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sabato 1 novembre 2014

Agricoltura biologica: scienza o superstizione ?

di Antonio Saltini 

2ª parte


                                                                                                                      

                                                                   


Saggezza orientale e abbandono alle forze naturali
 
Presenta una singolare sineresi di rigetto della scienza sperimentale e di impiego dei canoni della più rigorosa sperimentazione agronomica, in una commistione singolare di scienza e di filosofia, la dottrina di Masanobu Fukuoka, il ricercatore giapponese che dopo avere operato in un laboratorio di fitopatologia a fianco di un maestro famoso decide, a seguito di un mancamento-illuminazione, di abbandonare la scienza per tornare a coltivare il podere del padre, sul quale definirà, in lunghi anni di ricerca, un sistema di coltura che riduce, fino quasi ad eliminarli, gli interventi agronomici, aratura, zappature, sarchiature, ed esclude completamente quelli chimici, il sistema che propone, nel 1975, in un volumetto destinato a suscitare interesse nei sei continenti, nella traduzione italiana La rivoluzione dello stelo di paglia.
I mancamenti-illuminazione hanno svolto un ruolo ingente nella storia spirituale e politica dell’umanità: fu a seguito di un oscuramento della presenza cosciente, e di un’escursione nel mondo soprasensibile, che Gauthama Siddartha concepì la dottrina di ascesi che avrebbe orientato la storia spirituale delle due nazioni più popolose del Globo, fu dopo un evento similare che Maometto concepì la religione la cui carica guerriera avrebbe modifica l’assetto geopolitico di due continenti, che René Descartes intuì i principi della filosofia che avrebbe segnato, con la nascita del pensiero moderno, il fato dell’Occidente.
Per prossimità geografica, nella storia delle estasi decisive per la storia umana quella di Fukuoka fu più vicina a quella di Budda che a quelle degli altri grandi del pensiero e della mistica. Riavutosi dall’obnubilamento, il ricercatore giapponese comprende di avere acquisito una verità capitale: l’uomo sarebbe incapace di comprendere la natura, la scienza sperimentale, una forma di conoscenza tipicamente occidentale, adottata dalla cultura asiatica nonostante l’incompatibilità con la propria tradizione filosofica, non offrirebbe quella chiave di comprensione del mondo naturale che pretenderebbe di assicurare, le pratiche tecnologiche derivate, per sfruttare le risorse naturali, dalla scienza occidentale, costituirebbero violazione imperdonabile dell’ordine del Cosmo. Tornato al podere paterno “ai piedi della montagna” si dedica alla ricerca di metodi di coltivazione in cui siano i vegetali e gli animali a produrre, con il grado minore di interferenze umane, le derrate necessarie ai bisogni alimentari.
Mosso da un’intuizione filosofica, ma dotato del bagaglio della più efficiente sperimentazione agronomica, Fukuoka congegna un insieme di pratiche di sorprendente efficacia e di evidente produttività, pratiche disegnate in modo precipuo per le specie coltivate e per le condizioni climatiche dell’ambiente giapponese, quindi di difficilissima estrapolazione in ambienti diversi, ove a realizzarne la traduzione non siano sperimentatori dotati delle stesse capacità tecniche del maestro, che, rigettando la scienza europea, ha conservato le capacità sperimentali acquisite in un’istituzione di sperimentazione agraria di inequivocabile matrice occidentale.
Rilevata l’originalità delle procedure agronomiche del saggio nipponico non si può non notare che le ragioni scientifiche che Fukuoka adduce a spiegarne l’efficacia, ragioni che enuncia in coerenza alle proprie intuizioni filosofiche, non sono in grado di sostenere il confronto con concetti di cui la storia dell’agricoltura ha fornito la dimostrazione inoppugnabile. Il maestro orientale proclama, infatti, la possibilità di realizzare il massimo di produttività con le interferenze più modeste con le forze della natura, e addita nella lavorazione del suolo, in specie nell’aratura, l’esempio degli interventi umani superflui, ove non dannosi, un’asserzione in contrasto con un postulato essenziale della storia dell’agricoltura e della stessa civiltà, la constatazione che l’introduzione dell’agricoltura, che comporta una manipolazione delle risorse drasticamente più radicale della raccolta dei frutti spontanei, fu realizzata dall’uomo, in età neolitica, al fine, pienamente conseguito, di ricavare dalla terra una quantità di alimenti maggiore di quella che essa offriva spontaneamente, e che la lavorazione del suolo, in Medio Oriente l’aratura, costituì la prima, e fondamentale, di tutte le pratiche agricole, lo strumento cardinale per ripristinare la fecondità dei campi esaurita dopo una serie di raccolti.

L’azienda agricola organismo biologico

Nel novero dei maestri impegnati a offrire le coordinate conoscitive per apprestare pratiche agronomiche che possano prescindere dagli strumenti della chimica deve essere incluso un agronomo italiano, Francesco Garofalo, un passato, anch’egli, di ricercatore nelle istituzioni della sperimentazione agraria, quindi il ripudio dell’agricoltura tradizionale e la conversione ad un’agronomia alternativa, la sperimentazione di nuovi metodi e un’appassionata opera di proselitismo, svolta pubblicando la rivista Suolo e salute e costituendo, con la medesima denominazione, il primo movimento italiano per un’agricoltura senza fertilizzanti e senza antiparassitari di sintesi.
La dottrina agronomica di Garofalo costituisce, sostanzialmente, la riproposizione delle idee che Alfonso Draghetti, direttore della Stazione agraria di Modena tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, ha raccolto in un volume che può essere considerato manifesto postumo della rivoluzione agraria moderna, La fisiologia dell’azienda agraria. Nata in Inghilterra, a metà del Seicento, all’affermarsi di una pratica che stabiliva legami indissolubili tra le coltivazioni e gli allevamenti attraverso le colture foraggere, demandate della duplice funzione di migliorare la fertilità dei campi grazie alle peculiari proprietà biologiche e attraverso la disponibilità di letame che assicuravano come sottoprodotto delle derrate zootecniche, la nuova agricoltura fondata su quell’integrazione consentiva un incremento dei rendimenti cerealicoli tale da moltiplicare la produzione di frumento e orzo nonostante i due cereali fossero seminati su superfici minori, assicurava, mediante l’abbondanza di foraggi durante l’intero arco dell’anno, la produzione di derrate animali che l’azienda poteva dirigere ai nuovi mercati urbani, in Inghilterra famelici di burro, di carne di agnello e di maiale.
Sospinta, in Inghilterra, dal contributo di decine di agronomi, ciascuno impegnato a confrontare i risultati di cento esperienze empiriche, l’agricoltura delle rotazioni trovava il proprio alfiere in Arthur Young, protagonista, nell’ultimo scorcio del Settecento, di un’irrefrenabile serie di viaggi tra le contee del Paese, nelle quali verificava la sostituzione delle nuove pratiche a quelle della tradizione. Animato dallo spirito empirico tipico della cultura britannica, Young era incapace di ricavare dalla miriade di esperienze registrate nelle proprie relazioni una teoria organica delle rotazioni, la meta che perseguiva il suo continuatore tedesco, Albrecht Thaer, che, animato dalla venerazione per il maestro britannico, ma in possesso delle attitudini peculiari della cultura germanica, sistematica e teorizzante, pubblicava, tra il 1809 e il 1812, i quattro libri delle Grundsätze der rationellen Landwirtschaft, il capolavoro teorico con cui la scienza agronomica identificava gli obiettivi della rivoluzione agraria moderna, ne enucleava i principi, ne analizzava le procedure.
Thaer formulava la propria dottrina prima che le conoscenze chimiche permettessero di misurare gli scambi di sostanze fertilizzanti tra la stalla e i campi, le asportazioni delle colture cerealicole, gli apporti di quelle foraggere: maturate, nella prima metà dell’Ottocento, quelle conoscenze, affrontavano l’esame quantitativo di quegli scambi i dioscuri della sperimentazione inglese negli anni del primato economico, manifatturiero e scientifico della Gran Bretagna, Henry Gilbert e John Lawes, i protagonisti dell’epopea sperimentale della Stazione di Rothamsted, sede del più famoso piano di indagini sulle rotazioni della storia dell’agronomia.
Dopo avere protratto per un cinquantennio, sui medesimi appezzamenti, le stesse colture in successione continua e, su altri appezzamenti, le medesime colture in rotazione, i due agronomi inglesi potevano definire con misure rigorose, in un volume pubblicato nel 1895, le quantità di ogni elemento chimico asportate da ciascuna coltura per ogni diverso livello di produzione, quelle degli elementi chimici restituiti al suolo mediante il letame, componendo, per ogni rotazione, la sommatoria algebrica degli apporti chimici effettuati mediante i fertilizzanti, dei contributi positivi dovuti alla fissazione di azoto da parte delle leguminose, delle asportazioni operate dalle colture, delle sottrazioni prodotte dalle piogge, dell’asportazione che consegue la vendita delle derrate. Nel volume che enucleava i risultati di cinquant’anni di ricerche, i dioscuri della sperimentazione britannica enucleavano il significato del proprio lavoro suggerendo di considerare l’azienda agricola autentico organismo vivente, che si alimenta delle risorse del terreno e degli apporti fertilizzanti, rinnovando la fertilità da cui ne dipende la vitalità nel processo circolare tra le colture foraggere, la stalla, la concimaia, le colture cerealicole.
E’ l’idea dell’azienda-organismo, che Alfonso Draghetti fa propria a metà del Novecento, quando si manifestano i primi segni delle trasformazioni economiche che ridurrà drasticamente, nelle campagne europee, la molteplicità e la complessità delle rotazioni a favore della più radicale semplificazione culturale, elidendo, con le rotazioni, quella complementarità tra colture e allevamenti che ha costituito il cardine della rivoluzione agraria. Sospinge la storica trasformazione il trionfo dell’economia industriale, che, elevando il costo della manodopera, e comprimendo il valore delle derrate agricole nei confronti di quelle industriali, impone la meccanizzazione di tutti i processi produttivi, rendendo economicamente impossibile il mantenimento di una piccola stalla in ogni azienda, costringendo le aziende che non si specializzino nell’allevamento, convertendosi in allevamenti industriali, a rinunciare al bestiame, quindi al letame.
Alfonso Draghetti è sperimentatore valente: ha verificato la consistenza della propria dottrina realizzando un piano sperimentale di ammirevole coerenza. Scelta un’azienda dal suolo depauperato dal protrarsi delle pratiche di rapina di un affittuario privo di scrupoli contrattuali e di accortezza agronomica, vi ha introdotto la migliore rotazione padana, ricavandone la dimostrazione che riducendo la superficie destinata ai cereali e dilatando quella destinata alla medica la nuova disponibilità di letame ripristina un livello di fertilità che consente di produrre una quantità maggiore di cereali su una superficie ampiamente inferiore, e permette di aggiungere al reddito dei cereali i nuovi ingenti ricavi della stalla. Da un piano sperimentale di ammirevole eloquenza la conferma della validità del teorema capitale della rivoluzione agraria moderna.
Sperimentatore accorto, il direttore della Stazione agronomica di Modena non è, tuttavia, maestro di storia delle teorie agronomiche, e la modestia delle cognizioni storiche gli consente di presumere l’originalità di una concezione le cui formulazioni hanno ricolmato, nel corso dell’Ottocento le biblioteche agronomiche. Convinto di proporre una dottrina originale, espone le proprie idee in forma immaginifica, nel volume il cui titolo suggerisce l’idea che l’azienda agricola sia essere vivente, analizzando i flussi di sostanze nutritive tra i campi, il fienile, il letamaio ed i prodotti immessi sul mercato come la circolazione del sangue e dei principi chimici tra l’apparato digestivo, il cuore e gli organi diversi del corpo. Ma descrivere l’azienda agricola come entità vivente equivale ad impiegare la metafora più suggestiva per gli spiriti inquieti alla ricerca di una pratica agraria che operi in perfetta sintonia con i processi naturali. Quale concezione agronomica potrebbe proporre, a chi vagheggia un’agricoltura “biologica”, credenziali più sicure di quella che propone di stabilire tra i campi, la stalla e i granai un processo che ricalcherebbe perfettamente il meccanismo di digestione-circolazione che si realizza in tutti i viventi?
Nella scelta di Francesco Garofalo di ricalcare Draghetti la scelta coerente di connettere la pratica agraria nuova alla più solida tradizione della rivoluzione agraria: una scelta di indiscutibile dignità scientifica. Primo, tuttavia, tra i teorici italiani dell’agricoltura alternativa Garofalo non vede le proprie idee diffondersi in relazione al dilatarsi delle istanze di una produzione alimentare liberata dai fantasmi della chimica: tra gli adepti del rinnovamento agronomico il numero più significativo è costituito, infatti, da neoagricoltori di matrice urbana, del tutto incapaci di cimentarsi nell’allevamento del bestiame, il cui governo richiede attitudini che è difficile acquisire in assenza della dimestichezza sviluppata durante l’adolescenza. I neofiti dell’agricoltura alternativa indirizzano le proprie energie, ed i mezzi economici di cui possano disporre, alla realizzazione di colture cerealicole, orticole e alla viticoltura. Incredulo e amareggiato, Garofalo vede la propria dottrina, di cui, dotato di buona cultura agronomica, misura le ascendenze scientifiche, respinta a favore di una pratica priva di ogni fondamento teorico,vede il sodalizio che ha fondato, il più antico dei cenacoli della nuova agricoltura, disertato a favore di una miriade di tribù diverse, che in chiassosa contrapposizione contendono le adesioni degli adepti del credo fondato sull’abiura della chimica, che si impegnano a beneficare, con una chiassosa azione politica, di copiosi sussidi pubblici.


Arrestare l’apocalisse agricola

Tra le scuole dell’agricoltura alternativa affermatesi in Europa titoli di particolare prestigio vanta quella fondata da Raoul Lemaire, un docente di discipline agronomiche che matura, all’alba degli anni Sessanta, il rifiuto delle tecniche dell’agricoltura moderna facendosi alfiere del ritorno alle pratiche della tradizione. Contribuisce a trasformare le intuizioni del maestro in metodologia agronomica organica il primo collaboratore di Lemaire, anch’egli docente di materie agrarie, Jean Boucher. Codifica in un libro di successo, all’alba degli anni Settanta, la dottrina dei dioscuri dell’agricoltura “biologica” francese il più brillante dei discepoli, Antoine Ayrault de Saint Hénis.
Il volume di Saint Hénis, Guide pratique de culture biologique, non è solo il manuale che illustra una nuova tecnica agronomica, è il manifesto per la creazione di un movimento che si opponga alla trasformazione dell’agricoltura francese nel sistema tecnologico e mercantile di cui alla fine degli anni Sessanta si intravede già chiaramente la fisionomia. Di quel manifesto sarebbe difficile comprendere il significato ignorando la solidità delle tradizioni del mondo rurale francese, da secoli fiero della propria cultura, una cultura non meno carica di valenze spirituali che di conoscenze tecniche, ignorando, insieme, l’orgoglio con cui quel mondo rurale è impegnato, dagli anni Sessanta, a rinnovare pratiche agronomiche e strutture commerciali, sospinto dall’ambizione di imporre l’agricoltura dell’Esagono come la più possente macchina produttiva del quadro europeo.
Ma la conversione che Nation ha intrapreso nel segno della grandeur agricole rivestirebbe, per Lemaire e Boucher, i caratteri dell’autentica catastrofe. Di fronte a un contesto rurale in cui valori e tradizioni della paysannerie sono rigettati con la trasformazione degli antichi fermiers in imprenditori che usano macchine poderose e calcolano il profitto di ogni coltura, i due docenti francesi, genuini spiriti tradizionalisti, sono assaliti dall’orrore: assistono con raccapriccio all’allargamento senza limiti delle aziende, all’abbandono della campagna da parte degli agricoltori che quell’allargamento non riescono ad operare, alla dilatazione degli appezzamenti, osservano con sgomento la sostituzione dell’antica molteplicità di produzioni aziendali con una sola, al massimo due colture, l’abbandono delle antiche sementi per le nuove varietà ibride, la selezione di bestiame sempre più produttivo, il trionfo della chimica, che riversa sui campi quantità crescenti di fertilizzanti e antiparassitari. I traguardi che i ministri dell’agricoltura, i tecnici e i responsabili sindacali menzionano come prove del successo di una strategia di progresso sono, per i due paladini del passato rurale, le prove della deluge che avanza inesorabile.
Alfiere appassionato del pensiero dei maestri, nel proprio volume Saint Hénis proclama, a dimostrazione dei danni del progresso, che le nuove procedure avrebbero diffuso nei campi piante tanto sensibili ai parassiti che le produzioni non risulterebbero superiori a quelle delle varietà tradizionali, sostiene che la maggiore produzione non assicurerebbe agli agricoltori alcun vantaggio economico, siccome le spese per macchine e fertilizzanti fagociterebbero ogni maggiore ricavo, denuncia l’infierire, tra gli animali allevati secondo i nuovi criteri, di malattie incontrollabili Sono tre asserzioni frutto, palesemente, di incubi millenaristici, in evidente contrasto con la realtà di un sistema agricolo che ha consentito ad un numero senza misura minore di agricoltori di assicurare ai cittadini francesi uno dei tenori alimentari più ricchi al mondo, dirigendo sui mercati internazionali un flusso di esportazioni, cereali, latticini, vini e frutta, che costituisce per il Paese fonte preziosa di valuta.
Seppure dichiari che il cardine del metodo dei maestri consiste essenzialmente nel ritorno alle pratiche della tradizione, l’apostolo della filosofia rurale di Lemaire e Boucher si impegna ad attribuire a quella filosofia un blasone scientifico dichiarando che i fondamenti della dottrina dei due agronomi risalirebbero al pensiero di Pasteur, il fondatore della microbiologia moderna, i cui scritti il tenore delle citazioni rivela che Saint Hénis non ha mai letto. Padre dei vaccini impiegati per combattere le più gravi malattie infettive degli animali, Pasteur deve essere ritenuto il fondatore dell’allevamento moderno basato sugli strumenti della veterinaria, la tecnologia che provoca l’orrore dei due agronomi francesi.
Alle idee di Pasteur, che cita senza avere mai letto (o compreso), Saint Hénis aggiunge, nell’ideale elenco dei precedenti della dottrina che codifica, la menzione della teoria dell’americano Louis Kervran, lo studioso che ha sostenuto la capacità degli organismi animali di operare la conversione della struttura molecolare degli elementi chimici, mutando il numero di protoni, neutroni ed elettroni di un atomo così da realizzare la trasformazione di un elemento in elemento diverso, un’autentica scissione atomica, un’ipotesi la cui dimostrazione sconvolgerebbe l’edificio della fisica moderna, che Saint Hénis dichiara inoppugnabilmente provata dallo studioso americano, e che assume tra le fondamenta teoriche della costruzione di Lemaire e Boucher.
Piuttosto che a Pasteur, che di fertilità del suolo e di rotazioni agrarie non ebbe mai ad occuparsi, sarebbe più pertinente identificare il predecessore di Lemaire e Boucher in Thaer, il precursore ideale di Draghetti e di ogni teoria agronomica che fissi il proprio caposaldo nelle rotazioni, che non si sa decidere se Saint Henis non citi perché ne ignori l’opera o perché un autore francese non riconoscerà mai i titoli di precursore delle proprie idee ad uno scienziato tedesco, preferendo la citazione impropria di un connazionale a quella pertinente di un autore straniero.
Sul piano agronomico Lemaire e Boucher ricalcano, dopo quindici decenni, le orme del grande tedesco propugnando la stessa integrazione perorata da Thaer della coltura dei cereali e dell’allevamento, le cui esigenze di foraggio propongono di soddisfare, come il predecessore, con la coltura di una molteplicità di specie foraggere, fonti di fertilità sulla duplice strada degli apporti diretti di azoto al suolo, da parte delle leguminose, e di quelli indiretti che si realizzano dopo la trasformazione, nella stalla, dei foraggi in letame. Alla ricca gamma delle colture foraggere che suggeriscono ricalcando il precursore che ignorano, i paladini francesi dell’agricoltura alternativa associano il suggerimento dell’impiego del litotamnio, un’alga tradizionalmente impiegata come fertilizzante dai contadini bretoni, cui i due autori attribuiscono proprietà prodigiose sulla fertilità, sulla salute del bestiame, sulle qualità biologiche delle derrate prodotte per il consumo umano, di cui Lemaire avrebbe intrapreso il commercio in modo egualmente benefico per i propri conti bancari.
Un’annotazione finale, a commento del volume di Saint Hénis, non può non imporre la reiterazione, da parte dell’autore, dell’attribuzione, al primo dei due maestri, del titolo di disinteressato apostolo della verità in un mondo scientifico pervaso dall’errore, una reiterazione che ripropone una constatazione che la storia delle scienze ripresenta in più di uno dei propri capitoli: chi proclami il possesso esclusivo della verità, denunciando l’errore di chi professi ogni convincimento diverso, è, assai spesso, salvo il caso dei titani che hanno mutato, incompresi, il corso del pensiero umano, lo pseudoscienziato, se non l’imbonitore, che denigrando gli avversari cerca diffondere i propri sogni e le proprie chimere, offrendo, a chi voglia provarne il potere, sementi e preparati che ne incorporino le virtù taumaturgiche.
 




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