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mercoledì 18 aprile 2018

" IO HO CAPITO, MA NON MI FIDO " OVVERO , DEGLI INGANNI DELLA MENTE

di DEBORAH PIOVAN 




L’ intervista era terminata, ma il cameraman che aveva accompagnato il giornalista si attardava, riponendo lentamente la sua apparecchiatura. Alla fine si decise ad avvicinarsi a me: aveva delle domande, dei dubbi da esporre, tante perplessità. 


Rimanemmo a chiacchierare per un bel po’. Io avevo smesso gli abiti della relatrice aggressiva che spesso mi ritrovavo ad indossare: furiosa per l’immagine che di noi agricoltori veniva dipinta, sempre all’attacco per le tante bugie che sentivo raccontare sugli OGM, frustrata per l’inutilità delle nostre pressanti richieste di poter coltivare il mais Bt, richieste che cadevano sempre nel vuoto di un’arena politica incapace di trovare l’autorevolezza necessaria per guidare la società verso decisioni ragionevoli. Ma in quell’occasione non era necessario attaccare: il cameraman parlava con calma e mi chiedeva delucidazioni su quel mais che si difendeva da solo dagli insetti, su quel pomodoro che non marciva, su quella soia che non veniva uccisa dal diserbante; strani, troppo innaturali. Io spiegavo, portavo dati, raccontavo dei risultati ottenuti, lui mi ascoltava. A lungo andammo avanti così, piacevolmente. Alla fine lentamente mi disse: “Io ho capito” – iniziavo a sorridere soddisfatta prima che lui aggiungesse, gelandomi: “ma non mi fido.”
Quella frase è istruttiva per chiunque desideri farsi comprendere dagli altri, o addirittura pretenda di far cambiare idea a qualcuno.
Dovremmo sempre ricordare da dove veniamo: siamo dei primati che si sono evoluti in un contesto selvatico e ostile, sottoposti ad una pressione selettiva attraverso cui passavano solo gli individui in grado di sopravvivere in quell’ambiente tanto a lungo da arrivare a riprodursi e a crescere a sufficienza i propri cuccioli. Questo richiedeva la capacità di riconoscere le minacce prima che si manifestassero in tutta la loro pericolosità: bene dunque sospettare, fuggire, difendersi e pazienza se ciò era senza motivo. Inoltre bisognava avere l’abilità di vivere in branco, sapendosi uniformare alla legge comune per non venirne estromessi: è uno dei motivi per cui ancora oggi tendiamo a seguire il pensiero comune e le mode collettive, anche nell’alimentazione; non l’unico motivo, beninteso, la faccenda è molto più complessa di così, ma senz’altro c’è una responsabilità del nostro percorso evolutivo.
Questo aiuta a capire le reazioni di parte del nostro pubblico quando andiamo a spiegare cosa siano gli OGM, a cosa ci servano, quanto importante sia finanziare le nuove biotecnologie vegetali. Serve a poco illustrare vent’anni di studi che dimostrano non solo l’innocuità ma anche l’utilità del mais Bt: basterà una voce contraria, una contro migliaia di studi, per far scattare un meccanismo di autodifesa iperreattivo. Si chiamano bias cognitivi, e nessuno pensi di esserne totalmente esente. Sono meccanismi che scattano a sproposito, fuor di misura rispetto alla loro utilità evolutiva; addirittura dannosi visto che rischiano di impedire l’applicazione di un progresso utile. Poco importa che quella voce non abbia di fatto informazioni comprovate: rappresenterà infatti alle orecchie dell’ascoltatore non addetto ai lavori l’unica voce che è riuscita a denunciare un ipotetico complotto.
Ecco spiegato anche perché capiti di trovare ostilità nei confronti delle biotecnologie persino in un pubblico colto (ma lo stesso fenomeno si applica ai vaccini o alle cure anticancro, per fare alcuni esempi): la persona che si ritiene colta tende spesso a considerarsi parte di un’élite; l’idea di individuare un complotto dove altri non lo hanno visto è troppo appetitosa per essere facilmente abbandonata. Questo pubblico difficilmente vedrà ragioni, perché ogni informazione che contrasti la sua idea verrà vista come parte del complotto stesso.
Ancora oggi, a diversi anni di distanza, mi ritrovo spesso a pensare a quel cameraman e vorrei ringraziarlo: quando pensavo che bastasse mostrare le prove per convincere, mi ha insegnato una lezione che provo a mettere a frutto. Ma è molto difficile. I bias cognitivi sono potenti in tutti noi ed è complicato trovare una via per superarli, tuttavia dobbiamo cercarla perché non si blocchi il progresso. Dobbiamo trovare la forma comunicativa utile a far accogliere le innovazioni in modo oggettivo: un auspicio contemporaneamente utopico e imprescindibile che ci deve vedere impegnati tutti, perché senza l’approvazione della società le nuove tecniche di miglioramento genetico sono destinate a non venire sviluppate. La mia opinione è che sia necessario un approccio di profondo rispetto delle paure delle persone. Bollarle come ignoranza è riduttivo, è una visione parziale e soprattutto non produce risultato. Solo se i ricercatori e gli imprenditori sapranno sedersi ad un tavolo insieme alla società, da pari, con l’obiettivo di esporre i problemi, le esigenze, analizzare le opzioni e condividere le soluzioni, si potrà sperare di superare i bias. Allora la società nella sua interezza, comprensiva anche di ricercatori e imprenditori perché non li vedrà più come altro da sé, saprà far proprie le tecnologie in grado di fornire strumenti innovativi per affrontare le sfide del pianeta.
In tutto questo la buona comunicazione è diventata imperativa: comunicare, condividere e coinvolgere dovrebbero essere le linee guida del percorso di accettazione di ogni innovazione. L’unica strada, a mio avviso, è responsabilizzare tutte le parti coinvolte, a partire dalla società di cui esse non devono dimenticare di far parte.



Deborah Piovan 
Laurea in Scienze Agrarie Università di Pisa, Diploma della Scuola Superiore di Studi Universitari e di Perfezionamento Sant’Anna di Pisa. Presidente federazione nazionale proteoleaginose Confagricoltura. Imprenditrice agricola.


15 commenti:

  1. Alberto Guidorzi19 aprile 2018 01:14

    Deborah Benvenuta tra noi!!!! Ho letto con interesse il tuo dire e convengo che sia proprio la realtà che oggi viviamo, sono pure del tuo parere che la buona comunicazione sia diventata imperativa ....d'altronde è da anni che ci dedico tempo. Tuttavia mi convinco sempre più, e vorrei sperare che questa mia convinzione sia frutto solo del fatto che i vecchi, categoria ai quali io appartengo , vedono le cose dopo di loro con più pessimismo, che in Europa, e l'Italia ancora di più, che dovrà passare troppo tempo per vedere gli errori che stiamo facendo nell'aborrire le innovazioni biotecnologiche nel miglioramento vegetale. Purtroppo temo che si cambierà atteggiamento solo quando toccheremo con mano (tutti indistintamente) i danni spaventosi che ci saranno piovuti addosso. Insomma ho un dubbio amletico: "cambierà l'atteggiamento perchè la buona comunicazione avrà convinto o sarà solo la realtà dei disastri che si evidenzieranno a convincerci? Nel primo caso il ravvedimento metterà a posto le cose, nel secondo invece prima pagheremmo un grande dazio!

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Condivido la tua preoccupazione, Alberto. Sai già che noi agricoltori stiamo pagando a caro prezzo questo oscurantismo, come.pure lo stanno pagando i ricercatori. Il danno non è solo economico, ma anche culturale

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  2. Temo, Alberto, che il problema sia anche la 'distanza' tra gli agricoltori e il resto della popolazione.
    Non vorrei essere esagerato, e se lo sono me ne scuso, ma penso che sia anche colpa degli agricoltori.
    Mi spiego meglio, una buona fetta della categoria e' purtroppo irrimediabilmente ignorante (nel senso di non scolarizzata a sufficienza) e ancora peggio non interessata a progredire.
    Nonostante io sia dall'altra parte del mondo sento ancora nelle orecchie i "si e' sempre fatto cosi'" da parte di agricoltori anche sotto i 40 anni...
    Spero tanto di sbagliarmi ma credo che ci sia, in primis, bisogno di una evoluzione culturale dell'agricoltore medio.

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  3. Una precisazione, le mie non sono considerazioni da esterno, in Italia vivo in campagna, sono sempre stato immerso in un mondo contadino e ho lavorato per anni in agricoltura.

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    1. Alberto Guidorzi20 aprile 2018 01:36

      Simone è tanto vero quello che dici che gli agricoltori non si sono accorti che da "benemeriti" perchè "sfamatori" (scusami il neologismo)di solo 70 anni fa essi, al cospetto dell'opinione pubblica odierna sono diventati dei "criminali" in quanto "avvelenatori".

      Devono capire che è ora di rifarsi una "credibilità" altrimenti la società continua a criminalizzarli, ma per farlo devono fare uno sforzo enorme per spiegare, anzi lo devono mostrare per più stagioni, il loro mestiere oggi. Al punto in cui sono giunte le cose sarà uno sforzo immane, ma prima lo fanno meglio è.

      Pensa che siamo arrivati al punto che se dovessi chiedere a qualcuno: "ma lei quando ha la febbre non corre a prende delle medicine?" Questo ti risponderebbe con estrema naturalezza: : "Certo, mica sono fesso!". Se poi gli chiedi il perchè un agricoltore che ha la peronospora sulla vite o sulla patata, cioè delle malattie non può irrorare le sue piante con un fitofarmaco. Lo stesso ti risponde che non ne ha comunque il diritto ed il ministro dell'agricoltura gli da manforte dicendo che l'agricoltura nel 2025 dovrà far senza i fitofarmaci (che lui chiama pesticidi). Quello che ti vengo dal dire era il programma elettorale del Non-ministro Martina nonche "perito agrario"...ma forse è un "agrario" perito.

      Sono arrivato alla convinzione che questa gente aprirà gli occhi solo se si troveranno il piatto vuoto ed i supermercati carenti di prodotti alimentari.

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  4. Sono d'accordo con te Alberto, temo che il sistema agricoltura italiano abbia problemi strutturali assai gravi, e onestamente mi sembra l'agricoltore medio (con si e no 20 ha in proprieta' ma attrezzato per coltivarne 100) non abbia capito ancora molto di cio' che gli gira intorno...

    Mi spiace dirlo ma da un lato e' un bene che ex industriali investano in agricoltura, perlomeno portano una mentalita' piu' imprenditoriale, magari non sempre giusta ma certamente piu' corretta dell'"abbiamo sempre fatto cosi'"...

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  5. Ulteriore discussione sull' articolo qui:http://hookii.org/io-ho-capito-ma-non-mi-fido-ovvero-degli-inganni-della-mente/

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  6. Alberto Guidorzi24 aprile 2018 01:12

    Simone Berra

    D'accordissimo sulla prima parte. Pensa che ho conosciuto aziende che compravano la trattrice (qui mi sono ricordato del cazziatone preso dal professore di meccanica agraria quando di fronte a lui mi sono permesso di usare il termine "trattore" che per lui era il gestore di una trattoria) per non avere la briga di staccare e riattaccare l'attrezzo operativo (l'ho visto in Fucino dove credo che esisteva un esempio da manuale della polverizzazione agricola)

    Giusto il tuo ragionamento sugli industriali, solo che per quanto mi è stato dato di conoscere durante la mia vita professionale (e quando vi era la Lira) essi hanno comprato terra come bene rifugio o per sbiancare del denaro in nero. Quindi la redditività del terreno comprato era per loro una variabile indipendente, infatti subito si informavano come fare agricoltura, ma poi si lasciavano abbindolare da chi la sapeva raccontare meglio e alla fine affidavano tutto al contoterzista e incassava la PAC (quando era sostanziosa, perchè adesso.....)

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  7. In effetti trattrice sarebbe piu' corretto...

    Verissimo quello che dici sugli industriali, nella mia zona un ex industriale milanese ha rilevato un'azienda agricola in fallimento (zona Casale Monf, in pianura, un centinaio di ha almeno) con seminativi, allevamento di vacche da carne e biodigestore.
    Lasciando da parte l'estrema sgradevolezza del personaggio ed i suoi intrallazzi politici, ha investito ed ha rinnovato l'azienda, convertendo l'allevamento da vaccino a caprino (da latte) e sviluppando un'azienda agricola quasi a ciclo chiuso. E ha assunto una veterinaria neolaureata a tempo pieno.

    Purtroppo i precedenti proprietari, rimasti in aziende con mansioni piu' pratiche che gestionali, non avevano ne' le risorse ne' (cosa piu' importante forse) le capacita' gestionali per un salto del genere.

    PS tra qualche mese se tutto va bene lavorero' per qualche tempo in una farm in Queensland, li' davvero hanno un trattore per ogni attrezzo, ma hanno anche 2000 ha di seminativi piu' i pascoli!

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  8. Alberto Guidorzi24 aprile 2018 14:41

    Simone mi potresti dire quanta superficie a biologico ha l'Australia e soprattutto quanta superficie a foraggere e prati pascoli biologici. Eventualmente anche quelli della Nuova Zelanda?

    P.S. Tra l'azienda del Fucino citata e quella del Queensland ci sono sono solo tre zeri in meno. 2 ettari contro 2000!!!!

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  9. Ci guardo, domani ti dico qualcosa di più.
    A occhio non ha un'estensione così ampia di biologico, tranne che forse per le orticole, ma devo informarmi bene.

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  10. Dunque non ho avuto molto tempo ma qualcosa ho iniziato a trovare.
    C'e' una discrepanza tra i dati FAOSTAT e Australian Bureau of Statistic (ABS), dati relativi al 2012.
    tot sup agraricola ha405.113.000 di cui soli 47.113.000 di arabili e 380.000 di permanent crops. (FAOSTAT)
    Invece per l'ABS gli ettari di "crops"(tutto tranne pascoli, prati e foraggere) sono meno, 31.993.000 ha.

    Non sono riuscito a trovare le percentuali di bio, tantomeno di non-crops bio, secondo l'ACO (certificatore Australiano) l'Australia nel 2016 detiene il 53% della superficie bio del mondo, dato smentito da FIBL, che dichiara 22 milioni di ha bio in Australia a fronte di 50,9 milioni di ha (43,2%).
    Inoltre il Northern Territory e' lo stato AUS con la maggior superficie bio certificata.

    Fonti:
    http://austorganic.com/wp-content/uploads/2017/11/ACO-PR_Aussie-demand-for-organics-outstrips-local-supply_APRIL_designed-.pdf
    http://www.organic-world.net/yearbook/yearbook-2017/infographics.html
    http://www.abs.gov.au/ausstats/abs@.nsf/Latestproducts/7106.0Main%20Features32013?opendocument&tabname=Summary&prodno=7106.0&issue=2013&num=&view=
    http://www.fao.org/faostat/en/#country/10

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  11. Personalmente se le percentuali pascoli su totale (dal 7,9% al 11,7%) sono le stesse sia per il convenzionale che per il bio e' chiaro che a fronte di un'enorme superficie bio ve n'e' ben poca gestita diversamente dal convenzionale.
    Inoltre, la locazione geografica del bio (Northern Territory in maggioranza) mi fa pensare, in quanto il NT e' famoso principalmente per le sue enormi Cattle Stations di bovini e ovini, principalmente da carne, cioe' allevati al pascolo brado o semibrado.

    Vorrei inoltre far notare la resa media di frumento, 19,74 q/ha, che puo' farci sorridere se relazionata alle rese italiane, anche in collina, anche se poi la quantita' totale e' piuttosto notevole (21'834'000 tonnellate!).

    Spero di non aver scritto castronerie e chiedo scusa per la prolissita'.

    Simone

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    1. Alberto Guidorzi26 aprile 2018 14:57

      Grazie Simone

      Mi confermi grosso modo quanto sapevo dei 22 milioni di ettari della FIBL ben 17 milioni sono praterie permanenti. Certo ha ragione anche l'ACO in quanto praticamente sono bio tutti i terreni a praterie permanenti dell'Australia come lo sono quelle di tutto il mondo. Ecco che quindi tutte le dichiarazioni che si fanno sul bio o lasciano fuori le praterie permanenti oppure ci raccontano balle. Solo che è comodo includerle in quanto fanno numero ed inoltre se certificate generano parcelle di certificazione da incassare. Cioè una mano lava l'altra: io ti dichiaro la tua superficie prativa biologica e ti faccio incassare gli aiuti specifici del biologico e tu me ne dai una parte, ufficialmente per servizio reso. Siamo alla truffa legalizzata a scapito del comune cittadino.

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