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giovedì 6 luglio 2017

Evoluzione negli anni della protezione delle piante agrarie

di Alberto Guidorzi


Premessa
Chi mi legge conosce già il mio pensiero in merito all’attuale allarmismo sui rischi insiti nelle tecnologie a base chimica per la protezione delle piante coltivate da parassiti, patogeni e malerbe.
In pratica ho sempre affermato che la gente che cede all’allarmismo convincendosi di correre un rischio mai corso in passato cibandosi di prodotti agroalimentari o passando nei pressi di un campo coltivato con i sistemi agricoli attuali essa non sa (e su questo è sistematicamente ingannata) che ha corso molti più rischi in passato; in altri termini non ha senso preoccuparsi ora oltre misura dei residui di fitofarmaci presenti nelle derrate alimentari, quando in passato tali residui erano presenti in misura maggiore, erano molto più tossici e soprattutto raggiungevano livelli ben più pericolosi in quanto o non venivano misurati o non venivano individuati. La tabella di comparazione e il grafico sulla vite dimostrano quanto affermato.

Tabella 1 -  confronto tra tossicità per l’uomo e l’ambiente del Mancozeb e del Rame. Si pensi che mentre il primo è bandito dall’agricoltura biologica, il secondo costituisce oggi un vanto per la stessa!


Figura 1 - evoluzione nel tempo delle categorie di tossicità dei prodotti usati nel trattamento dei vigneti in California. La tossicità diminuisce passando dalla categoria I alla categoria IV.

In poche parole il rischio corso nel passato era molto maggiore e non se ne aveva la consapevolezza. Mentre ora che il rischio e il pericolo sono molto minori i cittadini sono atterriti e in quanto atterriti non ragionano e dunque si rivolgono a un’agricoltura “alternativa”, il biologico, che fa largissimo uso di prodotti fungicidi a base di rame, le cui caratteristiche sono sinteticamente illustrate in tabella 1, ove se ne paragonano le caratteristiche con quella di un prodotto fungicida, il mancozeb, usato nell’agricoltura convenzionale.
Molti si scandalizzeranno di quanto vengo dall’affermare, ma oltre ad essere male informati devono sapere che tra “rischio” e “pericolo” vi è una gran differenza nel senso che il pericolo rimane una cosa astratta se non è associato al suo rischio che dipende in questo caso, da livello di tossicità, persistenza nell’ambiente e osservanza stretta e professionale delle modalità d’uso. Per far capire torno a ripetere il seguente paradosso: il “pericolo” dello straripamento del Nilo esiste, ma non esiste il “rischio” che invada le nostre case! En passant sarebbe bene anche riflettere sul grado di igiene e di contaminazione microbica maggiore degli alimenti del passato e di quelli presenti, ma ora si crede nell’avvelenamento preordinato e si vagheggia una genuinità inesistente del passato. Certo, anche oggi non abbiamo eliminato i pericoli, però, in moltissimi casi abbiamo diminuito di molto il rischio. Un mondo senza pericoli non esiste, come non esiste il rischio “zero” e ciò l’arma che sfruttano tutti i “mercanti di paure” che pullulano oggigiorno.
La cronistoria di come è evoluta la disponibilità di prodotti fitofarmaceutici e soprattutto i progressi fatti in fatto di regolamentazioni sui prodotti fitosanitari dovrebbe rassicurare le persone e non allarmarle. So che il mio divulgare a questo riguardo è come la fatica di Sisifo o, se preferite, come il supplizio di Tantalo. Infatti quando credo di avere ben spiegato mi capita spesso di accorgermi che chi legge crede di più al primo imbonitore di piazza che transita sui media tradizionali e sul web (sono tali Slow Food, Greenpeace e tanta altra gente che fonda le proprie fortune sulla propria abilità di “mercante di paure”).
Tuttavia, essendo un gran testardo, non demordo e vi racconto qui di seguito una sintetica cronistoria, in modo da mostrare come il pericolo è andato sempre più calando e che in ogni caso sarà impossibile annullarlo perchè le piante comunque si autodifendono (i pesticidi naturali non sono comunque elisir di lunga vita),

Breve cronistoria delle tecniche di difesa da parassiti, patogeni e malerbe

Fin dall’antichità l’uomo deve difendersi dai parassiti, dai patogeni e dalle malerbe che insieme alle avversità climatiche e ambientali falcidiavano i raccolti. Inizialmente si è difeso con metodi rudimentali, quasi sempre totalmente inefficaci tanto che spesso si rivolgeva al sovrannaturale per implorare clemenza (le lustrazioni dei campi sono pratiche antichissime e la religione se n’è appropriata proponendo cerimonie calendariali quali ad esempio le “rogazioni”).
Alla metà del secolo XIX (1855) si usano poltiglie di zolfo e rame contro le muffe.
Inizio del XX secolo: la protezione chimica delle piante coltivate assume un peso significativo, e ciò dopo che gli scambi commerciali avevano favorito il diffondersi di nuove malattie devastanti quali oidio della vite e peronospora della vite e della patata.
Intorno al 1910 si inventano altre tecniche seppure ancora molto rudimentali: acido solforico per diserbare e arsenico o cianuro contro le varie forme di insetti parassiti. Penso sia inutile ricordare cosa rappresenti il maneggiare dell’acido solforico, oppure ingerire arsenico e cianuro



Intorno al 1940 l’industria chimica comincia a preoccuparsi di produrre e sintetizzare apposite molecole fitofarmaceutiche per combattere funghi e insetti parassiti.
Nel 1943 assistiamo alla prima regolamentazione circa la preventiva valutazione di queste molecole fitofarmaceutiche prima della loro immissione in commercio. Prima di tutto la molecola doveva dimostrarsi efficace contro una malattia specifica dei vegetali ed inoltre se ne iniziava una valutazione tossicologica. Per dare un’idea: all’epoca bastavano una decina di studi per prendere la decisione mentre oggi ne occorrono almeno 300 e più! E’ questa la ragione per cui ad esempio nel caso del DDT non venne valutato per l’impatto ambientale, seppure ne fosse stato valutato l’impatto tossicologico che, tra l’altro, non era così devastante visto quanto la mia generazione ne ha ingerito.



In Europa dopo la seconda guerra mondiale un obiettivo chiave era quello di aumentare la produzione agricola allo scopo di accrescere l’indipendenza alimentare. L’obiettivo fu raggiunto con il progresso delle conoscenze biologiche e agronomiche, con l’evoluzione delle macchine agricole, con la genetica e con lo sviluppo della chimica in agricoltura. Come in tutte le rivoluzioni vi furono però derive che comunque non furono sottovalutate.
Nel 1950 dunque iniziò l’evoluzione del panorama della protezione delle coltivazioni mediante le migliorate conoscenze biologiche e della chimica organica, contemporaneamente poi dalle pompe a spalla o tutt’al più ippotrainate per le irrorazioni e quindi senza nessuna protezione per animali e persone si passò all’uso di irroratori meccanici montati su trattori. Si ottennero così una maggiore precisione e maggiore omogeneità di distribuzione.
Nel 1960 appaiono i primi trattamenti alle sementi con prodotti citotropici che evitano di dover spargere in grande abbondanza nell’ambiente alcuni fitofarmaci particolarmente tossici con minori rischi per consumatori, operatori e popolazione in generale.
Nel 1963 si assiste alla 2 ª regolamentazione e valutazione dei fitofarmaci prima dell’immissione in commercio. Inizia una valutazione sistematica dei potenziali effetti a varie dosi sulla salute umana ed comincia anche la raccolta dei dati sull’impatto ambientale delle varie molecole.
Intorno al 1970 iniziano lo studi su come ridurre l’uso dei fitofarmaci, grazie anche alle conoscenze sui ferormoni usati per provocare confusione sessuale o per ottenere catture selettiva finalizzate a diminuire l’inoculo parassitario.
In tale contesto tecnologico le conoscenze scientifiche si accumulano, le innovazioni ed i metodi di analisi migliorano e quindi gli impatti potenziali dei fitofarmaci sull’ambiente, come sulla salute degli agricoltori e dei consumatori, sono sempre meglio valutate.
Dal 1950 agli anni 70/80 la tossicità dei prodotti in uso viene diminuita di 8,5 volte e le dosi necessarie per ettaro sono ridotte di 34 volte.
Il 1989 può essere considerato l’anno in cui l’impatto ambientale assume la priorità; vengono fissati i limiti di residui dei prodotti di trattamento in agricoltura per quanto riguarda acqua e bevande. Inizia lo sviluppo di fitofarmaci che salvaguardano gli esseri viventi non bersaglio quali le api e tutti gli insetti pronubi e anche gli insetti ausiliari o iperparassiti. Una volta c’erano molte più stragi di api rispetto ad oggi!
Il 1990 segna una rivoluzione degli equipaggiamenti agricoli per eseguire i trattamenti antiparassitari; sono infatti resi obbligatori abbigliamenti di protezione a pressione invertita da indossare al momento della manipolazione ed esecuzione del trattamento. Si regola la raccolta dei liquami di lavaggio delle attrezzature di trattamento e la raccolta dei contenitori dei prodotti fitofarmaceutici in modo da evitare ogni ulteriore diffusione ambientale. Guarda caso questa precauzione a salvaguardia dell’operatore è stata propagandata come una sopraggiunta esigenza nuova per dimostrare al consumatore l’accresciuta pericolosità dei prodotti irrorati rispetto al passato.


Nel 1991 viene stabilita la 3 ª Regolamentazione per la valutazione dei prodotti prima dell’immissione sul mercato che contempla nuovi requisiti da rispettare. Sulla base di tutto ciò si assiste alla messa al bando del 75% delle molecole usate fino al 1993. Spariscono dai prontuari tutte le molecole che non rispondono più ai requisiti o che sono tecnicamente superate.
A partire dal 1994 si affinano le tecniche di analisi dei residui chimici sugli alimenti, si riesce a misurare la presenza di una parte per milione, mentre oggi siamo ad una parte per miliardo quindi il “senza residui” di un tempo e interpretato come sinonimo di “genuinità” era solo incapacità di rilevarli, ora, invece, si rilevano ma sono infinitamente più esigui. Tuttavia il messaggio che continua a passare è: “ci avvelenano tutti”!!!! I dati analitici attuali ci confortano perchè il 97% degli alimenti sono conformi alle norme stabilite (per il biologico siamo a livello del 98,4%, cioè differenze minime rispetto al convenzionale). Sono messi a punto i primi strumenti di aiuto alla decisione se fare o non fare un trattamento fitofarmaceutico (OAD).
Nel 1995 si mettono in atto le prime campagne di istruzione degli operatori circa il conveniente uso dei prodotti e delle attrezzature di trattamento. Gli operatori devono munirsi di un patentino rilasciato previo esame delle conoscenze acquisite circa: uso dei prodotti, igiene, ergonomia e organizzazione del lavoro, protezione collettiva e rispetto dell’ambiente.
La protezione ragionata delle piante si generalizza: il trattamento fitofarmaceutico deve intendersi come ultima decisione, si insiste sulla diffusione delle buone pratiche agricole, dell’igiene professionale, sulla valutazione continua dell’impatto sulla salute e sull’ambiente con la Ricerca e sviluppo, infine sviluppo del biocontrollo. L’agricoltura di precisione e relativi meccanismi operativi avanza a grandi passi in modo da padroneggiare sempre più le pratiche agricole senza perdere produttività.
Con l’inizio del nuovo millennio si assiste a una rivoluzione nei mezzi meccanici di trattamento, le quantità distribuite sono comandate più dall’elettronica che dalla meccanica, sono studiati nuovi spruzzatori per evitare derive di prodotto, le cabine sono pressurizzate, serbatoi e barre irroratrici si auto lavano automaticamente e senza l’intervento dell’uomo.
Nel 2001 nelle agricolture più sviluppate si crea un unico organismo per la raccolta obbligatoria delle acque di lavaggio e contenitori usati. A meta di questo decennio vengono dettate nove regole per l’esecuzione dei trattamenti (obbligo di zone interdette ai trattamenti in prossimità del corsi d’acqua, in Francia esistono 300.000 km di fasce di rispetto non trattate). Il biocontrollo si sviluppa (predatori, tossine, dispositivi nuovi di confusione sessuale appaiono). Sono proprio le famose multinazionali dei “pesticidi” che sviluppano nuove ricerche ed offrono questi nuovi prodotti.
Si va oltre il patentino e si organizza la professionalizzazione continua per aggiornare le conoscenze ad agricoltori, distributori e divulgatori; ciò al fine di diffondere sempre più i metodi di agricoltura integrata
All’inizio dell’attuale decennio si giunge alla 4 ª Generazione per la valutazione dei prodotti prima dell’immissione sul mercato. Un prodotto per essere venduto deve essere innocuo per l’uomo e l’ambiente nelle normali condizioni previste d’impiego. Non è più l’efficacia del prodotto la principale caratteristica per ottenere il permesso d’uso, ma l’innocuità predetta.
In definitiva oggi l’agricoltura professionale si serve di trattori assistiti da GPS, droni, mappe satellitari in tempo reale dei campi da trattare e irroratori connessi ai sistemi di controllo per irrorare quantità solo conformi all’attacco parassitario. Si apre la via ad un’agricoltura sempre più di precisione e al completo controllo di risorse e rischi.

Conclusioni
Qualcuno a questo punto potrebbe domandarsi quanto di questi progressi e conoscenze sono arrivati agli operatori in campo e sono stati messi in atto. Ciò dipende dalle branche agricole e dal grado di professionalità degli agricoltori; tuttavia la soluzione, laddove ciò non è avvenuto in modo adeguato, non è quella di abolire i fitofarmaci (sarebbe come abolire gli antibiotici in medicina umana perché alcuni pazienti ne fanno un uso irrazionale) ma viceversa quella di impedire di continuare a fare gli agricoltori a coloro che non ne hanno la capacità e/o non la vogliono acquisire. Purtroppo l’agricoltura italiana a questo livello è molto in basso nella classifica, anche se vi sono eccellenze. Ciò, checché ne dicano politici e le associazioni agricole nostrane.
In Conclusione, nel tempo ci siano “nutriti” di metalli pesanti come arsenico, mercurio, piombo (e i consumatori di “bio” continuano a farlo con il rame) tutti prodotti che una volta immessi nell’ambiente vi permangono per tempi indefiniti. A ciò si aggiungano il solfato di nicotina (altamente neuorotossico), i clorurati organici (persistenti per 2-5 anni), i carbammati (persistenti da 1 a 18 mesi), i fosforganici (persistenti da 1 a 12 settimane). L’Europa è passata da 1500 prodotti fitofarmaceutici autorizzati a 450 e tutti sono meno tossici di quelli proibiti. Oggi si è andati oltre e l’agricoltore ha a disposizione due categorie di prodotti: i piretroidi ed i neonicotinoidi che oltre a mimare l’azione di sostanze simili presenti in natura e a persistenza variabile (ma comunque mai superiore a quella di carbammati e fosforganici) sono totalmente innocui per l’uomo e molto meno pericolosi per insetti non bersaglio e per le api ed insetti pronubi. Tutto ciò checché, una campagna ben orchestrata, voglia far credere alla collettività. Le api morivano molto di più con i prodotti di cui è stato abolito l’uso! 



Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.
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