domenica 25 giugno 2017

Presentazione del manifesto «Prima i geni: liberiamo il futuro dell'agricoltura italiana»: riflessioni a margine.



di Sergio Salvi


Il 22 giugno si è tenuto a Roma l’evento di presentazione del manifesto «Prima i geni: liberiamo il futuro dell'agricoltura italiana», organizzato dalla Società Italiana di Genetica Agraria e moderato dal giornalista e comunicatore scientifico Giovanni Carrada.

L’incontro si è aperto con la proiezione di un breve video per introdurre il “tormentone” del momento, ossia la tecnica della CRISPR, o genome editing, intorno al quale è stato strutturato il manifesto e il relativo appello, sottoscritto anche da altre società scientifiche e da alcuni enti di ricerca italiani (per ogni informazione al riguardo visitare il sito www.primaigeni.it ).
Chiaro l’intento del convegno, che è anche il titolo dell’appello: il genome editing è di tutti, e  la sua regolamentazione deve mantenerlo tale. La finalità ultima, dichiaratamente preventiva, è che la CRISPR non faccia la fine degli OGM sul piano politico, mediatico e sociale e sia fatta oggetto di una regolamentazione che non la trasformi in qualcosa di inaccessibile alla ricerca scientifica e all’innovazione biotecnologica in agricoltura.
Ha aperto la serie degli interventi Michele Morgante (presidente della SIGA - Società Italiana di Genetica Agraria), seguito a ruota da Riccardo Illy (presidente del Gruppo Illy), Paolo De Castro (parlamentare europeo, Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici), Bartolomeo Amidei (senatore, Forza Italia - Il Popolo della Libertà - Berlusconi Presidente), Giuseppe Carli (presidente della AssoSementi), Marco Cappato (tesoriere dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica), Cinzia Coduti (consulente legale presso l'Area Ambiente e Territorio della Coldiretti), Giuseppe Cornacchia (responsabile del Dipartimento sviluppo agroalimentare della Confederazione Italiana Agricoltori), Deborah Piovan (vice presidente della ConfAgricoltura del Veneto), Salvatore Parlato (presidente del CREA - Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l'analisi dell'economia agraria). Per seguire le oltre due ore di convegno si rimanda al video reso disponibile online da Radio Radicale . 
Da “osservatore esterno” del convegno (che ho seguito da casa), non ho potuto fare a meno di notare alcune cose che, a mio avviso, sono emblematiche del tipo di influenza che potrebbe ricadere sul destino e il successo della CRISPR nella ricerca agro-biotecnologica italiana.
Una prima osservazione è di tipo anagrafico: l’età media del pubblico presente in sala era piuttosto avanzata. Tra le molte teste pelate e canute si riconoscevano anche diversi pensionati illustri della ricerca italiana (alcuni dei quali sono intervenuti verbalmente, seppure non tutti con successo), il che la dice lunga sul genere di pubblico che oggi è attratto da simili eventi: un pubblico sicuramente autorevole e rispettabile, che in virtù dell’esperienza di lungo corso ha sicuramente molto da dire, ma che altrettanto sicuramente può fare ben poco in termini pratici, cioè stando “sul pezzo”.
Non sono loro, infatti, che stanno in laboratorio, e forse dovremmo chiederci se in laboratorio ci sia rimasto qualcuno, soprattutto tra i più giovani che sono gli unici in grado di fare da volano all’innovazione (sempre se lasciati liberi di agire). Tra cervelli in fuga all’estero a causa del progressivo e ormai delittuoso taglio dei fondi alla ricerca scientifica e cervelli tenuti “compressi” da molte teste pelate e canute - vizio atavico della gran parte del corpo scientifico nazionale - ci si chiede come e con quali energie la CRISPR possa entrare nei nostri laboratori trovandovi terreno fertile per tradursi concretamente in innovazione.
Traendo lo spunto dall’intervento dal pubblico fatto dal professor Roberto Tuberosa, secondo il quale è giunto il tempo di “spaventare” l’opinione pubblica mettendola di fronte al fatto che senza i geni non si va avanti («No geni, no party»), io aggiungerei che è proprio vero, e non solo sul piano del DNA: senza i “geni”, cioè senza i “cervelli”, non si va da nessuna parte.
Ancora una volta, il problema è politico: a mio avviso, la CRISPR rischia di fare una brutta fine e stavolta non per motivi ideologici, ma semplicemente perché in questo nostro Paese le forze per occuparsene - i “cervelli” - sono sempre di meno. Oggi come oggi, infatti, chi vuole apprendere ed applicare con profitto la CRISPR se ne va all’estero.
Affinché la CRISPR possa avere successo anche nel nostro Paese, mantenendo in Italia i “cervelli” e svecchiando la sempre più asfittica realtà dei nostri laboratori, servono i finanziamenti alla ricerca scientifica, ma oggi più che mai risuona l’interrogativo che si poneva Charles Bukowski in uno dei suoi libri: «Ero alla bancarotta, il governo era alla bancarotta, il mondo era alla bancarotta. Ma chi cazzo li aveva, i fottuti soldi?».
Io non li vedo. Qualcuno ha notizie?


Sergio Salv   
Laureato in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Camerino, nel corso della sua attività di ricercatore si è occupato di genetica batterica, genetica medica, OGM, genetica agraria e vegetale, lavorando presso Enti di ricerca pubblici e privati. Attualmente si dedica alla ricerca e alla divulgazione storico-scientifica su tematiche riguardanti il settore agroalimentare. È Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche.


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2 commenti:

  1. Alberto Guidorzi25 giugno 2017 23:54

    Sergio descrivi la situazione alla perfezione, solo che la stessa cosa dovremmo dire anche se per puro caso nei nostri laboratori si applicasse il CRISPR CAS9 in modo più sistematico. Infatti le modifiche genetiche hanno senso se sono inserite in una pianta di interesse economico, ma purtroppo in Italia non esiste più un'industria sementiera a cui trasferire quanto esce da un laboratorio biotecnologico...sempre ammesso e non concesso che a Bruxelles non si comportino ancora da Ponzio Pilato come hanno fatto con la transgenesi e la cisgenesi con il regolamento del 2001

    Il CRISPR CAS9 è alla portata di ogni sementiere sia come strumento di transgenesi che di mutazioni puntiformi e credo che ormai si sia in una fase enormemente avanzata di realizzazioni già pronte ma tenute nel cassetto. Si attende solo che il legislatore dica come ci si deve comportare e soprattutto quanto bisogna spendere per poter commercializzare le piante modificate. Per quanto riguarda le mutazioni puntiformi che si possono operare credo che se si agirà in modo oscurantista come nel 2001 molti opteranno per fare e non ufficializzare nulla, vale a dire mettere in commercio una pianta così mutata dicendo che il caso ha voluto che la mutazione sia avvenuta naturalmente.

    Visto che la figura messa è per molti degli eventuali lettori del tuo ottimo articolo un quadro veramente astratto-astratto mi permetto di mettere a disposizione dei più volonterosi dei lettori due versioni del CRISPR CAS) che a suo tempo avevo messo a disposizione di altro blog e che sono in una forma più volgarizzata.

    http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2016/01/il-crisp-cas9-secondo-guidorzi.pdf

    http://www.salmone.org/wp-content/uploads/2016/01/sequenze-pratiche-di-edizione-di-un-nuovo-gene.pdf

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  2. Quanto dici trova una qualche conferma nello stesso intervento di Roberto Tuberosa al quale ho fatto cenno nel mio post. Infatti, il suo "no geni, no party" ha avuto anche un'espressione alternativa, durante il suo discorso, in "no semi, no party", come ad indicare che in Italia abbiamo anche il problema relativo a quali sementi migliorare con la CRISPR.

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