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giovedì 20 agosto 2015

Fatti e misfatti dell’olio di palma

di Sergio Salvi


Nanni Moretti in "Bianca"

Nello scorso mese di maggio ho partecipato come relatore al convegno “Risorse e territorio” svoltosi presso l’Università di Camerino. Nonostante si trattasse di un convegno ufficialmente pro-Expo Milano 2015, uno dei relatori chiuse il proprio intervento tuonando contro Expo, colpevole, a suo dire, di essere sostenuta da una nota azienda che produce una celebre crema alle nocciole avente come ingrediente base l’olio di palma, causa di deforestazioni selvagge, del rischio di estinzione degli oranghi e di altri disastri ambientali.
Qualche mese dopo ho avuto occasione di visitare Expo e, tra i vari padiglioni, anche quello della Malaysia, che grazie ad una brochure distribuita in loco ho scoperto essere, insieme all’Indonesia, il principale produttore di olio di palma del mondo (i due Paesi messi insieme forniscono, infatti, l’85% della produzione mondiale).
Leggendo la brochure ho acquisito diverse informazioni sull’olio di palma: che la palma da olio è una coltura ad alto rendimento rispetto a colture come colza, girasole e soia; che la domanda mondiale di olio di palma è in progressivo aumento; che l’uso dell’olio di palma nell’alimentazione umana risale a 10000 anni fa; che l’olio di palma è un ingrediente estremamente versatile nell’industria alimentare; che il suo contenuto di acidi grassi saturi ed insaturi è fifty-fifty e che - contrariamente alle tonanti affermazioni del relatore camerinese - quella dell’olio di palma è una produzione sostenibile, che non comporta nessuna coltivazione nelle aree forestali primarie e ad alto valore di conservazione e che fa un ridotto uso di pesticidi.
In altre parole, la brochure malese mi ha fatto venire il dubbio che il fuoco a mitraglia aperto da qualche tempo a questa parte contro l’olio di palma non sia altro che l’ennesima moda ambientalista che dozzinalmente attribuisce ad una coltura di largo uso industriale e soprattutto alimentare tutti i mali (o quasi) di questo mondo.

L’attacco più recente mosso all’olio di palma nasce il 13 dicembre 2014, con l’adozione della nuova normativa sull’etichettatura degli alimenti introdotta dal Regolamento UE 1169/2011 e che riforma tutta la disciplina in tema di etichette, compreso l’obbligo di specificare la natura di oli e grassi presenti negli alimenti. 
Così, in ottemperanza al regolamento europeo, la generica indicazione di “grassi vegetali” che fino a qualche tempo fa era presente nell’etichetta della celebre crema di nocciole accusata di provocare devastazioni ambientali è ora diventata “olio di palma”. In altre parole, il “criminale” ora ha un nome e un cognome, e quindi può essere aggredito a dovere, anche se - in verità - l’olio di palma si trova al centro di quella che è solo l’ultima di una serie di “guerre dell’olio” scatenate già in passato, per motivi puramente commerciali, da parte di Paesi produttori di altri oli concorrenti (come l’olio di soia).

Ma quanto c’è di vero nelle dichiarazioni degli ambientalisti così come in quelle riportate nella brochure malese?
A chiarirmi ulteriormente le idee è intervenuta una recentissima lettura estiva, ossia il libro di Rita Fatiguso e José Gálvez “L’olio giusto - perché è scoppiata la guerra dell’olio?” (Giunti, 2015), che descrive in modo estremamente chiaro ed efficace le diatribe che ruotano intorno alla produzione mondiale degli oli e dei grassi vegetali.
Già dalla lettura dei primi capitoli emergono molte conferme di quanto è riportato nella brochure che avevo preso nel padiglione della Malaysia, compresa la questione della produzione sostenibile: secondo gli autori del volume, infatti, la conglomerata malese Sime Darby, uno dei più grandi produttori al mondo di olio di palma, ha avviato la scalata alla New Britain Palm Oil, azienda britannica che ha fatto della produzione sostenibile dell’olio di palma la propria bandiera, con un duplice intento: acquisire il valore aggiunto dato dalle coltivazioni britanniche in Papua Nuova Guinea (considerate all’avanguardia in quanto a sostenibilità ambientale) e conquistare il mercato europeo, ossia l’area in cui la domanda di olio di palma sostenibile sta crescendo più in fretta che in qualsiasi altra parte del mondo.
E gli oranghi? L’allarme lanciato a suo tempo da Greenpeace in merito alla deforestazione selvaggia (e spesso illegale) associata all’aumento della superficie destinata alla coltivazione di palma da olio in Indonesia non era ingiustificato: tra il 1967 e il 2000 la superficie coltivata a palma da olio era passata da meno di 2000 a oltre 30000 chilometri quadrati, con una seria minaccia rivolta non solo alla sopravvivenza degli oranghi, ma anche di tigri, elefanti e rinoceronti. 

Ma ora le cose stanno cambiando: oggi del problema della deforestazione associata alla coltivazione di palma da olio si occupano organismi internazionali come la Banca Mondiale e le Nazioni Unite, oltre all’Unione Europea e ai governi nazionali di Paesi quali Stati Uniti, Regno Unito e Norvegia, che sovvenzionano l’attuazione di politiche di produzione ecocompatibile dell’olio di palma in Indonesia e Malaysia, stimolando azioni concrete (e documentate) rivolte non solo alla riconversione delle attività produttive in senso ecosostenibile, ma anche alla lotta alla deforestazione illegale.
Insomma, la generalizzata presa di coscienza da parte di consumatori, organismi internazionali e governi nazionali sembra aver avviato la soluzione del problema ambientale legato a questa attività produttiva d’importanza globale, soluzione che passa anche attraverso l’adesione delle aziende alla RSPO (Roundtable on Sustainable Palm Oil), che si è riunita per la prima volta nel 2013 a Medan, in Indonesia e che fa emergere, paradossalmente, il lato “comico” dell’attacco mosso in sede camerinese a Expo Milano 2015 e all’olio di palma. Infatti, la nota azienda dolciaria italiana produttrice della celebre crema alle nocciole accusata di sterminare gli oranghi è risultata essere una delle prime cinque aziende, su ben 130 analizzate in ambito RSPO, ad aver adottato misure ritenute soddisfacenti in relazione all’acquisto e all’uso di olio di palma prodotto in modo sostenibile (a conferma del fatto che ci vuole poco a vestire i panni di Giove Pluvio e scagliare fulmini e saette in giro).
La buona notizia con la quale si conclude il libro di Fatiguso e Gálvez è che il futuro dell’acquisto e dell’uso di olio di palma da parte delle aziende passerà sempre di più attraverso la certificazione CSPO (Certified Sustainable Palm Oil) e il concetto di olio segregato, ossia distinto dall’olio di palma tout court per la sua provenienza da fonti produttive certificate come realmente ecosostenibili.


Sergio Salvi
Laureato in Scienze Biologiche presso l’Università di Camerino, nel corso della sua attività di ricercatore si è occupato di genetica lavorando presso enti di ricerca pubblici e privati. Dal 2007 svolge attività di ricerca e divulgazione storico-scientifica su Nazareno Strampelli, rivolgendo particolare attenzione al recupero d’informazioni inerenti l’attività scientifica meno nota del genetista marchigiano e all’attualità delle innovazioni da lui introdotte in agricoltura.

6 commenti:

  1. Bene, a questo punto dando per vero quanto riporta una brochure e quanto scritto in un libricino di poco più di 140 pagine pubblicato da una casa editrice specializzata in libri per bambini e letteratura da sotto ombrellone, foraggiata da chi sa chi, in netto contrasto a quanto riportano le più autorevoli ma "pretestuose" firme della stampa mondiale, possiamo stare più sereni. Magari ora qualche ardito pubblicherà in una rivista di gossip, che un buon bicchierino di glifosato dopo un laudo pasto non può far che bene alla digestione, e con buona pace di tutti possiamo dormire sonni tranquilli........ MAH!!!!

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    1. Nella puntata di giovedì (piacevole coincidenza con la pubblicazione
      dell'articolo) di Super Quark, hanno trasmesso il documentario della, BBC,
      la Terra dei Monsoni (http://www.superquark.rai.it/dl/portali/site/news/ContentItem-5c0bdce6-09b0-4d34-bb51-c05cb86373a8.html dal 25 esimo minuto) si accenna all'olio di palma, non mi sembra che le conclusioni si discostino tanto da quelle nell'articolo. Ciò non toglie che sarebbe interessante poterle confrontare con alcune delle "autorevoli firme della stampa mondiale".

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  2. Sergio

    Alla base dell'olio di palma vi è un problema tecnologico ed è che solo i grassi saturi possono solidificare ed a disposizione abbiamo solo il burro, lardo e lo strutto. Troppo poco per soddisfare le esigenze (ti immagini una nutella al burro al lardo o allo strutto chi la mangerebbe con ciò che si è detto dei grassi saturi?) e quindi l'olio di palma faceva al caso per dare alla nutella quella spalmabilità, che tra l'altro gli altri grassi non davano che ne ha fatto la sua fortuna (ti immagini una nutella liquida?)

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  3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  4. Posso anche essere d'accordo sulla "faziosita' " della brochure malese, ma il libro della Giunti (casa editrice tutt'altro che frivola e che fa dell'ottima divulgazioe) e' estremamente dettagliato in quanto a riferimenti bibliografici e documentali.
    Sergio Salvi

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  5. Altre informazioni sull'olio di palma al seguente link:

    http://www.aidepi.it/news/493-olio-di-palma.html

    Sergio Salvi

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