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martedì 24 febbraio 2015

Da Bonomi a re travicello. La mutazione antropologica della Coldiretti


di Alfonso Pascale


Ministro della Repubblica in "tenuta" Coldiretti

Il portale d’ informazione agricolae ha diffuso la notizia che il segretario generale della Coldiretti, Vincenzo Gesmundo, avrebbe percepito per il periodo gennaio-settembre 2014 una retribuzione di 1,8 milioni di euro. La segnalazione è stata verificata dall’Espresso direttamente all’INPS, dai cui dati si apprende che negli ultimi 11 anni la Coldiretti ha versato al suo più alto funzionario oltre 10 milioni di euro. Rimbalzata su altri giornali, la notizia è stata commentata dal mondo politico con un appello alla trasparenza, da far valere non solo per la politica ma anche per le organizzazioni di categoria. Nessuno si è interrogato sulle cause di questa situazione abnorme. Reazioni indignate da parte di agricoltori si sono registrate solo nella rete. A Siena, presso la Coldiretti locale commissariata da qualche mese dai vertici nazionali, 300 iscritti all’associazione hanno inscenato una manifestazione per protestare con tanto di bandiere e cappellini gialli contro le retribuzioni d’oro dei propri dirigenti. Ma pare essere un caso isolato. Per capire quello che sta avvenendo, è utile ripercorrere l’evoluzione del rapporto di fiducia tra gruppi dirigenti e base associativa nella più grande organizzazione agricola italiana da 50 anni a questa parte. Il punto di caduta della parabola si può fissare nella prima metà degli anni ’90, a seguito della scomparsa della Dc e del fallimento della Federconsorzi. Da allora avviene una vera e propria mutazione antropologica dell’organizzazione agricola, i cui esiti continuano a sorprendere ancora oggi.

Il ’68 delle campagne

In casa Coldiretti la crisi di fiducia della base nei confronti del vertice iniziò a manifestarsi negli anni del boom economico. Man mano che il disagio nelle campagne cresceva per l’incapacità delle classi dirigenti di governare gli effetti della “grande trasformazione” dell’Italia da paese prevalentemente agricolo a paese prevalentemente industriale e di cogliere – nel nuovo contesto - il fondamentale ruolo di un’agricoltura modernizzata, la sfiducia si tramutò in aperta contestazione. L’episodio più eclatante risale al primo marzo 1968, in occasione di un convegno alla Fiera internazionale di Verona. Alcune centinaia di aderenti alla Coldiretti presero d’assedio il tavolo della presidenza dove erano seduti il loro capo Paolo Bonomi e il ministro dell’agricoltura Franco Restivo. Lanciando cartocci di tetrapak pieni di latte, uova e ortaggi di vario tipo e dimensione, non smisero il tiro a bersaglio fino a quando non intervennero le forze dell’ordine. Tutto il biennio 1968-69 fu caratterizzato dalla contestazione, la quale si manifestò in modo virulento anche nelle campagne. I libri di storia parlano del ’68 studentesco e operaio e tralasciano i movimenti che si svilupparono tra i contadini. Questi provavano nei confronti della Coldiretti un senso di delusione e, soprattutto, si sentivano ingannati per il fatto di essere stati a lungo sollecitati a votare un partito (la Dc), che non mostrava più di riservare la tradizionale attenzione verso il loro mondo. Gli agricoltori incominciavano a comprendere che la scelta di Bonomi di attrezzare la Coldiretti come una sorta di “partito contadino” associato alla Dc non pagava più.

Nel 1963, in un circostanziato rapporto, presentato da Manlio Rossi-Doria, alla commissione parlamentare d’inchiesta sui limiti della concorrenza, era stata sollevata un’accusa pesante: nella politica granaria dal dopoguerra fino agli inizi degli anni sessanta, lo Stato aveva speso 1052 miliardi di lire incamerati dalla Federconsorzi, senza che questa presentasse regolari rendiconti sulla gestione delle attività esercitate per conto dei pubblici poteri. L’attacco non era tanto rivolto contro la potente organizzazione economica, quanto invece alla Coldiretti e alla Dc, che venivano individuate come le destinatarie, di fatto, delle ingenti risorse finanziarie. La polemica infuriò per tutta la campagna elettorale di quell’anno e costò alla Dc la perdita di 13 seggi alla Camera a vantaggio dei comunisti che ne guadagnarono 26.

E così, alle manifestazioni che, da alcuni anni e con crescente intensità, l’Alleanza dei contadini organizzava in ogni parte d’Italia, partecipavano, sempre più numerosi, anche molti agricoltori aderenti alla Coldiretti. Si avvertiva in quelle iniziative, al di là delle rivendicazioni più immediate, il senso di aspirazione profonda a cambiamenti significativi delle stesse modalità della politica e dei rapporti tra cittadini e governanti, la cui portata dirompente sfuggiva agli stessi organizzatori delle manifestazioni. Non era la ribellione in nome del bisogno, che aveva caratterizzato l’ottocento e la prima metà del novecento. Ma era la ribellione in nome della qualità della vita, del valore delle proprie capacità individuali. Un desiderio forte di liberarsi dal passato che tratteneva e vincolava, bloccando la libertà personale. E di liberarsi collettivamente.

Alla Fiera di Verona del marzo 1969 partecipò direttamente il presidente del consiglio, Mariano Rumor. Ma anche lui venne contestato. E così la Coldiretti non poté fare a meno di organizzare, per la prima volta nella sua storia, una manifestazione di centomila agricoltori a Roma il 16 aprile 1969. Anche in quella adunata, si ripeté il rito delle precedenti assemblee confederali: il fondatore della Coldiretti “giudicava e mandava” i ministri: talvolta invitandoli a discolparsi, talaltra lodandoli ma facendoli sempre passare per le forche caudine dello stesso applauso popolare. “Che facciamo – chiedeva il presidente alla folla – vogliamo dare la sufficienza a questo signore? Magari un sei meno, o un sei meno meno?”. E il personaggio esaminato, di sua natura impettito, masticava l’amaro di una così plebea confidenza, assieme al dolce di una promozione ottenuta per il rotto della cuffia. Si incarnava in quei saturnali della democrazia la favola del “mondo alla rovescia” cara alla fantasia dei contadini che lo avevano filtrato dalle antiche feste italiche e medievali. La società, che li mortificava ogni giorno con i prezzi, riconosceva – per un attimo – i re contadini.

Ma quella volta il copione non venne rispettato. E quando Bonomi volle cedere il microfono ad un rappresentante del governo, era ormai troppo tardi per fermare i fischi prolungati della piazza che coprivano anche la voce stentorea del capo, così platealmente disubbidito dai suoi adepti. Divenne così fatto nazionale la contestazione contadina di massa.

L’arroccamento di Bonomi


Il presidente dell’associazione agricola non voleva accettare che il destinatario principale della contestazione contadina era proprio lui. E, anziché promuovere il rinnovamento, finì per estraniarsi. Per la Coldiretti fu l’arroccamento, che in gergo scacchistico significa “mettere in salvo il re difendendolo con la torre chiamata rocco”. Iniziò allora una lunga stagione di nervoso immobilismo. Ne è testimonianza una lettera inviata nel luglio 1969 a Giulio Andreotti, al quale il fondatore della Coldiretti ribadisce il veto della sua organizzazione dinanzi all’ipotesi di un allargamento della maggioranza: una prospettiva che lui vede come un pericolo per la tenuta del suo sistema di potere. Con tono minaccioso, Bonomi si rivolgeva ad uno dei capi più influenti della Dc per avvertire “chi pensa, anche nel nostro partito, di fare tentativi di governo per soluzioni che comportano la fine della delimitazione della maggioranza di centro-sinistra”, “che noi siamo disposti ad opporci (a tali soluzioni) fino al punto di riunire politicamente tutto il mondo delle campagne contro una svolta che può portare alla fine della democrazia nel nostro paese”. Dalla lettura della missiva emergono tre elementi essenziali: l’avvio progressivo di un conflitto tra la Coldiretti e la Dc, il netto rifiuto di un’ulteriore “apertura a sinistra” nel timore di dover mettere in discussione gli equilibri di potere nelle campagne e la pretesa di raccogliere ancora, intorno all’anticomunismo, il consenso di tutto il mondo agricolo. Il tenore della lettera mette in risalto il volto arrogante e odioso della “bonomiana”. Non a caso l’iniziativa ebbe un effetto boomerang perché accelerò il crepuscolo della Confederazione. Fino a quel momento tutti i ministri dell’agricoltura erano stati personaggi vicini alla Coldiretti. Ma nel 1974, con l’assegnazione del dicastero agricolo a Giovanni Marcora, figura diversa, professionalmente e politicamente, s’interruppe quel lungo ciclo. La Dc di Moro si sentì finalmente libera dal condizionamento di Bonomi. E a quel punto la crisi della Coldiretti si aggravò enormemente e diventò irreversibile.

Nel gennaio 1975, al convegno di Montecatini, l’organizzazione stabilì per i propri direttori l’incompatibilità tra il ruolo politico e quello sindacale. Sarà loro vietato “di assumere funzioni di governo, sia nel Governo nazionale che nelle Giunte delle Regioni”. Nell’introduzione generale alla conferenza, Brunetto Bucciarelli-Ducci affermò che con la Dc “la nostra colleganza ideale e politica può continuare […] ma è arrivato il momento di dire che la Coldiretti non è coperchio da tenere fermo sopra la pentola che bolle”. Come dire: la colpa dei guai nelle campagne è del partito e noi non siamo più disponibili a contenere la rabbia degli agricoltori. Questo processo di distinzione apparve sempre più netto dopo che Bonomi ebbe passato la mano nel 1980 ad Arcangelo Lobianco. In realtà, non si trattò di una vera rivendicazione di autonomia e di recupero del momento sindacale. Questa è la favola raccontata all’opinione pubblica soprattutto di sinistra, che si mostrava particolarmente disponibile a prenderla sul serio perché funzionale ad accreditare la prospettiva dell’incontro tra cattolici e comunisti. La sceneggiata voleva, invece, nascondere un dato politico importante che ormai emergeva dappertutto nel paese: la Dc aveva incominciato a servirsi del voto agricolo per rafforzare nelle aree rurali il potere degli impiegati e dei terziari in genere all’interno delle assemblee elettive. Iniziavano a dirlo con chiarezza gli studi dell’Insor sulla composizione della classe politica municipale. E Bucciarelli Ducci colse quella novità nella sua relazione quando rilevò che la Dc “non si sottrae(va) al rimprovero di considerare il mondo agricolo […] come una riserva di voti anziché una fucina di dirigenti”.

Il fallimento della Federconsorzi 


Nonostante i tentativi di mostrarsi in una veste sindacale e non più come una corrente di partito, la Coldiretti non può nascondere l’indebolimento progressivo della Federconsorzi, dovuto al forte indebitamento con le banche e alle difficoltà di rapporto coi consorzi agrari per la distribuzione dei prodotti e dei servizi. Per tentare di farvi fronte, Lobianco lancia il cosiddetto “Progetto Aquila”. L’ambizione è di costituire un gruppo agro-industriale e finanziario autonomo. Ma l’impressione è che ai dirigenti della Confederazione manchi la consapevolezza del carattere strutturale della crisi del sistema federconsortile. I rapporti tra il suo vertice e le società collegate sono ancora di tipo personalistico e feudale. E anziché rivedere in casa propria quello che non va, si individua nelle istituzioni il capro espiatorio. E ogni programma pubblico per l’agricoltura viene giudicato da un solo punto di vista: la quantità di soldi dei contribuenti da dirottare al risanamento Federconsorzi. Ma per ottenere risultati tangibili occorre una strategia di alleanze con soggetti diversi, prospettando reciproche convenienze.

Persona affabile e cordiale nelle relazioni interpersonali, Lobianco apre dunque il dialogo con la Confcoltivatori di Giuseppe Avolio. E il neo eletto presidente della Federconsorzi, Ferdinando Truzzi, nell’ottobre 1982 – in occasione del convegno indetto a Piacenza per celebrare il novantennio del colosso economico – coglie la novità ed esalta l’apertura al dialogo con “forze di matrice diversa” presenti per la prima volta nel palco tra gli ospiti d’onore e rappresentate al massimo livello. Ma viene freddato dalla replica del presidente della Coldiretti che inizia il discorso con queste brusche parole: “Né fidanzamenti, né matrimoni, né concubinaggi”. Bonomi era ormai con un piede nella tomba ma la sua impronta etico-culturale aveva segnato nel profondo l’organizzazione che aveva creato.

Gli anni ’80 trascorrono tra corteggiamenti e ritrosie nei rapporti tra le organizzazioni agricole senza alcuna possibilità di pervenire ad un progetto unitario di rilancio delle organizzazioni economiche del settore. E nel 1991, il ministro dell’agricoltura, Giovanni Goria, democristiano legato ad Andreotti, non può fare altro che provvedere al commissariamento della Federconsorzi. Le inchieste giudiziarie sul concordato preventivo portano alla luce un indebitamento per 4 mila miliardi di lire nei confronti del sistema bancario e dei fornitori. Al momento del commissariamento, nel collegio dei revisori a tutelare la regolarità dei bilanci figurano due alti funzionari della Coldiretti, Franco Pasquali e Vincenzo Gesmundo. Il primo ricoprirà la carica di segretario generale e l’altro di segretario organizzativo. Saranno loro due a gestire nel 1993 la sostituzione di Lobianco con Paolo Micolini e i rinnovi presidenziali successivi. Di fatto diventeranno i veri “capi” della Coldiretti.

Dalla Prima alla Seconda Repubblica


Con la caduta del Muro di Berlino implode l’intero comunismo sovietico e in Italia cade finalmente la conventio ad excludendum: a prezzo di una grave divisione interna, il Pci ne trae immediatamente le conseguenze, cambiando nome e statuto. A tale vicenda fa seguito un altro fenomeno epocale benché solo per noi: nel 1992 esplode la vicenda giudiziaria e popolare di Mani pulite che conduce a un esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre o rivoluzioni: la scomparsa dei due grandi partiti governativi dei 30 anni precedenti, cioè la Dc e il Psi.

Perché Mani pulite porta a questo risultato? Nella parte più avanzata del paese, l’azione della magistratura che indaga a fondo i fenomeni di corruzione che hanno investito soprattutto i partiti di governo incontra un consenso straordinario, sia nelle città che nelle campagne; e non a caso la Lega, molto sensibile agli umori popolari del Nord, è la sua alleata più entusiasta. In realtà, è andato maturando un distacco sempre più profondo tra un ceto di governo eterno, sempre più arrogante e corrotto, cui si dà il voto per assenza di alternative e la parte più avanzata del paese. La crisi viene da lontano, dal ’68 non risolto e dagli anni settanta, quando le classi dirigenti avevano cercato di nascondere i problemi sotto il tappeto, nonostante gli sconvolgimenti che avvenivano nel mondo con l’avvio della crisi fiscale degli Stati, la nuova rivoluzione tecnologica, l’ondata di nuovi nazionalismi. La democrazia sta attraversando ovunque una transizione delicata: il passaggio dalla democrazia dei partiti – quella che in Italia è coincisa con la Prima Repubblica – alla democrazia dei leader. Non è più il partito che porta il consenso al leader, ma è il leader che porta il consenso al partito. E per tanti leader risultano irresistibili i populismi, l’individuazione di nemici, la proposizione di rozzi messaggi salvifici.

Le campagne sono pienamente coinvolte nei nuovi processi a partire dal livello istituzionale. La contrapposizione che si era determinata tra le Regioni e lo Stato centrale sulle competenze in materia di agricoltura si esprime con numerosi ricorsi alla Corte Costituzionale e raggiunge l’apice nel 1992 con la richiesta di un referendum popolare per deliberare l’abrogazione degli atti legislativi, emanati nel 1929, istitutivi del ministero dell’agricoltura. L’iniziativa referendaria, avanzata da cinque Regioni ed a cui successivamente aderiscono altre undici, ha un risultato largamente favorevole per i proponenti. Tale esito, tuttavia, non provoca una riforma dell’assetto istituzionale dell’agricoltura. La legge di riordino delle competenze, che di lì a poco viene emanata per colmare il vuoto normativo, si limita a cambiare il nome del dicastero in ministero delle politiche agricole e forestali e ad assegnare maggiori risorse alle Regioni. Un’occasione mancata per rafforzare i supporti alle funzioni nazionali di indirizzo e coordinamento e di presidio delle sedi dove vengono definite le politiche comunitarie e stipulati gli accordi internazionali. La Coldiretti e le altre organizzazioni agricole si erano disimpegnate nel referendum per non confrontarsi con l’opinione pubblica sui problemi che esso poneva. Ma colte di sorpresa dall’esito del voto, ora sono le prime a sostenere per il nuovo ministero la soluzione gattopardesca del “tutto cambi perché nulla cambi”.

Tali vicende sono il segnale di una crisi epocale della rappresentanza che investe sia le istituzioni che le organizzazioni dell’agricoltura. Questa non è più un mero settore produttivo ma il crocevia di problemi complessi che vedono al centro i cittadini in quanto tali. Il dissolvimento della Dc accresce ovviamente lo stato di sbandamento in cui versa la Coldiretti alle prese con la grave crisi della principale struttura economica che essa domina. Al compimento della Prima Repubblica, Lobianco, parlamentare per 7 legislature, e Micolini per 3 occupano entrambi un seggio senatoriale. E con la nascita della Seconda nel 1994 la Coldiretti non esprimerà più propri eletti in Parlamento. Non è l’esito di una libera scelta come si vuole far credere, alimentando la retorica dell’autonomia dalla politica e della scelta sindacale, secondo il copione fantasioso inaugurato a Montecatini. Si tratta invece di uno stato di necessità, dovuto alla frattura che si era creata tra l’organizzazione e il mondo politico negli anni dell’arroccamento e alla difficoltà di partecipare attivamente – con una base sempre più recalcitrante agli ordini dei vertici in materia di scelte elettorali - al processo di ristrutturazione del sistema politico.




Presidente di regione in "tenuta" Coldiretti
La "Bonomiana" cambia pelle

A monte del distacco dalla politica attiva c’è, tuttavia, una ragione più di fondo che spesso gli osservatori esterni non colgono. Con la prima riforma della Politica agricola comune (Pac), l’introduzione degli aiuti diretti viene vista dalle organizzazioni come un pretesto per diventare organismi prevalentemente strutturati ad erogare servizi agli aderenti. E così queste abbandonano ogni altro disegno più ambizioso di rappresentare l’insieme di una ruralità che nel frattempo si era del tutto trasformata. La Coldiretti incomincia a riorganizzarsi imperniando il vero potere interno sulla struttura tecnico-organizzativa lungo la filiera gerarchica segretario generale – segretario organizzativo al centro e poi, discendendo verso la periferia, direttori regionali e provinciali. Un potere che controlla una quota crescente di risorse pubbliche di diversa provenienza, comprese quelle derivanti dai beni della ex Federconsorzi posti sul mercato dal comitato dei liquidatori. E attraverso l’utilizzo di tali disponibilità finanziarie la struttura oligarchica e accentratrice interna, divenuta sempre più inamovibile, gestisce i momenti elettivi, promuovendo, al centro e in periferia, presidenti di comodo obbedienti al volere dei segretari centrali o dei direttori.

Così avviene la mutazione antropologica della Coldiretti: un’organizzazione non più guidata da presidenti politici che fondano la propria legittimazione e rappresentatività nella raccolta del consenso tra gli agricoltori sia per ricoprire cariche elettive negli organismi associativi che per far parte delle assemblee elettive pubbliche; ma da un management fortemente verticistico che concentra il potere esclusivo sulle risorse finanziarie e che con queste gestisce la comunicazione verso gli associati e verso l’opinione pubblica, la distribuzione dei posti nei consigli di amministrazione di una miriade di società controllate e i rinnovi delle cariche elettive da destinare esclusivamente agli agricoltori associati. Bonomi non era mai stato un agricoltore e per farsi eleggere presidente della Federconsorzi nel 1949 aveva comprato un pezzo di terra a Viterbo per diventare socio del consorzio agrario di quella provincia. Quando sarà promulgata la legge Sturzo nel 1953 che sancisce l’incompatibilità tra la carica di deputato e quella di presidente della Federconsorzi, egli opterà ovviamente per la prima. Sa che quella è una poltrona importante sia per “comandare” nella Coldiretti che per dialogare alla pari con la politica. Invece adesso nella Coldiretti il potere effettivo è nelle mani del management a cui preme sempre meno rappresentare gli interessi degli associati e dell’agricoltura e sempre più procacciarsi risorse pubbliche per alimentare il proprio potere di ridistribuzione all’interno del sistema organizzativo. La comunicazione non deve, pertanto, mostrare le debolezze e gli elementi problematici del settore ma gli aspetti ammalianti e bucolici con cui attrarre simpatia e consenso intorno al proprio marchio. Il quale non va confuso con le altre organizzazioni agricole concorrenti - verso cui addirittura si mostra, per via del loro attaccamento alle rivendicazioni di categoria, un malcelato disprezzo – ma va speso più proficuamente accanto a quello di associazioni ambientaliste e della società civile capaci di attrarre consenso sociale e risorse pubbliche per le proprie strutture di servizi.

Mentre è in atto questa mutazione genetica, la Lega Nord ne approfitta e tenta di raccogliere il disagio degli allevatori, che subiscono i contraccolpi delle difficoltà in cui versa il modello zootecnico padano. Essa favorisce la nascita dei Cobas del latte, concentrando la rivolta contro le inefficienze amministrative riguardanti la gestione delle quote, che si erano accumulate da quando si erano introdotte a livello comunitario. Come spesso era accaduto in passato, anche l'introduzione delle quote latte era stata presa sottogamba dai governi e dalle organizzazioni del nostro paese. E ora che vengono al pettine i problemi, la Coldiretti è nell’occhio del ciclone. Nel 1997, nel fuoco delle polemiche, Micolini viene indotto a dimettersi e gli subentra Paolo Bedoni. Sono sempre Pasquali e Gesmundo a gestire la successione. Così 10 anni dopo, quando Sergio Marini sostituirà Bedoni. E ancora 7 anni dopo quando Marini si vedrà costretto a dimettersi, benché rieletto solo da alcuni mesi.

Le dimissioni di Marini, avvenute nell’ottobre 2014, non sono mai state chiarite. Forse gli è stato rimproverato di non essere riuscito a “portare a casa” il vantato credito di 400 milioni di euro che un tribunale e poi la Corte d’Appello di Roma avevano dichiarato esigibile quale rimborso per gli ammassi della Federconsorzi. Sentenze che avevano suscitato non poche perplessità dal momento che l’organizzazione economica era stata sciolta da una legge del 1999. Marini aveva provato a convincere alcuni parlamentari del Pd e del Pdl a trovare un qualche marchingegno giuridico da inserire in un qualsiasi provvedimento di legge per dirottare alla Coldiretti il vantato credito di un’organizzazione economica ormai estinta. Solo una manciata di consorzi agrari erano sopravvissuti al disastro finanziario della casa madre e pervicacemente risparmiati ad una revisione normativa che avrebbe dovuto ricondurli alla forma cooperativa, eliminando una specialità ormai priva di senso. Ci aveva provato nel 2013 Ugo Sposetti (Pd), ultimo tesoriere dei Ds, a resuscitare la Federconsorzi ma il suo emendamento era stato respinto. L’anno successivo, aveva osato Antonio D’Alì (Pdl), con un emendamento alla legge di stabilità, ma anche quel tentativo era andato a vuoto. A quel punto, Marini, anziché comprendere le forti riserve dell’opinione pubblica e del Parlamento a dare seguito a quella richiesta, finge di strapparsi le vesti e minaccia di fondare un partito. Poi, si limiterà a dare vita ad una fondazione culturale denominata “Italia S.p.A”. Un modo per abbandonare la scena senza strascichi interni.

Nel frattempo, Pasquali era passato ad altri incarichi e, con l’attuale presidenza di Roberto Moncalvo, Gesmundo diventa segretario generale. Lo statuto viene modificato per ridurre ad un unico mandato non rinnovabile la carica di presidente e per concentrare ulteriormente i poteri nelle mani del segretario generale: assistere gli organi confederali nella definizione e nell’attuazione delle linee di politica sindacale e generale; programmare, dirigere e coordinare l’attività delle aree; esercitare, proponendone l’articolazione, il potere di indirizzo e vigilanza sulle strutture territoriali, per l’attuazione delle deliberazioni degli organi confederali; svolgere la funzione di coordinamento e di indirizzo per le strutture nazionale e territoriali. Di fatto, rimane al presidente, eletto una sola volta, esclusivamente il compito di portavoce.

Non stupisce, dunque, se le rivelazioni di agricolae e dell’Espresso non suscitano reazioni indignate tra gli associati alla Coldiretti. Essi sono perfettamente consapevoli della mutazione antropologica avvenuta nella propria organizzazione. Sanno che il legame con questa riguarda esclusivamente i servizi di cui fruiscono e non più la tutela dei loro interessi e delle proprie aziende. E allora perché continuano ad accorrere alle adunate oceaniche al Palalottomatica o alle convention di Cernobbio? Un motivo forse c’è. Al copione dei saturnali della democrazia, dove i contadini si prendono il gusto di essere re per un giorno in una società che li vessa tutto l’anno a causa dei prezzi e delle tasse - come nella favola antica del “mondo alla rovescia” - i nuovi “padroni” della Coldiretti hanno aggiunto, accanto ai governanti e ai rappresentanti del potere economico, altri soggetti di cui prendersi gioco: i presidenti agricoltori, promossi e destituiti a piacimento, utilizzando i soldi dei contribuenti. Gli associati allora accorrono ammaliati da un sogno che i nuovi “capi” sanno indurre con la retorica del protagonismo contadino: il sogno di vedersi attribuire, un giorno, chissà, ruolo e prebende dei re travicelli. Si sono fatti convincere perfino che quanto più i loro “capi” guadagnano, maggiormente, un giorno, chissà, i loro eventuali benefits potranno essere copiosi.  







Alfonso Pascale
Sindacalista e scrittore , già vicepresidente nazionale della Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) e fino al 2011 vicepresidente dell’ istituto Zooprofilatico Sperimentale delle regioni Lazio e Toscana. Ultima sua fatica letteraria: Radici & Gemme  - La società civile delle campagne dall'Unità ad oggi ( 2013). www.alfonsopascale.it

1 commento:

  1. Si tratta di un capitolo oscuro che viene messo alla luce del capitalismo politicamente protetto...
    Riflessione complessiva da riportare ai nostri giorni, per capire i meccanismi che regolano l'immobilismo che lega il nostro ex regno d'Italia.

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