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domenica 17 giugno 2018

ORGOGLIO CONTADINO


di SANDRO FRACASSO  

 

 
Provengo da una famiglia che da secoli produce cibo. Passando dalla proprietà alla sua alienazione, tornando attraverso l'affitto a maturare di che comperare di nuovo terreni. Non un gesto sterile di controllo del territorio, o smania di ampliamento, quanto la passione chiara per un compito importante e sempre più difficile. Sono figlio di un uomo che ha studiato, quando molti non superavano l'istruzione dell'obbligo, o addirittura l'eludevano. Eppure, mi ricordo, nei miei temi delle elementari insisteva perché lo chiamassi contadino, non agricoltore, ché era la versione edulcorata per definire un mestiere di cui tanti si vergognavano, ma molti di più sfamava.
Orgoglioso di ciò che faceva e tuttora fa, avvilito forse, ma indomito. Un uomo che ho visto inseguito da giovani agronomi lungo i sentieri polverosi dell'azienda di famiglia, per chiedergli come avesse eliminato una certa avversità particolarmente tenace, ricevendo risposte brevi, tutt'altro che enigmatiche e che avrebbero dovuto cogliere al volo. Eppure sarebbe tutto così facile, inevitabilmente innaturale, combinando cultura ed esperienza, scienza e tradizione. Come è accaduto che parole sinergiche sono divenute ossimori?
Ricordo quando si trattò di andarmene di casa, matricola universitaria, libero come sempre di scegliere, un solo consiglio: <<lascia perdere l'agricoltura>>. Intuiva già trent'anni fa ciò che sarebbe accaduto: i contadini sono pessimisti, ma non lo sono stati abbastanza da prevedere lo scenario attuale.
Rammento bene il proliferare inarrestabile dei digestori, nessuna pietosa collina a pararne la vista all'orizzonte sconfinato e padano. Ricordo ancora meglio le sue parole: noi produciamo cibo. Affermare concetti semplici in modo complicato dovrebbe essere reato, eppure corrono anni in cui persino il semplice va spiegato. Non voleva accettare di dare il suo raccolto a chiunque lo usasse per un fine diverso da quello per cui è sempre nato. Non l'ha mai fatto, neppure ora, che essere contadini significa gettare sudore e denari alle ortiche, che impone il dover contare sulle politiche agricole comunitarie, che è dormire sognando le piogge, che si sente la pressione della fame energetica e della brama industriale alle porte. Tanti terreni acquistati e subito lasciati improduttivi dovrebbero far riflettere chi di dovere.
Non è una azienda del “si è sempre fatto così”, quella di cui scrivo. Finché c'era modo di coltivarlo, senza subire l'onta di vederlo deprezzare e scomparire, produceva anche 15 t ettaro di mais. Senza correre ai romantici anni dell'anticiclone delle Azzorre, ospite estivo pacioso e rassicurante, anche l'anno scorso africano e insostenibile, la saggezza si è unita alla cultura e il raccolto c'è stato. Non pioveva mai, non una goccia sotto un sole che bruciava la pelle e le piante, con le bestie selvatiche che mangiavano la frutta dagli alberi pur di dissetarsi. Chi aveva l'acqua se la teneva e la sparava in getti alti, rumorosi e scenografici: hanno tolto le scoline, per tre file in più di granturco e ora giocano con gli idranti. Da noi ci sono ancora e riempiendole con la poca acqua disponibile -sfruttando il terreno sciolto- si sono raggiunte tutte le piante e salvato il raccolto. Salvarlo, non è comunque produrre al meglio, come sarebbe stato possibile con il frutto delle ricerche messe a punto dalle biotecnologie. Che brutta parola è divenuta la scienza, qualche esperto di marketing dovrebbe lavorare per restituirle il giusto fascino, non penso sia così difficile, se ce l'hanno fatta con corna ripiene di letame e sinfonie al vento tra le vigne.
Da un lato si chiede la diversificazione delle colture, dall'altro non si offre la possibilità di seminare un mais in grado di essere produttivo, sano e sostenibile. Si sbandierano normative e impegni, burocrazia ed eccellenze, ma la base della piramide scricchiola: l'ossatura della nostra nazione è osteopenica. La scorciatoia di renderci un parco divertimenti per annoiati, trascura che il cibo che importiamo viene anche da nazioni che tollerano la denutrizione dei propri popoli. La nostra invece non teme la malnutrizione scientifica che spopola tra gli italiani. Molto di ciò che consumiamo incrementa la disuguaglianza alimentare, sottrae acqua e risorse dove andrebbero tutelate con ogni mezzo. Date ai contadini la possibilità di produrre al meglio, usando ciò che la scienza può loro offrire, non chiedono assistenzialismo e neppure liberismi, solo l'onesta libertà di fare ciò che sanno. Non spingeteli a scorrere le tabelle degli incentivi per scegliere cosa seminare, un'azienda agricola non è una farsa. Sono gli stessi che vi hanno sfamato nei momenti più tragici della nostra storia. La memoria è un dovere civile. 



Nota
Poco prima di sottoporre l'articolo, dopo averlo riletto, mi sono reso conto che sembrava sempre più un appello. Nulla di male, ma per natura preferisco essere più propositivo che richiestivo. Penso che se fosse offerto agli agricoltori di prendere parte a un esperimento nazionale, non si sottrarrebbero. Se a ognuno fosse permesso di rinunciare alle sovvenzioni del 10% dei terreni di cui dispongono, in cambio della possibilità di seminare liberamente anche sementi OGM su quelle porzioni di terra, in molti accetterebbero. Ritengo che pochi anni di sperimentazione sarebbero sufficienti per dimostrare che i minori interventi necessari e la maggior resa di prodotti più sani e sostenibili eliminerebbero il bisogno di incentivi. Questo però verrebbe a tracciare una linea pericolosa tra chi davvero produce e chi ha come obiettivo solo il finanziamento. Temo sia il vero motivo per cui non si è ancora fatto.

Sandro Fracasso
Laureato in Chimica a Ferrara, dedica una dozzina d'anni alla ricerca presso l'Ateneo Estense. Nel 2010 si ritira in Toscana, dove si occupa di autoproduzione e di ricerca agro-enologica indipendente.

1 commento:

  1. "Senza correre ai romantici anni dell'anticiclone delle Azzorre, ospite estivo pacioso e rassicurante"
    Viviamo in tempi in cui una frase del genere ripetuta fino alla nausea in cui la "scienza" ancora non ha definito con i dati (e non con le chiacchiere tanto per giustificarsi o giustificare qualunque fatto di attualità)quali siano questi romantici anni oppure se volete ancora nessuno meteorologicamente ci ha dimostrato con i dati che le recenti stagioni estive non si siano verificate anche 40-50-60 anni fa.
    Tutti i giorni al tg va in onda la mistificazione della realtà, ma se non ci riappropriamo in massa dell'indipendenza alimentare (se tutti cioè producessero cibo per sè stessi)allora staremo qua a parlare di altro, senza inventarsi che qualcosa è cambiato perchè l'informazione di massa vuol far credere che sia cambiato un qualcosa che in realtà è rimasto uguale nel tempo e che ha solo bisogno di essere migliorata con le tecnologie attuali per esempio genetiche.

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