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martedì 19 dicembre 2017

L'era dell'ecologia. Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno. Terza Parte

di Mirko Bueti 


Il contesto mondiale del secondo dopoguerra inaugura un periodo della storia contemporanea assai innovativo, innescando cambiamenti sociali, economici e politici tali da sollevare un vivace dibattito sulla possibilità di individuare in quegli anni un momento periodizzante1. Tra i fattori di grande novità occupa un posto privilegiato l'ascesa al centro del dibattito internazionale dei problemi dell'ambiente, che ha portato Worster a parlare di “Era dell'ecologia2 e Delort e Walter a sostenere la nascita di un nuovo paradigma ecologico3. Dal termine della seconda guerra mondiale fino alla fine degli anni Sessanta a causa del susseguirsi e della gravità dei nuovi problemi ambientali1 si sollevarono all'interno dell'opinione pubblica internazionale numerose voci di denuncia rispetto ai danni causati dall’inquinamento industriale e chimico e dalla proliferazione del nucleare.
Le analisi prodotte da un sempre più nutrito gruppo di scienziati sulle conseguenze distruttive delle attività antropiche sulla natura misero in luce come gli effetti dell'inquinamento e del degrado dell'ambiente biofisico si ripercuotessero in modo negativo sulla qualità della vita degli esseri umani, minacciando direttamente la sopravvivenza stessa della specie2. Paradossalmente, proprio nel momento in cui l'Occidente celebrava i suoi fasti con l'avvento di quella che è stata definita “Golden Age3, l'ecologia usciva dai ristretti spazi della disciplina scientifica per mostrare al mondo come il sistema economico e scientifico-tecnologico di quella stessa civiltà costituisse una seria minaccia alla vulnerabilità della natura e quindi alla vita umana. 

A promuovere l'elaborazione di nuove forme di impegno ambientale sopraggiunsero nell'immediato dopoguerra tre elementi di discontinuità nell'ambito del rapporto tra società e ambiente. Il primo interessa la minaccia tecnologica rappresentata dallo sfruttamento dell'energia atomica che alimentò un attenzione sempre maggiore da parte dell'opinione pubblica internazionale4. Gli esiti distruttivi dei programmi di sperimentazione nucleare degli eserciti americano e sovietico stimolarono la reazione di una parte della comunità scientifica statunitense, la quale nel 1958 costituì il “Comitato per l’informazione nuclare”, che divenne ben presto una campagna di informazione e protesta: « la campagna contro la minaccia della radioattività creò un precedente per gli scienziati che si occupavano di politica, che mobilitavano l’opinione pubblica e che, senza colpa e responsabilità, auspicavano una nuova etica verso la natura »5. Questo connubio tra scienza e impegno ambientalista è alla base del secondo elemento preso in esame: il processo di popolarizzazione delle idee ecologiche, che diffuse in una sempre maggiore parte della società la consapevolezza dei rischi legati alla trasformazione indiscriminata della natura6. L'opera di divulgazione scientifica sull'emergenza ecologica planetaria7 ebbe un notevole riscontro mediatico nella spettacolarizzazione di eventi legati al Pianeta, che favorì lo sdoganamento della questione ambientale dallo specialismo delle discussioni accademiche, per aprirsi alla ricezione da parte della società8. Infine, il terzo elemento indviduato è l'avvento della società affluente9. La inedita diffusione della ricchezza e il potenziamento del processo di alfabetizzazione durante la Golden Age concorsero a indirizzare le istanze sociali su temi afferenti la qualità della vita, dai quali scaturì la domanda di un ambiente più salubre10.Il percoso di diffusione di una moderna cultura ecologica e di elaborazione di nuove forme di impegno ambientale prese avvio dal dinamismo intellettuale, scientifico e politico che caratterizzava il contesto nazionale degli Stati Uniti11. L'attenzione conferita dalle politiche federali alle problematiche ambientali risalente ai primi anni del Novecento subì un profondo rinnovamento già nell'immediato secondo dopoguerra con la pubblicazione di due libri nel 1948 che allargarono i termini del dibattito pubblico introducendo i temi della sovrappolazione, dell'eccesso dei consumi e dello sfruttamento delle risorse12. I due autori, Fairfield Osborn e William Vogt, criticarono il modello di sviluppo occidentale fondato sulla crescita illimitata, sostenendo che una sua diffusione planetaria avrebbe provocato instabilità costante e conflitti, causati dalla sempre minore disponibilità globale di risorse13. Durante gli anni Sessanta si consuma una forte discontinuità nel processo di evoluzione delle sensibilità ambientali, segnato dalle denunce da parte di un nutrito gruppo di ecologi che, rivelando l'ingigantirsi di fenomeni quali inquinamento, degrado, perdita di biodiversità, riuscirono ad attrarre un notevole consenso pubblico ai temi sull'ambiente14. Seguendo l'analisi di Adam Rome le peculiarità di questo decennio sono riconducibili a tre ordini di fattori15: in primo luogo, la diffusione di paradigmi contestatari di matrice controculturale che individuarono nella fruizione emotiva della natura un antidoto al conformismo urbano e una fonte di creatività; in secondo luogo, il contributo del movimento femminista, che attribuì all'attivismo ambientale una forte valenza liberatoria, inteso come il primo passo verso nuove responsabilità; infine il rinnovamento dell'agenda elettorale e politica del partito democratico americano in cui l'impegno a favore dell'ambiente divenne una delle principali priorità governative, grazie alla presidenza di John Kennedy e successivamente di Lyndon Johnson16. Probabilmente la più celebre protagonista di questo periodo fu Rachel Carson, il cui saggio “Primavera silenziosa” divenne in pochi anni un vero best sellers mondiale. Denunciando i gravi danni provocati dall'uso di prodotti chimici in agricoltura, in particolare pesticidi come il DDT, giunse a dimostrare come fossero i prodotti stessi dell'ingegno umano a mettere a rischio la sopravvivenza dell'uomo, sottolinenando l’esigenza di un sviluppare un rapporto di armonia con la natura17. Pochi anni dopo, il biologo americano Paul Ehrlich pubblicò un'opera dal titolo assai esplicativo “La bomba demografica”, discutendo le conseguenze ambientali dell'attuale crescita della popolazione mondiale18. Ispirandosi all'argomento malthusiano della scarsità delle risorse, sollevò il probema del rapporto tra sovrappopolalazione, sicurezza alimentare e degrado dell'ambiente. Infine, Barry Commoner, con l'opera “Il cerchio da chiudere” pubblicata nel 1971, individuò nelle “azioni sociali”, cioè nelle modalità di sfruttamento e di gestione sociale delle risorse naturali, le cause ultime della crisi ambientale19. Arricchendo la denuncia ecologica di istanze antiproduttiviste e riformatrici del sistema capitalistico, il saggio del biologo statunitense viene convenzionalmente ritenuto l'atto di nascita dell'ecologia politica20. Il processo di tumultuosa ricerca e di organizzazione della materia raggiunse una dimensione stabilmente internazionale con la celebrazione nel 1970 a New York dell'“Earth Day” a cui parteciparono milioni di cittadini provenienti da tutto il Mondo e con la prima conferenza internazionale sull'ambiente tenutasi a Stoccolma nel 1972, che istituì il “ United Nation Environmental Programme” il programma delle Nazioni Unite per la ricerca e il monitoraggio dell'ambiente21. Tuttavia, furono due avvenimenti distanziati tra loro da pochi mesi di tempo che concorsero a determinare le linee fondamentali della cultura ambientalista: la pubblicazione da parte del Club di Roma del rapporto sui limiti della crescita economica e la crisi energetica del 197322. Il rapporto illustrava in una veste rigorosa, sostenuta da complesse elaborazioni statistiche, che gli attuali tassi di crescita della popolazione se mantenuti avrebbero causato nel breve arco di un secolo il dilagare di malattie, epidemie, fame e conflitti per le risorse. Il documento rielaborò le problematiche già note inerenti al consumismo, all'inquinamento, alla scarsità delle risorse, alla crescita demografica mondiale, al sottosviluppo collocandole in una prospettiva unitaria specificatamente ambientale: le conclusioni avanzate dal rapporto convergevano sulla necessità di arrestare la crescita demografica attraverso l'istituzione di un controllo delle nascite e di ridimensionare il modello della crescita economica illimitata, mediante scelte radicali che ponessero limiti alla produzione e al consumo di beni23. Le proposte del Club di Roma sollevarono forti critiche, trasversali ad ambienti anche molto differenti tra loro, legati alla sinistra politica, alla Chiesa cattolica e alle scuole del pensiero economico, che accusarono il Rapporto di scarsa attendibilità24. Tuttavia, la minaccia della esauribilità delle risorse prefigurata da Limit to the growth assunse i contorni di una concreta possibilità con lo shock petrolifero del 1973: « I profeti di un nuovo tipo di crescita, gli apostoli della dissacrazione del Pil, non avrebbero senza dubbio avuto tanto successo se la recessione economica del 1973 non avesse costretto la società a un certo numero di scelte »25. Si trattò di un evento di profondo impatto simbolico e culturale per l'intera opinione pubblica occidentale, con il quale divennero visibili le fragili basi materiali di un benessere che sembrava senza fine e la possibile reversibilità dello sviluppo: la finitezza delle risorse naturali apparve come un dato reale e prossimo, la fine di un sogno di progresso infinito26.


1Per una approfondita indagine dei maggiori casi di inquinamento e dei fattori che li hanno generati durante il Novecento vedi: J. R. McNeil, Qualcosa di nuovo sotto il sole, cit.
2D. Worster, Storia delle idee ecologiche, cit., pp. 436-440
3La letteratura sull'argomento della “Golden age” è assai vasta; proponiamo qui alcuni contributi di riferimento: M. Franzini, L’«età dell’oro» dell’economia, in, AA.VV, Storia Contemporanea, Donzelli, Roma, 1997; N. Crafts e G. Toniolo (a cura di), Economic Growth in Europe since 1945, Cambridge, Cambridge University Press, 1996; E.J. Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1994 (Cap. IX)
4J. R. McNeil, Qualcosa di nuovo sotto il sole, cit., p. 5
5D. Worster, Storia delle idee ecologiche, cit., p. 424
6Ivi cit., pp. 439-442
7 In particolare ha rivestito una grande rilevanza il simposio di Princeton del 1955 sullo stato del rapporto uomo-natura al quale parteciparono molti studiosi dell'ecologia umana emergente che focalizzando il dibattito sul problema del posto dell’uomo nell’ambiente globale e sulla generale preoccupazione per la condizione di quell’ambiente, contribuì a fornire all'opinione pubblica un sostrato culturale decisivo per capire i termini del problema ecologico. Ivi cit., p. 441
8La vista della marea nera sulle coste della Cornovaglia che contaminò le spiagge e gli uccelli (1967), le immagini della Terra vista dallo spazio divulgate dalle televisioni in seguito allo sbarco dell'uomo sulla luna e le catastrofi industriale assai comuni contribuirono ad avvicinare il grande pubblico alla percezione della fragilità dell'ambiente e soprattutto alle ripercussioni negative dei danni ambientali nella vita quotidiana delle persone, R. Delort-F. Walter, Storia dell'ambiente europeo, cit., p. 134
9Cfr S. P. Hays, Beauty, Health, and Permanence: Environmental Politics in the United States 1955–1985, Press Syndacate of the university of Cambridge, Cambridge, 1987
10Il rapporto tra fattori socio-economici, demografici e le convinzoni politiche da un lato e attenzione all'ambiente dall'altro fu al centro di un vivace e ancora attuale dibattito interno sia alla sociologia sia alla storiografia, sollevatosi durante gli anni Ottanta. Alcuni contributi in ordine di tempo: V. Buttel-W.L. Flinn, The politic of environmental concerns. The Impacts of Party Identification and Political Ideology on Environmental Attitudes, Environment and Behavior, Vol. 10, n. 1, Thousand Oaks, CA, 1978, pp. 17-36; Id., Social Class and Mass Environmental Beliefs: A Reconsideration, Environment and Behavior, Vol. 10, n. 3, Thousand Oaks, CA, 1978, pp. 433-450; D. M. Samdahl-R. Robertson, Social Determinants of Environmental Concern: Specification and Test of the Model, Environment and Behavior, Vol. 21, n. 1, Thousand Oaks, CA, 1989, pp. 57-81; D. E. Taylor, Blacks and the Environment: Toward an Explanation of the Concern and Action Gap between Blacks and Whites, Environment and Behavior, Vol. 21, n. 2, Thousand Oaks, CA, 1989, pp. 175-205
11Secondo O'Riordan il rapporto tra la politica pubblica federale e l'ambiente ha conosciuto prima degli anni Sessanta due principali fasi evolutive: la prima ebbe luogo tra il 1890 e il 1920 e fu caratterizzata dalla politica progressista di Theodor Roosvelt in cui il conservazionismo venne articolato in funzione dello sviluppo economico; la seconda, tra il 1933 e il 1943, fu dominata dalla figura di Frenklin D. Roosvelt, interessato alla grandi opere pubbliche ma anche alla difesa della natura incontaminata e dell'erosione dei suoli. Vedi: T. O'Riordan, The Third american conservation movement: New Implication for public policy, Journal of American Studies, Vol 5, n.2, Cambridge University press, 1971, 155-171.
12T. Robertson, Total War and the Total Environment: Fairfield Osborn, William Vogt, and the Birth of Global Ecology, Environmental History 17 (April 2012): 336–364.
13Ivi cit., pp. 349-351
14C. Capineri, Geografia verde: linguaggi, misure e rappresentazioni, Franco Angeli, Milano, 2009, p. 53
15A. Rome, “Give Earth a Chance”: The Environmental Movement and the Sixties, Journal of American History, Vol. 90, n.2, Oxford University Press, Oxford, pp. 525-554
16Ivi cit., pp. 527-534
17G. Nebbia, Breve storia della contestazione ecologica, Quaderni di storia ecologica, n. 4, Milano, pp. 62-65
18T. Robertson, Total War and the Total Environment: Fairfield Osborn, William Vogt, and the Birth of Global Ecology, cit., pp. 342-345
19C. Capineri, Geografia verde, cit., p. 64; D. Worster, Storia delle idee ecologiche, cit., pp. 434-437
20P. Acot. Storia dell'ecologia, Lucarini editore, Roma, 1989, pp. 203-205
21D. Peterson del Mar, Environmentalism, Parson, Edimburgo, 2006, p. 123
22Cfr. P. Bevilacqua, Tra natura e storia, Ambiente, economie risorse in Italia, Donzelli, 1996; Id., Demetra e Clio, cit.
23L. Piccioni-G. Nebbia, I limiti dello sviluppo in Italia. Cronache di un dibattito 1971-1974, I quaderni di Altronovecento, No 1 Rivista online, Novembre, 2011, p. 16 [http://www.fondazionemicheletti.it/altronovecento/allegati/6677_2012.3.20_Altro900_Quaderno_1.pdf] consul il 22 maggio 2015]
24Ivi cit., pp. 24-36
25R. Delort-F. Walter, Storia dell'ambiente europeo, cit., p. 132 
26P. Bevilacqua, Demetra e Clio, cit., p. 68

Prima parte: Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno: tra società, cultura e scienza
Seconda parte. I proto-ambientalisti: conservazionismo sulle due sponde dell'Atlantico. Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno.  

Mirko Bueti 
Dottore in Documentazione e Ricerca storica, laureato all’Università degli Studi di Siena. E' studioso della storia del movimento ambientale. 

1 commento:

  1. Antonio Saltini26 dicembre 2017 11:54

    Inveire contro Malthus (senza averlo mai letto) è espressione emblematica della trionfante cultura qualunquista, che pretende di giudicare senza alcun impegno a conoscere (impegno faticoso, che impone di rinunciare, magari, alla trasmissione tivù scintillante di lustrini. Giudicare? Un termine sproporzionato. Piuttosto professare la tranquillizzante sicumera che tutto finirà bene (alla napoletana "io speriamo che me la cavo".
    Dichiaro l'apprezzamento per le riflessioni di Bueti per il rilievo che attribuisce ai due studi del Club di Roma, che l'intera classe politica italiota ha ignorato, che molte delle classi politiche europee non hanno mai considerato. Prevedeva i primi segni della penuria all'inizio del millennio, che è stato segnato da una crisi economica priva di precedenti. Se l'alimentazione è il più primordiale dei bisogni umani, si può dichiarare che da anni i rapporti Fao falsificano il dato delle produzioni cerealicole asiatiche: prendete, sui rapporti Fao, le produzioni di tutti i paesi del Continente, fate la somma, otterrete un risultato inferiore a quello scritto, a fine colonna, dalla Fao: la differenza è perfettamente equivalente all'intera produzione canadese. Importazioni che le grandi potenze asiatiche non vogliono, palesemente, registrare.
    Chi comanda, attualmente, alla Fao? Le grandi potenze emergenti, per le quali riconoscere, al proprio interno, sacche di fame costituirebbe un disonore irreparabile. Chi ne scrive i rapporti? Diplomatici di paesi asiatici dove il primo dovere dell'aristocratico che intenda essere ministro del califfo consiste nel saper mentire, in modo assolutamente convincente, secondo i desiderata del padrone. Se il padrone lo ritenga opportuno pronto a ricevere solennemente maghi e streghe del biodinamico, del bramanesimo della Shiva, dei cento sodalizi "bio", privi di qualunque cognizione scientifica comune, perfettamente d'accordo che si debba tornare alle sementi ante Rivoluzione verde, che producono meno della metà di quelle attuali, che, quindi, supponendo che tutti gli abitanti del pianeta fruiscano del cibo necessario (ma tutti ripetono che un miliardo non dispone delle calorie indispensabili), dovrebbero dimezzare.

    C'è chi, ostinatamente, rifiuta di parlare di popolazione e risorse: ci pensano Vandana, i discepoli del satanista Steiner, le cento tribù "bio": dimezzando la produzione di alimenti, metà della popolazione planetaria dovrà togliere il disturbo, Non sarà necessaria nessun confronto politico né lo saranno decisioni draconiane: toglieranno, silenziosamente, il disturbo. Congratulazioni a Mirko Bueti per aver ricordato un documento che si dirige alla celebrazione del cinquantesimo anniversario, che ha proposto più di un indizio di veridicità, esorcizzato dalla connivenza della classe politica internazionale, sostenuta, per ragioni non incomprensibili, da scienziati o sedicenti tali dell'intero pianeta.

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