare tutti quei gonzi che seguono "l'allarmismo del giorno" non si può ignorare quanto basso sia il loro spirito critico e la voglia di approfondire certi argomenti.
    Una volta aggrappatisi al loro spauracchio preferito contribuiscono non poco a diffondere le loro irrazionali paure con un impegno ed una energia ben superiori a quelli che sarebbero bastati ad ottenere una corretta informazione.

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