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mercoledì 31 gennaio 2018

(Prima menzogna) Le 15 menzogne del biologico. Un’analisi agronomica


di ALBERTO  GUIDORZI e LUIGI MARIANI 

 


Non passa giorno che i media non imputino ai residui di fitofarmaci le malattie più disparate. Colpa del glyphosate sarebbero l’autismo, la sindrome dell’intestino permeabile, l’obesità, la celiachia, il cancro….e tutto perché troviamo 7 parti per miliardo di glyphosate nel pane (che, tanto per avere un ordine di grandezza equivalgono a quel che sono 7 secondi su 250 anni!).
E’ la soluzione al supposto problema starebbe nel “Mangiare prodotti biologici”, come dicono le lobby del bio-business, molte fondazioni, le ONG e una pletora di guru degli strumenti di marketing, impegnati a inventare nuovi metodi per fare molta cresta su prodotti che non pagano a sufficienza i produttori raddoppiandone e triplicandone il prezzo di mercato.
Vedremo qui di analizzare alcuni dei luoghi comuni che vengono sparsi a piene mani nella collettività facendo leva sulle paure (morte, malattie,ecc.) e sugli odi (odio per la tecnologia perché impedirebbe il ritorno ad una vita paradisiaca condotta in sintonia con i ritmi della natura) che in essa covano da millenni.

Menzogna n. 1

Gli agricoltori convenzionali non rispettano il terreno e le colture mentre gli agricoltori bio lo fanno.
L’ideologia del “mancato rispetto del terreno da parte dell’agricoltura tecnologica” trova la sua sintesi nelle affermazioni di Carlo Petrini secondo cui i concimi di sintesi avvelenano il terreno e lo rendono sterile, affermazioni che per la loro bestialità ci spingono a domandarci come abbia potuto l’Università di Palermo insignire un simile soggetto di una laurea honoris causa in scienze agrarie che è motivo di disonore per tutti gli agronomi. Infatti se i concimi di sintesi rendessero il terreno sterile come potrebbe spiegarsi il fatto che la produzione italiana media per ettaro di mais è oggi di 90 q per ettaro (dato del 2009) contro i 14 q che si ottenevano nel 1921 e cioè prima dell’avvento dei concimi di sintesi stessi?
Chi fa agricoltura per campare dev’essere professionale e quindi sa bene che il terreno agrario non è nato com’è ora, ma si è formato perché l’uomo agricoltore ne ha avuto cura e rispetto nei secoli, a partire da quando l’agricoltura è giunta in Italia 6 millenni orsono. D’altronde è insito nell’esperienza atavica che un terreno argilloso troppo ricco d’acqua ove calpestato diventa improduttivo per alcuni anni. Gli agricoltori di pianura conoscono poco il fenomeno dell’erosione in quanto i loro terreni sono profondi, ma nelle zone montane sono molti più i terreni di ridotto spessore, che per effetto dell’erosione idrica o eolica sono soggetti alla perdita dello strato superficiale di terreno agrario fertile. Ebbene in questi casi la non lavorazione, il non rivoltamento e la copertura erbacea del suolo anche durante la cattiva stagione sono obbligatorie per rispettare del terreno. Solo che ciò è diventato possibile proprio grazie all’uso di diserbanti totali. Quindi dato che nel biologico non si possono usare, l’unica soluzione che rimane è quella di distruggere le erbe infestanti infossandole con l’aratro o rimuovendole assieme al terreno con sarchiatrici, ma ciò è proprio l’esatto contrario del rispetto del terreno coltivabile, in quanto così facendo si perde umidità e sostanza organica; inoltre l’azione diserbante non è completa (e tantomeno lo è se si usa il pirodiserbo) e si favorisce la diffusione delle malerbe rizomatose o stolonifere, frammentandone i fusti.
Inoltre in annate piovose il rischio di non poter intervenire in modo tempestivo o di danneggiare la struttura del terreno intervenendo su terreni troppo bagnati è elevatissimo (si veda il caso del mais, in cui la sarchiatura è possibile solo fra 4 e 9 foglie (in un arco di tempo di 10-15 giorni) e se non si interviene le coltivazioni vengono “sommerse” dalle malerbe con conseguente crollo delle produzioni per la competizione che le malerbe esercitano per luce, acqua nutrienti.
Circa poi l’idea secondo cui gli agricoltori convenzionali non rispetterebbero le colture, essa trova una sintesi ideale nell’affermazione della signora Maria Giulia Crespi secondo cui “le piante coltivate con metodo biodinamico sono più contente”.
A fronte di tali gratuite affermazioni quel che diciamo noi è che rispettare le colture significa anzitutto evitare di affamarle lesinando in concimi o di “farle ammalare” non difendendole da malerbe, insetti e crittogame. Tale comportamento è controproducente non solo perché la produzione si riduce in modo sensibilissimo ma anche perché piante coltivate in condizioni di stress ci ripagano con un maggiore ricchezza in fattori antinutrizionali o in sostanze tossiche e cancerogene sviluppate allo scopo di combattere i loro nemici (tema di cui tratteremo in una successiva puntata di questo post).
In sintesi a nostro avviso è proprio un’agricoltura aperta all’innovazione tecnologica e che sfrutti al meglio le innovazioni nel settori della genetica e delle tecniche colturali (l’esatto contrario del credo Bio) a garantirci quel rispetto per il terreno e le colture che consente al buon imprenditore agricolo di massimizzare in quantità è qualità la propria produzione. 



Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




   Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

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