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sabato 16 aprile 2016

Breve storia del settore bieticolo-saccarifero in italia e nel mondo - Quinta Puntata

 di Alberto Guidorzi


IL SECONDO IMPULSO ALLA CREAZIONE DELL’INDUSTRIA SACCARIFERA ITALIANA                                              -AVVENTO DEL PAGAMENTO “A TITOLO




Prima puntata:


Quarta puntata  
Il primo impulso alla creazione dell'industria saccarifera italiana


Foto 1- Estirpo manuale delle radici. Le sole braccia non erano sufficienti, tanto che ci si doveva aiutare arretrando il busto. La cordicella serviva allo scopo.

Dopo la fine della prima guerra mondiale la normalità tardò ad arrivare perché il “biennio rosso” del 1919-20, con forti tensioni sociali e alta intensità di scioperi, influì non poco sulle scelte agricole e industriali. Solo nel triennio 1921-1923 si assisterà alla ripresa della superficie investita e della produzione; ciò grazie all’opera di “pacificazione” sociale imposta dal fascismo. I grandi dell’industria saccarifera, ma anche i grandi proprietari terrieri, che già avevano acquisito meriti per l’appoggio all’interventismo, troveranno nel fascismo un alleato per lo sviluppo dei loro interessi ed investiranno in iniziative fiancheggiatrici. L’azione “normalizzatrice” seguita alla “Marcia su Roma” del 1922 favorirà il fervore industriale che si concretizzerà nella creazione di ben 14 nuove società saccarifere.  Al contrario tra la fine della guerra e l’avvento del fascismo era entrata in attività una sola fabbrica.
Molti altri stabilimenti verranno però ingranditi e costruiti in questo periodo; il 1924 fu la l’anno dove fu iniziata la costruzione di innumerevoli zucchericifici (5 in Emilia, 1 in Lombardia, 1 in Toscana e ben 8 in Veneto) .
E’ in questi anni che Ilario Montesi (diplomatosi in chimica nel 1905 Torino) entra nel novero degli industriali saccariferi, dopo avere acquisito professionalità in vari zuccherifici e distillerie del Veneto, ed avere preso partecipazioni in zuccherifici tedeschi, nel 1923 crea la Società veneta per l’industria degli zuccheri (zuccherificio di Este). Successivamente nel 1927 prende il controllo azionario dell’impianto di Pontelongo (Padova) di proprietà della società belga Sucrérie et raffinerie. Nel 1925 risultavano attivi ben 52 zuccherifici e il consumo di zucchero pro-capite si era più che raddoppiato (dai 3 del primo dopoguerra si era passati agli 8 kg del 1925/26).  
Il 1922 segna anche la nascita della Commissione che studierà la possibilità di passare dal contratto d’acquisto delle bietole cosiddetto “a peso” a quello anche “a titolo”. Questo tipo di contratto sarà applicato per la prima volta nel 1923. Precedentemente, le bietole erano pagate un tanto al quintale senza nessun riferimento al contenuto di zucchero, mentre il nuovo contratto assegnava all’agricoltore il 50% del prezzo dello zucchero rilevato su vari mercati in un periodo prefissato. L’importo accertato veniva ripartito tra i coltivatori in base alla quantità in peso di bietole consegnate e alla densità del sugo di un campione prelevato da ogni singola partita
Tuttavia, la messa in moto del metodo incontrò difficoltà. Fu per questo che nel 1924 ci si sganciò dal solo prezzo dello zucchero e si introdusse il metodo polarimetrico (il polarimetro ottico era stato inventato nel 1862) per determinare la percentuale di zucchero contenuta nelle radici e si stabilì anche il prezzo del grado polarimetrico in base alle quotazioni dello zucchero (Foto 2).
Foto 2 - Polarimetro.
In altri termini di ogni partita si misurava la densità (tramite densimetro a galleggiamento) del sugo ottenuto dalla polpa raspata di un campione di radici del carico, mentre la polarizzazione si ricavava moltiplicando la densità per un coefficiente, che era il rapporto tra tutte le polarizzazioni (misurate col polarimetro) dei campioni medi e le densità della settimana. Il campione medio era un campione formato da bietole prelevate da ognuno dei venti campioni individuali precedenti e su cui era stata determinata la densità individuale. Il meccanismo era macchinoso, si prestava a frequenti manomissioni ed a conseguenti contestazioni, ma durò per decenni solo con piccoli aggiustamenti normativi. Con questo accordo si introdusse anche la scollettatura delle radici all’inserzione delle foglie (solo nel 1941 si elevò il taglio ad un centimetro sotto il primo anello di foglie).
Non tutto però andava a favore della filiera bieticolo-saccarifera: a quest’epoca risale infatti la messa in atto di provvedimenti governativi liberisti da parte del ministro delle finanze De Stefani con la riduzione della protezione prima accordata; in concomitanza a ciò si registrò un migliorato potere d’acquisto di varie categorie economiche della popolazione italiana. Inoltre il 1922 e il 1923 furono anni di superproduzione e quindi di zucchero invenduto. I saccariferi insorsero e misero in atto ritorsioni tali da far sì che il partito fascista, che era assai radicato nelle zone bieticole, impone al Governo di ristabilire le barriere di protezione aumentando i dazi (D.L. 11/02/1925 n° 92). La filiera andò così all’incasso della precedente opera di fiancheggiamento, forte anche dei risultati della Commissione d’indagine che aveva da un lato posto in evidenza che i costi di produzione industriali erano uguali, se non inferiori, a quelli europei, e dall’altro aveva constatato che il bisogno di protezione della filiera derivava dalla minore qualità della materia prima da trasformare rispetto a quella centro-europea, e ciò in ragione degli stress climatici tipici delle estati italiane e del ciclo vegetativo più breve.
Il cartello saccarifero nel 1925 si modificò e divenne Consorzio Nazionale Produttori Zuccheri - CNPZ, a cui aderirono tutti gli industriali. Tale consorzio, oltre a promuovere la ricerca sperimentale, s’impegnò ad acquistare tutte le bietole seminate e a distribuire la produzione totale agli zuccherifici consorziati secondo piani programmati. Il Consorzio era anche incaricato di vendere tutto lo zucchero al prezzo più alto possibile. Inoltre la Federazione Nazionale Bieticoltori - FNB si adeguò al sistema sindacale fascista e nel 1932 assunse il nome attuale di Associazione Nazionale Bieticoltori - ANB. Essa assunse il compito di negoziare con CNPZ la cessione della materia prima da trasformare, oltre che di effettuare la valutazione quanti-qualitativa delle bietole di ciascun coltivatore. Da qui però nacque anche la subalternità delle associazioni bieticole all’industria saccarifera in quanto esse ottennero che le quote associative di ciascun bieticoltore, proporzionali alla quantità di prodotto controllato, fossero trattenute al bieticoltore all’atto del saldo nella materia prima consegnata.
Il settore continuò a svilupparsi anche in conseguenza delle linee di politica che perseguivano l’autosufficienza economica dell’Italia. Il successivo periodo autarchico consoliderà ancora più la produzione zuccheriera nazionale in quanto, oltre alla valenza alimentare, essa assumerà importanza strategica come fornitrice di melasso da cui si poteva estrarre alcol etilico da impiegarsi nella fabbricazione degli esplosivi, della gomma sintetica ed, in miscela, come carburante. In tale contesto non si può in alcun modo trascurare la dimensione fiscale dello zucchero: nel 1939 l’accisa sullo zucchero era la seconda voce attiva più importante del bilancio statale, seconda solo alla ricchezza mobile. D’altronde l’accisa incideva per il 57% sul prezzo al consumo, il quale in Italia era di 7 £/kg, mentre negli altri paesi europei variava da 1,5 a 3 lire. Tutto ciò era additato come una delle maggiori cause degli scarsi consumi di zucchero del tempo (7/8 kg/pro-capite contro i 25/40 di altri paesi europei).
Foto 3-Storica sede genovese di Eridania Z.N.
Il decennio prebellico anche il fenomeno delle concentrazioni societarie (rimarranno solo 18 società di cui 8 con sede a Genova). Eridania e Ligure Lombarda incorporeranno le società partecipate e poi nel 1930 si fonderanno per dar luogo all’Eridania Zuccherifici Nazionali con sede nel palazzo di via Podestà a Genova (Foto 3). Nel 1937 essa produceva il 60% dello zucchero nazionale, era il primo produttore di alcol etilico il 50% della produzione ed era proprietaria di 12.000 mila ettari di terre agricole. In questi tempi l’80% dello zucchero prodotto era destinato ai consumi privati diretti, mentre solo il 20% era utilizzato dall’industria alimentare e dunque per consumi indiretti. Attualmente, questo rapporto si è invertito e questo costituisce la causa dei mutati scenari che descriveremo successivamente. Sempre nel 1937, un altro 30% dello zucchero italiano era prodotto da altre due società: il 20% la Società Italiana per l’Industria degli Zuccheri dei Piaggio, famiglia con un patrimonio diversificato e che andava dalla chimica ai cantieri navali, e un 10% dalle società del gruppo di Ilario Montesi il quale, partito da semplice dirigente, aveva saputo crescere molto nel settore, anche tramite agganci con l’industria saccarifera tedesca, avendo anche fatto da interposta persona per salvaguardare gli interessi che una famiglia ebrea, poi emigrata negli USA aveva nella Sudzucker tedesca. Per un breve periodo del 1939 Montesi fu infatti i maggiori azionisti della predetta società tedesca. Siamo in periodo autarchico e prebellico e quindi l’alcol era materia strategica (esplosivi e carburanti) come lo era la sua produzione, infatti, un ulteriore 31% era prodotto dalle società dei Piaggio (20%) e di Montesi (11%).

L’autarchia affrancò l’Italia anche nei riguardi delle importazioni di seme dall’estero, in quanto le società saccarifere divennero esse stesse produttrici di seme di bietola (si trattava di varietà plurigermi diploidi nelle quali 100 glomeruli davano origine a 200/300 germi in media) di qualità migliorata rispetto alle molto scadenti produzioni nazionali precedenti. Anche l’industria nazionale di produzione dei macchinari per l’indusrtia saccarifera si avvantaggiò rispetto alla tecnologia estera acquisendo quote di mercato rilevanti. Solo il dato di produzione nazionale di zucchero per unità di superficie regredì scendendo a 3,5 t/ha contro le 4 t/ha del primo decennio del secolo. Tale dato diminuirà ulteriormente quando per esigenze di autosufficienza nazionale si costruiranno, tra il 1938 ed il 1941, tre zuccherifici nel sud dell’Italia (Capua, Battipaglia e Santa Eufemia Lamezia) e uno al centro (Jesi). Quest’ultima realtà industriale sarà opera di Gaetano Maccaferri il quale era entrato nel settore nel 1936 con l’acquisto della SADAM- Società Anonima Distilleria Agricola Marchigiana” attiva nella produzione di alcool da barbabietole a uso autotrazione e avrà inizio ad un’altra dinastia saccarifera.
La superficie durante il “ventennio” aumentò in modo sostanziale, superando per molti anni i 100.000 ha ed arrivando nel periodo autarchico ai 150.000 di media. La guerra (oltre ad aumentare i prezzi al consumo) non incise sulla produzione fino agli anni 1944 e 1945, quando, o non si poterono lavorare le bietole a causa degli zuccherifici bombardati perché produttori anche di alcol (1944), o addirittura non si poterono seminare le bietole (nel 1945 vennero seminati solo 18.000 ha).

A completamento del quadro si deve segnalare che tra le due Guerre furono in complesso costruiti o rifatti i seguenti zuccherifici: Sermide (Lombardia); Cervignano, San Michele al Tagliamento, Ceggia, Cavarzere, Sanguineto, Montagnana, Este, Cartura, Porto Tolle, Lama, Arquà Polesine, Costa, Badia Polesine e Polesella (Veneto); Reggio Emilia, Mirandola, Tresigallo, Jolanda di Savoia, Migliarino, San Biagio, Molinella e Granarolo (Emilia); Cecina (Toscana) ; Jesi (Marche) ; Latina (Lazio) ; Capua, Battipaglia (Campania); S. Eufemia Lamezia (Calabria). La gran parte di questi fu costruita tra il 1925 e 1930, il resto fu invece costruito quando si delineò la fase autarchica del regime. In questo periodo di grande utilizzazione di sementi italiane si puntò a correggere la scarsa ricchezza in zucchero delle bietole italiane ed infatti la polarizzazione giunse al 16% ma ciò andò a discapito del peso che regredì a 250 qli/ha. Comunque, i consumi di zucchero nel “ventennio” oscillarono sempre tra i 7 e i 9 kg pro capite. 


         
 Foto 4- Una delle frequenti sarchiature manuali che si doveva praticare   sulla bietola da zucchero.




Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureto in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia ; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.


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