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mercoledì 21 giugno 2017

Un lontano giorno d’Estate

di Alberto Guidorzi



E’ una calma sera d’estate, ormai il buio è sceso da tempo e la frescura ha permeato l’atmosfera. Il silenzio diviene sempre più profondo e la canicola del giorno è solo un ricordo. Il canto dei grilli ha accompagnato il sopraggiungere del buio ed il concerto delle rane nelle acque stagnanti è terminato. Il sonno è penetrato ovunque ed un grande silenzio regna. Il brillare di una miriade di stelle e della luna piena fa da contrasto con il profondo buio dell’orizzonte. La volta del cielo trasmette un senso di mistero e le costellazioni ti avvicinano al soprannaturale.
In corte però il silenzio non è perfetto: nella stalla qualche animale muove la catena che lo lega alla greppia, i cavalli fanno vibrare stancamente le loro labbra e narici ed emettono un nitrito sommesso, nel pollaio s’ode il crocchiare di qualche gallina. Gli uccelli notturni lanciano i loro versi nel buio e altri di rimando rispondono. Qualche latrato di cane e raglio d’asino in decrescendo, rompe l’atmosfera silenziosa della campagna. Gli abitanti della corte ormai dormono profondamente; la giornata è stata intensa e faticosa. Dalle finestre aperte s’ode il russare pesante di qualcuno o lo stridere del rigirarsi nel letto a pagliericcio.
Le ore trascorrono ed in lontananza s’ode più distintamente il tuonare del trattore che ara. Gli scoppi, prima ritmati e regolari, si fanno più intensi ogni volta che il vomere s’interra per iniziare un nuovo solco. L’odore della terra rovesciata si spande nella campagna, propagato dall’umidità che aumenta. La frescura è penetrata nelle ossa e annuncia il mattino incombente ed il risveglio della natura. A darne il primo segnale è il merlo che lancia il suo fischio acuto, seguito da un secondo più articolato. Il silenzio sembra ritornare, ma quasi subito il gallo fa sentire il suo canto. Il buio si fa meno intenso ed anche il cane si sveglia e abbaia. Il gallo insiste col suo canto ed anche altri uccelli si uniscono al coro.
Il suono delle campane in lontananza da ufficialità al risveglio; al loro suono, l’intima religiosità popolare induce al segno della croce. Uomini e donne si sono ormai rivestiti dei loro rattoppati abiti da lavoro. La campana più grossa informa sul tempo che s’annuncia: un botto significa sereno, due nuvoloso, tre pioggia; in autunno e inverno, con quattro è neve. Essa richiama anche la comunità in caso di pericolo incombente; si dice: “suona a martello”.
I catenacci o i chiavistelli delle porte delle case sono tolti, si aprono e gli uomini uscendo sciamano verso luoghi riparati e nascosti per soddisfare i loro bisogni corporali. E’ il momento, osservando il cielo ancora costellato da qualche stella, dei primi commenti sul tempo della giornata. Le porte della stalla ed i ricoveri degli animali sono aperti: le vacche si alzano e innalzano il loro muggito per ricevere il primo fieno, i cavalli scalpitano, mentre le galline, le oche e le anitre, liberate, escono dai loro serragli. L’odore stantio delle stalle si espande in corte.
Ormai verso la concimaia si staglia un alone di luce: è l’alba, ed il sole, ancora nascosto, scaccia il buio della notte. Inizia un nuovo giorno d’intenso lavoro. In corte il vociare si fa incessante: le mamme richiamano i più giovani che tardano ad alzarsi, i rumori d’ogni giorno ricominciano. La massaia richiama i polli per spargere su di loro il mangime mattutino, l’operaio parla col cavallo, suo compagno di lavoro, lo riveste per attaccarlo all’attrezzo e l’accompagna all’abbeverata. I buoi o le vacche da lavoro sono fatti uscire e accoppiati per disporli al traino. I richiami agli animali non sono mai gridati, hanno un tono sommesso, sono solo monosillabi.
La strada, prima deserta, si anima e risuona dei passi dei viandanti e dei carretti ormai messisi in cammino. Il rivestimento di ghiaia delle strade e la fine polvere ai bordi ripercuotono o attutiscono lo sferragliare delle ruote cerchiate, lo scalpiccio della ferratura dei cavalli o il cigolio degli organi ruotanti dei carri.
D’un tratto la corte si svuota, il lavoro di chi rimane si trasferisce in casa, in stalla o nell’orto; nel frattempo i campi, prima deserti, si animano d’operosa moltitudine. Si spande, favorito dalla stagnante umidità mattutina, il suono ritmato degli attrezzi o dei richiami agli animali. Ad intervalli si ode lo sfregamento delle pietre arrotanti sulle lame taglienti delle falci, è come una melodia ritmata che si sparge nella campagna ancora immersa nella bruma mattutina.
Dopo il pasto frugale di metà mattina, l’attività ricomincia. Il mezzogiorno è annunciato dalle campane, ma i più vecchi ne riconoscono il sopraggiungere dal venticello che dicono alzarsi. E’ arrivato il momento del pranzo e della siesta pomeridiana. La corte torna ad essere silenziosa, i suoni sembrano più ovattati, perfino gli animali tacciono, solo qualche asino lancia i suoi ragli. Il ronzio delle api è udibile e pure quello più forte dei calabroni. Il frinire incessante delle cicale invece si mescola, quasi senza romperlo, col silenzio del riposo degli abitanti della corte. Secondo la credenza popolare chiamano l’acqua.
Anche le galline all’ombra tacciono, sono accovacciate nella polvere, mentre le anitre e le oche lo sono vicino alle zone paludose. Mosche e tafani, come tanti ballerini, si spostano da un punto all’altro. I voli degli uccelli sono meno frequenti ed il loro canto è sommesso. E’ il momento del cuculo, che col suo vociare sembra dire: “vienimi a scovare”.
Il pomeriggio è sopraggiunto, il sole ha attenuato il suo dardeggiare sulla terra e la campagna si è rianimata. Man mano che il sole cala all’orizzonte il lavoro si fa più sereno e disteso, s’instaura un’atmosfera operosa e gaia. I ragazzini vocianti hanno raggiunto i genitori in campagna. Le rondini svolazzanti sembrano impazzite nella caccia agli insetti dell’aria che numerosi volteggiano per il sopraggiungere della frescura. Le oche starnazzano e correndo cercano di spiccare un volo impossibile. E’ giunta l’ora del rientro in corte ed al calar del sole ogni animale è rientrato nei propri ricoveri; ormai è sera, tutto s’attutisce e ogni rumore si smorza, fino a riconsegnare al silenzio di un’altra notte d’estate.

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Da: “Le tradizioni del calendario contadino” – autore Alberto Guidorzi – Ed. Sometti (MN)

Già pubblicati: Nella stanza le stagioni:bambini, giochi e agricoltura - Un lontano giorno di primavera 
Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

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