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mercoledì 16 agosto 2017

Biologico: un’abile operazione di marketing per tanto fumo e poco arrosto

di Alberto Guidorzi 

 

Ho già avuto modo di dimostrare che tra produzione di biologico e consumo vi è un abisso. La produzione non decolla (siamo intorno circa al 5% della superficie coltivata dichiarata biologica, ma questa crescita non comporta una aumentata produzione di derrate alimentari bio, quanto, invece, un’aumentata certificazione di superfici ormai pseudoagricole, circa il 60% del totale certificato sono superfici praticamente improduttive. Il solo scopo è quello di rincorrere le sovvenzioni pubbliche che nel biologico sono doppie (una derivante dal 1° pilastro ed una aggiuntiva proveniente dal 2° pilastro della PAC).
Nei paesi sviluppati dunque i consumatori di biologico mangiano in gran parte derrate importate da paesi poveri che coltivano biologico “solo per definizione”. Per contro la vendita cresce con tassi percentuali di due cifre. E’ evidente che ciò è spiegabile solo con il marketing messo in atto massicciamente dalle lobby del biologico, le quali sono divenute vere e proprie potenze economiche perfino maggiori di quelle tanto esecrate per questa stessa ragione, ed è a queste che va in gran parte il sostanziosissimo plus valore creato. Ben poco va ai produttori veri e che meriterebbero molta più considerazione. Vogliamo analizzare queste strategie che vincerebbero il premio per l’inventiva commerciale?

¹Si instilla la paura e si raccoglie domanda

Il 95% dei consumatori sceglie bio per paura della chimica (pesticidi e prodotti chimici in generale), pur vivendo ogni giorno in mezzo alla chimica (farmaci, cosmetici, detergenti, disinfettanti, ecc.) e pur ignorando che lo stesso bio ricorre a una chimica tutt’altro che innocua per l’ambiente (solfato di rame, zolfo, piretro, olio di Neem, Spinosad e quant’altro) per combattere parassiti e patogeni che altrimenti distruggerebbero le produzioni.
Gli scenari da fine del mondo fanno breccia trainati da slogan in gran parte falsi quali i seguenti: 
  1. biodiversità e sistemi agricoli sono al limite e la fine della vita sulla Terra è vicina
  2. l’umanità è minacciata nella sua esistenza dai pesticidi ai quali è stata assegnata la nuova valenza di perturbatori endocrini 
  3. presto la metà dei nostri bambini sarà autistica e così di seguito.
Alla luce di tutto ciò si pensi ad una madre, che è per sua natura portata a dare ai figli il meglio: si toglierà letteralmente il pane di bocca per dare ai figli prodotti bio di cui una pubblicità ingannevole narra cosa mirabolanti. E qui siamo evidentemente di fronte ad un “abuso di credulità popolare” che andrebbe perseguito a norma di legge e che non si riscontra in verità solo nel caso del biologico essendo esso altresì riferibile ad esempio ai disinfettanti per uso domestico (per proteggere i figli dai “tremendi” batteri) o agli integratori vitaminici (dipinti come toccasana quando in molti casi sono quantomeno inutili).

Al biologico ormai si assegna non solo una valenza salutistica, ma anche di lusso e distinzione sociale

Miglior gusto, presenza di nutrienti migliori, migliore qualità, meglio per ognuno di noi, per l’ambiente e per la biodiversità. Non c’è nulla di vero nelle affermazioni appena citate, ma ormai è radicata la convinzione che colui che acquista “bio” sia un cittadino “migliore”. Impera la convinzione che il cibo convenzionale sia meno caro perché è malsano.
Tale preconcetto ignora il fatto che le normative comunitarie mirano a garantire a tutti i cittadini europei cibi che obbediscono a requisiti di salubrità indipendentemente dal metodo di produzione (biologico, biodinamico o convenzionale che esso sia) e il successo di tale approccio è attestato dalle analisi che mostrano costantemente che i residui di sostanze chimiche indesiderate sono al di sotto del limiti di legge sia nei cibi prodotti dall’agricoltura convenzionale sia in quelli biologici (si veda ad esempio l’articolo di Altro consumo “Non crediamo in bio” di cui una sintesi si trova qui: 
http://www.freshplaza.it/article/76735/Non-crediamo-in-bio-Altroconsumo-mette-frutta-e-verdura-biologica-sotto-la-lente-dingrandimento). Insomma, i prezzi praticati nel bio e che in virtù dei maggiori costi di produzione (meno mezzi tecnici significano più manodopera) e della minore produttività (-50% in media) di tale agricoltura dovrebbero essere di 2-3 volte superiori a quelli del convenzionale non trovano alcuna giustificazione sul piano qualitativo e sono accettati dal consumatore non solo in nome degli slogan di cui al punto¹ ma anche e soprattutto perché consumare bio è visto come segno di distinzione sociale e come fatto di gran moda.

La presenza di un “testimonial” fa da traino alle vendite

Stante quanto detto sopra, il personaggio pubblico ritenuto in posizione invidiabile o molto vista aiuta a dare immagine, anzi il personaggio è ben contento di farlo in quanto sposando la “causa” acquisisce ulteriore immagine e di conseguenza la trasmette al prodotto. Questo lo sanno molto bene le lobby del bio, ed, infatti, pagano i testimonial a rendimento.

Il mangiare bio ed il sentirsi bene è un’accoppiata vincente

Il progresso inarrestabile che tutti abbiano contribuito a creare e di cui tutti abbiamo beneficiato dal dopoguerra a oggi ha avuto alcune derive importanti: stress, disadattamento e frustrazioni. Le ultime generazioni non hanno saputo generare autodifese per elaborare i cambiamenti e quindi ne divengono succubi e soccombono di fronte alle malattie psicosomatiche, che come insegna la medicina minano poi anche le difese biologiche. Di questa debolezza delle nuove generazioni si è impossessato il marketing che nel nostro caso è poi la promozione di un cibo nuovo. Ormai le paure non stanno più tutte nel cervello, ma molte di esse sono emigrate nella pancia.

Invenzione di una nuova narrazione culturale

La storia ci insegna che le società antiche si sono fondate su narrazioni culturali (basti pensare a i valori fondanti dell’antica Roma di cui si fece portatore Publio Virgilio Marone) Queste narrazioni non devono preoccuparsi di essere vere, ma solo di essere credute. La recita culturale moderna è che i prodotti provenienti dalla natura sono per definizione buoni, mentre ciò che è fabbricato dall’uomo è cattivo o quantomeno sospetto; eppure il progresso che viviamo ed al quale non vogliamo rinunciare è fabbricato dall’uomo. E' un fenomeno tipico delle società occidentali dove più il progresso è fondato sulla tecnologia e dove i consumatori meno lo comprendono e meno sono disponibili a dargli fiducia. Dal concreto si va all’opinabile: qualsiasi narrazione, a patto che sia largamente accettata, è buona per costruirci una campagna pubblicitaria come ad esempio quelle costruite sul sale biologico e sull’acqua minerale biologica.

Annullamento della personalità del consumatore

Tu non sei “nessuno” se non consumi questo o quest’altro! Da qui discende un senso di frustrazione, che deriva dal percepirsi come diverso. Se tu non vesti firmato, se tu non hai l’ultimo smartphone, se non compri un prodotto alimentare di una data marca la tua autostima cala al punto da sentirti un nessuno.

Insomma dove siamo? Nell’età della consapevolezza o dell’ignoranza e della stupidità eretta a sistema?

 

Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana
 

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