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martedì 24 ottobre 2017

"Marco Pivato giornalista di Tutto Scienze - La Stampa intervista Antonio Saltini, autore della Storia delle Scienze Agrarie - Agrarian Sciences in the West"

a cura di Alessandro Cantarelli

L'intervento del convegno: “La Terra. Lascito dei genitori o prestito dei figli? Le contraddizioni del processo di evoluzione e trasformazione dell’agricoltura italiana.”


sementi destinate all'India 1966. CIMMYT
Norman Borlaug (secondo a sinistra) esamina sementi di frumento destinato all'India nel 1966. Fonte CIMMYT.


Nota del curatore: dal novembre 2015 ad oggi è intervenuta nel panorama mondiale una grossa novità, rappresentata dalla vittoria di Donald Trump alla presidenza USA (all’epoca del convegno era presidente Barack Obama e, quest’eventualità appariva alquanto improbabile, ai commentatori più autorevoli).
Siccome avanzare un giudizio sulle prime mosse del neo-presidente (così come sulle politiche di quello precedente), sarebbe fuori luogo, pare coerente porre l’attenzione del lettore sul fatto che slogan comeMake Amerika, first again!”, così come il recente stralcio da parte degli USA degli accordi sul Clima di Parigi del 2016, possano costituire utile elemento per la comprensione dell’attuale quadro agroambientale.
Anche la vicenda stessa della Brexit (giugno 2016), che contribuisce in primo luogo a creare inquietudine nel nostro tessuto produttivo (il mercato inglese rappresenta una fetta importante del nostro export agroalimentare), risulta indirettamente utile in questa sede per comprendere meglio determinate vicende riportate nell’intervista seguente, attinenti il ruolo (la “mentalità”) dell’Inghilterra in determinati contesti storici.

MARCO PIVATO¹ intervista ANTONIO SALTINI²

TuttoScienze-La Stampa non di rado si occupa di argomenti scientifici inerenti l’agricoltura, quali agronomia, o.g.m., cibo biologico, ossia tematiche “molto nostre” (dell’inserto de La Stampa, n.d.c)
Veniamo da un evento: EXPO 2015 (conclusosi l’1/11/2015, n.d.c). Sono stati trattati molti argomenti, mentre altri sono mancati: mi aspettavo che si parlasse ad es. di OGM.
Si chiede al prof. Saltini un rapporto tra scienze agrarie e pseudoscienze: ci sono in Italia gruppi di interesse che fanno campagna contro gli OGM in maniera a volte “strana” (per es., non di rado arrivano in redazione dei comunicati di Greenpeace corredati da immagini dove ci sono i campi presumibilmente OGM, ed i militanti dell’associazione vestiti con le tute antiradiazioni, irriconoscibili per altro, dentro un campo che sembra un campo radioattivo. Quale è secondo lei il motivo della resistenza, soprattutto in Italia, alle biotecnologie in generale?

Rispondo rievocando due vicende che hanno seguito due cammini assolutamente contrari. Iniziai a scrivere la mia “Storia delle Scienze Agrarie”, come redattore di una testata (allora esisteva una stampa agricola, che oggi non esiste praticamente più), incaricato di innumerevoli viaggi all’estero (USA, Israele, nelle grandi regioni agricole francesi dove allora il progresso era travolgente, in Inghilterra meridionale), impressionato (da laureato alla Facoltà di Agraria di Milano, allora come oggi, la “mia” Facoltà), incantato, nonostante il possesso delle cognizioni essenziali, dal verificare questo travolgente progresso agricolo, che quello della Rivoluzione Verde


Da: Saltini A., L’agricoltura americana. I segreti del successo agricolo U.S.A. Edagricole, Bologna, 1982, pag. 53


Erano le grandi scoperte dell’Ottocento, maturate nei cento anni successivi, arrivando al sinergismo perfetto cosicché dal loro patrimonio, dal “fondo del loro scrigno”, le innovazioni erano quotidiane in tutti i settori delle scienze agrarie: dalle serre, all’allevamento e alimentazione del bestiame, solo per citare esempi emblematici.
Da qui nacque la grandissima curiosità di esaminare quando fosse nata e quali impulsi avessero sviluppato questa capacità dell’uomo di dominare la natura, se solo si pensa che alle origini dell’agricoltura sul Pianeta vi erano 10-12 milioni di uomini; dopo la nascita della stessa il raddoppio della popolazione era proseguito circa ogni 1.500 anni, tutto questo per quasi per 10 millenni.
Poi, improvvisamente, in cinquant’anni erano maturano le grandi scoperte dei grandi naturalisti dell’Ottocento (Pasteur, per citare un nome universalmente noto), ed a questo punto il raddoppio della popolazione mondiale non richiese più 1500 anni ma solo cinquant’anni! Le nuove scoperte erano tali, cioè, da moltiplicare la produzione con rapidità senza precedenti. I tassi di incremento delle produzioni cerealicole ai tempi della Rivoluzione Verde erano del 4-5% all’anno! Tassi astronomici, come non si erano mai visto nei 70.000 anni di vita dell’Homo sapiens.
Mentre seguivo il mio progetto di indagini si accendeva lo scontro per il primato agricolo sui mercati mondiali tra gli USA che, così come non cederanno mai il dominio nucleare, non cederanno mai, il primato delle produzioni alimentari. Dalla conquista delle praterie del West reputano prerogativa inalienabile potere affamare o nutrire il pianeta secondo i loro piani strategici³. 
Da: Saltini A., L’agricoltura americana. op. cit., pag. 56.

La contesa fu sospinta, dall’Amministrazione USA al durissimo scontro con la Politica Agricola Comune Europea (P.A.C., n.d.c), che per nutrire una società umana crescente a causa dell’adesione di nuovi stati (si pensi che solo venticinque anni fa la Comunità Europea aveva all’incirca 300 milioni di abitanti, oggi oltre 500 milioni e di più ricchi consumi, Bruxelles continuava a sospingere le produzioni maggiori.
Gli Usa non potevano tollerare un competitore capace di eguagliarli! Ospite del Department of Agriculture, nel 1981 ho goduto del prezioso invito ad un colloquio con alcuni dei suoi massimi dirigenti, tra cui il sottosegretario di Stato del presidente Carter demandato dei rapporti con l’Europa, Mr.
James Starkey, che, singolarmente scelse un giornalista agricolo europeo (di tanto fui onorato), per quella che si poteva considerare la “dichiarazione di guerra per i mercati mondiali”!
Non avevo, prima di allora, mai intervistato qualcuno che mi avesse avanzato una dichiarazione di guerra: lo si poteva considerare un onore eccezionale! Me ne stupii, siccome era chiaro che non rivestivo alcun ruolo ufficiale, tanto meno un mandato negoziale: non avevo alcun titolo, cioè, per ricevere un documento, quantunque verbale, che dichiarava guerra alla P.A.C.!
Cercai di capire cosa volesse da me questo signore, che sapevo essere un grande lobbista del tabacco, non lo capii, ma sei mesi più tardi la stampa europea iniziava la più acrimoniosa, e incondizionata, campagna contro l’efficienza dell’agricoltura europea, e tutto divenne luminoso, tutto comprensibile…

Da: Saltini A., L’agricoltura americana. op.cit., pag. 63.

Mentre, secondo il grande lobbista del Department, i surplus americani erano la preziosa, indispensabile riserva a vantaggio dell’alimentazione planetaria, i surplus europei, proclamava, con la furia di chi crede solo nella legge del più forte, erano esiziali per l’economia globale, siccome contendevano mercati di proprietà (per diritto divino?) dei farmers americani ostacolando la loro suprema missione di nutrire il pianeta. In pochi mesi tutta la stampa europea accettava l’assunto come la condizione capitale per un mondo felice. Negli Usa, ospite del Department di agricoltura, avevo visitato i sontuosi edifici delle lobbies delle grandi commodities, e ricevuto indiscrezioni preziose sull’entità dei loro bilanci. E sapevo che in Usa gli avversari si distruggono con campagne di stampa da milioni di dollari. Conoscevo, peraltro, anche la storia del giornalismo europeo e sapevo non esistere grande giornale (dal Times in giù), che non abbia per i plichi di banconote una devozione incondizionata.
Quindi, mentre continuavo il mio lavoro alla ricerca delle radici della produttività, la stampa cominciò a inculcare nell’opinione pubblica europea il dogma che la produttività (quella della Comunità, non quella USA), costituisse il più grave dei pericoli incombenti sulla specie umana, che quindi fosse urgente arrestarla, bandire la ricerca scientifica e fare ricorso alle agricolture aborigene (praticando le quali il pianeta non potrebbe nutrire più di due miliardi di esseri umani).
Così la stampa di giornalistucoli che nulla sapevano di biologia, di genetica o fisiologia vegetale assunse il vanto di essere la prima responsabile della diffusione di riti e stregonerie agrarie, che divulgatori-comunicatori prezzolati (che a differenza dei giornalisti –bravi o meno bravi che siano-, non hanno alcun dovere di documentarsi), riportano, con diligenza suprema, sul giornale magari autorevole (per le tirature del tempo di Craxi, un ricordo felice solo per gli affaristi della menzogna).

Se si vuole fare un appunto di psicologia del lettore si può notare che più una storia è inverosimile, maggiore interesse suscita: Girava, ad esempio, su internet, la storia della Fish Berry (fragola pesce), che si poteva coltivare anche nell’artico, perché il suo genoma era stato implementato di un gene preso da un pesce artico. Questa storia è circolata tantissimo: spiegavano gli psicologi del C.I.C.A.P. (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze, n.d.c.), che bastano l’assurdo accattivante per diffondere la certezza della verità. Già i latini sentenziavano che “vulgus amat decipi” (la plebe ama essere ingannata). In America si parla, piuttosto, di miliardari della disinformazione: raccontate menzogne, diventerete ricchi! Chi non lo credesse chieda al divo Berlusconi

Vandana Shiva, la miliardaria negromante indiana, proclama di conoscere quale agricoltura quella voluta da Brahma, che vorrebbe sfamasse (o affamasse) gli umani di tutto il mondo. Siccome l’impulso che la sospinge è puramente filantropico, per tre giorni di elucubrazioni insensate richiede, nelle università americane, un cachet di 30.000 dollari, più un biglietto aereo circolare che consenta una sosta a Parigi per rinnovare la collezione di scarpe e stivaletti, e una a New York per la biancheria intima. Ho udito professori universitari di storia (che seppure di formazione umanistica, dovrebbero ottemperare al canone baconiano per cui ciascuno dovrebbe dire quello che è in grado di provare), opporsi violentemente agli investigatori americani che avevano provato, che la presunta laurea in fisica atomica della maga era invenzione dei suoi (prezzolati) biografi. 

Ebbene, lanciai una battuta prima che scoppiasse lo scandalo sulla falsa laurea, professori di prestigiosi licei veneziani replicarono: “ma è una fisica nucleare!”. Poi, quando il Newyorker volle chiudere ogni dubbio e inviò un agente in pensione dell’FBI a cercare l’università sperduta tra le prairies del Manitoba, fu reperito il testo di una lecture di filosofia brhaminica sull’essenza della materia, che pretendeva di smentire le teorie quantistiche (Einstein & c.), di cui la maga non sapeva leggere un solo simbolo. Ora, con la filosofia brahminica non si sono mai costruiti reattori, né acceleratori di particelle, ma un altro storico (che insegnava in una scuola superiore), proclamò, sdegnato “Impossibile! Nella sua biografia c’è scritto che è una fisica quantistica!”.
Siamo quindi arrivati al punto che i comunicatori di successo, che hanno partecipato ai fasti della strega sono diventati ricchi e tutti i politici dietro, siccome, more italico, tutti gli opportunisti della politica nazionale vivono alla perenne ricerca di mentitori le cui menzogne procurino voti.
Chi ha scrutato la storia degli ultimi anni, ha notato che in Italia non vi è mai stata una vera e propria legge di proibizione della ricerca genetica: tutti i provvedimenti ministeriali hanno comunque fatto si che, per menzionare un caso emblematico, il prof. Roberto Tuberosa, uno studioso di fama internazionale dell’Università di Bologna, fosse costretto, a gettare nel cassonetto il frutto delle proprie ricerche biotecnologiche (per non incorrere in surreali “disavventure” giudiziarie, si presume, n.d.c.). Ricerche costate fondi cospicui alla società italiana! La società italiana cosa avrebbe potuto attendersi da queste ricerche? Bologna la città “dotta”, di antichissima tradizione accademica, rappresentava anche il “covo” di Paolo De Castro e Romano Prodi: De Castro fu uno dei primi a combattere la Scienza, da vero scienziato quale pretende di essere!

Così è finita la sperimentazione di Roberto Tuberosa, per non parlare dello scandalo all’Università della Tuscia per il frutteto sperimentale del prof. Eddo Rugini con vigili, in tute antiatomiche, a distruggere tutto e fare scena (ricordiamo l’italico proverbio, che proclama la mamma degli sciocchi essere sempre incinta).

Gli elementi che contribuiscono, ad es., al sì o al no o.g.m./bio, tutto quello che convince sulla bontà, sull’opportunità di uno strumento piuttosto dell’altro (o.g.m piuttosto che il biologico), è chi ne parla. Il giornalista Marco Pivato ricorda all’Università di Bologna Carlo Petrini (il fondatore di Slow Food, n.d.c), in un confronto sugli o.g.m. dove c’era come controparte il “suo” (di Pivato, n.d.r) prof. di Chimica Farmaceutica Cantelli-Forti: 50%-50%, come se dovessero avere la stessa dignità le argomentazioni, poi però la platea si è visto dare ragione a chi le cose le racconta con lo stile di imbonitore della fiera annuale del bestiame.
Cibo biologico: all’Università ci insegnavano che contiene le aflatossine se non viene stoccato nella maniera giusta ecc. Il bio ha creato un mercato, spostato soldi, ma ora che è passato un po’ di tempo dall’esplosione del fenomeno del cibo biologico, con l’acceso dualismo convenzionale contro biologico del tipo: “facciamo tutto bio, basta con l’agricoltura convenzionale…! In una discussione franca, cosa possiamo dire dell’una e dell’altra agricoltura e delle opportunità sia del convenzionale, sia del biologico?

Il biologico avrà il suo fascino, però è un’ameba inafferrabile: non c’é analisi chimica che possa attestare che quel prodotto non sia stato concimato con un concime azotato; non esiste nemmeno con gli antiparassitari di più recente introduzione (o generazione), in quanto rapidamente degradati dagli agenti fisici/atmosferici: non si potrà mai dimostrare che il prodotto non sia stato mai trattato! Ci sono certamente agricoltori biologici degnissimi, che procedono in buona fede ma, conoscendo bene la Sicilia…, come mai quasi tutti gli agrumicoltori siciliani sono diventati biologici?
Siccome gli ispettori del biologico vengono pagati dal cliente…e, in Sicilia il bossolo di una lupara sulle punte di lancia del cancello ha un significato inequivocabile (ricordo una foto fatta a Palagonia-Lentini), perché mai l’ispettore bio, appunto pagato dallo stesso cliente, dovrebbe varcare quel cancello? Non gli conviene scrivere il verbale e inviarlo per posta per l’approvazione-consenso del proprietario? Perché in caso contrario il cliente magari si arrabbia, e una persona iraconda con lupara in mano può essere pericolosa! Quali difficoltà, quindi, in Sicilia, a riscuotere regalie e premi comunitari, nazionali e regionale per le produzioni biologiche? Quale meraviglia che non vi sia un solo coltivatore che rinunci? Usasse anche l’arseniato di piombo lasciato in cantina dal nonno, chi verrebbe mai a controllare il magazzino degli antiparassitari?


Da: Saltini A. I cento volti di Trinacria. Viaggio fotografico nella Sicilia agricola. Spazio Rurale, Roma, 2004, pag. 75.

Il tema è piuttosto attuale, ossia la relazione tra l’aumento della popolazione e l’impennata nel consumo delle risorse. Ogni anno ci arriva il report, il comunicato stampa degli studiosi che dicono: “abbiamo finito le risorse di quest’anno ad agosto!”. Facendo i calcoli che in un’ottica sostenibile, dovremmo consumare un tot. all’anno. In questo 2015, ad agosto, avevamo già consumato…, ed ogni anno ci si sposta sempre più indietro…(ci si riferisce all’Earth Overshoot Day, n.d.c.).
Si chiede al prof. Saltini cosa si può dire al riguardo, cosa c’è di vero, come si può argomentare, quali sono o potrebbero essere le soluzioni.

Quando iniziai a lavorare per il settimanale agricolo, scrivendo appunto di agricoltura, ricorda che l’USDA forniva i bollettini statistici attendibili (ora si potrebbe iniziare a dubitare anche di questo…); ebbene allora le scorte mondiali viaggiavano sui 180 giorni. I soli USA che sovvenzionavano il maggese per contenere la produzione, avevano la capacità (solo per quel maggese), di fornire cibo per quasi 100 giorni a tutta l’umanità (una umanità allora di 3 miliardi di persone).
Da: Saltini A., L’agricoltura americana.op cit.,pag. 61.

Solo quarant’anni addietro sarebbero stati sufficienti a maggese (fertilissimi), del Midwest ritirati dalla produzione, a risolvere metà del problema mondiale ed inoltre, considerando i giorni in cui saranno sufficienti le disponibilità dei magazzini di tutto il Pianeta prima del nuovo raccolto (peraltro su scala planetaria si hanno due raccolti all’anno, uno per planisfero), siamo piano piano scesi per arrivare a 23-24 giorni attuali di scorte mondiali. Se gli Americani non stessero creando cereali resistenti alla siccità, l’annata catastrofica, con centinaia di milioni di morti, domani o dopodomani, sarebbe certezza.
Per spiegare il concetto mi soffermo un attimo sul caso dell’India come assolutamente emblematico.
Saltini a riguardo studiò la politica alimentare: dall’impero Mogul a quella inglese, potenze occupanti, in successione, cercando una risposta al quesito: quale fu peggiore per gli abitanti? Quesito dalla risposta impossibile. L’India esce, in realtà, da due imperi e mille anni di fame con una grande carestia ogni 4-5 anni con la gente che muore per strada come un fatto normale. Indira Gandhi allarmata per un monsone, vede che le scorte sono finite. I dotti bramini proclamano, in Parlamento, il rifiuto della tecnologia occidentale. La signora Presidente prevede che su questa china i morti saranno inevitabilmente milioni.
Incalzata dagli eventi, invita il giovanissimo futuro Nobel per la Pace Norman Borlaug, che le spiega che con le varietà di frumento tradizionale potevano sfamare l’India del tempo di Buddha, e che l’Impero britannico, patria della moderna Rivoluzione agraria, non ha lasciato nulla: il suo unico interesse era l’oppio, da vendere ai Cinesi, che, in caso di renitenza, venivano stimolati al consumo da bestiali bombardamenti della gloriosa Royal Navy al cuore delle città. Da notare che gli inglesi ai tempi del dominio indiano avevano il monopolio della scienza agronomica, ma in quel Paese si sono coperti di vergogna, come è dimostrato in un capitolo delle “Scienze” redatto con dati che non è stato facile reperire.
In Messico il Borlaug aveva “messo a posto le cose” in 4-5 anni (facendolo diventare autosufficiente).
(Norman Borlaug, che fu insignito del premio Nobel per la pace nel 1970). Borlaug era il leader di un progetto di ricerca, sponsorizzato dalla Rockfeller Foundation, durante il quale nuovi ceppi di grano furono creati al Centro Internazionale per il Miglioramento del Granturco e del Grano (CIMMYT) a pochi chilometri da Mexico City. Piantati dappertutto, questi nuovi ceppi cambiarono lo stato del Messico da importatore di grano (quando il programma ebbe inizio nel 1944) a esportatore nel 1964. 

Figura ed illustrazione da: Raven P.H, Evert R. F., Eichorn S. E. Biologia delle piante. Zanichelli, Bologna, 1994 (V ediz. ital), cap. 30, fig. 30.22, pag. 591.

Siccome i nuovi frumenti messicani erano perfetti per il clima indiano, l’ospite e lo scienziato visitarono alcune stazioni sperimentali sparse per l’India (l’unica cosa positiva realizzata, quasi controvoglia, dal Viceré britannico).
Senza comunicare nulla al Parlamento, la Gandhi ordina al ministro Subramaniam di comprare frumento in Messico. Dopo soli quattro anni da quegli eventi, l’anno scolastico indiano dovette essere interrotto con un mese di anticipo, perché la crescita della produzione di frumento era stata tale che i contadini non sapevano più dove metterlo! Tutte le scuole dei villaggi furono requisite per ordine del Governo per essere trasformate in granai popolari! Un successo di proporzioni immani.
Passano gli anni e…, come per incanto arriva la strega Vandana, che, adottato, come nome d’arte quello di Shiva, la divinità della crudeltà e della vendetta della Trimurti, (pare avesse un comune cognome contadino), proclama che la Gandhi fosse una tiranna e un’imperialista perché aveva acquistato il grano degli imperialisti, e che bisognava tornare alle varietà indiane, le stesse con cui anni prima gli indiani morivano di fame. Tanto a morire di fame sono i “paria”, che dalla filosofia braminica non sono neppure considerati esseri umani…
La menzogna più clamorosa riguarda i suicidi di decine di migliaia di agricoltori che ogni anno si registrano in India, la cui produzione è tale da impedire al contadino di vendere un solo staio, impedendogli di pagare la rata dell’usuraio, dopo Mogul e Vicerè britannici unico signore delle campagne, che sequestra la casupola, costringendo le bambine alla prostituzione, che induce la famiglia al suicidio collettivo..
La strega Shiva e le sue divinità propiziatrici, sono riuscite ad ottenere, nel frattempo, dal Parlamento il bando di tutte le varietà o.g.m., salvo il cotone che non è commestibile.
Ora, per spiegare tutti questi suicidi (per gli indiani brahmani mentire è un’arte, una prova di levatura intellettuale), la maga sostiene che i disperati compiono quel gesto per il prezzo delle sementi americane!!
Viene da chiedersi: voi indiani che comprate il seme cotone, seppure abbiate un istituto di genetica con 5.000 sedi periferiche, uno tra tra i più pletorici e dispendiosi del globo, che produce tutti i semi di cotone possibili, ebbene voi indiani acquistate sementi di cotone americane?!?
Palesemente, avessero un solo di cotone che producesse decorosamente, all’interno di un catalogo di circa 150 cotoni diversi, gli agricoltori indiani non comprerebbero che quello! Non avendo alcuna varietà decente, acquistano quello americano: certamente non lo comprerebbero se sapessero che l’acquisto li costringerà al suicidio.
In realtà, i contadini indiani si suicidano perché il riso, il frumento ed il mais delle indiane istituzioni genetiche, dove per le regole brahminiche e la volontà di Visnù sono proibite le “diavolerie” della scienza occidentale, non producono abbastanza e alla fine dell’anno, quando il rayat fa i conti con l’usurario, non essendo in grado di pagare gli viene sequestrata la casupola in cui vive. Piuttosto di vedere partire le figlie per i postriboli di Madras o Bombay (in obbedienza alla divinità del male che ispira la Strega nazionale), il miserabile contadino, la cui dignità umana è certamente superiore a quella di tutti i dottori del Bramanesimo, si suicida, o si uccide tutta la famiglia. Si suicidano i poveri, ma siccome sono di una casta inferiore, la loro morte è considerata mero evento naturale.


Vandana Shiva ha lanciato la Campagna Globale per la Libertà dei Semi (Seed Freedom)
Vi invitiamo a leggere di Antonio Saltini:
 " Il trionfo di Vandana Shiva, ambasciatrice mondiale della fame".
.

La sig.na Shiva (il matrimonio con un’entità demoniaca, non può, neppure in India, generare discendenti, quindi la signorina resta tale) è stata ascoltata anche in Italia da milioni di adepti, a Parma è stata addirittura premiata (premio S.Martino per meriti agricoli, n.d.c), in America ha un successo clamoroso (la fanno parlare in università prive di qualunque prestigio, ma comunque paganti). 


Vandana Shiva a Parma nel novembre 2009, per ritirare il premio “S. Martino” per meriti agricoli. Il suo, un modello di promozione del regresso agricolo, opportunamente pubblicizzato in luogo del progresso scientifico, ha esaltato, dagli anni duemila intere schiere di “fans”; dettaglio che spiega l’attenzione tributatale da parte ingente del mondo politico. Galleria di immagini in: Parma.Repubblica.it e GazzettadiParma.it


Concludo l’intervista con una curiosità non priva di interesse.
Tema: “global warming”. Nella redazione de la Stampa, ne parlano sempre con fisici, mai con un agronomo. Ne avete evidenza come coltivatori, come professionisti dell’agricoltura?

Rispondo dichiarando di non essere uno specialista della climatologia, ma posso riferire opinioni di persone autorevoli sui temi del clima. Negli anni recenti vi è stato il ripetersi di annate particolarmente siccitose, di scompensi/irregolarità climatiche. Ora, i geologi che hanno studiato la storia del clima da incontrovertibili prove fossili, ci dicono che la Terra è sempre stata soggetta a cambiamenti climatici, con fasi millenarie (90.000 anni di glaciazione), poi piccole glaciazioni (di 4-5 anni), che magari venivano interrotte per riprendere dopo intervalli di pochi decenni.
C’è chi dimostra, con i dati di stazioni dotate delle apparecchiature più moderne, che una parte dell’area polare a Sud si stia raffreddando, percui è potuto accadere –come è effettivamente accaduto-, spiegava il prof. Tommaso Maggiore, l’autorevole decano degli agronomi italiani, che un articolo sul global warming proposto a Nature, sia stato respinto perché contrario alla “linea” del giornale: il più clamoroso riconoscimento del prestigioso foglio di casta di essere contro il dato sperimentale. Ma l’autorevole Nature è per una linea editoriale che spieghi come va il mondo sulla base dell’interesse delle vendite mensili, oppure per una linea tesa a spiegare la natura?
Sono fenomeni lentissimi. Probabilmente si potrà parlare di un piccolo episodio di surriscaldamento…, che si prolunga per oltre 100 anni, si potrà dire che c’è stato un surriscaldamento significativo, magari prima di una glaciazione ventura. Venti o trenta anni nella stima geologica della Terra cosa sono? Tuttavia questi fenomeni possono essere registrati.
Le Roy Ladurie (Emmanuel Le Roy Ladurie, n.d.c.), lo storico più autorevole della materia, riferisce, da Tito Livio, del Tevere ghiacciato per venti giorni con i generali romani che slittavano sul fiume come i bambini svedesi. Successivamente, non si è più visto…!
A questo si aggiunga che le quattro glaciazioni degli ultimi 100.000 anni, sono state episodi di secoli ciascuna, ma tra le quattro vi sono sempre stati ritorni di caldo.
L’agricoltura è nata grazie a un prolungato miglioramento del clima, che ha consentito ai cereali, che venivano dall’Egitto, di superare il Sinai diffondendosi in Palestina. Dopo 2-3 millenni di diffusione, si verifica una piccola glaciazione (il Dryas medio), che dura 1.000 anni e arresta la prima dilatazione dell’agricoltura… In alcuni punti riesce ad assestarsi e sopravvivere, ma la diffusione si era interrotta. Il problema è quindi difficile da risolvere con affermazioni categoriche.


Purtroppo e contrariamente alle intese, questa intervista non fu pubblicata dall’inserto settimanale del quotidiano La Stampa sul quale scrive il dott. Pivato⁴. La scelta dei nomi da porre in calce agli articoli obbedisce, ovunque, alle ferree leggi del padrone. Essa avrebbe potuto costituire una solida base di confronto, magari con quel mondo che fa riferimento all’importante istituzione gastronomica piemontese, che tutte le domeniche redige un proprio contributo fisso all’interno della pagina dell’agricoltura del quotidiano.
Le scelte redazionali di questo tipo, alimentano quanti sostengono che è inutile acquistare (e leggere) quotidiani, perché pubblicano solo quanto fa comodo al padrone. Ricordiamo al proposito quello che disse John Swinton caporedattore del New York Times e presidente dell’associazione di tutti i giornalisti americani. John Swinton (considerato il “Decano della professione” dai suoi pari), Chief of Staff, chiudendo l’ultimo mandato alla testa dell’organismo che riunisce gli autentici artefici dell’opinione mondiale pronunciò un toast (il sermone di commiato) nel 1953, dal titolo “The media are whores ... we are intellectual prostitutes” (“i media sono bordelli…, noi siamo prostitute intellettuali”). Era il giornalista più autorevole del pianeta.
Se gli italiani si trovano agli ultimi posti, purtroppo, nella classifica dei lettori di quotidiani qualche motivo ci sarà.


¹Marco Pivato giornalista de La Stampa (rubrica Tutto Scienze)
2Autore della Storia delle Scienze Agrarie (sette volumi), disponibili in lingua inglese e corredati da eccellenti immagini nei corrispondenti volumi della traduzione inglese (ad opera di Jeremy J. Scott), Agrarian Sciences in the West, Fondazione Nuova Terra Antica, Firenze. Il VII° volume in inglese è stato presentato anche presso lo stand della Regione Emilia Romagna all’EXPO di Milano, sabato 19 settembre 2015.

3Si leggano nel merito le dichiarazioni di James Webster –assistant secretary dell’allora ministro dell’agricoltura Bob Bergland e a Wayne Rausmussen l’allora capo dell’ufficio storico-agrario dello USDA. In: Saltini A., L’agricoltura americana. I segreti del successo agricolo U.S.A. Edagricole, Bologna, 1982. In particolare i capitoli: “Sui mercati del mondo un’agguerrita strategia di penetrazione”, pagg. 49-56; “I rapporti con la Cee: dietro la cortesia formale una dura lotta di logoramento”, pagg. 59-62; “Democratici e Repubblicani a confronto: ma chi fa la politica è il mercato”, pagg. 65-68.

4Analoga sorte –ossia la mancata pubblicazione-, fu riservata all’intervista (in quel caso rilasciata per telefono), che sul finire del 2012 il prof. Saltini fece ad un giornalista del quotidiano Gazzetta di Parma (e che tutt’ora scrive per la medesima testata su questione agricole, in rapporto con quell’O.I. del pomodoro, con sede a Parma, pubblicizzata dal politico regionale nel suo intervento finale), che lo interpellò. Vi era stata infatti a Parma, alcuni giorni prima e presso la biblioteca Bizzozero, la presentazione del VI° vol. delle “Scienze”. Il prof. Saltini propose all’attenzione dei presenti, l’emergenza dovuta all’inquinamento da micotossine di gran parte del mais padano.
Su questa emergenza (coi magazzini del nord Italia stipati di mais inquinato, per il quale gli operatori erano in serie difficoltà), nonché sui pericoli da tossicità acuta e cronica per la salute animale ed umana da questa contaminazione, sul chiedersi della validità o meno di certi divieti (perché il mais ogm venne inesorabilmente in aiuto), fu incentrata l’intervista non pubblicata. Imbarazzo? “Polvere da mettere sotto il tappeto”? Chi lo sa, le scelte dei capi redazione d’altra parte non si discutono.
Sappiamo però che nel 2014 a Parma e per notizia dello stesso quotidiano, fu messo sotto sequestro dall’Autorità giudiziaria il laboratorio del Centro lattiero caseario, proprio a causa di alcuni responsi analitici (contestati), riguardanti la presenza delle micotossine nel latte destinato alla caseificazione.
Tra le due cose ovviamente, non vi è correlazione diretta ma si diceva appunto che prima o poi…”la polvere sotto il tappeto può saltare fuori…”.
A fatica ma con grande impegno, il tessuto produttivo parmense sta cercando di ricomporre i cocci di quella stagione di ipocrisie ed omertà. Anche in anni successivi, il problema micotossine si è comunque ripresentato, interessando anche altri prodotti tipici6.
Nel merito della vicenda parmense: Cantarelli A., Micotossine nel latte per il Parmigiano Reggiano: casualità o conseguenza di improbabili divieti? Giugno 2014. Disponibile su: Agrarian Sciences.

5Presso la biblioteca di scienza ed agricoltura “Antonio Bizzozero” di Parma, nei mesi di novembre 2012 e 2013 furono organizzate attraverso due convegni, le presentazione rispettivamente del VI° e VII° vol. in lingua italiana della “Storia delle Scienze Agrarie”. Le interviste all’Autore così come i contributi di Autorevoli scienziati provenienti da Università e Centri di Ricerca, appositamente intervenuti, si possono trovare ai seguenti indirizzi:
6Aflatossina e Grana Padano: l’inchiesta di Brescia. Next quotidiano, giovedi 17/03/2016. Disponibile su: https://www.nextquotidiano.it/aflatossina-e-grana-padano-linchiesta-di-brescia/


 
                                                                                   L'audio dell'intervista.



Antonio Saltini  
Già Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e Vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi.  www.itempidellaterra.com (qui)





21 commenti:

  1. gianni leoncini26 ottobre 2017 19:37

    Non mi ritrovo con le considerazioni sul global warming e l'agronomia in quanto la stragrande maggioranza dei ricercatori e degli esperti di agrometeorologia lo danno per assodato non mancando numerosissimi interventi e ricerche sul tema agricoltura e cambiamenti climatici.

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    1. Sì Gianni, il riscaldamento è ovvio, ma vogliono farci credere che è successo solo negli ultimi 30 anni, invece la scienza ci dice che è sempre accaduto, come del resto si spiega nell'articolo sopra.

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    2. gianni leoncini28 ottobre 2017 19:01

      Fenomeni di modificazione del clima sono evidentemente sempre avvenuti nelle varie ere geologiche, ma il cambiamento attuale è avvenuto ad un ritmo che non coincide con cambiamenti geologici ovvero con cambiamenti anche repentini ma a seguito di cataclismi di eccezionale rilevanza. Osservando i grafici riportati dai ricercatori di meteorologia o di agrometeorologia si nota proprio questo andamento anomalo a partire dagli anni di metà ottocento ovvero da quando le rilevazioni sono state eseguite con metodologie più precise e corrette.

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  2. Alberto Guidorzi27 ottobre 2017 11:34

    Gianni
    Se si alza la temperatura ci saranno aree favorite ed aree sfavorite, quelle più sfavorite saranno le più meridionali (parlando del nostro emisfero) e quelle favorite saranno quelle più nordiche. Un esempio l'abbiamo già, in Francia il contenuto di zucchero delle bietole è passato negli ultimi 15 anni dal 16/17% al 18/19% e più. Ora un 50% lo possiamo spiegare con il progresso genetico (ormai l'agronomia è al top da tempo), ma il restante aumento è dato da temperature medie più elevate nella fascia est-ovest a cavallo di Parigi, infatti dato che lo zucchero è frutto della fotosintesi questa è favorita dalla temperatura in quanto a loro luce (attenzione non soleggiamento)e acqua non manca e la CO2 è sovrabbondante. Lo stesso dicasi per i frumenti nei quali e sempre in queste zone hanno anticipato la maturazione di circa una settimana con un vantaggio in fatto di umidità alla raccolta, alle malattie ecc. ecc. In Italia questo andamento non lo osserviamo non perchè non ci sia, ma perchè purtroppo vi si sovrappongono molti altri fattori mascheranti e che sarebbe lungo elencare e spiegare. Solo che una ulteriore precocizzazione della maturazione dei nostri frumenti danneggerebbe sicuramente la produzione in quanto raccorceremmo ancora di più il ciclo e quindi il tempo di assimilazione e stoccaggio di zuccheri. La Siberia potrebbe diventare il nuovo granaio del continente europeo, mentre ora sono solo pascoli sterminati e boschi.

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    1. Diffondere questo tipo di informazione serve per incentivare gli agricoltori più a nord ad investire su ciò che non hanno mai coltivato. D'altra parte la solita cosa succede con la green economy incentivando a delle scelte precise il consumatore..

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  3. Alesandro Cantarelli27 ottobre 2017 22:18

    L'assenza di repliche per la parte dedicata, in questa intervista, alla stregona indiana-ambasciatrice di EXPO 2015, nonostante la gravità delle questioni sollevate, costituisce la prova lampante dell'onestà intellettuale (nulla), di chi l'ha additata come modello (anche tutt'ora), da proporre agli agricoltori.
    Ma la cosa veramente più indecorosa di questa saga, rimarrà l'avere portato delle scolaresche a tributarle gli onori. Speriamo che quei ragazzi nella vita abbiano la fortuna di avere validi insegnanti!!
    Coloro che l'hanno chiamata (e pagata profumatamente), al SANA di Bologna o gli organizzatori del Festival del diritto al cibo KUMINDA di Parma (per citare due casi nella mia regione), possibile che non abbiano nulla da ridire, al proposito?
    Questi ultimi proponevano un libercolo riportante il pensiero della sedicente "fisica". Bravi.
    Se poi una guarda chi erano gli sponsor di questo festival: http://kuminda.org/cose-kuminda/
    rimane parecchio sorpreso.
    Università, banche, istituzioni cittadine...,ma quale sensibilità agricola!!
    La stessa compagine che il giorno prima la trovavi a celebrare la santona indiana (sta a vedere che qualcuno si è pure fatto fare i tarocchi!), il giorno dopo a strozzare col credito le imprese agricole (con le crisi del Parmigiano, quante storie da raccontare....), oppure gli stessi politici (e funzionari compiacenti, perché quelli non mancano mai), ad occupare ruoli in organismi interprofessionali quali l'OI pomodoro da industria, ad. es. L'Università poi, meglio lasciar perdere (hanno appena cambiato il Rettore, decisamente non una bella storia), ma gli industriali quatti-quatti, alla fine sono loro a determinare il prezzo delle derrate (per carità, dopo estenuanti trattative). Per il pomodoro, meno 10 €/t in due anni. Sui cereali..., stendiamo un velo pietoso.
    Morale: la dignità degli agricoltori locali e l'agricoltura (quella vera, che da sempre vive e progredisce col frutto della ricerca), non deve essere rispettata, bensì disprezzata se la si vuole davvero dominare. Facendo gli interessi di una parte.

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    1. Si parla di inculcare sull'opinione pubblica europea certi dogmi: cosa c'è di strano? le scelte dei consumatori disinformati ed è chiaro che non sia colpa di EXPO 2015 ma della platea che è ora che la finisca di restare a bocca aperta.In USA gli avversari si battono tramite campagne di stampa da milioni di dollari, qui in Europa sarà l'ora di fregarsene ed iniziare a pensare che l'Innovazione La Sappiamo Fare Meglio Noi.

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    2. Alessandro Cantarelli28 ottobre 2017 21:57

      Anonimo
      dalla sua risposta, ho l'impressione che si cerchi di tirare la palla fuori campo. Insomma, si possiedono elementi incontrovertibili (perché nel caso si é sempre pronti a prenderne atto), per dimostrare che il "cursus honorum" della fattucchiera, così come presentato nell'intervista, sia falso?
      Sul fatto poi, che tale personaggio sia stata nominata ambasciatrice di EXPO e lei non abbia nulla da ridire, qui ne va del suo senso civico e patriottico: l'India non era nemmeno presente all'Esposizione, e considerando che due nostri marò erano già all'epoca ingiustamente imprigionati, ci si chiede se quella sia stata una scelta opportuna.
      Sulle campagne di stampa.
      E' in luoghi come la casa colonica della famiglia Cervi, che è nata la nostra Costituzione (e ci onoriamo di avere tenuta la nostra giornata di studi proprio lì). L'art. 21 dice che "tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione...". Si parte innanzitutto da lì, tutto il resto viene dopo.
      Mi permetto di suggerirle la lettura del settimo volume della Storia delle Scienze Agrarie del Saltini, dove troverà che nell'era moderna le grandi scoperte scientifiche difficilmente sono imputabili ad un solo grande ricercatore, bensì a dei team di ricercatori spesso facenti parte di più istituti, con collaborazioni a livello internazionale. La ricerca è e deve essere sempre più universalistica, senza frontiere.
      Sicuramente abbiamo avuto nel nostro paese delle eccellenze(ancora oggi), ma come spero avrà ben compreso dall'inervista, con i divieti antiscientifici vigenti da più tre lustri, i nostri ricercatori sono sempre più umiliati, col risultato che alla fine Facciamo Peggio Noi.

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  4. Io sono completamente d'accordo che i nostalgici richiami a un antiscientifico passato possono arrivare solo da ignoranti o da gente con degli interessi dentro. Però.
    Primo. Sul cambiamento climatico, il problema è il contenuto di gas serra che da centinaia di migliaia di anni non è così alto ( e comunque non si è mai accresciuto così in fretta come negli ultimi trecento anni, come da dati di carotaggi del ghiaccio antartico) e non trovo quindi pertinente dire "il cambiamento climatico c'è sempre stato, e non è detto che sia un male".
    Secondo: io credo che Agrarian Sciences sia una delle rare voci senza (conflitti di) interessi del panorama divulgativo italiano intorno all'agricoltura. Nelle vostre riflessioni, però, mi pare che trascuriate il problema del nutrire l'agricoltura che nutre il pianeta, con fosforo (l'oro bianco che è previsto in graduale esaurimento e comunque sempre più monopolizzato da quei quattro Paesi che hanno le miniere) e azoto proveniente dal petrolio. Sarà, credo, il problema della seconda metà del nostro secolo. Sarebbe bene che gli spiriti liberi pensanti che qui scrivono se ne occupassero già ora.
    Andrej

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    1. Alessandro Cantarelli28 ottobre 2017 22:29

      Anonimo,
      se può essere di aiuto, segnalo su Agrarian Sciences all'interno dell'apposita sezione di Agrometereologia, approfonditi articoli del prof. Luigi Mariani dedicati al rapporto tra cambiamento climatico e CO2, così come tra CO2 ed agricoltura (con dovizia di rimandi bibliografici).
      Mi pare invece dalla sua seconda riflessione, che lei abbia invece trascurato di leggere bene il contributo del prof. Enrico Francia dove si evince sempre più il ruolo chiave della genetica per l'agricoltura del futuro. Concetto ribadito, anche se da angolazioni diverse, nell'intervista al prof. Saltini. La prossima settimana l'intervento del prof. Stanca apporterà ulteriori elementi di conoscenza.
      Genetica per risparmiare nell'utilizzo degli imput esterni (fertilizzanti, antiparassitari ecc.), ma anche perché le piante coltivate risultino pronte ad affrontare i cambiamenti climatici (condizioni di stress).
      E poi, sinceramente,con quale pudore viene a dire che il problema del fosforo e dell'azoto sarebbe ora che gli agronomi di A. S. iniziassero ad occuparsene. Ha mai preso in mano una rivista di divulgazione agricola? Non dico di pubblicazioni scientifiche.
      Lei evidentemente dell'agricoltura e delle scienze agrarie ha una visione distorta, da esterno.
      Due dati, così a caso. La pubblicazione dell'Accademia nazionale di Agricoltura "Agricoltura e Ambiente" è del 1991; di lotta integrata sono circa trent'anni che se ne parla, con l'Emilia Romagna antesignana in questa forma di agricoltura sostenibile.
      Ma cosa viene a dire!

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    2. Alberto Guidorzi29 ottobre 2017 16:32

      Andrej

      Hai toccato un tasto che ha grande fondamento. Dei tre elementi (macroelemeti) che noi immettiamo nel terreno con le concimazioni (lasciamo stare la favola del misroelementi che spessissimo sono sufficientemente presenti e comunque non mai un problema ridarli). Appena finita la guerra quando si dispose si trattori cingolati capaci di trainare aratri monovomeri grandi, si andò a mettere in circolazione ciò che si era accumulato di nutrimenti negli stari profondi. A quel tempo la sostanza organica nei terreni non mancava ed inoltre la apportavamo perchè si disponeva di allevamenti aziendali e quindi riuscivamo a mobilizzare potassio e fosforo (specialmente questo ultimo) che le piante potevano utilizzare. Oppure in altre parti del mondo si mettevano in coltura terreni vergini. Oggi questo non è più possibile da mettere in pratica in quanto la sostanza organica dei terreni è quella che è e quindi occorre rifarla per poter meglio sfruttare le riserve di potassio e fosforo che ancora ci sono nei terreni ma non sono prontamente disponibili. Per quanto riguarda l'azoto questo bisogna darlo comunque, ma non è una fonte esauribile. Conclusione si devono reinventare pratiche per mobilizzare ciò che è bloccato; micorrize, coltivazioni di copertura da interrare e aumento e prservazione della floro-fauna del terreno. Due sono le strade: l'agricoltura biologica, ma è troppo ideologica per compendiare mantenimento dei livelli di produttività e pratiche di coltivazione, oppure rientrodurre pratiche nella coltivazione convenzionale più ecocompatibili in funzione della giacitura dei terreni, del clima e delle possibilità. Le biotecnologie anche in questi casi possono diventare dirimenti, determinarne l'ostracismo è criminale.

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    3. Alessandro Cantarelli29 ottobre 2017 21:40

      Mi associo alle argomentazioni di Alberto.
      Aggiungo solo, come battuta ma per fotografare l'oggi, che considerando i prezzi del grano(quello non biologico), con i conseguenti ridottissimi margini di reddito (quando c'è), per paradosso i primi a non volere sprecare un kg di concime (ma anche di antiparassitario) in più, sono proprio gli agricoltori.
      Con questi prezzi (anche meno di 20 €/q.le), il metodo del calcolo dei quantitativi di macroelementi da apportare, senza perdite di nitrati per lisciviazione o immobilizzazione del foforo e potassio nel terreno, troverà verosimilmente una diffusa applicazione...Inoltre non è che i fertilizzanti di sintesi (ma anche non), costino poco, o in proporzione come 20 o 30 anni fa.

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    4. C'è da dire che chi ha rese invidiabili tipo l'agricoltore in Francia,il grano duro risulta una cultivar antieconomica a conti fatti alla raccolta. Ecco il motivo per cui in Francia se ne semina sempre meno e prevedendo l'aumento delle rese si è sempre sulle 2 milioni di tonnellate di raccolto.
      In Messico dove le rese sono simili 50 q.li/ha i terreni sono irrigui,le spese sono maggiori e le aflatossine abbondano come del resto succede per il grano duro canadese seppur con rese mediocri per l'agricoltore.

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  5. La Francia è l'unico Paese Europeo in cui gli investimenti a Duro sono fortemente cresciuti negli ultimi venti anni, raddoppiando la superficie da circa 200mila ha agli attuali 400mila ed oltre. L'Italia, nello stesso periodo, è scesa da 1 750 a 1 400 mila.
    t
    E' documentato ovunque.

    Così come mai son state trovate aflatossine nella pasta. Forse si confonde col DON che, in effetti, fa meno paura....

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  6. E' documentato ovunque che nel 2014 la situazione della filiera francesa era allarmante.Nel maggio 2015 hanno dichiarato che arriveranno a 600 mila ettari di seminativi a duro entro il 2025.
    Non so se, ci riusciranno quello che è importante è che la cultivar sia per l'agricoltore francese conveniente. Drogheranno il mercato con sussidi: è l'unico modo per aumentare i seminativi.
    Nessuno ha scritto quello che lei intende. Esiste una borsa merci che fa distinzione tra grano biologico e non biologico: si potrebbe a mio avviso capire analizzando il chicco consegnato dal produttore in quale categoria rientri? In tal modo si eliminerebbe alla radice la truffa del biologico e tutti quei inutili sussidi a favore di aziende che producono lo stesso prodotto di quelle non biologiche.Anzi se permettete il grano moderno dovrebbe essere migliore e mi risulta che le aziende cosidette biologiche sponsorizzino altro e utilizzino loro stessi grani di oggi. E allora? ci prendiamo ancora in giro?

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  7. Sempre sulla borsa merci,mi chiedevo:
    come si può creare dei veri professionisti in agricoltura se poi il prodotto di chi opera con professionalità è ammassato insieme a tutti gli altri?
    Mi sembra che su questo blog si punta il dito sugli agricoltori e non su l'assenza totale nella borsa merci della distinzione qualitativa del prodotto. Per esempio è ridicolo lamentarsi del fatto che gli agricoltori non acquistino semente selezionata se poi al momento dell'ammasso non viene fatta nessuna distinzione.

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  8. Alberto Guidorzi15 novembre 2017 17:57

    Anonimo

    Ti devo in parte correggere esistono delle differenziazioni nelle borse merci (vedi questo link riferito alla borsa di Bologna: http://www.agerborsamerci.it/listino/listino.html

    Ti prego però di notare che nel caso del grano tenero vi sono due categorie prezziate e due non prezziate (cioè nessuno le compra). Mi puoi dire che il divario è poco e qui ti posso dare anche ragione, ma il mercato ha le sue leggi o pseudoleggi che dir si voglia.
    Altra cosa da notare che la qualificazione delle categorie mercantili sono date da due parametri principali (ma ve ne sono ben altri: Tasso di proteine e Peso specifico, che dipendono da varietà per un tratto e per un altro tratto direi preponderante da modo di coltivazione e da ambiente. Per la vrità ve ne sono anche altre più dipendenti dalle caratteristiche varietali e sono eminentemente tecnologiche e quindi esulano dall'essere considerate dalle mercuriali.
    A questo punto subentra un fatto importantissimo ed è quello della omogeneità delle partite commerciali. Come ben puoi comprendere la sola varietà non esaurisce l'omogeneità e quindi questa la si può fare solo a livello di raccolta e stoccaggio. Ecco qui noi siamo molto carenti, ci sono dei tentativi, ma troppo limitati ed inoltre le strutture che stoccano spesso si mangiano (per l'eccessiva pletora di costi)la differenza da distribuire al coltivatore per il suo buon operare.

    Io ho esperienza del modo di operare francese e ti posso dire che essi arrivano a preparare miscugli omogenei di frumenti (perchè li hanno tenuti divisi alla consegna e obbligato l'agricoltore a fare altrettanto alla raccolta)che rispecchiano esattamente le caratteristiche di proteine e peso specifico, ma anche dei parametri tecnologici. Così facendo saltano i mulini italiani ed arrivano direttamente agli utilizzatori finali vendendo farine adatte per categorie di panificati. La stessa cosa dicasi per il grano duro. Conclusione o adeguiamo la filiera o siamo destinati ad essere colonizzati.
    In questo contesto hai anche un po' di ragione circa l'uso di sementi certificate, perchè se è vero che la varietà non fa una farina tecnologicamente definita è altrettanto vero che una seme certificato (uso il condizionale) dovrebbe innanzitutto garantirti non certo la produzione finle con quelle caratteristiche ma sicuramente la germinabilità e la purezza varietale. Ora in Italia siamo gli unici che ha adottato di commercializzare la seconda moltiplicazione (ed anche seminare la R3 aziendale) dopo il seme di base in mano al costitutore varietale; in tutti gli altri paesi produttori di frumento che noi compriamo invece la categoria commerciale della semente è la R1. Non solo, ma se diventiamo dipendenti dall'estero anche delle sementi, significa che siamo fessi due volte in quanto le varietà create in Francia sono fatte per quegli ambienti. E' vero che in Italia mandano quelle varietà che più si adattano ai nostri climi, ma l'adattamento non è preliminarmente cercato e quindi vi sono sempre delle alee. Questi però hanno vita facile in quanto la creazione varietale italiana è inadeguata al bisogno, cioè varietà non totalmente adatte sono migliori delle nostre che definiamo adatte.

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  9. So per certo che esistono tante aziende che riseminano il trebbiato anche per tanti anni aumentando la densità di semina. Sono sicuro che se invece si facesse distinzione del prodotto al momento del ritiro allora si acquisterebbe semente certificata tutti gli anni.
    Il fatto che non ci sia questa distinzione al momento della consegna del prodotto in Italia porta ad una scarsa domanda di creazione varietale.
    Alla fine bisogna adeguare la filiera che probabilmente si adeguerà nel momento in cui sarà minoritario l'analfabetismo funzionale tra i consumatori.

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  10. Alberto Guidorzi16 novembre 2017 11:57

    Stai dicendo delle sacrosante verità e non è che legando i contributi PAC all'uso di sementi certificate sia una soluzione, è solo una coartazione. La semina del trebbiato nel frumento la si può fare ma dipende da che generazione si parte, inoltre bisognerebbe almeno ricorrere al vecchio buratto aziendale per aumentare di un po' di punti la germinabilità, togliere un certo numero di semi di erbe infestanti e operare la disinfezione. Non so se mi hai letto in passato quando ho raccontato la situazione francese e che risponde in modo puntuale alle tue giustissime considerazioni. La ripeto: In Francia, che il seme commerciale parte dalla R1 gli agricoltori ogni anno compravano il seme delle due o tre varietà migliori o novità per investire uno o due ettari per ogni varietà della loro superficie aziendale e con il trebbiato, previa burattazione e disinfezione, si facevano il seme aziendale. I costitutori di varietà allora fecero sapere al governo che se si instaurava una pratica del genere la creazione varietale sarebbe enormemente diminuita perchè le ditte sementiere non avrebbero ripagato la ricerca. Governo e organizzazione sindali degli agricoltori compresero la fondatezza del pericolo paventato e quindi si creò un tavolo interprofessionale che stabilì che ogni organismo stoccatore alla ricezione di una partita di frumento trebbiato, l'agricoltore proprietario o mostrava i cartellini del seme acquistato per individuare la varietà (in questo vaso la cosa finiva li perchè all'atto dell'acquisto l'agricoltoree aveva pagato una royaltie al costitutpre della varietà) altrimenti l'agricoltore avrebbe sempre dovuto dichiarare di che varietà si trattava, ma su quel quantitativo sarebbe stato fatto un prelievo di 0,60 €/q (molto minore quindi della royaltie precedente) che sarebbe confluito in cassa comune all'interprofessione assieme all'indicazione dei quantitativi delle varietà consegnate. Da qui l'85% sarebbe stato prelevato per ripagare i vari costitutori, mentre il 15% doveva servire per pagare ricerche commissionate a vari istituti che andassero a beneficio dei produttori e dei sementieri.
    Mettere in atto una cosa del genere in Italia sarebbe roba dell'altro mondo ed infatti la creazione varietale latita, è poco performante e le produzioni sono in calo....ma suppliamo con le importazioni.......

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  11. Io semino sempre R2 tutti gli anni.
    Mai seminato in 25 anni ciò che ho raccolto.

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  12. Alberto Guidorzi22 novembre 2017 13:56

    Anonimo
    Evidentemente parliamo di frumento. Prendere il seme dal raccolto dell'anno precedente non vale la candela in quanto comunque il prodotto prima andrebbe burattato al fine di eliminare i semi ad aleatoria germinabilità e emergenza ed anche i semi delle infestanti che eventualmente sono presenti. Cioè biosognerebbe disporre di una macchina che fa questo lavoro, ma il dotarsene non vale il beneficio e in Italia non esiste più una prestazione di servizio come un tempo. Comunque ancora meglio sarebbe poter seminare della R1.

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