domenica 31 maggio 2020

LE API SONO IN PERICOLO?

di ALBERTO GUIDORZI

 

Tratto da "I Tempi della Terra" |n°5| 

 


Origini del dibattito

Si specifica, innanzitutto, che in questo contesto per api si intendono i più importanti insetti pronubi. Un principio che circola tra gli avvocati è il seguente: se i fatti non vi danno ragione invocate la legge, “se la legge non vi dà ragione discutete i fatti, se né fatti né legge vi danno ragione sbattete i pugni sul tavolo”. Provate ora a sostituire la parola “scienza” al vocabolo “legge” e vedrete che il principio si adatta bene anche al mondo dell’ambientalismo ideologico ed alle varie campagne di interdizione a cui abbiamo assistito: quella degli OGM, del glyphosate, dei neonicotinoidi e dei fitofarmaci in genere. Molto in auge è divenuto il parallelismo secondo il quale “fitofarmaco = moria delle api” (in particolare i neonicotinoidi o neonics), seppure esso sia stato dimostrato totalmente falso.

Il tutto è partito dagli USA dove nel 2006 si è registrata la perdita del 25% delle api, il fenomeno, conosciuto come CCD-Colony Collapse Disorder, è durato un paio d’anni e poi è rientrato. Le cause restano sconosciute e gli entomologi ci dicono che fenomeni del genere si sono verificati periodicamente da centinaia d’anni seppure localizzati. Occorre aggiungere che il fenomeno ha avuto molta risonanza anche in conseguenza della comparsa dell’acaro Varroa destructor che concorreva grandemente a creare problemi di moria delle api sia in Nord America che in Europa. La varroa quando è arrivata a Cuba ha decimato gli alveari e i fitofarmaci erano incolpevoli perché quando ciò è successo Cuba era sotto embargo e di fitofarmaci il paese non ne disponeva. Una ricerca ha svelato che, contrariamente a quanto si era detto in un primo tempo, l’acaro della Varroa non succhia l’emolinfa dell’insetto, bensì sottrae strati adiposi che le api hanno nella parte ventrale. Ciò, oltre a far deperire l’animale, ha anche un’altra conseguenza grave, dovuta al fatto che i grassi hanno anche la funzione di detossificare i veleni che l’insetto incontra e quindi, se questi vengono a mancare, le difese diminuiscono. In USA poi vi è l’aggravante che le api sono noleggiate e trasportate da un capo all’altro del paese (cambiamento di paesaggio e di clima) come impollinatori di certe coltivazioni e ciò causa stress. Se poi aggiungiamo che gli apicoltori stessi usano dei pesticidi per difendersi dagli acari e da tante altre malattie che colpiscono le api. Lo schema sotto le evidenzia.






Inoltre è fuori di dubbio che gli insetticidi usati per difendere i raccolti non siano degli elisir di lunga vita, ma all’atto della loro omologazione viene stilata una scheda di sicurezza che se seguita scrupolosamente rende i fitofarmaci perfettamente compatibili con l’ambiente. Tuttavia, se si guarda l’andamento non si può dire che siamo di fronte alla sparizione delle specie impollinanti, anzi siamo di fronte ad un trend in aumento per le api domestiche come indicato nel grafico. 





In Francia in base alle 195 denunce ufficiali di mortalità delle api del 2015 e che per legge debbono essere indagate per stabilirne le cause, è risultato che 76 casi sono stati verificati essere dovuti a malattie, 28 ascrivibili a cattive pratiche apicole, 13 alla carenza di nutrimento, 22 a diserzione del favo. Il totale fa 139 casi ben giustificati, mentre altri 43 casi non hanno trovato una spiegazione per l’impossibilità di stabilire una relazione di causa ad effetto diretto. In definiva solo i 13 restanti casi di mortalità sono stati ascritti ad avvelenamenti da pesticidi perché per questi sono stati trovati residui importanti delle seguenti sostanze insetticide: spinosad, piperonil-butossido, piretrine ed alletrina , solo che i primi tre sono autorizzati anche in agricoltura biologica! (qui e qui)
I neonicotinoidi sotto accusa

In barba a tutte le evidenze, il calo visibile nel grafico dal 1990 al 2006 fu imputata ad un solo fattore (dimenticando tutti gli altri prima accennati), cioè ad un nuovo gruppo di insetticidi usato in gran parte per la concia delle sementi e frutto dello studio del comportamento della molecola naturale della nicotina e conseguente sintesi di molecole a comportamento similare. La nicotina agisce come agonista sui recettori periferici e centrali dell’acetilcolina, che è la sostanza base della trasmissione degli impulsi nervosi non solo negli insetti, ma anche negli altri animali superiori e nell’uomo. Infatti, nel passato i formulati a base di nicotina sono stati usati come insetticidi e purtroppo anche come potente veleno per aspiranti suicidi, ed era proprio lo Stato che li produceva. I neonicotinoidi si comportano come la nicotina (da qui il nome), ma sono ben agonisti solo sui recettori dell’acetilcolina degli insetti e molto meno sui recettori degli animali superiori e dell’uomo. Infatti il DL₅₀(Dose Letale che fa morire il 50% degli animali di laboratorio) della nicotina e dei neonicotinoidi sulla mosca e sul topo hanno andamenti opposti: la nicotina ha un DL₅₀ >50 sulla mosca e 6-8 sul topo, mentre ad esempio il neonicotinoide imidacloprid ha un DL₅₀ di 0,02-0,07 sulla mosca e di 40-50 sul topo (nota: maggiore è il valore del DL₅₀ minore è la tossicità). Insomma quando si usava la nicotina era “più facile” uccidere un uomo che non una mosca, mentre è l’inverso con i neonicotinoidi. Le persone che dicono che nella fitofarmacia non si sono fatti progressi per la salute dell’uomo o è in malafede o non ne conosce l’evoluzione.
Altro aspetto che si dimentica è che il modo nuovo di difesa, molto più incisivo verso gli insetti, ha permesso un’utilizzazione molto più mirata e soprattutto molto più ecocompatibile in quanto sono insetticidi che fanno oggetto di molta minor dispersione aerea (al limite la maggiore dispersione è nell’uso non professionale o casalingo), perchè il più grande uso è nella concia delle sementi da seminare e, soprattutto, in quantità molto ridotte (60/70 g/ha per certe specie). Infatti, essendo citotropici proteggono le piante nei primi stadi di vita e praticamente spariscono quando le piante sono visitate dalle api perché la pianta in gran parte li ha metabolizzati nel tempo e/o perché si sono diluiti in una massa enormemente superiore alla iniziale massa del seme che ha dato origine alla pianta. Lo testificano studi ufficiali:
https://www.ars.usda.gov/research/publications/publication/?seqNo115=315923 http://pesticideblog.lawbc.com/entry/epa-releases-final-policy-to-address-acute-risks-to-bees-from-pesticides-an  
https://www.eenews.net/stories/1060048380/  
https://geneticliteracyproject.org/2019/04/24/fresh-from-european-ban-victory-anti-chemical-activists-turn-their-sites-on-canada-targeting-neonicotinoid-pesticides-as-a-bee-killer/
 
Guarda caso in tutti i paesi si è dato più ascolto a chi colpevolizzava i neonics e si sono misconosciuti i dati ufficiali che dicevano che le api aumentavano:


Comportamento pilatesco e fazioso dell’Europa nel deciderne la messa al bando

In Europa il movimento anti-neonics ha trovato buona stampa riportando risultati di studi eminentemente di laboratorio. Essi mostravano come le api alimentate forzatamente con certe dosi di neonics, sulle cui quantità ci si sperticava di affermare, erroneamente, essere congruenti alle condizioni reali di campo, non rientravano tutte nell’alveare. Tuttavia, tutte le volte che veniva eseguita qualche prova cercando di avvicinarsi il più possibile alle condizioni reali di campo i risultati erano ribaltati. Vi è qui da fare una precisazione importante ed è che le prove con alimentazione eseguita in laboratorio costavano enormemente meno delle prove che si avvicinavano alle condizioni reali di campagna, appunto per la complessità di seguire su vaste superfici il comportamento delle api, e quindi gli studi eseguiti in laboratorio erano molto più numerosi di quelli fatti sul campo. La burocrazia di Bruxelles decise allora di chiedere all’EFSA di fissare i protocolli da seguire nelle ricerche affinché una prova di campo fosse accettabile da un punto di vista sperimentale.
L’EFSA stilò un documento https://efsa.onlinelibrary.wiley.com/doi/epdf/10.2903/j.efsa.2013.3295 in cui erano contenute tali e tante disposizioni da rendere le prove di campo impossibili da realizzare, ma soprattutto il documento rendeva non pertinenti tutte le prove di campo eseguite in precedenza. Citiamo solo alcune disposizioni che rendono l’idea del comportamento “bertoldiano” dell’EFSA:
  1. si è fissato che un insetticida che provocava più del 7% di diminuzione delle api in un alveare non poteva essere usato. Solo che così facendo nessun insetticida poteva essere usato in quanto normalmente negli alveari all’uscita dell’inverno si constata una diminuzione che va dal 15 al 30% di api, diminuzione ascrivibile a fattori che non hanno nulla a che fare con gli insetticidi, ma a malattie, fame, freddo ecc.; 
  2. un’altra imposizione era che per considerare valida una ricerca occorreva dimostrare che in condizioni di campo, il 90% delle api fosse venuta a contatto con i neonics. Ben si capisce che le api scelgono fiori ovunque siano, indipendentemente che le relative piante siano venute in contatto o meno con i neonics. È appunto questa la principale critica che si faceva agli esperimenti di laboratorio dove, invece, tutte le api erano indistintamente alimentate con alimenti contaminati da neonics; 
  3. lo spaziamento imposto tra i campi coltivati e di controllo della ricerca richiedeva una superficie agricola di almeno 500 ettari, condizioni pressoché impossibili da trovarsi nella situazione fondiaria europea e soprattutto che avrebbe enormemente dilatato le spese per portare a termine una ricerca.
I burocrati brussellesi appena si trovarono tra le mani un documento di tal genere, si affrettarono a rispolverare tutti gli studi già eseguiti ed a valutarli seguendo le direttive EFSA. È facile capire che tutti gli studi fatti in laboratorio furono accettati perché rispondenti ai protocolli che li reggevano, mentre quelli che simulavano le condizioni di campo furono scartati in quanto non certamente rispondenti alle norme del nuovo documento.
Ne risultò evidentemente che le sperimentazioni fatte solo in condizioni artificiali dicevano che i neonics erano inaccettabili per poterli spargere in ambiente e lo erano pure per la concia delle sementi. Nel decidere ciò non si tenne in nessun conto che le coltivazioni derivate da seme conciato fossero mellifere e/o pollinifere, oppure non visitate in assoluto dalle api (vedi bietola da zucchero industriale). Di conseguenza la burocrazia di Bruxelles ebbe in mano il pretesto da fornire ai decisori politici per far disporre l’interdizione dei tre principi attivi neonics di gran lunga più utilizzati. Ad essere maligni, è sembrata in realtà più un’applicazione del contrappasso dantesco, cioè voler bilanciare la decisione che si andava prendendo di acconsentire all’uso del gliphosate ancora per 5 anni.


È sufficiente osservare i risultati dell’inchiesta ufficiale della Commissione UE diagrammata sotto, dove è ben visibile che i fitofarmaci sono una delle ultime cause di moria delle api, per rendersi conto che la decisione di abolire i neonicotinoidi è stata pretestuosa.
A supporto di quanto detto si mostra anche uno schema prodotto da 12 università del Midwest statunitense sul trattamento dei semi di soia con i neonics (tra l’altro non è la pianta che più ha bisogno della concia) in cui si mostra come la finestra di protezione dei neonics delle giovani plantule non va oltre le tre settimane; finito questo tempo l’effetto si annulla. Come si vede dalla figura la concia, non fa morire gli afidi che normalmente arrivano dopo. 


Ora la soia non è visitata dalle api, ma ad esempio mais e soprattutto girasole lo sono, solo che lo sono quando sono in fiore, cioè ben oltre le tre settimane di cui sopra. Inoltre pregherei il lettore di fare un paragone anche grossolano tra le masse vegetali di una pianta di soia che a maturità è alta solo 50/70 cm e con uno stelo di ½ cm, ed una pianta di girasole o mais (sempre a maturità) alte dai due metri e oltre e con steli di 5 cm. Mi pare che possa essere lapalissiano che se la quantità di neonics che c’era su un granello di soia è inefficace dopo tre settimane a maggior ragione lo sarà per un’ape che al massimo raccoglie alcuni granelli di polline su piante che hanno ulteriormente diluito i residui per centinaia e più di volte. La pianta di soia come massa non si discosta molto con quella del colza in fiore e quindi il ragionamento è trasferibile anche a questa pianta.
Ebbene anche qui sono state fatte delle prove, l’ultima nel 2019 https://www.nature.com/articles/s41467-019-08523-4 ha titolato : “Il trattamento delle sementi con la clothianidina non ha nessun impatto negativo rivelabile sulle colonie di api domestiche e sui loro agenti patogeni”. In Francia a fine 2019 dopo un anno di non uso di neonics su bietola da zucchero e colza il risultato è il seguente:
  1.  non sono visibili effetti positivi sulle api, la situazione è rimasta invariata; 
  2. la barbabietola da zucchero è stata gravata di 100 €/ha di ulteriori costi a causa dell’uso di fitofarmaci più costosi e sicuramente più impattanti; 
  3. sull’altipiano della Borgogna le semine di colza, comprensorio dove questa è testa di rotazione, sono diminuite dell’80% in quanto senza concia efficace la coltivazione si mostrava troppo aleatoria.
Negli USA è stato calcolato che se venisse abolito l’uso dei neonics, gli 1,8 milioni di kg usati dovrebbero essere sostituiti da 8.7 milioni di kg di esteri fosforici o piretroidi, per giunta sparsi in atmosfera, ossia un aumento del tasso di applicazione del 375% e la rimessa in uso di prodotti meno rispettosi dell’ambiente e degli organismi viventi non bersaglio, compreso l’uomo.
Inoltre una metanalisi ha stabilito che la concia delle sementi in generale apporta un aumento di produzione di 1,35 q/ha e su questo dato si è aperta la discussione se il gioco vale la candela, dimenticando, però, che la concia delle sementi è una difesa preventiva nel senso che si vuole prevenire un eventuale attacco parassitario grave e non certo la normale perdita di piante in campo; per la stessa ragione non si comprende perché pagare l’assicurazione dell’auto o della casa, quando si fa di tutto per evitare che capitino gli incidenti.

Com’è la situazione degli insetti impollinatori selvatici?

Sierra Club https://www.sierraclub.org/ è un’organizzazione ecologista che nel 2016 aveva detto: “Le api sono state devastate, il 44% delle colonie è morto, Bayer e Syngenta inondano il paese di pesticidi neonics…”, mentre nel 2018, non sappiamo se convinta dalle statistiche o perché un po’ rinsavita, ci dice : “ Le api domestiche non rischiano di morire. I parassiti, le malattie ed altre minacce sono i veri problemi degli apicoltori. Nel mondo il numero di api domestiche nei cinque decenni passati è aumentato del 45%” https://www.sierraclub.org/sierra/how-honeybee-buzz-hurts-wild-bees
Tuttavia l’ammissione serviva solo per deviare l’attenzione dal vero obiettivo e puntare dritto il dito sulle api selvatiche e gli insetti in generale, dicendo che questi sono in estinzione a causa dei pesticidi agricoli. Solo che si sono citati i dati della parte settentrionale dell’emisfero nord come se fossero trasferibili a tutto il pianeta, mentre noi sappiamo che laddove è più intensa l’agricoltura, più intensa è la modifica ambientale e la sparizione degli insetti. Inoltre uno studio non di parte, anzi di parte dichiaratamente anti-pesticidi, ci dice che la scomparsa degli insetti per l’87,4% non è dovuta agli insetticidi, ma ad altre cause. Da un altro studio molto più autorevole del 2010 si evince in estrema sintesi questo: in Gran Bretagna si è stimato che il tasso di estinzione di tutte le specie di insetti risalente al XIX sec. essere stato dell'1-5 percento al secolo. Si è pure notato anche che la stragrande maggioranza di queste estinzioni ha avuto luogo prima del periodo di intensificazione agricola e dell’uso dei moderni pesticidi, che ha avuto inizio, circa, negli anni '50.
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S000632071000385X.
Di fronte a queste affermazioni minimizzanti, ve ne sono altre che peccano di catastrofismo
https://www.nytimes.com/2018/11/27/magazine/insect-apocalypse.html.
La realtà, come sempre, è molto più sfumata come ci dicono questi studi https://www.theatlantic.com/science/archive/2019/02/insect-apocalypse-really-upon-us/583018/
https://earther.gizmodo.com/bug-scientists-push-back-against-insect-apocalypse-pape-1833492456
https://www.economist.com/science-and-technology/2019/03/21/the-insect-apocalypse-is-not-here-but-there-are-reasons-for-concern.
Se però poniamo l’attenzione su quelli che sono gli impollinatori selvatici al fine di avere un’idea più precisa occorre ricorrere a questa inchiesta mondiale, https://www.nature.com/articles/ncomms8414 che 58 ricercatori di 5 continenti hanno portato avanti per tre anni. Nelle loro conclusioni ci dicono che il 2% delle specie di api esistenti svolgono l’80% delle visite sulle piante coltivate. Inoltre, https://www.voanews.com/silicon-valley-technology/native-bees-may-help-save-crops qui si dice che se le api domestiche impollinano un terzo delle piante coltivate, le api selvatiche invece impollinano il 75% delle piante selvatiche. Sulla base di questi dati ci si chiede dunque: come possono le api selvatiche essere messe a repentaglio dai neonics o dagli insetticidi in generale se vanno di preferenza su piante che non sono trattate con queste sostanze?
Infine per avere un quadro più completo delle interazioni esistenti lo stesso Sierra Club https://www.sierraclub.org/sierra/how-honeybee-buzz-hurts-wild-bees informa: “ come, invece, il sovrappopolamento ed i regimi alimentari omogenei (ndr: nel senso che lo stesso fiore è visitato da un numero notevole di individui) abbiano aumentato i livelli degli agenti patogeni e dei parassiti nelle colonie di api selvatiche. Inoltre, le api selvatiche che vivono in prossimità delle serre che utilizzano come impollinanti le api domestiche sono soggette a molti più agenti patogeni. Secondo l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura, i bombi dalla macchia rossa, classificati nel 2017 essere diminuiti di più del 90% nel decennio, potrebbero anche sparire a causa delle malattie trasmesse dalle api domestiche commerciali”.
Un altro studio
https://www.nature.com/articles/nature14420?fbclid=IwAR1TuORbFis-PGIPrf8SmNXh-ySjhyp3P16jhjLB7IX5tSavnfCNNRH0boQ ha voluto verificare l’effetto della concia delle sementi di colza sulle api selvatiche e ne ha concluso: “ La mancanza di una risposta significativa nelle colonie di api suggerisce che gli effetti dei pesticidi sulle api domestiche non possono sempre essere estrapolati alle api selvatiche”.
Giusto a questo punto anche parlare del paradosso degli alveari in città, recentemente si è diffusa la notizia che le api domestiche avrebbero trovato un ambiente più salutare in città piuttosto che in campagna, perché in città l’ambiente sarebbe meno impregnato di veleni ascrivibili a fitofarmaci agricoli. Tesi abbastanza strana da potersi sostenere, visto il grado di inquinamento che immancabilmente viene denunciato nelle metropoli. La mezza favoletta ha comunque fatto sorgere una moda, cioè quella di trasferire alveari in città (e poi vendere il miele molto più caro) o addirittura creare ex novo da parte di persone di città il proprio alveare di famiglia. Come sempre l’ignoranza in entomologia e circa gli equilibri biologici sempre molto precari, ha giocato un brutto scherzo in quanto non si è tenuto conto che l’ape mellifera non è specializzata sulla scelta fiorale, quasi tutti i fiori per lei vanno bene ed inoltre è una “stakanovista” della produzione di miele perché l’uomo da millenni ha continuato a modificarla, per contro i pronubi selvatici sono solitari e bottinano solo per vivere. In altre parole se si aumentano troppo gli alveari di ape domestica in un ambiente ristretto ed a limitata quantità di cibo disponibile l’ape domestica diventa altamente concorrenziale rispetto al pronubo selvatico e quindi questi ultimi sono destinati a soccombere, cioè la tanto decantata biodiversità va a farsi benedire. Quanto detto è provato da uno studio di Isabelle Dajoz riportato da Caroline Tourbe in questo articolo https://www.franceinter.fr/emissions/la-chronique-detox-de-caroline-tourbe/la-chronique-detox-de-caroline-tourbe-25-octobre-2019. Si afferma che a Parigi il numero di alveari è passato da 600 a 1500 nello spazio di 4 anni, ossia ormai 15 alveari per kmq, cioè troppi per essere supportati dal cibo disponibile nelle città

Cosa c’è di vero nel parallelismo: senza api = zero cibo?

Siano dunque arrivati alla terza possibilità che gli “avvocati” suggeriscono: “i dati non rendono ragione, la scienza neppure, di conseguenza sbattete il “pugno sul tavolo”, modo di dire virtuale per suggerire di spaventare ovunque e comunque la gente e di convincerla che senza le api il pianeta sarebbe alla fame.
Si è scomodato perfino Einstein per supportare la tesi, quando invece non vi è nessuna evidenza che lo scienziato si sia interessato di api, mentre si sa che era un “padre o meglio marito padrone”.
Per supportare la tesi si usa questo rapporto dell’IPBES https://www.ipbes.net/document-library-catalogue/summary-policymakers-global-assessment-report-biodiversity-ecosystem dove si afferma che : « più del 75% dei tipi di coltivazione che danno cibo nel mondo, compresa la frutta e la verdura, come pure le più importanti colture commerciali come il caffè, il cacao, e la frutta secca dipendono dall’impollinazione animale.”
Qui però la lettura va fatta tra le righe in quanto il 75% si riferisce al numero delle specie coltivate, ma non al 75% delle specie che concorrono alla produzione alimentare. A riprova basta guardare quest’altro documento sempre della stessa fonte https://www.ipbes.net/assessment-reports/pollinators dove si afferma che: “ il 60% della produzione agricola non proviene da piante che per produrre hanno bisogno di impollinatori animali”. Quest’altro documento https://geneticliteracyproject.org/2015/08/12/pollinator-myth-bees-responsible-one-third-global-food-heightening-crisis-like-7/, infatti, dice che: “solo il 7% della produzione agricola sarebbe minacciata dal declino degli impollinatori”. La realtà è comunque questa: https://royalsocietypublishing.org/doi/full/10.1098/rspb.2006.3721 “Abbiamo scoperto che gli impollinatori sono essenziali per 13 colture, la produzione dipende fortemente dall'impollinatore per 30, moderatamente per 27, leggermente per 21, non importante per 7 e ha un significato sconosciuto per le restanti 9”.
Un’affermazione del genere va relativizzata in funzione dell’apporto che ogni pianta dà alla produzione totale di cibo e se facciamo ciò ne risulta: “ Le 12 colture che forniscono in quasi il 90 percento del cibo mondiale - riso, grano, mais, sorgo, miglio, segale, orzo, patate, patate dolci, cassava o manioca, banane e noci di cocco - sono impollinate dal vento, autoimpollinate o si propagano agamicamente, altre si sviluppano senza necessità di fecondazione (partenocarpicamente).
Vi è un ulteriore modo per dare grossolanamente il senso giusto all’importanza delle api nella produzione agricola ed è stato fatto dall’USDA (relativamente agli USA). Si è calcolato il prezzo che è stato pagato per il noleggio degli insetti impollinatori gestiti nel 2012, esso ammonta a 656 milioni di $, cifra ben lontana dai 131 miliardi di $ che è l’ammontare del 25% di incidenza che si assegna arbitrariamente al concorso delle api nella produzione di cibo. 





Alberto Guidorzi
Agronomo. Diplomato all'Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso l'UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni per la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.




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