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giovedì 4 gennaio 2018

Tra ecologia e nuovi movimenti sociali: nasce l'ambientalismo. Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno. Quarta Parte


di Mirko Bueti

ARCTIC SUNRISE, una delle 6 navi della Flotta Greenpeace
 
Nel giro di pochi anni dunque si giunse a definire un quadro dei problemi mondiali che, oltre all'inquinamento, conteneva il sovrappopolamento, i consumi eccessivi e l’esaurimento delle risorse: divenne chiaro che la questione della crisi ambientale fosse strettamente connessa non solo alla nocività di specifiche attività economiche, ma all’insieme dei valori e delle aspirazioni associati all'emergere della classe media, dedita alla tecnologia, alla produzione e ai consum
i illimitati, all’auto-miglioramento materiale e all’individualismo¹.
All'interno di un processo di reciproca contaminazione con gli sviluppi scientifici dell'ecologia e con la corrente della controcultura mirante al rovesciamento della società borghese, il movimento ambientale uscì dai ristretti orizzonti delle istanze conservazioniste per divenire una nuova forma di sentire civile di massa, dalla quale scaturirono inediti modelli di organizzazione della società militante². In questo quadro si colloca la nascita dell'ambientalismo, inteso come un'inedita tipologia di impegno pubblico, di militanza sociale che non si identifica tout court con il movimento ambientale, ma ne costituisce « the most strongly committed and concerned position in a more comprehencive environmental movement »³. Emersa nel quadro delle problematiche ecologiche e culturali tracciato in precedenza, questa specifica “posizione” assunse le peculiari e innovative pratiche di mobilitazione scaturite dai movimenti contestatari del Sessantotto, nei quali l'analisi sociologica ha individuato la genesi dei cosiddetti dei Nuovi Movimenti Sociali”⁴. Contraddistinto da una forte carica culturale, l'attivismo dei nuovi movimenti sfuggiva alle tradizionali logiche di partecipazione basate su divisioni di classe o su appartenenze politiche, esprimendosi attraverso una estrema varietà di network, gruppi e organizzazioni informali nate dal basso per sostenere battaglie specifiche durante un periodo circoscritto⁵.
Sebbene dal punto di vista sociologico il dibattito sui nuovi movimenti sociali sia ancora molto vivace, storicamente questi nuovi soggetti segnarono un momento di grande cambiamento nelle dinamiche interne alle comunità nazionali. Le forme di azioni dirette come manifestazioni, marce e raduni aprirono spazi politici affatto nuovi, separati dalle forme politiche istituzionalizzate quali gruppi di lobbying, partiti e tutto il sistema amministrativo e parlamentare: « It was within these non-institutional, more informal realms of society and its politics that environmental movements emerged»⁶. I nuovi movimenti sociali dunque ampliarono in modo significativo i confini della sfera pubblica, ritagliando un terreno specifico dove attuare una nuova forma politica, quella di “tutti i giorni”, nel quale le battaglie non miravano a conquistare nicchie di potere, ma acquisire in modo autonomo la responsibilità di governo di alcuni settori della società: « perhaps for the first time since its inception, the modern state may be in the process of losing its exclusive claim to the governance of society »⁷ .
Questo nuovo impegno pubblico a favore dell'ambiente si manifestò attraverso una vasta eterogeneità di esperienze, di modalità di azione e di obiettivi perseguiti, le cui peculiarità e diversità sono state attribuite alle specificità dei contesti istituzionali e statali entro i quali agirono i movimenti nazionali: più in generale si trattava di contestazioni ecologiche che nascevano laddove la violazione degli equilibri ecologici e il degrado dell'ambiente di vita erano percepite come forme di violenza e di violazione dei diritti individuali e collettivi⁸. Un ruolo assai rilevante fu svolto dalla significativa crescita di organizzazioni non governative quali Wwf (Ginevra 1961), Friends of Earth (San Francisco 1969) e GreenPeace (Vancouer 1971), grazie alle quali l'impegno associativo si spostò stabilmente su un piano internazionale e venne attuato con forme di mobilitazione di massa, di raccolta fondi e di azione affatto innovative⁹.
Durante gli anni Settanta numerosi movimenti ambientalisti proliferarono in gran parte dei paesi dell'Occidente, ma non risparmiarono neppure gli stati del cosiddetto “terzo mondo”¹º. All'interno di questi ultimi le lotte assunsero una caratterizzazione post-colonialista, incentrata sui diritti di accesso alle risorse necessarie alla sopravvivenza per le comunità locali e su rivendicazioni di equità nella redistribuzione della ricchezza¹¹. Nel mondo avanzato le istanze ambientaliste si riferirono a una serie di valori ricondicibili all'emergere di problematiche post-materialiste e post-industrialiste, che interessarono da un lato i significati ascetici della natura, i diritti dei non umani, la spiritualità e dall'altro i costi sociali e psicologici associati al dominio della natura della società industriale¹².
Gli esiti di questa ondata di mobilitazioni sono molto spesso identificati con lo sviluppo nei maggiori paesi industrializzati di politiche nazionali a tutela dell'ambiente, il cui impatto può essere compreso dal seguente dato: tra il 1961 e il 1965 nei paesi aderenti alla OCSE furono approvati 10 provvedimenti legislativi, nel quinquennio successivo 18 mentre tra il 1971 e il 1975 ben 31. Si trattava prevalentemente di normative settoriali volte a diminuire l'impatto della pressione antropica su singole risorse naturali, quali a esempio l'acqua, l'aria, il suolo¹³.
Al di là delle questioni specifiche che animarono le contestazioni entro i confini nazionali, la penetrazione delle moderne problematiche ambientali nel terreno della sfera pubblica animato dal basso portò a identificare la crisi ecologica con una crisi propriamente culturale e un tempo politica, segnata dal ripensamento dei concetti riferiti ai bisogni umani, alla tecnologia e all'ideale di emancipazione umana basata sul progresso materiale e dalla richiesta di partecipazione alle decisioni di interesse pubblico legate a una maggiore equità nella distribuzione dei beni e dei guasti ambientali¹⁴.
Una forte spinta in questa direzione venne dallo sviluppo dell'ecologia politica, un movimento eterogeneo nato nella seconda metà degli anni Settanta che, ravvisando nel sistema capitalistico la causa fondamentale della crisi ecologica, aspirava a una radicale riorganizzazione della società su basi libertarie, anti-consumiste, anti-tecniciste e post-moderne¹⁵. Non meno rilevante fu l'elaborazione di nuove teorie economiche che, sulla base dei principi della termodinamica, misero in discussione le acquisizioni essenziali della dominante scuola neo-classica, quali a esempio quelle di homo oeconomicus e di crescita illimitata, proponendo un nuovo modello basato sul concetto di economia stazionaria, che troverà una formale definizione negli anni Novanta con la fondazione della Ecological Economics¹⁶.
La diffusione della domanda ambientalista arrivò a contaminare anche le forme istituzionalizzate della politica, con la creazione dei cosiddetti “partiti verdi” in varie realtà nazionali¹⁷. Sebbene alcuni tentativi fossero stati effettuati all'inizio degli anni Settanta, è nel decennio successivo che diventano una stabile forza politica capace di conseguire importanti risultati elettorali e di svolgere una sempre crescente azione parlamentare volta a difendere il territorio, a contrastare i danni ambientali dello sviluppo economico e a un tempo battersi per i valori della democrazia partecipativa, del pacifismo e della giustizia sociale¹⁸.
In questo processo di diffusione e affermazione delle istanze ambientali la pubblicazione nel 1987 del Rapporto della commisione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo presieduta dalla norvegese Brundtland sul concetto di “sviluppo sostenibile” avviò una nuova fase in cui l'ambiente entrava ufficialmente tra le priorità dell'agenda politica internazionale, espressa dalle Nazioni Unite¹⁹. Si trattava di ricalibrare il sistema economico-sociale sulle capacità di sostegno della terra, perseguendo quindi l‘obiettivo di sviluppare pratiche che non compromettessero nel tempo lo stato di equilibrio dell’ambiente²⁰. Il rapporto Brundtland costituì l'inizio di un tentativo di governance mondiale dei problemi ambientali, seguito nel 1992 dalla seconda Conferenza mondiale sull'ambiente di Rio de Janeiro. Da quel momento vennero ratificati numerosi accordi internazionali che valsero il superamento di problemi ambientali di più facile soluzione, come la decontaminazione delle acque reflue, la riduzione del biossido di zolfo o la cessazione dell'utilizzo della benzina additiva di zolfo. Altri problemi ben più importanti e più gravi sono tuttavia rimasti ai margini della contrattazione internazionale e della collaborazione politica, come il riscaldamento globale, la crisi idrica e i conflitti per le risorse²¹. 


¹D. Worster, Storia delle idee ecologiche, cit., pp. 435-436
²P. Bevilacqua, Demetra e Clio, cit., p. 81
³P. Rawcliffe, Environmental pressure group in transiction, Manchester University press, Manchester, 1998, p.14
⁴Cfr. A. Melucci, L’invenzione del presente: movimenti sociali nelle società complesse, Il mulino, Bologna, 1991;
⁴D. della Porta-M. Diani, Social movements: an introduction, Blackwell publishing, Malden, 2006
⁵D. della Porta-M. Diani, Social movements: an introduction, pp. 115-119
⁶T. Doyle-D. McEachern, Environment and Politics, Routledge, New York, 2008, p. 84
⁷J.Drizke, D. Downs, D. Schlosberg e H. K. Hernes, Green States and Social Moviment, 

cit., p. 4
⁸G. Nebbia, Breve storia della contestazione ecologica, cit., p. 20
⁹F. Paolini, Breve storia dell'ambiente del Novecento, cit., p. 94
¹⁰D. Peterson del Mar, Environmentalism, Parson, Edimburgo, 2006, p. 114-116
¹¹T. Doyle, Environmental Movements in Majority and Minority World, cit., pp. 161-164
¹²Ivi cit., pp. 166-170
¹³F. Paolini
, Breve storia dell'ambiente del Novecento, cit., p. 105
¹⁴R. Eckersley, Environmentalism and Political Theory. Toward an Ecocentric Approach, UCL Press Limited, Londra, pp. 57-59
¹⁵M. Diani, Green Networks. A structural analisys of the italian environmental movement, Edinburgh University Press, Edimburgo, 1995, p. 31
¹⁶I. Ropke, The early history of modern ecological economics, Ecological Economics 50 (2004) 293–314; id, Trends in the development of ecological economics from the late 1980s to the early 2000s, Ecological Economics, 55 (2005) 262 – 290
¹⁷B. Doherty, Ideas and Actions in the Green Movement, Routledge, Londra, 2001, pp. 91-120
¹⁸B. Doherty-M. De Geus, Democracy and Green Political Thought. Sustainability, rights and citizenship, Routledge, Londra, 1996
¹⁹C. Saragosa, L’insediamento umano. Ecologia e sostenibilità, Donzelli editore, Roma, 2005, p. 66-67
²ºE.Tiezzi, Che cos’è lo sviluppo sostenibile?, Donzelli editore, Roma, 1999, p. 30
²¹Per un'approfondita analisi della nascita e dell'evoluzione del concetto di “sviluppo sostenibile” cfr. F. Strati (a cura di), Sviluppo regionale sostenibile. Un approccio integrato, consultabile all'indirizzo: http://www.srseuropa.eu/publications/1999-svil-sost.pdf, [consul. Il 27/06/2012] 


Prima parte: Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno: tra società, cultura e scienza
Seconda parte; I proto-ambientalisti: conservazionismo sulle due sponde dell'Atlantico. Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno.  
Terza parte: L'era dell'ecologia. Il movimento ambientale dalle origini all'ecologismo moderno.



Mirko Bueti 
Dottore in Documentazione e Ricerca storica, laureato all’Università degli Studi di Siena. E' studioso della storia del movimento ambientale. 


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