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giovedì 31 dicembre 2015

Storia della Federconsorzi - " cooperativa, holding finanziaria o impero da lottizzare? "

di Antonio Saltini
6ª parte
Mondine
L’agricoltura è oggi tra i grandi temi del confronto politico ed economico del Paese, e uno degli elementi chiave del dibattito agrario è il problema dei consorzi agrari e della Federconsorzi. Realtà inscindibile, consorzi agrari e Federconsorzi costituiscono il più vasto organismo economico di tutto il contesto della nostra agricoltura e, insieme, l’epicentro di tutte le contese che, fino dal dopoguerra, per l’agricoltura si combattono in Italia.

Le dimensioni economiche del complesso emergono indiscutibili da pochi dati: 75 i consorzi agrari, 3.450 le loro succursali in tutto il paese, 1.400 miliardi di lire  il loro fatturato complessivo, alcune decine le società commerciali, industriali, finanziarie immobiliari sotto il controllo azionario della Federconsorzi. Alcune di esse hanno nomi di rilievo nazionale: Molini Agro Pontino, Polenghi Lombardo, Sisforaggera, Siapa, Assicurazioni Fata, Zuccherificio Castiglionese.

Ma il ruolo svolto dal complesso Federconsorzi nella politica agraria nazionale risulta ancora maggiore delle sue dimensioni, pure imponenti: per non poche delle voci del dibattito di politica agraria il problema Federconsorzi si identifica infatti con la stessa sostanza del problema agricolo nazionale. Come testimonianza esemplare di tale atteggiamento si può citare, ad esempio, quanto si è letto in un articolo dell’Espresso dedicato a i mali della nostra agricoltura, nel quale all’elencazione delle tare del nostro settore primario seguiva, al primo posto tra le proposte per il futuro rilancio agricolo, l’affermazione che “La prima legge necessaria…è proprio quella per sopprimere la Federconsorzi (o trasferire i suoi poteri alle regioni e  all’Aima, il che è press’a poco la stessa cosa”.

L’affermazione esprime un convincimento diffuso. Citazioni analoghe si potrebbero moltiplicare, traendole dagli organi ufficiali dei partiti di sinistra quanto dalle testate della grande stampa di informazione. Non sarebbe difficile, anzi, ripercorrendo a ritroso il dibattito politico e giornalistico del dopoguerra, identificare nella polemica attorno alla Federconsorzi una delle costanti della vita politica nazionale. Una polemica che ha registrato momenti di violenta belligeranza e pause di apparente assopimento, ma che mai ha potuto essere considerata spenta o risolta. Una polemica che ha conosciuto, a volte, precisione di termini e di obiettivi (l’attacco più lucido all’organizzazione federconsortile è stato certamente quello attuato, durante il grande scontro sul tema degli ammassi del ammassi del grano, da Manlio Rossi Doria con un libro di penetrante, acuta analisi, che spesso si è espressa con la più cruda violenza di toni pure nella mancanza, in chi la combatteva, di ogni conoscenza dell’ente, delle sue strutture, dei suoi settori operativi (esemplare, in questo senso, il libro di Idomeneo Barbadoro La Federconsorzi nella politica agraria italiana : molte accuse, nemmeno un dato.

A privare il dibattito della stessa disponibilità di dati che è necessaria ad ogni contraddittorio ha contribuito, in primo luogo, la prassi seguita dalla Federconsorzi di fronte agli attacchi, ai quali non ha mai voluto dare risposta. L’unico intervento che l’organizzazione ha condotto a propria difesa in trent’anni di polemiche resta il brevissimo discorso che il suo direttore generale, Leonida Mizzi, svolse, in occasione della Conferenza nazionale dell’agricoltura, nel giugno del 1961, in coincidenza alla fase più calda della polemica per la gestione degli ammassi. In risposta agli attacchi che gli erano stati rivolti nel corso dei lavori, evitando il merito delle accuse, Mizzi affermava che l’attività dell’ente costituiva “una cooperazione che è perfetta in ogni suo aspetto, poiché si propone esattamente quegli scopi mutualistici che sono alla base della vera cooperazione e cioè l’interesse particolare dei soci e quello generale delle categorie, attraverso il concetto della mutualità inteso come fraterna collaborazione di singoli per il fine comune…”

La verifica nei fatti del concreto adempimento dei principi dichiarati era offerta da Mizzi con enunciazioni di massima e affermazioni di principio. Chi quella verifica abbia voluto condurre sui fatti e sui dati, per mettersi in grado, in qualunque momento del dibattito sull’organizzazione, di esprimere un giudizio obiettivo, e abbia ricercato, quindi, i necessari strumenti di analisi, si è scontrato, fino dall’inizio della propria indagine, con l’impossibilità di attingere a qualsiasi fonte di notizie economiche, finanziarie, organizzative sulla vita del complesso agrocommerciale. Quando il professor Rossi Doria chiese, forte del prestigio rivestito come uno dei maggiori economisti agrari del Paese, di conoscere gli elementi della vita finanziaria dell’ente, incontrò tutti gli ostacoli e le resistenze di cui offre una testimonianza eloquente nelle pagine del suo libro.

Tanto è facile, infatti, misurare l’entità degli elementi esteriori dell’organizzazione: magazzini, impianti chimici e mangimistici, officine, oleifici, enopoli, disseminati in tutti i borghi del Paese, altrettanto difficile è penetrare il tessuto dei rapporti economici e organizzativi che stanno sotto l’apparato esteriore. Ogni anno ciascun consorzio agrario redige il bilancio della propria gestione, ma la sua conoscenza resta retaggio degli amministratori. La Federconsorzi ha adempiuto per decenni ai propri obblighi di pubblicazione del bilancio distribuendo ai rappresentati dei consorzi agrari, che ne costituiscono formalmente gli azionisti, un resoconto tanto ricco di dichiarazioni celebrative e di magniloquenti fotografie quanto povero di cifre. Il prospetto contabile cui era demandato di tradurre in cifre la vita economica dell’organismo era tale che qualsiasi ragioniere avrebbe dovuto reputarlo insufficiente a definire i termini dell’esercizio economico di una bottega dal giro di affari di un milione. Fino al 1975 quel prospetto è consistito praticamente in un solo conto patrimoniale, in cui tutti gli immobili, magazzini, scali, aziende agricole erano valutati, sinteticamente, 11.965.579.252, meno del valore del palazzo romano ove hanno sede gli uffici centrali. Il portafoglio delle partecipazioni era iscritto in bilancio per 74.225.597.800 , senza alcuna spiegazione sull’identità e sull’attività delle aziende controllate. L’obbligo legale della compilazione di un conto di gestione era assolto da una tabellina di cinque voci: assente qualsiasi dato su quelle spese che, per operare, ogni ditta è costretta a sostenere, dagli stipendi alle merci acquistate, dal riscaldamento alle tasse.

E’ solo dalla gestione 1976 che, costretta dai rigori della nuova legislazione fiscale, la Federconsorzi ha dovuto piegarsi alla compilazione di bilanci che, pure alquanto sintetici, offrono tuttavia alcune indicazioni numeriche sulla vita economica dell’ente. Nel conto di gestione compaiono, ad esempio, le cifre relative alle merci vendute: macchine agricole (271 miliardi), concimi e anticrittogamici (250 miliardi), carburanti e lubrificanti (101 miliardi), mangimi (97 miliardi) e prodotti alimentari (45 miliardi). Compare altresì, per la prima volta, un elenco delle società controllate di cui la Federconsorzi possiede quote di capitale (75 società), con l’indicazione del numero delle azioni possedute e del loro valore in bilancio.

Sono notizie che aprono qualche spiraglio sulla vita dell’organizzazione federconsortile, la cui riluttanza a diffonderle si manifesta ancora, tuttavia, negli sforzi per mantenere pressoché segreta la relazione che le contiene: entrare in possesso di una copia della stessa costituisce impresa di difficile e fortunosa realizzazione.

La difficoltà, se non l’impossibilità, di conoscere fatti e dati, accompagna così sino dalle origini il dibattito sulla Federconsorzi: se quell’assenza rende spesso confusi gli argomenti degli avversari, gli unici apporti di chiarezza al dibattito debbono reputarsi, negli ultimi anni, il libro di Rossi Doria, e qualche articolo di Emilio Lorenzi, che si dimostrò tanto bravo da sapere quali caramelle offrisse il direttore generale ai visitatori, essa costituisce, alla lunga, l’arma più temibile contro la stessa Federconsorzi: l’opinione pubblica non accetta più, infatti, che un ente “pubblico” preposto alla distribuzione di prodotti agricoli possa sottrarre la propria attività a qualsiasi conoscenza da parte dei cittadini, circondandosi di una barriera di riservatezza più impenetrabile di quella con cui difendono le proprie operazioni gli stessi gruppi economici privati.

E quella mancanza di elementi di conoscenza di comune accessibilità, che ha contraddistinto il dibattito politico sulla Federconsorzi costituisce altresì la spiegazione di quel carattere anomalo assunto, fino dai primi anni del dopoguerra, dallo scontro che ha opposto le forze politiche per il controllo del grande complesso economico, uno scontro che la Democrazia Cristiana ha combattuto arroccata in difesa di una delle proprie maggiori fonti di vita, che l’opposizione di sinistra ha condotto all’attacco, mediante denunce e parole d’ordine che, non riuscendo mai a costringere l’avversario sul terreno del confronto, se pure non sono riuscite, fino ad ora, a sconnettere le difese di chi dell’ente detiene le leve del potere, hanno senza dubbio esercitato un’influenza rimarchevole sull’opinione pubblica, incapace di accettare che un ente di natura pubblicistica possa sottrarsi, come si è sottratta la Federconsorzi, ad ogni controllo di verifica pubblica.

Alla posizione di vantaggio di chi presidia gli spalti della cittadella gli assedianti possono opporre, così, oltre al peso maggiore assunto negli anni più recenti dalla sinistra negli equilibri politici del Paese, anche il vantaggio della maggiore diffusione e del maggior credito di cui le loro tesi sull’organismo federconsortile godono presso l’opinione pubblica. Un vantaggio che non sarebbe irrilevante quando fosse lanciato l’ultimo assalto alla cittadella.

Quell’assalto, nell’aria da anni, potrebbe ormai non essere lontano. La testa d’ariete per condurlo è pronta da tempo: un disegno di legge che potenziando l’Aima, un organismo dello Stato oggi demandato di semplici compiti burocratici, potrebbe incrinare lo stesso connettivo tra Federconsorzi e consorzi agrari, spezzando il vincolo che costituisce il punto di forza di tutto l’edificio federconsortile.

Si può ricordare, a proposito, che la creazione dell’Aima, nata nel 1966 in tempi di governi di centrosinistra , costituì concessione fatta al Partito Socialista che mirava a fare dell’ente proprio un contrappeso al potere della Federconsorzi: dopo il varo dell’organismo la Federconsorzi riusciva, però, a “sterilizzare” il movente della legge costitutiva e ad annullarne il potenziale dirompente sugli equilibri nella propria sfera di influenza.

Proprio ora, mentre le forze di sinistra potrebbero giocare nello scontro da tanto tempo atteso carte di indubbio rilievo, si deve però riconoscere anche l’ipotesi che quello scontro, nel clima politico che vive oggi il Paese, possa risolversi in un patteggiamento con mute concessioni. Gli assediati potrebbero cioè consentire agli assedianti di entrare a presidiare qualche spalto della cittadella, in una soluzione di compromesso che non si sa quanto potrebbe essere preferibile allo scontro aperto. Tanto nell’ipotesi di ultima battaglia, quanto in quella di riservato compromesso, non è infatti difficile pronosticare che il cittadino comune verrebbe comunque escluso dalla conoscenza degli elementi del confronto e della sua soluzione.

Proprio per questo appare tanto più importante cercare di spingere lo sguardo più a fondo nella struttura del grande organismo economico , per tentare di comprenderne il ruolo nel contesto dell’agricoltura nazionale, per individuarne le capacità e le carenze, penetrando al di là del muro di reticenze che avvolge la storia degli ultimi trent’anni dell’ente. E chi quel muro riesce a penetrare si trova di fronte, dopo un esame anche sommario, ad una contraddizione insanabile, quella tra la natura giuridica dell’ente e la sua fisionomia economica, che è la contraddizione tra la natura cooperativistica che lo statuto assegna alla Federconsorzi e il ruolo che essa svolge, ormai, di grande holding finanziaria, svincolata dal controllo di qualsiasi base sociale cooperativa. I due termini della contraddizione sono intimamente connessi: proprio mentre si verificava la perdita progressiva dei connotati cooperativistici, l’ente realizzava quella crescita dell’efficienza finanziaria e commerciale che oggi fa della Federconsorzi uno degli organismi economici più dinamici ed efficienti del Paese. Un organismo singolare in un quadro economico nazionale che, specie nel settore pubblico, offre esempi assai più numerosi di difficoltà e di travaglio che di positive conduzioni aziendali.

La contraddizione è clamorosa, sufficiente a fare dell’ente un singolare elemento anomalo nel quadro delle istituzioni pubbliche italiane, ma le ragioni che l’hanno prodotta hanno radici profonde nella storia dell’organizzazione federconsortile, una storia che, parte della storia del Paese degli ultimi cento anni, è densa di brusche inversioni, di evoluzioni contraddittorie, di eventi drammatici.

Fondata a Piacenza nel 1892 per riunire i consorzi di agricoltori nati spontaneamente in varie province italiane, e promuoverne la creazione in quelle dove fosse mancata l’iniziativa spontanea, la Federconsorzi, sotto la guida di presidenti di grande levatura civile, e di direttori di singolari capacità commerciali, estese in alcuni decenni le proprie attività, la gamma ed il volume delle merci acquistate, per conto dei consorzi associati, sul mercato internazionale e su quello nazionale, fino a divenire organismo economico di rilievo nazionale. All’avvento del Fascismo il nuovo regime, dopo alcune schermaglie sostituiva il presidente, Emilio Morandi, geloso tutore dell’autonomia dell’organizzazione, con un commissario di propria nomina, e procedeva, con la promulgazione della legge Rossoni, dal nome del ministro proponente, ad una riforma radicale dello statuto di tutta l’organizzazione. Da libere cooperative, i consorzi agrari divenivano strumenti della politica agraria governativa, da agenzia centrale dipendente dal consenso della periferia consortile, la Federconsorzi veniva trasformata nel centro di controllo della vita dei consorzi provinciali.

Con questo equilibrio di rapporti tra consorzi agrari e Federconsorzi l’organizzazione era ereditata dal regime democratico che nasceva nel dopoguerra. Dopo un periodo di equilibri incerti, in cui anche un comunista, l’avvocato Spezzano, sedeva a capo dell’organizzazione, alla testa della stessa si insediavano gli uomini della Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, l’organizzazione creata da Paolo Bonomi ricostruendo l’ordito delle organizzazioni fasciste dell’agricoltura. La prima preoccupazione della Coldiretti era quella di garantirsi che i rapporti tra Federconsorzi e consorzi agrari mantenessero l’impronta gerarchica assunta nel periodo tra le due guerre. Lo scopo veniva raggiunto mediante tre diversi ordini di strumenti:

1) la nomina, da parte delle assemblee provinciali dei consorzi agrari, nelle quali l’organizzazione bonomiana godeva di larga maggioranza, di consigli di amministrazione che non turbassero l’attività degli staff tecnici;

2) la fissazione della regola, che fu sancita dall’art. 22 dell’allegato I del decreto legislativo 7 maggio 1948, n° 1232, che ristrutturava l’organizzazione federconsortile, per la quale i direttori dei consorzi agrari avrebbero dovuto rientrare in un albo controllato dalla Federconsorzi;

3) una strategia commerciale che addossava ai consorzi carichi finanziari di cospicua entità, così da renderli dipendenti alla manovra finanziaria del centro.

Nel torpore della base sociale, tutti i rapporti tra l’organizzazione ed il mondo agricolo si riducevano a quelli tra il vertice aziendale e la dirigenza della Coldiretti, alla quale si sostiene che l’organizzazione federconsortile abbia fornito per venticinque anni gli ingenti mezzi necessari a sostenere una rete organizzativa estesa a tutte le campagne del Paese. Ogni rapporto sociale tra gli agricoltori e i consorzi agrari locali, già spento durante il regime fascista, costituisce, ormai, meno di un ricordo lontano: è cosa nota, ad esempio, che negli elenchi dei soci di non pochi consorzi agrari figurino i nomi di agricoltori non più tali in quanto defunti, emigrati, passati ad attività diverse (qualche revisione di elenchi avrebbe avuto inizio in tempi recentissimi). I soci dei consorzi agrari costituiscono quindi il corpo di azionisti più docile che qualsiasi società commerciale potesse auspicare: i vivi non meno dei morti. Un’impresa che abbia veste formale di cooperativa non deve adempiere, infatti, nemmeno all’onere di distribuire dividendi: può quindi trascurare di realizzarne, o, se li realizzi, ed è il caso della Federconsorzi, ha libertà di reinvestirli secondo i criteri aziendalistici del proprio gruppo dirigente.

Questa libertà di manovra ha svolto un ruolo determinante nel consentire al vertice dell’azienda quelle realizzazioni che oggi ne costituiscono la forza, lo strumento di quel dinamismo commerciale con il quel l’organizzazione ha superato anche le più dure crisi economiche del Paese.

Per chi ne conosca meno che superficialmente le strutture e i campi di attività l’organizzazione consorzi agrari - Federconsorzi costituisce infatti, oggi, un’efficiente, moderna macchina commerciale, dotata di impianti di elevato livello tecnico, di una rete di vendita penetrante, guidata da uno staff manageriale di livello adeguato alla pluralità di operazioni di una holding la cui attività si esplica sui mercati nazionali e su quelli esteri: costituisce un punto di orgoglio dell’organizzazione il fatto, ad esempio, che entro il suo organico operino 2.320 tecnici, tra agronomi, ingegneri, periti.

Delle capacità economiche dell’organismo si possono proporre innumerevoli prove, la prima delle quali non può forse non consistere nella constatazione che mentre da vent’anni in Italia tutti gli organismi rientranti, pure a titolo diverso, nell’universo del settore economico pubblico, continuano a chiedere aumenti dei propri “fondi di dotazione”, per iniziative che impongono, poi, inevitabilmente, la richiesta di “fondi di ristrutturazione” per sostenerle, l’organizzazione federconsortile ha continuato a costruire e a rinnovare impianti di trasformazione, officine, mangimifici, alzandone progressivamente il livello tecnico ed aumentando costantemente il proprio volume di operazioni, utilizzando, per lo più, mezzi propri: sull’uso, da parte dei consorzi agrari, di fondi Feoga, si imporrebbe una lunga serie di considerazioni certamente crude verso più di un ministro dell’agricoltura.

A chi voglia ribattere che la crescita dell’organismo non è stata difficile, perché realizzata a spese dell’agricoltura, non è meno facile rispondere che l’Italia è il paese d’Europa dove fertilizzanti e trattori, due voci per le quali la Federconsorzi detiene oltre il 50 per cento del mercato nazionale, costano meno cari, e che per tutti gli altri prodotti, dalle macchine operatrici agli antiparassitari, con la Federconsorzi competono sul mercato nazionale tutti i grandi gruppi europei in possesso, per l’esistenza stessa della Comunità europea, di identici diritti di movimento. E che competono con la Federconsorzi anche le organizzazioni cooperative, tanto “bianche” quanto “rosse”, le quali, in particolari settori e in particolari province, hanno strappato alla Federconsorzi importanti posizioni, delle quali invece la Federconsorzi si è dimostrata più efficiente in altre zone e settori operativi.

La tenuta dell’immenso mercato sul quale conserva, per una gamma vastissima di prodotti, la preminenza indiscutibile, deriva alla Federconsorzi, chi ha potuto penetrare i meccanismi dell’organismo lo percepisce senza difficoltà, dalla sostanziale organicità del disegno che collega apparato industriale, rete di approvvigionamento, rete di vendita, un disegno che si realizza in una compenetrazione di elementi di centralismo e di dinamismo periferico corrispondente ai più efficaci modelli strategici delle grandi holding moderne.

Verificata la contraddizione clamorosa tra la natura statutaria dell’organismo e la fisionomia da esso ormai assunta nel quadro dell’economia nazionale, non si può non riconoscere l’estrema difficoltà che dovrebbe superare qualsiasi intervento politico sull’organizzazione federconsortile. L’unico intervento auspicabile dovrebbe essere , infatti, quello destinato a riportare il fervore di una vita cooperativistica nelle vene dell’organismo, senza però comprometterne il livello di efficienza e le capacità operative, ma un intervento di tale rilievo imporrebbe tanta chiarezza quanta certamente non potrebbe rivestire né l’armistizio che si compisse dopo l’ultima mischia sulle mura dell’ente, né il compromesso che fosse negoziato tra la Democrazia Cristiana e le sinistre all’insegna della spartizione del potere.

E si potrebbe, a proposito, addirittura mettere in dubbio il diritto dei partiti a interventi che non fossero di semplice quadro istituzionale: legittimati a pretendere la titolarità dell’organizzazione non possono essere ritenuti, a rigore, che i produttori agricoli, che dell’organismo federconsortile furono i creatori e che oggi ne sono i clienti: sarebbe vano, tuttavia, voler nascondere quanto sia difficile tornare a rivestire del ruolo di soci una moltitudine di operatori che oggi nell’ente non vede che una controparte commerciale. Poco aiuto si può sperare, del resto, dalle organizzazioni professionali degli agricoltori, quelle organizzazioni i cui rappresentanti siedono nel Consiglio di amministrazione dell’organismo, ma che hanno espresso, negli ultimi decenni, atteggiamenti tanto equivoci sul tema della Federconsorzi, la Coldiretti con la sua gestione verticistica, la Confagricoltura con la sostanziale connivenza, che gli sforzi esperiti durante la gestione di Alfredo Diana non hanno saputo riscattare, da indurre severi dubbi sulla propria capacità di promuovere l’assunzione diretta, in chiave cooperativistica, da parte delle forze agricole del governo dell’ente.

Maggiori titoli di legittimazione non si possono attribuire nemmeno all’Alleanza dei contadini, l’organizzazione agricola di sinistra finora esclusa dall’amministrazione dell’ente, che non ha fatto in passato che prodursi nelle accuse di parassitismo monopolistico che costituiscono da sempre l’arma preferita della sinistra verso l’istituzione, senza riuscire a proporre vere, obiettive analisi, della natura e delle capacità dell’organizzazione federconsortile.

Anche chi ammettesse, del resto, l’ipotetica capacità delle forze agricole di farsi carico del ripristino del carattere cooperativistico della Federconsorzi, non potrebbe nascondersi i problemi tecnici e di equilibrio aziendale che quell’intervento dovrebbe affrontare.

L’anomalia di un complesso di entità economiche, Federconsorzi, consorzi agrari, società collegate, dal giro di affari di migliaia di miliardi, che ha alla base uno statuto cooperativistico, ma che vive ormai della vita di una società finanziaria privata, non è certo di quelle risolubili senza contraddizioni e senza traumi: intervenire su un organismo tanto complesso per imporgli trasformazioni radicali comporta infatti il rischio dell’appesantimento e della paralisi, comporta il pericolo, dopo qualche anno, di rendere necessario per consorzi agrari e per Federconsorzi, lo stanziamento di un “fondo di dotazione” dell’entità di quelli con cui il Paese si assicura la continuità “produttiva” di Iri, Eni ed Efim, o con cui ha dovuto rassegnarsi a chiudere i passivi dell’Egam.

Se tutti i ministri dell’agricoltura sotto i cui occhi compiacenti la “privatizzazione” della Federconsorzi ha proceduto incontrastata, si fossero meno disinteressati della corrispondenza tra lo statuto dell’ente e la sua prassi operativa, forse l’immenso patrimonio strumenti e di capacità manageriali sarebbe stato usato, fino dal dopoguerra, in modo da contribuire più direttamente allo sviluppo dell’agricoltura italiana, oggi non sussisterebbe il rischio di distruggere, nella rissa politica in cui non è improbabile che si procederà alla ristrutturazione, il maggiore strumento operativo disponibile per l’intervento economico nella nostra agricoltura.




Già  pubblicati:

1ª parte
2ª parte
3ª parte
4ª parte
5ª parte


Antonio Saltini 
Docente di Storia dell'agricoltura all'Università di Milano, giornalista, storico delle scienze agrarie. Ha diretto la rivista mensile di agricoltura Genio Rurale ed è stato vicedirettore del settimanale, sempre di argomento agricolo, Terra e vita. E' autore della Storia delle Scienze Agrarie opera in 7 volumi. www.itempidellaterra.com

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