giovedì 21 maggio 2020

DA DOVE VERRÀ LA PROSSIMA EPIDEMIA ZOONOTICA?

 di SERGIO SALVI

 

 

 


Siamo ormai convinti che le epidemie zoonotiche, ossia provocate da malattie infettive trasmesse dagli animali all’uomo, nascano nei paesi esotici e che, complici i rapidi ed agevoli collegamenti internazionali, possano diffondersi altrettanto velocemente in tutto il mondo, fino a diventare delle vere e proprie pandemie. Questo è quanto accade ogni anno con l’influenza stagionale, che in genere origina in Asia (più raramente in altri continenti, ad esempio la “suina” del 2009 ebbe origine in America) e, in alcuni casi, diventa pandemia diffusa a livello mondiale; ed è anche quanto accaduto, purtroppo, con l’attuale pandemia di Covid-19.
All’origine delle epidemie influenzali ci sono sempre scambi e ricombinazioni di virus tra specie che vivono in promiscuità, come ad esempio gli uccelli (anatre, oche, polli), il maiale e l’uomo che li alleva. Una volta l’influenza è “aviaria” (derivata dai volatili), un’altra volta è “suina” (derivata dal maiale), ma anche l’uomo può a sua volta trasmettere virus patogeni agli animali, nel qual caso, se essi potessero parlare, direbbero che la loro influenza è “umana”.
La promiscuità degli allevamenti, particolarmente diffusa nelle aree rurali della Cina, fa sì che le epidemie influenzali annuali provengano molto frequentemente da quel paese e questa volta, purtroppo, l’arrivo di Covid-19 ha rincarato la dose. Ma siamo davvero sicuri che le epidemie continueranno ad arrivare sempre dall’estero, oppure esiste la possibilità che un’epidemia zoonotica di grande impatto possa nascere dietro l’angolo di casa nostra?
Da qualche tempo assistiamo al fenomeno dell’aumentata frequentazione degli ambienti urbani da parte di animali selvatici di diverse specie, i quali prediligono sempre di più i luoghi abitati dall’uomo. Il motivo principale che spinge gli animali selvatici a frequentare gli ambienti urbani è quello della ricerca di cibo, la cui disponibilità è in genere agevolata dall’accumulo d’immondizia lungo le strade oppure dall’abbandono di rifiuti in discariche improvvisate. In alcuni casi, la frequentazione urbana da parte degli animali selvatici avviene a causa di una vera e propria pressione demografica innescata dalla grande prolificità di alcune specie, come nel caso dei cinghiali, che spinge interi branchi a visitare con sempre maggiore nonchalance i cassonetti dell’immondizia. Se poi le aree urbane sono prossime al mare, ecco che arrivano puntualmente anche i gabbiani, provetti rovistatori di rifiuti.
Qui suona un campanello d’allarme: che differenza c’è tra l’allevamento promiscuo di suini e volatili, di così frequente riscontro in Cina, e la commensalità promiscua di cinghiali e gabbiani (per non parlare dei ratti) favorita dai rifiuti ammassati ai bordi delle strade nelle nostre aree urbane, come ad esempio quella di Roma, più volte finita sulle pagine di cronaca proprio per questo motivo? Siamo sicuri che, d’ora in avanti, ci basterà rivolgere l’attenzione all’Amazzonia, alla foresta equatoriale africana o al Sud-Est asiatico per monitorare il rischio di nuove epidemie?
La letteratura scientifica trabocca di studi sul rischio zoonotico mediato dalla fauna selvatica presente nelle aree urbane disagiate dei Paesi meno sviluppati del pianeta, dove la probabilità di nuovi eventi epidemici è sempre molto elevata, mentre sono molti di meno gli studi su fenomeni analoghi che riguardano - sempre di più - anche le aree urbane dei Paesi sviluppati (Italia inclusa).
Recentemente ho avuto modo di recuperare e studiare un regolamento di pubblica igiene di un comune dell’Alto Maceratese, pubblicato nella seconda metà dell’Ottocento, leggendo il quale è palpabile l’attenzione quasi ossessiva rivolta dal legislatore ai rischi sanitari legati all’acqua e agli animali, ossia le principali vie di trasmissione delle malattie infettive dominanti all’epoca. In una delle molte direttive elencate nel regolamento si fa divieto di lasciare girovagare maiali senza custodia per le strade interne del capoluogo. Sono passati quasi 150 anni da quel regolamento ma, con i cinghiali sempre più prossimi alle porte di casa nostra, è come se il tempo si fosse fermato.
 
 

Sergio Salvi

(Biologo libero professionista, già ricercatore in genetica, è biografo di Nazareno Strampelli e cultore di storia agroalimentare. Si dedica alla divulgazione scientifica su temi d’interesse storico e di attualità. È Socio corrispondente della Deputazione di Storia Patria per le Marche).

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