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lunedì 14 maggio 2018

CARNEMOLLA E LA SCIENZA NEGATA

di ALBERTO GUIDORZI, TOMMASO MAGGIORE e LUIGI MARIANI  

 

"da Assbiodinamica"
PREMESSA
Leggiamo ad alcuni mesi dall’uscita uno scritto del dottor Carnemolla dal titolo  “La comunicazione geneticamente modificata, ovvero l’ultima bufala pro-OGM” apparso su Huffington post. Si tratta di uno scritto che è l’eloquente testimonianza dell’impossibilità di giudicare con serenità un lavoro scientifico quando si adottano i paraocchi dell’ideologia. 
Il lavoro scientifico cui Carnemolla si riferisce è quello di Elisa Pellegrino, Stefano Bedini, Marco Nuti e Laura Ercoli dal titolo Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data, pubblicato sula rivista scientifica Nature Scientific Reports.
Si tratta di uno studio che ha sollevato varie critiche, fra cui quella che pubblicata dall’Osservatore Romano nel febbraio 2018 (qui) a firma da Carlo Triarico, Presidente dell’associazione dell’agricoltura biodinamica, associazione con un marchio registrato che ha interesse a sostenere ciò che produce e rivende. Si legga anche la replica di un ricercatore del CNR di Napoli, senza conflitti di interesse, all’articolo di Triarico (qui). Qui invece trattiamo di quanto espresso dal Presidente di Federbio, un’altra associazione di produttori del biologico il cui interesse a difendere i propri prodotti viene spesso perseguito denigrando le piante geneticamente migliorate e tutti i vantaggi che da decenni forniscono agli agricoltori, all’ambiente e ai consumatori che ne vogliono fare uso.

PELLEGRINO ET AL., 2018 E L’IMPERTINENTE PARERE DI CARNEMOLLA 

Entrando nel merito del lavoro scientifico di Pellegrino et al. (2018) e alle critiche espresse dal dottor Carnemolla, vogliamo anzitutto dire che tale lavoro scientifico ha il merito di aver centrato in pieno il proprio obiettivo e cioè quello di eseguire una meta-analisi dei lavori scientifici condotti con riferimento agli impatti agronomici, ambientali e tossicologici delle piante geneticamente modificate. L’efficacia del lavoro spiega perché lo stesso sia stato accettato dai revisori scientifici della rivista Nature Scientific Reports, la cui autorevolezza scientifica è attestata da un impact factor di 4,8. Occorre peraltro precisare che le meta-analisi sono oggi molto diffuse nel mondo scientifico, in campo fisico e biologico. Ciò avviene come conseguenza del fatto che ogni anno escono moltissimi lavori di ricerca su argomenti molto specifici, per cui le meta-analisi sono essenziali per consentire una lettura più generale dei risultati conseguiti, anche in vista di applicazioni concrete.
Venendo poi alle affermazioni di Carnemolla, notiamo anzitutto che egli se la prende con i media nazionali che hanno dato tanto spazio ad un lavoro che a suo parere “non dice assolutamente nulla rispetto all'impatto della coltivazione degli OGM sulla salute umana.”.
Ma poi il nostro ci ripensa e, contraddicendosi, scrive che “Si è vero, nella valutazione sulle migliori performance produttive dei mais OGM c'è anche la già nota vicenda della minor produzione di micotossine (-29% circa) cancerogene. Minore, appunto, non "nessuno" come invece si afferma, mentendo, nel titolo. Dimenticandosi anche che la riduzione effettiva del rischio di malattie fungine e di danni da insetti, da cui derivano le micotossine, la si ottiene anzitutto evitando di coltivare il mais in monocoltura e con tecniche agronomiche forzate (irrigazione e concimazione chimica), che un abbattimento effettivo (fino al 95%, altro che 29%!!) lo si può ottenere solo con un fungo antagonista selezionato dall'Università Cattolica di Piacenza (lotta biologica)”.


Tale affermazione è errata per i seguenti motivi:
  • 1. il fungo antagonista individuato dall’Università Cattolica non è attivo contro tutte le micotossine del mais, ma unicamente contro le aflatossine. Il suo effetto pertanto è nullo contro le fumonisine che sono le tossine più strettamente collegate alla presenza della piralide.

  • 2. come sottolineano Reyneri et al. nel loro scritto “Arrivano le Linee guida per il controllo delle micotossine nel mais” uscito sul n. 11/2016 dell’Informatore Agrario (qui), l’irrigazione e la concimazione equilibrata (né in eccesso né in difetto) sono fattori di riduzione del rischio di presenza di aflatossine e fumonisine, l’esatto contrario di quanto erroneamente afferma Carnemolla.
  • 3. in pianura Padana l’estensione aziendale e la dimensione degli appezzamenti sono tali che, anche ammesso che si generalizzasse la rotazione triennale grano-soia-mais in luogo della monosuccessione di mais, si avrebbe comunque contiguità tra la coltivazione del mais di tutti gli agricoltori confinanti tra loro e quindi l’inoculo parassitario presente nei residui lasciati nel terreno si espanderebbe comunque
Carnemolla scrive poi che “è a tutti noto che i mais OGM per produrre quella quantità in più attestata dallo studio devono essere coltivati con utilizzo di diserbanti (come il glifosato), concimi e pesticidi e con molto consumo di acqua e di combustibili fossili?”
Al riguardo ci preme anzitutto ricordare che produrre mais senza irrigazione è del tutto improponibile nelle condizioni padane e questo vale anche per il mais biologico e che il consumo idrico è direttamente proporzionale alla produttività (se produci 2 t per ettaro anziché 10, consumi grossomodo un quinto dell’acqua). Occorre inoltre ricordare che senza concimazioni adeguate e senza irrigazione adeguata non si può realizzare una maiscoltura intensiva (che produca almeno 11-13 t/ha di granella) e se tale maiscoltura scomparisse ogni persona di buon senso dovrebbe domandarsi che fine farebbero le nostre grandi produzioni da esportazione (i due prosciutti crudi e i due formaggi grana). E’ tale maiscoltura infatti che garantisce le fantastiche 22-25000 unità foraggere per ettaro da trinciato di mais contro le 7000 di un prato o di un medicaio, per cui su ogni ettaro si possono mantenere il triplo di vacche da latte. A chi, come Carnemolla, queste domande non se le pone facendo di tutto per orientare il nostro sistema cerealicolo-zootecnico in chiave “anti-mais”, si deve far rilevare che la conseguenza inevitabile di un tale orientamento sarebbe il sensibile aumento dei costi di produzione di carne e latte da cui deriverebbe altrettanto inevitabilmente che il mercato mondiale si orienterebbe verso altri produttori di prosciutti e formaggi, escludendo i nostri. Già oggi la rinuncia agli OGM fà sì che il nostro mais produca mediamente 30 quintali di granella in meno per ettaro, il che si traduce nel fatto che gli Stati Uniti in molte annate abbiano rese ettariali superiori alle nostre, fatto questo incredibile fino ad alcuni anni orsono. Potenza della tecnologia OGM di cui i nostri competitor dispongono e noi no, mentre noi gli OGM (mais e soia) ci limitiamo ad importarli, il che è un suicidio dal punto di vista commerciale ma ci dimostra ancora una volta che gli OGM stessi sono del tutto innocui.
Per quanto concerne poi i “pesticidi”, ricordiamo che non solo il mais OGM Bt permette di evitare molti trattamenti insetticidi, ma ne fa evitare anche ai mais convenzionali, soprattutto se sono biologici. Basterebbe documentarsi e prendere visione di questo lavoro scientifico: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20929774 dove si potrà leggere che in 14 anni i benefici per il mais convenzionale coltivato nei pressi del mais Bt è nell’ordine di 2,4 miliardi di $ negli stati dell’Illinois, Minnesota e Wisconsin e di 1,9 miliardi di $ in Iowa e Nebraska.

CONCLUSIONI
Dalla lunga serie di errori e omissioni che abbiamo evidenziato nasce la “stoccata finale” di Carnemolla, il quale scrive che “suscita quanto meno perplessità l'affermazione dei ricercatori che il loro studio: "permette di trarre conclusioni univoche aiutando ad aumentare la fiducia del pubblico nei confronti del cibo prodotto con piante geneticamente modificate". Così forse si è forse convinto qualche giornalista che va di fretta e qualche lettore o spettatore distratto, ma quando docenti universitari e ricercatori giocano con le parole e con la buona fede del pubblico si mette a rischio la credibilità stessa della scienza e di prestigiose istituzioni come l'Università di Pisa e la Scuola S. Anna. Che i rispettivi Comitati Etici si attivino, se le bufale cominciano a uscire anche dai siti delle Università siamo davvero perduti.”
Si tratta di affermazioni che ci paiono particolarmente gravi perché volte a gettare discredito e a ledere l’onorabilità di ricercatori di istituzioni scientifiche importanti (Università degli Studi di Pisa e istituto Sant’Anna) e rispetto alle quali riteniamo di poter concludere che a giocare con le parole e con la buona fede del pubblico siano stati non tanto i ricercatori quanto il dottor Carnemolla stesso, sulle cui affermazioni sarebbe a nostro avviso utile che si pronunciasse il comitato etico dell’ordine degli agronomi di Bologna, di cui Carnemolla fa ahimè parte (http://www.agronomiforestali-rer.it/ordine-di-bologna/albo-iscritti).
In conclusione ci preme evidenziare che il problema posto dalle rozze argomentazioni di Carnemolla è di natura ben più generale e si condensa nella frase che chiude un libro del compianto professor Enrico Bellone, oggi di gran lunga più attuale di quando, nel 2005, fu scritto: “Una grave responsabilità grava sulle spalle dei nostri scienziati. Essi hanno, in un momento come quello attuale, la possibilità e il dovere di intervenire nelle istituzioni della politica e nei meandri della cultura di massa respingendo, in entrambi i settori, il degrado causato dalle rappresentazioni deformate della conoscenza che si stanno sempre più rinvigorendo. Prima che il declino sia irreversibile.


Bibliografia

Bellone E., 2005. La scienza negata, il caso italiano, Codice edizioni, 124 pp.
Pellegrino E., Bedini S., Nuti M., Ercoli L., 2018. Impact of genetically engineered maize on agronomic, environmental and toxicological traits: a meta-analysis of 21 years of field data, Nature Scientific Reports, (2018) 8:3113, DOI:10.1038/s41598-018-21284-2



Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.



Tommaso Maggiore 
Già  Docente di Agronomia Generale presso la Facoltà di Agraria dell' Università degli studi di Milano, è stato anche Direttore del corso di Agronomia, Presidente del Corso di laurea Magistrale di Scienze della Produzione e protezione delle piante e Direttore del dipartimento di Produzione Vegetale.
E' autore di centinaia di pubblicazioni a carattere scientifico.


Luigi Mariani
Docente di Storia dell' Agricoltura Università degli Studi di Milano-Disaa, condirettore del Museo Lombardo di Storia dell'Agricoltura di Sant'Angelo Lodigiano. E' stato anche Docente di Agrometeorologia e Agronomia nello stesso Ateneo e Presidente dell’Associazione Italiana di Agrometeorologia.



5 commenti:

  1. Gianni Leoncini15 maggio 2018 19:17

    Per quanto attiene al dibattito sull'agricoltura "biologica" credo che questo vada riportato nei suoi reali contenuti specialmente da chi possiede una certa preparazione agronomica. Al riguardo vorrei richiamare quanto il prof. Luigi Giardini scriveva nel 1983 : Oggi è di moda parlare di agricoltura "biologica" (o "organica" o "naturale" che dir si voglia) di prodotti così detti genuini ottenuti senza concimi chimici e trattamenti antiparassitari. Ma in realtà che cosa propugna l'agricoltura "biologica" seppur con sfumature diverse ? Concezioni agronomiche del passato oppure nuove tecniche operative? O , più semplicemente , cerca di creare un mercato per determinati prodotti? Si può rispondere che l'ispirazione di molte delle affermazioni dell'agricoltura "biologica" è empirica e molte tecniche da essa consigliate mancano di appoggio sperimentale.In latri termini , ancora non è possibile sfamare l'umanità sfruttando solamente i processi biologici delle piante e dei microrganismi del suolo. Senza concimi chimici , insetticidi, anticrittogamici , diserbanti è impensabile di ottenere produzioni elevate e costanti. Questi mezzi, tuttavia, devono essere impiegati con maggiore responsabilità per evitare guasti ed inconvenienti di varia natura".
    Dopo 35 anni penso siano ancora di grande attualità queste considerazioni permeate di sapere agronomico e di buon senso che resta ancora uno dei cardini del lavoro "con i piedi per terra".

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  2. Alberto Guidorzi16 maggio 2018 06:37


    Gianni Leoncini

    Quanto hai riportato del Prof. Giardini si chiama " buona agricoltura professionale" Ed infatti io sostengo che non esistono tante agricolture, ma una sola ed è quella sopra (rotazioni lunghe, rispetto del suolo e quindi mantenimento di tassi consoni di sostanza organica, concimazioni a bilancio ed al bisogno - che oggi è possibile determinare sul campo almeno per l'azoto, uso dei fitofarmaci studiato preliminarmente in funzione della evoluzione della quantità di inoculo parassitario ed in relazione del ciclo del parassita)

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  3. Alberto Guidorzi24 maggio 2018 15:20

    Volevo segnalare questo:https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1966946213337534&set=a.102413923124115.5581.100000665246671&type=3&theater

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  4. Grazie Alberto, segnalo, per chi non ha accesso a facebook, il link
    https://www.lanazione.it/pisa/cronaca/ogm-osservatore-romano-querela-1.3933862

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  5. Alessandro Cantarelli28 maggio 2018 22:12

    Nell'articolo di querela che è stato opportunamente segnalato, gli autori della pubblicazione scientifica sostengono che (...) "Ci sarebbero stati ben altri modi e sedi per un serio confronto su questo tema fra persone che la pensano in modo diverso». Principio assolutamente condivisibile.
    Ma si vede che a Federbio viene meglio prima criticare pesantemente i ricercatori con lettere (Carnemolla) o interviste (Triarico), tesi a squalificare i risultati pubblicati (sullo stile adottato, i commenti non sono mancati), mentre sul mancato convegno di Erba (Como), questi signori non hanno avuto da dire nulla. E' lecito il sospetto che il tutto faccia parte di una strategia di divulgazione a senso unico.
    Ad Erba, si sarebbe presentata loro una ottima occasione per confrontarsi, anziché gettare discredito a piene mani su chi fa ricerca seria.

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