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mercoledì 28 marzo 2018

MENZOGNE DEL BIOLOGICO. UN' ANALISI AGRONOMICA - SECONDA PARTE

ALBERTO GUIDORZI e LUIGI MARIANI

 Menzogna 1

 
Rappresentazione della Mandragora da Tacuinum Sanitatis, la peculiare biforcazione della radice insieme alle proprietà anestetiche della pianta hanno contribuito a far attribuire alla mandragora poteri sovrannaturali in molte tradizioni popolari.
Menzogna n. 2: la natura produce sostanze buone per l’uomo mentre le sostanze di sintesi sono “cattive”
I peggiori veleni esistenti in natura sono presenti nelle piante. Si pensi ad esempio ai terribili veleni presenti in Conium maculatum, in Scilla maritima o in Atropa belladonna. O tutti gli antinutrizionali presenti nella fabacee e nelle apiacee di cui l’uomo ha dovuto disfarsi per poterle mangiare.
Questi veleni, a cui afferisono sostanze che la scienza della nutrizione decanta come sostanze salutari (es. polifenoli, antiossidanti), sono sintetizzati dalle piante da milioni di anni per colpire i loro nemici mortali e cioè gli animali erbivori e fra questi l’uomo. E’ interessante a questo riguardo notare che le sostane velenose prodotte dai vegetali, a differenza dei fitofarmaci sintetizzati dall’uomo e che sono fatti apposta per colpire o le catene metaboliche dei vegetali, o il modo di nutrirsi degli insetti e dosati un funzione del loro peso corporeo, infinitesimo rispetto all’uomo, non fanno nessuna distinzione tra esseri viventi; sono tutti considerati “nemici da combattere, Secondo Bruce Ames (classe 1928 - professore emerito di Biologia e biochimica all’università della California Berkeley - qui) ogni pianta produce alcune dozzine di tossine, alcune delle quali (con una dose abbastanza alta) sarebbero tossiche per gli esseri umani. Il cavolo produce almeno 49 fitofarmaci noti. Data l'ubiquità dei fitofarmaci naturali, Ames stima che "gli americani mangino circa 1,5 g di fitofarmaci naturali per persona al giorno, che è circa 10.000 volte più di quanto ingeriscono in fatto di residui di fitofarmaci sintetici" (Ames, 1990).
Inoltre, Ames stima che consumiamo ogni giorno da 5.000 a 10.000 diversi pesticidi naturali, molti dei quali causano il cancro quando vengono testati in animali da laboratorio. Ma lasciamo parlare Ames: "agenti che risultano cancerogeni su roditodori sono presenti nei seguenti alimenti: anice, mela, albicocca, banana, basilico, broccoli, cavolini di Bruxelles, cavoli, melone, carvi, carote, cavolfiori, sedano, ciliegie, cannella, chiodi di garofano, cacao, caffè, cavolo, erba aromatica, ribes, aneto, melanzana, indivia, finocchio, succo di pompelmo, uva, guava, miele, melone, rafano, cavoli, lenticchie, lattuga, mango, funghi, senape, noce moscata, succo d'arancia, prezzemolo, pastinaca, pesca, pera, piselli, pepe nero, ananas, prugna, patate, ravanelli, lamponi, rosmarino, semi di sesamo, dragoncello, tè, pomodoro e rapa. E’ probabile che quasi ogni frutto e verdura contenga pesticidi vegetali naturali che sono cancerogeni per i roditori. ( nota: i topi, non potendo evidentemente cuocere i fagioli, non si azzardano ad addentare fagioli crudi, appunto per i contenuti in antinutrizionali e antitripsici qui contenuti) I livelli di queste sostanze cancerogene naturali sono comunemente migliaia di volte superiori ai livelli dei pesticidi sintetici."
Una sintesi “operativa” di tali concetti è stata di recente fatta da Alex Berezow (2017): “Cucini il tuo cibo? Questo produce anche tossine che causano il cancro. Ti piace il caffè? È una tazza bollente di agenti cancerogeni per i roditori.(nota: nel caffè tostato vi sono circa 3000 sostanze diverse, di cui solo 1000 sono state testate da un punto di vista tossiclogico). Occorre tener resente che per ogni terribile pesticida sintetico che l'uomo ha creato, Madre Natura ha creato qualcosa di peggio che probabilmente ognuno di noi mangia regolarmente. Tuttavia, se insisti ancora a eliminare tutti i pesticidi dalla tua dieta, c'è una cosa che puoi fare: smettere di mangiare”.
Nel suo lavoro Ames (voce Bruce Ames, Wikipedia, 2017; Ames e Gold, 2000) si è costantemente preoccupato del fatto che un'attenzione eccessiva per gli effetti sulla salute relativamente minori di tracce di agenti cancerogeni potesse allontanare le scarse risorse finanziarie per la ricerca sui rischi più concreti per la salute e causare confusione nell’opinione pubblica sull'importanza relativa dei diversi rischi, proprio quello che oggi sta accadendo in modo sempre più massiccio. In tal senso Ames si è sempre considerato uno dei principali "contrari all'isteria per le minuscole tracce di sostanze chimiche che possono o meno causare il cancro", ed ha dichiarato che "se si hanno migliaia di rischi ipotetici a cui si dovrebbe prestare attenzione, ciò distoglie l’attenzione dai principali rischi da cui ci si dovrebbe proteggere.”
Il problema sollevato da Ames lo viviamo tutti i giorni in agricoltura quando osserviamo che l’opinione pubblica viene ad arte spaventata per la concia delle sementi, che per difendere i semi delle piante coltivate usa 50 g di principio attivo per ettaro evitando così almeno uno o due irrorazioni a pieno campo con quantità di prodotto venti volte maggiori.
Ma gli agricoltori biologici non difendono i loro raccolti? Certo che lo fanno ed usano o hanno usato prodotti che è falso definire naturali mentre si tratta di prodotti di sintesi e non anodini.






Menzogna n. 3: gli agricoltori convenzionali sommergono di “pesticidi” il loro terreno e le loro coltivazioni.
Vi è una terminologia usata ad arte per impressionare il consumatore. I termini devono far paura ed impressionare negativamente, ecco che allora si usano termini come: contaminazione, tossico, veleno; vocaboli che vanno a formare frasi come queste: i terreni “rigurgitano di veleni” o “sono imbibiti di pesticidi”, quando invece occorre che si sappia che le quantità di principio attivo fitofarmaceutico sono un volume pari ad una lattina di coca cola diluito in 300/400 litri d’acqua e distribuiti su 10.000 mq. Oggigiorno per i prodotti fitofarmaceutici più evoluti si parla di quantità dell’ordine di qualche decina di grammi per ettaro.
Oggi poi le macchine irroratrici sono gestite da appositi software, agiscono ad altissima pressione (si chiamano atomizzatori) e possono distribuire con precisione piccolissime quantità di soluzione. Circa la tossicità su cui tanto si insiste si deve sapere che non esiste più nessun fitofarmaco acutamente tossico per l’uomo come lo erano quelli di 40 o 50 anni fa. Inoltre si parla di frutta e verdura “contaminata” quando invece si tratta di residui tutti ben al disotto del limite massimo per il quale la sostanza è ritenuta innocua, limite che è fissato in modo molto prudenziale (tramite analisi di laboratorio da cui si ricava la NOAEL (No Observed Adverse Effect Level) e cioè la dose che non provoca effetti avversi osservabili sugli animali sottoposti ai test di laboratorio. Dividendo poi la NOAEL per un fattore tra 100 e 1000 si ottiene la ADI e cioè la quantità di sostanza, espressa in mg per kg di peso corporeo, assumibile quotidianamente per l’intero arco di vita dell’individuo senza che si manifestino effetti tossici.
Si usa, al fine di terrorizzare, espressamente il vocabolo “pesticida” e non quello di fitofarmaco. Lo si è mutuato dall’inglese dove, però, ha un significato molto diverso da quello che il prefisso “pest” ha per noi. Infatti noi parliamo di pestilenza, ma nella lingua inglese si è ben lontani dall’evocare un’epidemia di peste con tale termine in quanto ”pest” sta per “parassita” (che in quanto distruttivo per i raccolti e dunque “pest” – dal latino pestis - viene combattuto con prodotti atti allo scopo e cioè i “pesticides”).
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Menzogna n. 4: gli organismi pubblici preposti alle autorizzazioni di messa in commercio dei fitofarmaci sono al soldo delle industrie chimiche e non li verificano in termini di sicurezza per l’uomo.
Evidentemente gli uomini di questi organismi sono dei professionisti e come tali nella loro attività possono avere collaborato con l’industria (non c’è università che non cerchi finanziamenti da industrie), ma ciò non vuol dire che non sia possibile verificare i dossier di approvazione che hanno firmato. No, questi lobbisti basta che trovino un piccolo accostamento, che li definiscono “pagati” senza verificare se la loro opera prestata nell’organismo di approvazione è stata condotta con onestà intellettuale e perizia scientifica. Il fatto poi che il prodotto sia valutato anche (ma non solo) sulla base di studi condotti dall’industria stessa non deve scandalizzare, perché partendo da dati non elaborati (che spesso sono il frutto di sperimentazioni decennali) e sempre possibile valutarli autonomamente e verificare la scientificità o meno dei risultati. Inoltre esiste sempre un post-controllo dopo la messa in commercio che verifica se nulla è sfuggito. La recente valutazione fatta sul rame usato anche in biologico e che ha portato provvisoriamente ad un solo anno di riomologazione dell’elemento è stata fatta unicamente sulla base di documenti dei produttori di prodotti cuprici.
Si vorrebbe che tutti i dossier fossero resi pubblici ma in certi studi vi sono parti sensibili in fatto di segreto industriale e che quindi non possono andare in mano alla concorrenza, rendendo lo studio non divulgabile, ma totalmente visibile agli organi addetti alle omologazioni in quanto si sono impegnati alla non divulgazione.
A Berlino è stata appena presentata la lista di 7000 sostanze usabili in biologico e compatibili con i dettami UE (Imageline, 2018). Ora questa miriade di prodotti per l'agricoltura biologica ben pochi sono sottoposti a indagini obbligatorie e a certificazioni, perciò è piuttosto difficile, se non impossibile, per gli agricoltori biologici sapere se un prodotto contiene solo sostanze autorizzate. Con questo sistema anche i residui non sono valutati.
Per i fitofarmaci dell’agricoltura convenzionale invece deve essere richiesta una “autorizzazione di messa in commercio” e ciò fa scattare automaticamente l’obbligo di una valutazione tossicologica (con fissazione dell’ADI), di impatto ambientale e un post-controllo dopo la messa in commercio. Ora il costo per far approvare una nuova molecola fitofarmaceutica, a causa di tutti gli studi e indagini che sono oggi richiesti, è diventato superiore a quanto si spende per la scoperta, lo sviluppo e l’omologazione di un tratto genetico OGM che tra il 2008 ed 2012 è stato di 136 milioni di $ (McDougall, 2011). Questi rincari potrebbero alla lunga privare gli agricoltori dei fitofarmaci necessari per difendere le colture da parassiti, patogeni e malerbe e ciò in quanto i prodotti “vecchi” finiscono via via fuori commercio sia perché i requisiti richiesti sono sempre più stringenti sia perché la selezione naturale produce inevitabilmente lo sviluppo di forme resistenti di parassiti/patogeni/malerbe.

Menzogna n.5: L’agricoltura biologica non usa pesticidi e se lo fa si tratta di prodotti a blando effetto o anodini o ancora di prodotti usati in piccole quantità
Si tratta di una menzogna su cui punta moltissimo il marketing dei produttori bio e delle catene di distribuzione di prodotti bio.
Per rendere palese la menzogna citeremo 13 prodotti usati nell’agricoltura biologica riferendone la DL50 (tossicità acuta) e cioè la dose che uccide il 50% degli animali di laboratorio che sono ad essa esposti, essa è espressa in mg per kg di peso vivo dell’individuo (si ricorda che più alto è il dato di DL50 e minore è la tossicità acuta) e useremo come termine di paragone il famigerato Glyphosate, la cui DL50 è superiore a 5000 mg/kg di peso vivo¹:
  • Boro: in biologico è usato come concime e presenta una DL50 di 560 mg/kg, ben 10 volte superiore al famigerato glyphosate
  • acido acetico è usato come diserbante in miscela con sale e sapone. Tale miscela ha una DL₅₀ compresa tra 3000 (sale) e 3350 (aceto) mg/kg, cioè un po’ meno del doppio del glyphosate in fatto di tossicità acuta 
  • solfato di rame: è un prodotto di sintesi (e dunque a rigor di logica non naturale) usato come fungicida. Ha una DL50 di 300 mg/kg ed è dunque 20 volte più tossico del glyphosate. A titolo di ulteriore esempio delle enormi contraddizioni su cui si sviluppa il settore del biologico si segnala che in biologico è bandito il fungicida mancozeb, che pure ha una DL50 di 11.200 mg/kg (esattamente la metà del glyphosate), e questo solo perché è un prodotto di sintesi. Si noti poi che sulle confezioni di poltiglia bordolese si legge “nociva se inalata, provoca gravi lesioni oculari, è molto tossica per lunga durata per gli organismi acquatici ”. Inoltre del rame non sono mai stati studiati gli effetti sulle api. Il rame poi è un metallo pesante che persiste nel suolo per tempi indefiniti e che valori nei suoli europei di 130-1280 mg/kg sono segnalati in bibliografia (Wightwick et al., 2008) con danni per l’ambiente e la biodiversità (Van Zwieten et al., 2007) 
  • Piretrine: sono usate come insetticidi in biologico. Si tratta di un vasto gruppo di molecole contenute in una specie di crisantemo e mai testate singolarmente sull’uomo. Esse hanno una DL₅₀ che va da 200 a 2600 mg/kg, ossia da il doppio a 30 volte maggiore del glyphosate. Vi è di più: le piretrine sono tossiche per le api e nel 1999 l’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (EPA) le ha dichiarate cancerogene. 
  • Acqua ossigenata: è usata come disinfettante generalizzato. Ha DL50 simile a quella del Glyphosate (5000 mg/kg). Le stesse guide pratiche per l’uso dicono che non si deve spargere in ambienti frequentati da insetti pronubi perché letale a concentrazioni elevate. Si noti che si tratta dello stesso problema attribuito agli insetticidi della classe dei neonicotinoidi, che gli agricoltori usano nella concia delle sementi non frequentate dalle api e che, una volta diffusesi nelle piante provenienti dalle sementi trattate, manifestano dosi diluite al punto da essere inoffensive. 
  • Polisolfuro di Calcio: altamente caustico e con DL50 di 820 mg/kg (qui). Anche questo è a rigore un prodotto di sintesi perché si fanno reagire gli acidi formati dallo zolfo con un ossido di Calcio; inoltre lo zolfo oggi usato proviene dalla desolforazione del petrolio e quindi come tale non naturale ma frutto di reazioni chimiche guidate dall’uomo. 
  • Rotenone: con DL50 di 132 mg/kg è un potente uccisore di api oltre che un perturbatore endocrino. Dato che in biologico non vengono testati i residui il consumatore è all’oscuro delle quantità ingerite. 
  • Solfato di nicotina: ha una tossicità per l’uomo elevatissima (DL50 è di 50 mg/kg) in quanto neurotossico. 
  • Azaridactina: insetticida dichiarato relativamente poco tossico per l’uomo (DL50 di 3450-5000 mg/kg e quindi tossica quanto o addirittura il doppio del gliphosate ) ma è tossica per molte forme di vita acquatica (Barnabò, 2017; Lencioni et al., 2016, Lencioni, 2017) e inoltre uno studio ha mostrato che sciroppi contaminati con azaridactina a livello di 10.87 microgrammi/ml di sciroppo provocano la morte di api adulte e più ancora le larve di operaie che non sopportano dosi di 100.13 nanogrammi/ml (Peng et al., 2000). Un altro studio parla di cancerogenicità ed un successivo di lesioni al fegato e ai polmoni nei ratti (Rosenkranz HS and Klopman G, 1995; Rahman MF and Siddiqui MK., 2004). 
  • Spinosad: insetticida relativamente poco tossico per l’uomo (DL50 di 2000-5000 g/kg) ma tossico per le api. Sulla confezione è scritto “altamente tossico per gli organismi acquatici con effetti di lunga durata.” 
  • Bromuro di metile: fumigante ammesso in biologico. E’ molto tossico per l’uomo presentando una DL50 di 214 mg/kg e inoltre necessita di specialisti per essere usato misture estemporanee incontrollate (qui) . 
  • Olio di citronella, olio di eucalipto ed estratti d’aglio. Delle prove in laboratorio nelle quali si sono alimentati degli insetti, comprese le api, con queste sostanze, la mortalità è risultata compresa fra il 42 e il 60%, valori simili a quelli ottenuti alimentando le api con soluzioni zuccherate contenenti neonicotinoidi; la differenza è che nel primo caso si continuano ad usare in biologico, mentre nel secondo caso pur sapendo che le prove non rispecchiavano le condizioni di campo sono stati sospesi tre neonicotinoidi per tre anni ed ora si parla di radiazione degli stessi. 
Sempre a proposito di rame ricordiamo che esiste una vasta bibliografia che ne attesta la tossicità ambientale. In particolare elevate concentrazioni di rame sono tossiche e possono causare ridotta attività biologica nei suoli con perdita di fertilità (Dumestre et al., 1999). I residui di rame riducono la biomassa microbica e le micorrize (Graham et al., 1986, Kong 1995, Liao et al., 2003), riducono l'attività microbica (Bogomolov et al. 1996; Merrington et al., 2002) e influenzano negativamente la mesofauna (Böckl et al., 1998). Dati prodotti da Thrupp (1991)evidenziano che l'applicazione di alte quantità di poltiglia bordolese (con tenori in rame nel suolo tra 20 e 4000 mg di kg-1) sono associate ad aree ad alto contenuto di sostanza organica nelle ex piantagioni di banano in Costa Rica e in tali aree si manifesta fitotossicità sulle colture successive. Inoltre Alva et al., (2000) hanno osservato che a basso pH del terreno il rame resta legato alla frazione organica mentre con l'aumento del pH la fitotossicità diviene palese. I terreni che contengono residui di rame significativi hanno pochi lombrichi (Van Rhee, 1967). Inoltre una forte correlazione è stata osservata tra la concentrazione di rame nel terreno e il livello di rame nei tessuti di lombrichi (Ma et al., 1983; Morgan e Morgan 1988; Beyer et al., 1982). Infine i lombrichi mostrano risposte tossiche subletali a concentrazioni relativamente basse di rame (9-16 mg kg⁻¹) (Helling et al., 2000; Kula et al., 1997). Circa poi la tossicità del rame per l’uomo segnaliamo la rewiew di Husak (2015), il quale segnala fra l’altro che i fitofarmaci a base di rame appaiono responsabili di vari affetti avversi alla salute umana ivi inclusi differenti tipi di tumore, malattie degenerative e svariati disordini immunitari, ematologici, neurologici e riproduttivi (Pertile et al., 2009). Inoltre il rame appare associato a malattie neurodegenerative quali la sclerosi laterale amiotropica, il morbo di Alzheimer, l’encelopatia spongiforme (Strausak et al., 2001).
Vogliamo anche precisare che i fitofarmaci a base di rame possono essere ancora oggi una soluzione interessante come prodotti di copertura. Tuttavia è farne l’uso massiccio che se ne fa in biologico altro è farne l’uso limitato che se ne fa nell’agricoltura convenzionale, ove sono disponibili svariate alternative costituite in particolare da prodotti sistemici che hanno un importante effetto preventivo e curativo.
E’ bene a questo punto precisare che delle 13 sostanze sopra elencate, alcune sono interdette dall’uso in biologico in Francia ed in Italia come ad esempio il Rotenone (usato fino al 2011), il solfato di nicotina e il Bromuro di metile; tuttavia rimangono utilizzabili in altri paesi con cui abbiamo, però, degli accordi di reciproca accettazione della certificazione biologica. Questi accordi ci concernono eccome, perché si deve sapere che il consumo del biologico in Europa è per il 75% importato e quindi se anche “chiudiamo la porta”, il consumatore biologico si vede “rientrare le molecole dalla finestra”.
Alla luce di ciò sarebbe bene che il lettore neutrale sapesse che i lobbisti del biologico raccontano bugie. Certo, le sanno raccontare bene ed hanno potenti alleati nei media, i quali ben sanno che “le paure si vendono a scatola chiusa”.
Al riguardo occorre rimarcare che se fosse abolito il glyphosate per la sua tossicità e si usasse lo stesso metro per i “pesticidi” usati in biologico, dalla cancellazione non se ne salverebbe nessuno, lasciando così l’agricoltura biologica alla mercé dei parassiti (funghi, insetti, acari, ecc.). E allora come farebbero i produttori biologici ad esibire sul mercato mele che sembrano quelle di Biancaneve sul tipo di quelle in figura 1? Le mele non trattate sarebbero invece del tutto simili a quelle riportate in figura 2 e sarebbero prontamente rifiutate dagli acquirenti di prodotti Bio.

Figura 1 – Immagini di mele BIO tratte dal sito di un noto produttore nazionale. Il marchio è stato volutamente cancellato. Senza l’uso di “pesticidi” sarebbe stato possibile ottenere mele tanto belle?


Figura 2 – Mele non trattate attaccate da Carpocapsa pomonella, il cui bruco dovrebbe essere graditissimo agli amanti del bio, e da ticchiolatura (https://it.dreamstime.com/fotografie-stock-ticchiolatura-del-melo-malattia-della-frutta-image36382813)

Su quanto sopra detto invitiamo a riflettere su articoli del tipo di quello pubblicato su LA STAMPA del 30 novembre 2017 a firma di Silvia Toscano “Due settimane di dieta bio, e i pesticidi nell’organismo spariscono - Finale col botto dell’esperimento organizzato da Federbio e Cambialaterra.it: 15 giorni di dieta a pesticidi zero bastano a cancellare le alte concentrazioni di insetticidi e glifosato riscontrate nelle urine di una normale famiglia italiana”.
Il fatto che dopo 15 giorni non si trovino più tracce di Glyphosate dimostra che il prodotto (peraltro sempre in dosi ben al disotto della soglia di innocuità, il che nell’articolo non viene in alcun modo precisato), viene eliminato con rapidità con le urine per cui l’interazione con l’organismo umano è oltremodo ridotta, mentre nell’articolo tale evidenza viene assunta come prova del fatto che se passi ad una dieta bio non avrai più residui di fitofarmaci nel tuo organismo. Peccato però che le analisi non abbiano riguardato il rame o ad altri prodotti usati in biologico ed elencati nella lista sopra riportata.


Figura 3 – Frontespizio dell’articolo pubblicato sull’edizione online LA STAMPA del 30 novembre 2017 a firma di Silvia Toscano “Due settimane di dieta bio, e i pesticidi nell’organismo spariscono.

Un’ulteriore riflessione alla luce di quanto sopra meritano le pubblicità di “Natura si” in cui si vedono vecchie foto di agricoltori muniti di dispositivi di protezione individuale che distribuiscono fitofarmaci sulle colture. Tali foto configurano un suo del tutto demagogico dell’immagine fotografica e qualcosa del genere accade con la foto in figura 3, tratta dal succitato articolo di Silvia Toscano. E’ a nostro avviso corretto parlare di uso demagogico delle immagini in quanto:
  1. la foto in figura 3 si riferisce non alla normale condizione operativa agricola ma a un campo sperimentale, ove i fitofarmaci distribuiti sono da parcella a parcella non può essere svolta con dei trattori a cabina pressurizzata. 
  2. “Natura si” e “La stampa” si guardano bene dal presentare immagini che illustrano la distribuzione di fitofarmaci su colture bio, cosa che accade molto più di frequente di quanto il comune cittadino possa immaginare.


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¹Per i dati di DL50 si veda ad esempio la banca dati della Cornell University (http://pmep.cce.cornell.edu/)




Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.





Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.

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