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martedì 14 novembre 2017

Bioresistenze

 
di Guido Turus
a cura di Alessandro Cantarelli


L' intervento del convegno: “La Terra. Lascito dei genitori o prestito dei figli? Le contraddizioni del processo di evoluzione e trasformazione dell’agricoltura italiana.

 

Guido Turus, presenta il documentario della CIA, Bioresistenze, frutto di un viaggio in cui sono state incontrate più di trenta esperienze agricole in tutta Italia, esperienze di agricolture che resistono al deturpamento ambientale, sociale e paesaggistico del Paese. 86 interviste, 30.000 chilometri, 2.300 Gb, per raccontare l’agricoltura italiana oggi.  
Per qualsiasi informazione relativa all’Autore ed al documentario oggetto della seguente presentazione, si rimanda al seguente sito: https://bioresistenze.wordpress.com/


Ripremettendo che in questo lavoro non si fa tanto riferimento ai concetti di agricoltura convenzionale piuttosto che a quella biologica, oppure quella biodinamica: l’Autore nel preparare il documentario ha capito che queste componenti spesso litigano di più tra loro, mentre dovrebbero essere capaci di fare rete per resistere assieme alla distruzione delle comunità e dell’ambiente.
Si è tentato nel docufilm di documentare quelle forme di agricoltura (siano appunto esse convenzionali o biologiche in senso lato), che fanno il proprio lavoro bene, per dare e lasciare un suolo ed un terreno ancora capaci di sfamare le future generazioni, capaci di accogliere le future comunità.
Negli anni ’60 e’70 vi era stato un grosso movimento (all’interno del docufilm, l’intervista ad un architetto che vi aveva aderito, essendo allora disoccupato), che si caratterizzava per questo slogan: “La terra a chi la lavora!”. Giusto e, nel frattempo si è assistito ad un cambiamento colturale…, ma rispetto al tema dell’argomento di oggi si potrebbe aggiornare lo slogan non solo, appunto “la terra a chi la lavora”, ma –ed in questo è anche una responsabilità di tutti noi-, “a chi la lavorerà!”, rendendone possibile l’accesso (quest’ultimo aspetto è stato sollevato nel corso degli interventi precedenti).  la terra non è un vezzo, bensì una necessità per l’umanità tutta. Possiamo infatti immaginare un futuro senza smartphone, senza auto, ma non possiamo immaginarlo (anche se può sembrare banale ripeterlo), senza cibo.
Il futuro senza cibo non è possibile, per il solo fatto non siamo in grado di dare la terra che sappia sfamare le future generazioni! Senza terra e senza la possibilità che vi sia un futuro su quella terra (non sono quindi argomenti astratti!), secondo l’Autore non vi è la possibilità di vita repubblicana e/o di democrazia. Condividiamo spazi e luoghi (quindi una regola di vita comunitaria), perché abbiamo fiducia nel futuro. Per assurdo, se sapessimo che domani finisce tutto, non conviveremmo civilmente! Come d’altra parte –la fiducia nel futuro-, l’avevano i partigiani, che al di là di tutte le valutazioni storiche (considerando il luogo in cui ci si trova, appunto Casa Cervi, li si deve ricordare), sono persone che hanno creduto nel futuro, hanno lavorato e si sono impegnate per costruirlo. Entrando poi nelle valutazioni singole, in alcuni casi possono avere anche sbagliato; stà di fatto che sono persone che si sono “sporcate le mani” per costruire il futuro, ed un futuro i cui frutti tutti potessero godere. Allo stesso modo, ad avviso dell’Autore, tutti gli agricoltori che ancora oggi continuano a “sporcarsi le mani” (non necessariamente in senso fisico, in considerazione delle innovazioni tecnologiche acquisite: necessario, fondamentale e centrale il progresso tecnologico e tutti i discorsi che sono stati fatti in questo convegno, al fine di evitare fraintendimenti al riguardo), creano e costruiscono la possibilità che vi sia un futuro.
Nel fare questo permettono a noi, oggi, di vivere in una democrazia ed in una Repubblica.Senza un domani, non vi è una forma di vita comunitaria che regga oggi; perché ci sia una forma di vita comunitaria è necessario che vi sia un domani. L’Autore del docufilm spiega che avvicinando Federico un agricoltore toscano (nel 2013 durante i lavori di preparazione della pubblicazione) gli chiese di parlare in che modo egli facesse l’agricoltore: Federico gli rispose di no e, che aveva riflettuto sull’espressione “bioresistente”. Federico si considerava effettivamente “bioresistente” perché in grado di innovare (“gestisco i terreni di mio nonno, so cosa faceva mio nonno, ho imparato da mio nonno, però devo migliorare rispetto a cosa /come faceva lui”).
Innovare significa quindi: “partire da mio nonno e… creare così il futuro”. Questo è un grande insegnamento, perché ci aiuta a non cadere nell’equivoco del credere che la resistenza sia solo in quella pratica agricola che vuole e persegue passivamente le tradizioni. Invece solo chi l’agricoltura la conosce bene, ha la consapevolezza della propria storia e quindi può fare vera innovazione. Rincontrando Federico due anni dopo durante le riprese del docufilm, egli disse all’Autore che innovare significa prendersi le proprie responsabilità.
Nel corso degli interventi precedenti, è stato chiaramente detto che tutto il discorso su tema dell’innovazione è un discorso complesso, molto delicato, centrale per l’agricoltura e quindi per tutti, ossia per la forma di vita comunitaria in cui decidiamo di stare. Non dobbiamo dimenticarci però che il termine INNOVAZIONE è un aggettivo che dobbiamo riempire di significato, cioè fare le cose innovando può significare di tutto o di niente; devo solo capire quali sono le mie priorità, i miei obiettivi (e quelli della comunità), per innovare in modo da potere arrivare a raggiungere quegli obiettivi. Infine si fa un cenno alle nuove Costituzioni (per l’appunto Costituzioni di Stati sovrani), in alcuni Paesi dell’Asia e del Sud America. Esse iniziano ad avere dei cenni più o meno forti ai diritti delle nuove generazioni, dell’accesso alla terra!
Si ribadisce in questo contesto, che si parla per l’appunto di nuove Costituzioni non di gruppi più o meno organizzati di sognatori, ma delle leggi fondamentali che reggono il funzionamento (ideale e concreto) di tutto uno Stato. Si è assistito infatti al fenomeno di cause civili allo Stato perché alcune scelte, alcune politiche, avrebbero leso i diritti delle nuove generazioni e che, naturalmente, non potevano essere rappresentate in Aula! Dall’analisi di questi episodi scaturisce quindi che è fondamentale dare la terra a chi la lavora, ma soprattutto a chi la lavorerà! E questo è fondamentale perché significa mettere le basi affinché esista una comunità.
 
Guido Turus
Dottore in Storia e Filosofia si è specializzato in Studi interculturali presso l’Università di Padova. Ha collaborato come progettista e come formatore con molte realtà del Terzo settore nazionale. Ha curato ad occhi aperti (Padova, 2002), con Andrea Altobrando Biodifferenze (Padova, 2006), con Lorenzo Capalbo Per l’Italia e Per una cittadinanza responsabile (entrambi Padova, 2011). Nel 2014 pubblica, in collaborazione con C.I.A., Bioresistenze da cui nasce nel 2015 l’omonimo documentario presentato ad Expo 2015. Fa parte della redazione della rivista Madrugada.




18 commenti:

  1. Il link rimanda al sito dove si trova anche il libro.
    Ho letto parte dell'intervento di Marcello Buiatti, che riscrive la storia dell'agricoltura dell'ultimo secolo secondo la propria personale interpretazione.
    Fin qui nessun problema, il lettore è pur sempre libero di credere o meno all'inverosimile.
    Nello scritto anche un paio di riquadri blandamente magnificatori dell'agricoltura biodinamica.
    Anche qui niente di che, anche se qualche lettore (io per esempio) potrebbe cominciare a scocciarsi.
    Ma la domanda che mi/vi faccio è: che ci fa sta roba in un blog che si chiama Agrarian SCIENCES ?

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  2. Alessandro Cantarelli15 novembre 2017 17:08

    Contributo che aiuta notevolmente a "leggere" il recente passato, ma anche il presente attraverso numerose testimonianze ed uno studio approfondito dei fatti. Complementare per certi versi, all'ottima relazione di Luciano Sassi. Per cercare di migliorare nel futuro. L'amara lezione e' che purtroppo e fino ad oggi, le elezioni si sono vinte sacrificando l 'agricoltura, la Terra (urbanizzazioni disordinate , infrastrutture piu' o meno utili, discariche...), che comunque fruttano sempre tanti soldi, col consenso di molti cittadini. Gli stessi che poi, magari, cercano il cibo bio..., e la domenica corrono nell' agriturismo per...(leggere L. Sassi)

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    1. pag. 122 "...In India ad esempio, (Ramasundaram et al. 2007 ed altri) in alcune regioni come l’Andhra Pradesh e il Maharashtra, per la presenza di ben 150 specie di insetti parassiti a cui le varietà PGM non oppongono nessuna resistenza, si sono dovuti usare più pesticidi, fatto che insieme alla riduzione del prezzo del cotone ed agli attacchi virali a cui le varietà locali sono resistenti a differenza dalle PGM, ha portato ad un aumento di suicidi nelle popolazioni locali...."

      Come contributo non c'è male.
      Mancherebbe lo studio approfondito dei fatti (non il nostro, quello dell'autore).
      E soprattutto il pagamento delle royalties sulle invenzioni alla Panzana Diva.

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    2. Alessandro Cantarelli15 novembre 2017 22:19

      Anonimo,
      Al Cervi-Sereni è stata proiettato il docufilm alla presenza del Regista. Non si era parlato di nessun libro. Nel filmato, ricordo la testimonianza di un agricoltore sardo che ce l'aveva con gli o.g.m. (dopo tutta la campagna martellante a sfavore che è stata fatta negli anni, in primis dalla Coldiretti, ci meravigliamo di una voce contraria?). Ma soprattutto le testimonianze di chi lotta contro lo strapotere delle mafie (prime imprese italiane per fatturato, non dimentichiamocelo), a difendere il proprio podere contro le speculazioni edilizie che spesso sono un indice della malattia. E la scelta di vita professionale di tanti giovani, che hanno scelto il lavoro agricolo.
      Personalmente ne consiglio la visione.
      Quanto al libro. Nel corso della giornata i Relatori non hanno avuto paura di presentare e commentare dati e di dire come la pensano (come le relazioni ospitate su A.S. con il file audio, testimoniano. Non a caso (vedere il titolo), si parlava anche delle contraddizioni dell'agricoltura italiana. Se qualcuno avesse dati e pubblicazioni (serie), tali da sconfessare i contributi precedenti ben venga, però se ne assume le responsabilità di quello che si sostiene.
      Non sarei così settario nel dire "che ci fa sta roba...in A.S.". Ci può sempre essere qualcuno in buona fede pronto a ricredersi, dopo avere letto o ascoltato certi interventi.
      Perché settari hanno fino ad ora dimostrato di esserlo, chi racconta agro-fesserie. In assenza di contraddittorio, le bugie si sa circolano meglio (leggasi l'intervista a Saltini).
      A.S. si sforza non solo di apportare contributi di scienza, ma di coinvolgere studiosi preparati che non hanno paura del confronto. Di essere diversi anche in questo.
      Come ho scritto nelle mie note introduttive all'iniziativa reggiana, il confronto civile (che non toglie possa essere assai aspro), è il sale della democrazia: la lezione imperitura dei sette Fratelli Cervi, contadini di scienza.


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    3. ma guardi, io faccio riferimento a quanto pubblicato e al poco che ho visto del documentario.
      Non si tratta di essere settari, si tratta di respingere (e sarebbe ora) al mittente la vulgata del "si stava meglio quando si stava peggio" e con tanto più forza quanto più il messaggio è trasmesso, forse contando sulla disattenzione e conseguente silenzio assenso (cioè avallo, ratifica e convalida), ad una platea di "addetti ai lavori".
      Il giovane "contadino" intervistato che rifiuta di essere "imprenditore agricolo", in fondo rifiuta di imparare a fare il proprio mestiere, rifiuta quanto di quel mestiere abbiamo faticosamente imparato dai tempi di suo nonno, e sostanzialmente non fa altro che limitare il mondo al suo cortile. Il mondo è cambiato ma il "contadino" deve resistere ai cambiamenti, anzi tornare al sapere di un (basterà? perchè non due?) secolo fa.
      La nostra tragedia è anche questa, che tutti pensano di essere, oltre che allenatori, anche titolati a insegnare ai tecnici (e agli imprenditori agricoli) come si fa il loro lavoro. Assistiamo ormai senza reagire alla rarefazione dell'intelligenza, con un ritmo ben superiore alla fusione dei ghiacciai.

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  3. Ho letto, a tratti scorso velocemente, il libro bioresitente. Mi ha fatto rivalutare ayn rand...
    Ma come si può dare credito a questa narrativa?

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    1. Alessandro Cantarelli16 novembre 2017 21:35

      Diversi anni fa il grande Tullio Regge che fisico lo era per davvero, dalle colonne de Le Scienze aveva manifestato la volontà di gustarsi in pubblico una polenta di mais o.g.m., per dimostrare la ingiustificata paura che veniva agitata nei confronti di queste colture (erano i tempi dell'"uomo-maiale" preconizzato da Dario Fo). Ebbene si potrebbe semplicemente proporre agli autori dei fantasiosi interventi come quelli da lei richiamati, visto che le sole pubblicazioni scientifiche non bastano mai (o vengono semplicemente ignorate), che sostengono alla fine che la soluzione è rinunciare a produrre di più e magari cambiare dieta, una iniziativa simpatica. Ebbene di prestarsi ad una grande abbuffata pubblica a base di larve di lepidottero, anziché adulti di imenotteri o coleotteri (vuoi mettere la croccantezza!), cucinati in varie maniere. Dal primo gennaio si potrà (pare), col nuovo regolamento U.E.
      Noi agronomi a debita distanza (se non altro per motivi igienici), invece polenta (o.g.m.) e Asiago di malga (o Parmigiano stravecchio). Ci può stare anche un buon salame.
      Loro a celebrare l'entomo-chef che poveraccio ha appena perso una stella Michelin, noi invece ad onorare la memoria di un grande scienziato.
      Alla fine il pubblico dovrebbe giudicare l'appagamento dei commensali.
      Noi agronomi ci sforziamo di affrontare i problemi con le soluzioni che la scienza offre, ad altri invece la possibilità di dimostrare coerentemente le loro visioni senza aspettare chissà quando:dal prossimo anno, si pensi che vantaggio!

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    2. beh, peccato che non ci abbia pensato in tempo: avrebbe potuto spiegare queste stesse cose al regista e magari anche a qualcuno degli intervistati.
      a meno che il regista e gli intervistati siano anche loro autori di "fantasiosi interventi" ai quali "le pubblicazioni scientifiche non bastano mai".
      in questo caso noi agronomi siamo il pubblico meno adatto.

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    3. Alessandro Cantarelli18 novembre 2017 17:14

      Senta sig. Anonimo, visto che lei non era presente alla proiezione del film e, come ammette lei stesso, ne ha visto poco, almeno prima di fare polemiche pretestuose ascolti l'audio!! Le ho gia' spiegato che di quel libro non se ne era minimamente parlato. E' altresi' singolare che la sua suscettibilita' in materia, non abbia nulla da eccepire per quella strage contadina che e' stata Portella delle Ginestre e richiamata nel docufilm. Lei mi sembra nuovo anche nella lettura dei contributi di A.S.: Nel darle il benvenuto, la invito contestualmente a fornirne dei suoi, di contributi, pero' capira' le elementari regole di trasparenza, firmati per esteso con nome e cognome.

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    4. sbagliato, del film ho visto quanto basta (contributi su you tube), e AS non è una lettura nuova.
      non capisco che c'entri Portella della Ginestra e quale sia la mia suscettibilità in materia.
      essendo un nativo sempliciotto pensavo che il mio contributo fosse quello che ho scritto, indipendentemente dalla firma.
      evidentemente mi sbagliavo; provvedo quindi, da ora, ad autocensurarmi.
      buona continuazione.

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    5. Alessandro Cantarelli19 novembre 2017 21:49

      Bene. Si autocensuri pure. Io rispondo di quello che ho visto e sentito direttamente (ad es. l'agricoltore Federico, nel film, non mi pare avesse detto quello che sostiene lei, circa il rifiuto di fare l'imprenditore agricolo). Lei invece vuole fare polemica a tutti i costi e questo non lo accetto: abbiamo messo il file audio apposta, dove dovrebbe ricredersi che non è stato dato credito a quelle narrative che intende lei (e che neanche io condivido, per altro). Soprattutto, non ha capito un bel niente né dello spirito della giornata, né dello sforzo compiuto dagli organizzatori per fare sì che ognuno potesse apportare il proprio contributo, liberamente e senza sentirsi in imbarazzo.
      Pazienza. In Emilia Romagna abbiamo una lunga tradizione al confronto (e partecipazione), che occasioni come quella del Cervi-Sereni consentono di mantenere. Spero che sia così anche nella sua regione. Rimanere nelle proprie torri d'avorio non serve a nessuno, soprattutto è ingiusto ed ingeneroso per i tanti che vogliono capire, ma indubbiamente si fatica meno.

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  4. Alberto Guidorzi16 novembre 2017 00:07

    Io ho il massimo rispetto dei 7 fratelli Cervi, meno di Sereni ed ancora meno di chi si è impossessato della fondazione.

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    1. Alessandro Cantarelli16 novembre 2017 21:57

      Se non altro Alberto mi viene da pensare, che il costituente Sereni non sarebbe assolutamente d'accordo che nel 2017 degli assurdi blocchi alla libertà di ricerca (mentre si teorizza il suicidio assistito, magari da parte di chi continua a propugnarli questi blocchi), condannino il nostro Paese ad accumulare un gap competitivo sempre più ampio nel contesto mondiale. Quindi di vedere calpestati gli articoli 9 e 33 della Carta, per la quale aveva rischiato la pelle.
      Come tutti i politici di quella levatura ed epoca si prestano naturalmente a diverse luci ed ombre, più o meno grosse. Nel nostro ambito, sarebbe invece molto interessante approfondire anche dal punto di vista storico, a cosa hanno condotto le teorie di Lysenko al quale Sereni ed il suo mondo di riferimento, hanno prestato fede.
      Tuttavia bisogna riconoscere al personaggio, al di là delle sue opere, una biografia rocambolesca, avventurosa. Nella vita ha rischiato grosso in certi momenti; non certo la stella Michelin persa da Cracco o qualche mancato encomio sulla guida alle osterie di Petrini.

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  5. Alberto Guidorzi18 novembre 2017 01:07

    Alessandro

    "Sereni non sarebbe assolutamente d'accordo che nel 2017 degli assurdi blocchi alla libertà di ricerca...."?
    Mi pare che l'aver assecondato Lisenko in quanto paladino delle idee di Stalin sulla "rieducazione forzata" ossia: se riesco ad educare in modo nuovo una pianta allora riesco anche a rieducare un dissidente! Infatti in Russia nessuna ricerca di genetica mendeliana fu intrapresa in Russia e chi non era d'accordo come Vavilov lo hanno rieducato al punto tale da farlo morire di fame in prigione.

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    1. Alessandro Cantarelli18 novembre 2017 17:22

      Alberto, penso proprio che non sarebbe proprio d'accordo. O meglio: Per vedere chi abbia ragione, lo storico dovrebbe andare a rileggersi i verbali della Costituente quando i partiti hanno trovaro l'accordo per quegli articoli. Forse proprio perche' aveva lui come altri, imparato fin troppo bene la lezione di Stalin, in Italia la sua generazione di comunisti si e' impegnata per la Costituzione. Pero' da agronomo mi interessa di piu' capire a cosa hanno condotto le teorie di Lysenko, sia in termini di ricerca, che di progresso agricolo e benessere delle Nazioni.

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  6. Alberto Guidorzi19 novembre 2017 00:20

    NESSUNA, perchè l'ereditarietà dei caratteri acquisiti non esiste e l'aver perseguito per troppo tempo questa teoria sbagliata ha privato l'agricoltura sovietica di nuova creazione varietale e di ciò, assieme ad una organizzazione socioeconomica senza stimoli, ne abbiamo visti gli effetti quando i russi dovettero essere sfamati da grano canadese e americano già con Kruscev. In conclusione le teorie di Lysenko in termine di ricerca l'hanno fossilizzata, in termini di progresso agricolo hanno prodotto stagnazione se non regresso e come benessere nulla tanto che una delle cause della disgregazione di chi ne ha perseguito l'ideologia è stata proprio l'impossibilità di fornire cibo a sufficienza.
    Basti pensare che i territori sotto influenza russa al tempo degli zar hanno creato la granicoltura canadese e statunitense e sfamato l'Europa. In URSS, invece, questi grani sono rimasti non migliorati (è il caso della varietà Bezostaia che aveva le qualità e la resistenza al freddo) e si migliorarono solo quando si ricorse ad incroci con varietà jugoslave (ricordo che Tito fu un revisionista e si affrancò dall'URSS anche in fatto di genetica sposando a Novi Sad la genetica mendeliana) che però erano figlie dirette dei grani di Strampelli (Fortinato e San Pastore in particolare)che invece aveva sposato subito la genetica mendeliana.

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    1. Alessandro Cantarelli19 novembre 2017 22:27

      Risposta argomentata Alberto. La Storia delle Scienze Agrarie (nell'accezione generale della materia, ma anche dell'Opera del Saltini presentata contestualmente a Gattatico), ha infatti formulato un giudizio inequivocabile su Lysenko & C. A questo punto, non si può però non osservare una cosa.
      Sereni è vero, politicamente è stato uno stalinista ortodosso ecc., però leggendo la sua biografia su: http://www.istitutocervi.it/2014/03/18/emilio-sereni/ si apprende che è stato nelle carceri fasciste dal '30 al '35, poi esule in Francia, poi (1937) quando è andato a Mosca, Stalin lo condanna a morte e si salva per un soffio..., torna in Francia e poi fa il commissario partigiano sulle Alpi marittime, per arrivare al '43 quando si ribecca 18 anni dal tribunale fascista (l'anno della morte di Vavilov e, in quel periodo, non deve avere avuto purtroppo molto tempo per occuparsi di agronomia). Mi fermo qua (per non essere troppo lungo).
      Morale. se da un lato è stato un personaggio di notevole levatura intellettuale (come testimoniano le sue opere e le lingue parlate), dall'altra ha vissuto periodi e condizionamenti a dire poco tragici.
      Che sicuramente hanno svolto un ruolo primario nel condurlo ad aderire acriticamente alle teorie di Lysenko.
      Torno a bomba a fine anni '90 del secolo scorso, per arrivare ai giorni nostri.
      I vari Pecoraro Scanio (un ovvio di genio, direbbero Montanelli e Fortebraccio), De Castro, Zaia, De Girolamo, Alemanno..., si può dire i 3/4 del parlamento (sugli intendimenti dei nuovi "cittadini", recitiamo una prece), hanno avuto condizionamenti paragonabili, per arrivare a bloccare la nostra ricerca biotecnologica in agricoltura? O semplicemente siamo passati dalle logiche della guerra fredda alla guerra delle lobby commerciali? Sereni passava da un carcere all'altro (in mezzo un paio di fucilazioni scampate), questi da una cadrega all'altra, senza una piega. E si assiste ad unioni impensabili, come quella Petrini-Coldiretti o Capanna-Polverini.
      Intanto le rese del nostro mais, per fare un esempio, sono ferme da vent'anni. E la nostra bilancia agrioalimentare langue sempre di più!
      Una generazione, con tutte le sue contraddizioni, "fa" (l'Italia liberata),un'altra la distrugge.

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  7. Alberto Guidorzi20 novembre 2017 01:38

    Tanto di cappello per il Sereni che ha pagato per le sue idee; il quale di fronte a quelli che tu hai citato diventa anche un monumento di scienza e di onestà intellettuale. Di brave persone comuniste e che hanno creduto in Stalin fino alla fine ne ho conosciuti tanti.

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