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domenica 6 maggio 2018

MAKE IT SEXY

di SANDRO FRACASSO 

 


È il motto con il quale un accademico britannico era solito spronare i suoi allievi a rendere appetibili i propri articoli. Il punto è che si trattava di pubblicazioni scientifiche molto specifiche che, anche se potenzialmente di interesse globale in virtù delle loro implicazioni pratiche, sarebbero state lette al più da un gruppo ristretto di scienziati. Il bisogno di essere sexy delle pubblicazioni scientifiche è di grande attualità. Per questo ho ripreso la frase dell'accademico, che risale a qualche decade fa e lo rende un antesignano di un modus operandi che è però sfuggito di mano.

Ricercare non coincide necessariamente col produrre risultati eclatanti e spesso condanna alla solitudine della massa silenziosa. Ciò che ha successo, dal singolo brevetto, alla scoperta epocale, si poggia su montagne di articoli resi ora invisibili dall'era digitale. Per esperienza, molti scienziati preferiscono dodici ore di laboratorio a una plenaria in qualche luogo esotico, eppure, ripeto, le cose sono cambiate. Per affrontare i costi importanti che una sperimentazione implica servono sempre più finanziamenti privati, per accedervi bisogna far comprendere in modo semplice l'utilità pratica -qui sinonimo di economica- dei risultati della ricerca. Se fosse semplice, in ogni campo di studio, sarebbe rimasto ben poco da scoprire. Schiacciati dal paradigma del publish or perish, che tra qualche anno festeggerà il suo centenario ma è più arzillo che mai, gli accademici sono spinti a trascurare lezioni, impegni di divulgazione scientifica e studi accurati, puntando sulla ricerca in ambiti cool e sulla creazione di vere e proprie saghe a tema, composte da decine di articoli correlati, pubblicati a raffica come in un romanzo di appendice. Come posso diventare ricco e famoso se la “sorte”, in veste della mia scellerata scelta iniziale del campo di studi iper-specifico, combinata con la pigrizia che mi impedisce di cambiarlo dopo anni che mi occupo solo di quello, mi hanno reso un ignoto specialista di qualche riga di sapere? C'è una scorciatoia. Si tratta di applicare ciò che so a ciò che è di moda. E visto che moda non fa rima con scienza, ne nasceranno combinazioni che ricordano le visioni infernali di Hieronimus Bosch. Si leggeranno quindi articoli in cui si studiano le nanoparticelle nei vaccini -in pieno delirio no vax- o agronomi che rinnegano curricula rispettabili per darsi allo sciamanesimo scientifico, armati di rituali e mitologia agraria. Il successo di queste mutazioni genetiche sta nella sovrabbondanza. Non è mai stato così semplice accedere al sapere e ne paghiamo le conseguenze. Sì perché spesso le informazioni utili sono sepolte sotto exabyte di junk science, che manco a dirlo, come il cibo spazzatura, è così allettante da far sembrare un onesto studio il solo frutto degli interessi di una multinazionale, un vaccino che salva la vita un complotto internazionale, una ricerca genetica l'anticamera dell'apocalisse.
Ci consolano i cari vecchi sapori di una volta, il cibo sano dei nonni, che farcito di mito e nostalgia è pronto ad essere servito dai furboni del marketing, a prezzi che solo i nuovi annoiati possono permettersi. Mentre il loro figlio unico mangia i pochi chicchi di frumento garantito ancestrale, prodotti da un campo in collina non coltivato da generazioni, arato da un cavallo albino in una notte stellata (ma per carità che non osi defecarci, altrimenti l'effetto fertilizzante sarà irreparabile), la fame dilaga cavalcando veloce tra i nuovi dimenticati: i nessuno digitali.
Chiudo con un aneddoto che ancora mi fa sorridere. La mia prima pubblicazione divenne hot paper. Un hot paper è un articolo scientifico che ha ricevuto un numero di citazioni, nell'arco degli ultimi due mesi, tale da raggiungere la vetta dello 0,1% delle pubblicazioni complessive in uno specifico campo di ricerca. Ebbene, il motivo che lo rese così celebre stava in gran parte in un errore sulla valutazione di incolpevoli dati sperimentali. Ci sono voluti due anni per dimostrarlo, e appena ne abbiamo avuto le prove è stato subito pubblicato un nuovo articolo che smentiva il precedente. Manco a dirlo se lo sono filato in molti di meno.


Sandro Fracasso
Laureato in Chimica a Ferrara, dedica una dozzina d'anni alla ricerca presso l'Ateneo Estense. Nel 2010 si ritira in Toscana, dove si occupa di autoproduzione e di ricerca agro-enologica indipendente.

1 commento:

  1. Alberto Guidorzi6 maggio 2018 18:31

    Dopo il 20 settembre 1958 (giorno della chiusura delle Case chiuse in Italia, tra l'altro avevo già compiuto 18 anni e quindi ero in età canonica...) mio padre mi disse: "ricordati per la tua vita futura quanto ti sto dicendo, erano molto meno puttane quelle delle case chiuse che i tanti che incontrerai fuori".

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