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giovedì 21 dicembre 2017

"Un lontano giorno d’Inverno”

di Alberto Guidorzi  

 


Un plumbeo manto di fitta nebbia avvolge la campagna, ormai è sera e solo qualche rumore indistinto arriva da lontano; la frugale cena costituita da un umido di patate e regalie di pollo è presto finita. Dalle case del vicinato escono, avvolti nei loro scialli e tabarri, donne e uomini che a passo svelto si dirigono nella vicina stalla. Lo scalpiccio dei loro zoccoli di legno rimbomba nell’aria ovattata dalla nebbia. Portano con se una sedia grossolanamente impagliata.
In stalla qualche avventore ha già occupato l’abituale posto: le donne addossate in circolo alla fioca luce dell’unica lampadina e gli uomini seduti sui sedili di paglia. L’odore è quello di sempre: d’escrementi animali e di marciume, l’aria è pregna di vapori ammoniacali; grossi goccioloni cadono di tanto in tanto dal soffitto a volta e dove la grande umidità dell’aria si condensa in acqua. I bambini della corte sono a letto, mentre quelli più grandicelli, ormai stanchi e assonnati, posano la testa in grembo alla nonna che fila o sferruzza.
Il cerchio delle donne si è completato; il tintinnio dei ferri del lavoro a maglia si mescola con il fruscio degli arcolai, con il parlottare sommesso e con il masticare lento degli animali in ruminazione. Gli uomini, presi dal torpore favorito dal tepore dell’ambiente, si sono distesi sulla paglia odorante di muffa e sonnecchiano.
Il filò continua per buona parte della serata, immutato nei gesti e nei comportamenti. Esso giunge al termine quando ormai il sonno prende anche gli ultimi partecipanti, è allora che frettolosamente tutti lasciano la stalla. A passo svelto per il freddo intenso sciamano in varie direzioni, all’uscita si odono tanti “ brrrr….” e si affretta il passo per raggiungere le rispettive case, assaporando già il caldo avvolgente del letto riscaldato dal prete con la padella e le braci. La nebbia si è diradata, spazzata via dal vento di burrasca che s’è alzato. La notte concilia un sonno profondo, mentre fuori le folate di vento cominciano a sibilare tra le imposte malferme e piene di fessure. La mamma cava le braci ed il prete dal letto, vi depone il figlio addormentato, lo sorregge con amore, lo sveste con gesti rapidi e lo introduce nel tepore che induce alla consapevolezza di tanta protezione premurosa.
Al risveglio un po’ tardivo del mattino, la stanza mostra una luminosità insolita. Il più coraggioso dei fratelli esce scalzo dal letto caldo ed accogliente, corre alla finestra, guarda attraverso vetri nei pochi spazi lasciati liberi dagli arabeschi di ghiaccio, e grida: “c’è la neve!”. Di corsa e con tanti brividi in corpo ritorna nel calduccio della cuccia del letto prima abbandonata. La vestizione avviene al riparo delle coperte: prima una serie di maglie di lana, poi i pantaloni corti al ginocchio infilati sotto le coperte ed infine le calze di lana bicolori.
Una precipitosa discesa in cucina ha come meta la sedia accanto alla stufa ormai da tempo accesa. La ciotola del latte caldo e un pezzo di pane sono già sulla tavola, la zuppa è presto fatta e la si mangia di fronte alla finestra per osservare la neve cadere nel cortile ormai imbiancato. I passeri muti scendono dai rami, affondano le loro zampette nella neve sottostante per beccare il qualche filo d’erba non ancora ricoperto e risalgono sugli alberi. Nella neve le uniche orme fresche sono quelle dei gatti e dei cani; altre, umane, sono ormai ricoperte per metà: le aveva fatte la mamma per rifornirsi di legna ed il bovaro che ormai sta ultimando il lavoro di stalla.
Berretti, sciarpe e scarpe sono già pronti sulla sedia vicino alla stufa, la corte innevata attende, unitamente a frotte d’altri compagni di gioco. Il primo grido emesso sorprende: esso rimbomba e rimanda l’eco, intanto, però, le mani hanno già modellato una palla di neve da lanciare contro il compagno vicino, che di rimando ti colpisce alla schiena con un’altra. Le mani nude intirizziscono rapidamente ed i geloni già presenti sulle dita divengono lividi. Si succhia una palla di neve più per assaporare l’atmosfera che per dissetarsi. E’ giunto il tempo di andarsi a riscaldare in stalla. L’idea d’assaggiare la neve nel bicchiere mescolata con vino cotto si fa strada nella mente e la nonna premurosa esaudisce il desiderio. La mattina trascorre tra uscite e rientri in stalla, con buona pace di chi è intento a pulire i pali dalla scorza o a confezionare granate di sanguinella. In corte dagli spalatori stanno tracciando sentieri liberi da neve che conducono nei vari punti della spaziosa aia. Tutti imprecano e lanciano minacce all’indirizzo delle frotte vocianti di ragazzini che corrono intralciando il loro lavoro.
Il turno di scuola è pomeridiano e quindi troppo presto si è richiamati in casa per gustare una minestra calda, un po’ di pane, un pezzo di salsiccia ed un frutto. Ormai, in lontananza, s’ode il vociare e lo scalpiccio della comitiva di ragazzi che a piedi si reca a scuola; è il tempo di aggregarsi a loro. A scuola le ore trascorrono lente e la finestra attira l’attenzione più di qualsiasi racconto epico della maestra. Finalmente la campanella suona e come mandrie di vitelli incuranti degli ostacoli si esce dalle aule, si percorre il corridoio e s’imbocca la strada di casa.
Durante tutto il tempo della scuola, la neve è continuata a cadere ed il ritorno a casa, senza l’assillo dell’orario, permette di godersi l’abbondante nevicata. Le urla e gli strilli si espandono ben distinti per la risonanza creata dalla neve. La strada è ormai stata battuta dai carretti e nei punti di passaggio delle ruote la neve ha formato uno strato compatto e lucido. La voglia di tentare una scivolata è grande, si prova: la cosa riesce bene per un buon tratto. Il percorso di ritorno diviene allora una rincorsa ed una scivolata… una rincorsa ed una scivolata…. I chiodi sotto gli scarponi o gli zoccoli diminuiscono l’attrito.
Giunti a casa ci si sveste in fretta e si butta il tutto sulla sedia; si vorrebbe approfittare della poca luce rimasta per un’altra giocata, ma ecco giungere distinto l’alt della mamma che dice: “presto verrà il buio, fai i compiti subito così domani mattina sei libero di giocare”. Di malavoglia ci si siede al tavolo si prendono i quaderni, si svita la boccetta dell’inchiostro e si sfila il porta-pennino dall’astuccio. “Tre per sette” era fino a poco tempo prima ben memorizzato, mentre ora è divenuto un quesito al quale si stenta a rispondere; la testa è con i compagni che hanno fatto il turno di scuola del mattino e che liberi giocano sull’aia.
E’ presto sera, la lampadina che illumina a malapena la superficie del tavolo fa aguzzare gli occhi sul libro sussidiario, presto, però bisogna liberare il tavolo, è tempo di apparecchiare perché la cena è pronta sulla piastra incandescente della stufa, dove sono allineate numerose fette di polenta arrostita. Un’altra serata in stalla ci aspetta e qualche altra storia fantasiosa forse ci sarà raccontata. Essa, assieme alla stanchezza dell’intensa giornata di giochi, concilia il nostro sonno, rannicchiati sulla balla di paglia dove la mamma temporaneamente ci ha depositati.

……….
Da: “Le tradizioni del calendario contadino” – autore Alberto Guidorzi – Ed. Sometti (MN) 

Già pubblicati:  
1-Nella stanza le stagioni:bambini, giochi e agricoltura - Un lontano giorno di Primavera 
2-Un lontano giorno d’Estate

3-Un lontano giorno d’Autunno  


Alberto Guidorzi   
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




2 commenti:

  1. Ho letto tutte le " stagioni", veramente bellissimi racconti. Giuseppe

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  2. Alberto Guidorzi28 dicembre 2017 13:39

    Giuseppe sono ricordi che gratificano per il rimando a un tempo che fu. Ma che non ho mai dimenticato essere state stagioni grame, cioè non mi sono fatto deviare dal ricordo e ciò mi ha permesso di vedere con occhi pragmatici anche il progresso.

    RispondiElimina

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