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martedì 4 luglio 2017

Quando le banane erano fasciste


di Agrarian Sciences



Il 18 novembre 1935 la Società delle Nazioni, antesignana dell’Onu, comminò ufficialmente delle sanzioni economiche all’Italia, rea di aver occupato l’Etiopia il mese precedente e di aver dato vita ad un conflitto armato che sarebbe culminato, il 9 maggio dell’anno successivo, nella proclamazione dell’Impero fascista.


Le sanzioni vietarono l'esportazione all'estero di prodotti italiani e il divieto all'Italia di importare materiali utili per la causa bellica. Per quanto giudicate di scarsa efficacia dagli storici, le sanzioni ebbero tuttavia l’effetto d’indignare l’opinione pubblica italiana e di aprire la strada alla politica economica dell’Autarchia, che aveva già trovato il suo banco di prova negli “esperimenti” avviati in grande stile dal regime fascista fin dal decennio precedente (primo su tutti la “Battaglia del grano”).
La ricerca tecnica e scientifica fu così indirizzata verso la sperimentazione e la definizione di soluzioni atte ad aggirare gli effetti delle sanzioni. Grande impulso fu dato alla ricerca di materie prime alternative a quelle d’importazione (fibre tessili, cellulosa, gomma, metalli, combustibili) e di surrogati di prodotti di ogni tipo, inclusi quelli alimentari (come il famigerato caffè di cicoria).

L’ondata di patriottismo politicamente indirizzato dal regime coinvolse ovviamente anche le colonie, alle quali si chiese di contribuire alla causa economica con l’aumento delle produzioni locali. Tuttavia, i possedimenti della Libia e dell’Africa Orientale Italiana poterono rispondere molto poco concretamente al richiamo della madrepatria: in Libia il petrolio non era stato ancora scoperto, l’Eritrea aveva più che altro una funzione strategica in ambito portuale, mentre le favoleggiate miniere etiopi rendevano meno di quel che era riuscito a ricavarne il Negus prima del suo esilio.
L’unica colonia che in qualche modo “funzionava” era la SomaliaPossedimento italiano a partire dal 1890, la Somalia era stata oggetto di progressivi interventi di insediamento e potenziamento dell’agricoltura, praticata su non meno di ventimila ettari nel comprensorio di Genale, in prossimità della costa. Dopo la crisi del 1929, che rese non più competitivo il cotone somalo, iniziò a prendere piede la coltivazione del banano, al punto che in poco più d’un decennio si passò dagli appena 45 quintali di banane esportate verso l’Italia nel 1927 ai quasi 270mila quintali del 1938.
Appare pertanto ovvio come il regime, pur di continuare a suonare la trombetta della sua propaganda, finisse con l’esaltare oltremisura l’esotico frutto, trasformandolo nel simbolo di un’avventura coloniale tanto enfatizzata quanto fallimentare nella sua nuda realtà.
Ed è proprio alla ricostruzione storica di questa vicenda che Sergio Salvi ha dedicato il suo ultimo libro, “Banane fasciste” (Edizioni AE).
Il libro si apre con un’introduzione che dai cenni storici sull’evoluzione del nome scientifico della specie arriva fino ai molteplici significati assunti dalla banana nel lessico comune e al posto che il frutto ha trovato in molti ambiti della nostra cultura.
La vicenda della banana somala è ripercorsa - tra rigore storico e leggera ironia - toccando temi quali la produzione, il trasporto, il commercio e la propaganda dell’esotico frutto negli anni dell’Autarchia, fino al rocambolesco destino che toccò alle navi bananiere della Regia Azienda Monopolio Banane al momento dell’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale.
Il volume si chiude sull’atto finale dell’epopea bananiera nazionale, consumatosi nel 1963 con lo “scandalo delle banane” e la fine del monopolio, segnando la definitiva transizione da un sistema politico - che fu certamente apostrofabile come “impero delle banane” - a quello repubblicano odierno. Lasciando in sospeso il giudizio circa il suo eventuale stato “bananiero”.

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