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giovedì 21 settembre 2017

Un lontano giorno d’Autunno

di Alberto Guidorzi


Il sole ha smesso di dardeggiare per tutta la durata del giorno. Solo le ore centrali sono ben riscaldate dal sole, mentre la frescura della sera ormai obbliga a coprirsi. Una bruma mattutina persiste finché il sole non s’e ben sollevato sulla linea dell’orizzonte. Ormai molti campi sono arati, altri, invece, sono ancora coperti dagli stocchi scheletriti del granoturco privato della pannocchia. Le piante conservano ancora le foglie verdi, ma il colore è sbiadito, alcune sono ingiallite, mentre altre lentamente cadono. Le viti sono cariche di grappoli di un color viola intenso o di un giallo paglierino. Le rondini non volano più nel cielo; esse l’hanno lasciato per il viaggio verso altri cieli lontani.

La vendemmia è imminente; in corte ormai le botti vuote sono state trasferite sull’aia e ricoperte da sacchi di iuta intrisi d’acqua. Le doghe di legno si devono rigonfiare per ripristinare la tenuta stagna che avevano perso per il troppo caldo estivo. Anche nei tini si devono chiudere le fessure tra le doghe pressandovi dentro cordoni di stoppa. Durante la cena di un giorno di fine settembre od inizio ottobre, il papà annuncia che l’indomani inizia la vendemmia, l’avvenimento è importante e rappresenta una festa per tutti gli abitanti della corte e del vicinato. Frotte di bambini si sarebbero riuniti, mentre le donne dei dintorni sarebbero arrivate con la loro cesta per aiutare nella vendemmia. Alla felice notizia un rammarico s’affaccia: il dover andare a scuola il mattino successivo. Il sonno, data l’ansia dell’evento, non è profondo come al solito.
Durante le ore di scuola mattutina il tempo trascorre lento ed il pensiero rimane perennemente rivolto ai vendemmiatori nei campi ed a quei compagni fortunati che, invece, giocano liberi. La fortuna ci assiste, il maestro, attardatosi in Direzione, non ha potuto assegnarci i compiti, dunque il pomeriggio è completamente libero. Il rientro a casa trova una tavola imbandita con l’immancabile budino color violaceo fatto col mosto e la presenza di una torta impastata con gli acini d’uva. Con il ritorno pomeridiano dei vendemmiatori si forma un corteo vociante e ilare che si reca di nuovo nei campi. La navaccia scura issata sul carro è nei campi dal mattino, essa à già per metà piena d’uva raccolta e grondante di mosto. Il coltellino riposto nel cassetto, regalo di un giorno di fiera, è ritrovato e messo in tasca. L’iniziale buona volontà dei ragazzini li accomuna ai vendemmiatori; dai tralci più bassi si raccolgono i succulenti grappoli e si depongono nelle ceste. Dal groviglio di acini fuoriescono numerose le forficule con l’estremità foggiata a lame di forbici, qualche piccolo ragno esce dal grappolo e discende a terra attaccato al filo tessuto al momento.
Nel filare, di tanto in tanto s’incontra una vite di diversa qualità e particolarmente succosa e dolce che invita all’assaggio. Ecco, però, alzarsi una voce adulta che annuncia la scoperta di un nido ben rinserrato tra il groviglio dei tralci della vite! I ragazzini interrompono la vendemmia e corrono ad osservarlo; esso è vuoto naturalmente, ormai la nidiata ha spiccato il volo da tempo. Rimane all’interno solo qualche frammento di guscio d’uovo, impigliato tra i fili d’erba ed i sottili rametti intrecciati. Il colore dei gusci, la forma delle macchie e la qualche piuma rimasta nel nido dovrebbe permettere l’individuazione della specie d’uccello che l’ha abitato. I pareri si sprecano e sono vari e fantasiosi, la discussione si anima; ma ecco allora intervenire l’esperienza degli adulti a sentenziare ed a far saltare di gioia coloro, tra i ragazzi, che avevano indovinato esattamente di quale nido si trattasse.
Presto, però, ai ragazzi viene meno la voglia di vendemmiare ed iniziano le discussioni su quali altri giochi organizzare. E’ impossibile trovare l’unanimità, dei gruppi diversi si formano e si sciolgono. Il vociare si fa sempre più rumoroso, finché uno o più adulti suggeriscono di adottare i giochi uno alla volta. Gli adulti hanno raggiunto il duplice scopo: far finire il baccano e liberarsi di lavoratori in erba incapaci e sempre d’intralcio. Il gioco del nascondino, ha da sempre un suo fascino, ed è quello che trova sempre più consensi per giocarsi per primo ed è anche quello più suggerito dagli adulti. I consigli non si limitano al tipo di gioco, ma suggeriscono anche un luogo lontano dai filari di vite. La corte colonica è la più adatta perché più dotata di nascondigli.
L’imbrunire coglie tutti noi di sorpresa, il tempo è trascorso troppo in fretta. La fine della vendemmia è annunciata anche dal ritorno dei vendemmiatori e del carro con la navaccia colma di grappoli. La cena è anticipata e comunitaria e dura solo lo stretto necessario; la giornata di lavoro non è finita, nella corte antistante la cantina si deve iniziare la pigiatura serale per avere poi la navaccia libera per la vendemmia del mattino seguente. Una o due fioche lampadine rischiarano appena appena il buio ormai calato. Uno o due candele accese sono usate per illuminare di volta in volta i vari luoghi di lavoro; per il resto tutto si svolge al flebile chiarore serale. Si vedono solo ombre che si muovono silenziose e con movimenti dettati da atavica abitudine. Un gruppo di donne sale a piedi nudi sui grappoli ammassati della navaccia: c’è chi sollevando pudicamente le gonne si protegge dagli schizzi di mosto che s’alzano all’affondare del piede tra i grappoli ed allo spaccarsi degli acini; altre pigiatrici, invece, hanno indossato dei logori pantaloni sormontati al ginocchio. Nel silenzio operoso s’ode un ritmato scalpiccio che si mescola allo spaccarsi degli acini calpestati e allo scorrere del mosto che fuoriesce. La pigiatura continua incessante e quasi subito uno zampillo di mosto rossastro esce dal foro della parete anteriore della navaccia inclinata. Il rosso liquido schiumoso si raccoglie nelle mastelle di legno troncoconiche disposte in basso e che una via l’altra sono versate nel capiente tino. A pigiatura ultimata, i graspi e le bucce degli acini sono mescolati al mosto del tino.
Il lavoro di pigiatura nella navaccia è troppo attraente perché qualche bimbo non chieda d’essere issato a pigiare l’uva. Tuttavia l’ormai bassa temperatura della sera ed il gelido mosto nel quale si è immersi fanno presto intirizzire, i piedi cominciano a dolere ed il freddo penetra in tutto il corpo; si chiede ben presto di scendere. Sono le stesse braccia robuste che avevano issato i pigiatori in erba a farli scendere con delicatezza e premura dal carro. La pigiatura, seppur breve, non ha impedito che gran parte del corpo e dei vestiti siano divenuti appiccicosi per lo zucchero d’uva che si è addensato. Ormai però le braccia amorose della mamma li ha accolti e trasportati verso un necessario bagno purificatore e rigeneratore. Una capiente mastella da bucato piena d’acqua ben calda ci accoglie vicino al fuoco sfavillante della fornace che contiene un grosso paiolo fumante. Dopo l’immancabile e robusta insaponatura purificatrice, una doccia con l’acqua temprata versata con un secchio ristora e permette d’essere accolti in un capiente lenzuolo di canapa ruvida. L’asciugatura e la frizionatura della pelle avviene vicino al fuoco della fornace, dove una voluminosa fascina di tralci di vite arde sotto il paiolo con fiamma viva. L’intirizzimento man mano scompare ed un senso di torpore invade tutto il corpo. Il tepore dell’acqua è stato rigeneratore, ma ha anche fatto uscire tutta la stanchezza accumulata, il sonno man mano assale. La mamma ci carica sulla schiena e ci trasporta in un soffice letto con materasso di piuma. Un sonno profondo e ritemprante ci accompagna fino al mattino seguente.
……….
Da: “Le tradizioni del calendario contadino” – autore Alberto Guidorzi – Ed. Sometti (MN)

Già pubblicati
 1-Nella stanza le stagioni:bambini, giochi e agricoltura - Un lontano giorno di primavera 
 2-Un lontano giorno d’Estate  


Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana

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