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lunedì 27 febbraio 2017

Strampelli entra nel suo “dopo-festival” (ma potrebbe non uscirne)

di Sergio Salvi


Il 2016, anno delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario della nascita di Nazareno Strampelli, è ormai alle spalle ed ha segnato un punto di svolta fondamentale nel processo di riscoperta e rivalutazione di uno scienziato al quale la veste di “mago del grano”, indossata fin dai tempi di “quando c’era Lui”, è risultata infine troppo stretta.
L’ampliamento del guardaroba che ora permette all’agronomo maceratese di vestire non solo i panni del breeder, ma anche quelli del dry farmer e dell’allelopata, è la conseguenza di un avanzamento delle ricerche a carattere storico-scientifico compiuto attraverso un lavoro di sintesi e rilettura in chiave moderna soprattutto degli aspetti meno noti dell’attività svolta da Strampelli.

La figura che oggi emerge a seguito di questo lavoro, fatto di recupero e analisi di documenti d’archivio e bibliografia d’epoca e della loro integrazione con i risultati delle moderne ricerche di genetica agraria, è quella di uno scienziato che da un lato consolida la sua fama di precursore della Rivoluzione verde, mentre dall’altro si apre verso alcune delle problematiche che caratterizzano in modo drammatico l’agricoltura di domani: l’avanzamento della siccità come conseguenza dei cambiamenti climatici in corso1 e l’impatto della chimica di sintesi sulla produttività ma anche sulla qualità del suolo2.
Si dovrebbe iniziare a fare un “uso nuovo” di Strampelli quale portatore di messaggi di estrema attualità nelle scienze agrarie. Tuttavia, il rischio di una stagnazione sul “vecchio” Strampelli, dettata dal mancato assorbimento delle nozioni restituite dalla ricerca più aggiornata sull’attività scientifica del personaggio, rischia di rendere inservibile sia il contributo culturale di nuovo apporto sia l’ispirazione scientifica che da questo può derivare.
Sono stagnanti, ad esempio, i convegni, le mostre e le annesse conferenze che continuano a proporre un cliché che non tiene conto delle nuove acquisizioni e che di fatto - sulla falsariga di quanto accadeva prima della riscoperta strampelliana degli anni ’90 - è già diventato “nuova retorica”, rimpiazzante quella post-fascista di ancor più vecchia data.
L’equivalenza tra stagnazione interpretativa ed inefficacia comunicativa minaccia di portare presto ad una nuova involuzione, che vanificherebbe gli sforzi fatti per rendere fruibile, in quanto attuale, il messaggio di cui Strampelli è più autenticamente portatore. Un messaggio che parla di progresso futuro dell’agricoltura, e non solo di Battaglia del grano e Rivoluzione verde o, peggio, di “grani antichi”, secondo un fasullo paradigma che vuol fare di Strampelli il paladino dell’agricoltura “vecchia maniera” e del “buon grano di una volta” (che poi così buono non era, come più volte è stato scritto su questo blog).
Personalmente, ritengo che sia ora di consegnare il “vecchio” Strampelli alla storia, passando il testimone a chi sta lavorando - non in Italia, ma negli USA (guarda caso) - per lasciare ai posteri la riscoperta di Strampelli e della sua opera scientifica quale fenomeno appartenente ad una fase che si è aperta negli anni ’90 e si è conclusa nel 2016 con le celebrazioni del centocinquantesimo della nascita.
Tra questi “staffettisti” vorrei segnalare Tiago Saraiva, ricercatore portoghese che lavora presso la Drexel University di Philadelphia, autore del libro “Fascist pigs - Technoscientific organisms and the history of fascism” (MIT Press, 2016), nel quale si analizzano i rapporti intercorsi tra ricerca scientifico-tecnologica e fascismo ponendo a confronto la “Battaglia del grano” italiana con l’omologa “Campanha do trigo” portoghese e la “Nahrungsfreiheit” tedesca del periodo pre-bellico.
È invece tuttora in corso un’importante ricerca sulla “rivoluzione verde sovietica”, che vede in Strampelli il caposaldo della parte introduttiva dedicata alla storia della Rivoluzione verde degli anni ‘60, nella quale sono stato piacevolmente coinvolto dall’autore della medesima, Mark Tauger, professore di storia presso la West Virginia University ed attualmente aggregato all’Institute for Advanced Study di Princeton.
In Italia gli studi storici “istituzionali” su Strampelli sono fermi al 2000, anno della pubblicazione del volume “La scienza del grano”, e come tali sono ancora oggi fatti oggetto di comunicazione “istituzionale” nelle sedi “istituzionali”, quelle dove si accede solo se si è affiliati a “qualcosa” o “qualcuno”.
Chi scrive è subentrato nel 2007 nel tentativo di colmare le lacune rimaste vuote a causa della fase di stagnazione che si era nuovamente creata per via dell’assenza di ulteriore ricerca storica “istituzionale”. Da storico dilettante ho principalmente divulgato tutto ciò che ho potuto recuperare ed analizzare in dieci anni di studi appassionati svolti ad ampio raggio, probabilmente più efficaci sul piano comunicativo scientifico che non su quello prettamente storico, sebbene i materiali e le conoscenze ricavate da questi studi siano ora utilizzati dagli storici di professione. Quelli americani, naturalmente, perché in Italia la stagnazione su Strampelli sta già iniziando a vivere un altro déjà vu.

1 http://gualerzi.blogautore.repubblica.it/2016/03/10/la-pasta-al-sugo-di-strampelli-ladattamento-nel-piatto/
2 https://www.youtube.com/watch?v=M2o29Ff6LdI




Sergio Salvi Laureato in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Camerino, nel corso della sua attività di ricercatore si è occupato di genetica batterica, genetica medica, OGM, genetica agraria e vegetale, lavorando presso Enti di ricerca pubblici e privati. Attualmente si dedica alla ricerca e alla divulgazione storico-scientifica su tematiche riguardanti il settore agroalimentare. È Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche.

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