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domenica 28 agosto 2016

Breve storia del settore bieticolo-saccarifero in Italia e nel mondo - Ottava e ultima puntata

di Alberto Guidorzi

 


Foto 1 - Vecchi ruderi di zuccherifici

DAGLI ANNI ’80 ALL’ ATTUALITÀ: CRONACA DI UNA DÈBACLE

continua il declino del settore bieticolo saccarifero con ulteriori

perdite di competitività


Prima puntata:
Terza puntata
Quarta puntata  
Quinta puntata  
Sesta puntata

Agli inizi degli anni ’80, continuando l’evoluzione descritta nella precedente puntata, il settore tremò e molti ne preconizzarono la fine. Due delle tre “M” (Monti, Maraldi, Montesi) che gestivano il grosso dell’industria saccarifera italiana si trovarono in dissesto per l’eccessivo indebitamento.
I Montesi avevano acquistato a debito dai Piaggio la SIIZ - Società Italiana Industria Zuccheri e ciò causò la loro estromissione dal settore per l’improvvisa chiusura dei flussi creditizi, forse provocata ad arte. Quel poco che restava ancora a Genova, cioè le famiglie Bruzzo (Romana zucchero) e Schiaffino (Sermide e Cecina), furono obbligate a chiudere o a portare i libri in tribunale. L’unica che sembrava in buona salute era l’Eridania, vi era, però, stato nel frattempo un cambio di proprietà, a Monti era subentrato nel 1979 Serafino Ferruzzi. La Sadam, invece, rimaneva molto solida, ma non era ancora uscita dall’ambito marchigiano. Entrarono pure in crisi anche So.Me.Sa. (zuccherifici di Celano (AQ) e Strongoli (KR) e Lo zuccherificio Castiglionese (AR) a seguito della debacle Federconsorzi. Gli zuccherifici cooperativi erano solo in parte in buona salute finanziaria (il Copro B lo era, ma non il Copro A). La situazione precipitò anche in conseguenza della crisi finanziaria di quegli anni, caratterizzata da perdita di potere d’acquisto della lira con conseguenti aumenti degli interessi passivi (gli zuccherifici firmavano cambiali gravate del 20-25% d’interesse).
La situazione spaventò i politici che corsero ai ripari approntando un Piano bieticolo-saccarifero la cui attuazione fu affidata a privati, ma anche ad una finanziaria a capitale pubblico, la RIBS S.p.A. che poteva entrare, per periodi limitati, nel capitale azionario di nuove società saccarifere oppure erogare finanziamenti a società esistenti che avessero acquistato stabilimenti in crisi. Dall’esclusione dall’attività saccarifera della famiglia Montesi nacque l’ISI-agroindustriale mentre la famiglia Maraldi, che aveva salvaguardato la proprietà della Sfir, riuscì a riportare in bonus le sue altre società entrate in crisi.Il Piano entrò in azione a metà degli anni 80 ed in un quindicennio le società saccarifere da 17 passarono a 9. Gli zuccherifici operativi si ridussero a 22. Tuttavia anche dopo la ristrutturazione, nella graduatoria dell’efficienza l’Italia rimase al penultimo posto davanti alla sola Grecia. Nel 1990 la Comunità dispose la liberalizzazione con la soppressione dell’imposta di fabbricazione (1991); ciò segna la fine dei prezzi amministrati e per il consumatore italiano termina la penalizzazione interna, ma come cittadino europeo rimane ancora penalizzato per il mancato accesso alle produzioni molto meno care provenienti dalla canna.
La strategia dei Ferruzzi, inizialmente di largo respiro, li porta a gestire l’ISI assieme alle associazioni bieticole per conto dei coltivatori, i quali però non contribuirono singolarmente con denaro proprio, ma con denaro stanziato dallo Stato e anche con denaro accantonato nel fondo bieticolo nazionale. Il tutto fu gestito dai vertici delle Associazioni bieticole e lo strumento finanziario usato fu la società Finbieticola. Tuttavia le successive vicissitudini vissute dalla famiglia Ferruzzi ed in particolare dall’impero economico creato da Raul Gardini, porteranno l’Eridania in mano alle banche, che, in quanto tali, la gestiranno con il solo obiettivo di rendere i bilanci meno negativi. Ciò durò finché, stanchi di detenere un capitale non remunerato convenientemente, decisero di vendere alla SACOFIN (e anzi forse la promossero), una Newco che spartirà l’attività saccarifera tra i due suoi soci: la Sadam (che diverrà Eridania-SADAM Spa) e la cooperativa COPROB che assieme ai sindacati bieticoli gestiranno la società ITALIA Zuccheri S.p.A (che porterà in dote molti zuccherifici ex-Montesi). Restarono inoltre ancora operativi la SFIR della famiglia Maraldi e gli zuccherifici di proprietà di società entrate in crisi come Somesa e Castiglionese e che passarono in gestione a nuove società create da Sadam e Finbieticola (che usava fondi pubblici di cui era stata dotata). Queste unità trasformative (Celano, Castiglion Fiorentino e Villasor) passeranno successivamente di piena proprietà della Sadam, in quanto Finbieticola decise di liberarsi di queste partecipazioni a causa dei deficit di gestione accumulati in pochi anni.
Il fatto caratteristico da rilevare è che nessun investitore privato, e ciò in parte anche a livello europeo, trovò conveniente investire nello zucchero (un’eccezione è stata la famiglia Maccaferri - SADAM). In altri Stati, però, furono i bieticoltori, cooperativizzandosi, che si sostituirono al capitale privato, mentre in Italia furono le Associazioni bieticole, tramite Finbieticola, ad apportare denaro, ma più per occupare cariche sociali lautamente remunerate che per incidere in modo nuovo nella trasformazione. In conclusione l’intervento di Finbieticola non si è rivelato produttivo e la società non è riuscita a coinvolgere nella gestione di trasformazione i bieticoltori sotto forma di cooperatori; ciò al contrario di quanto avvenuto in Francia o in Germania dove la cooperazione era passata a gestire la maggioranza degli zuccherifici. In questo periodo in tutta Europa si affina la tecnica bieticola, ma in Italia non avverranno i progressi che si constateranno poi nelle altre bieticolture, e ciò poiché il messaggio tecnico innovativo si trasferisce solo ai pochi veri imprenditori agricoli. Ancora una volta si dovrà constatare in Italia la mancanza di feeling fra trasformazione e produzione agricola che spesso si trasformava in sfiducia, conflittualità e ripicche. Tra i bieticoltori poi non esisteva una volontà di intenti unitari tanto è vero che mantennero attivi ben quattro sindacati bieticoli, espressione dei partiti politici del tempo. Più nello specifico se analizziamo quanto accaduto a livello varietale negli ultimi 25 anni ci accorgiamo che, a fronte di una genetica italiana già sparita con l’avvento dei monogermi genetici, la genetica europea si è impegnata con successo a seguire strategie sempre più mirate e volte a cogliere le istanze che arrivavano da parte delle filiere dei paesi del centro-nord Europa e che miravano a ottenere l’innalzamento delle qualità tecnologica della materia prima, il miglioramento delle percentuali d’emergenza del seme dal terreno e la ricerca di investimenti ottimali e molto precoci. L’obiettivo dei genetisti è stato attenuto da un lato selezionando materiale genetico più adatto ai cicli lunghi delle coltivazioni del Nord-Europa e dall’altro migliorando l’emergenza precoce dei semi deposti nel terreno ed estendendo così ancora di più il ciclo al periodo dell’anno più favorevole all’accumulo. Altro fattore di crescita è stato il progresso nella protezione delle giovani piantine. 

In Italia, già orfani di una ricerca ben strutturata, avevamo un’esigenza che impelleva su tutte: combattere la rizomania, malattia che si era enormemente diffusa più da noi che altrove, anche in conseguenza d’intensificazioni di coltivazione scriteriate. Dobbiamo dare merito ad un ricercatore italiano, il Dr. De Biaggi, d’aver scoperto i primi geni di resistenza alla malattia nel materiale selezionato dal Munerati, ma ciò andò a vantaggio di una società sementiera non italiana. Nel contempo però siamo rimasti orfani del materiale di lunga selezione che ci proveniva dalle ditte sementiere del Centro-Nord Europa perché tali ditte avevano privilegiato i tipi adatti ad un ciclo lungo, inadatti a garantire elevate produttività se sottoposti ai cicli eccessivamente brevi tipici dell’ambiente italiano. La tolleranza alla rizomania per il Nord-Europa non è stata, inizialmente, così essenziale come in Italia. Noi poi alla rizomania assommavamo anche la cercospora (il bieticoltore italiano ha sempre sottovalutato l’effetto di questa malattia) e la rivegetazione in epoca di raccolta. Tutto ciò, oltre a diminuire il tenore in zucchero, non ci faceva neppure godere della migliorata qualità tecnologica.

In altri termini il materiale classico precedente di tipo E o EE (simbolismo indicante i tipi varietali a grosse radici) almeno si adattava meglio ai primi estirpamenti, divenuti tra l’altro ancora più anticipati per la concentrazione della potenzialità trasformatrice. Inoltre, il parametro di pagamento italiano, in applicazione da tempo, non penalizzava oltremodo le basse polarizzazioni, mentre quello europeo, che venne poi applicato anche in Italia, impediva di produrre bietole a scarso contenuto in zucchero.
In conclusione, non potevamo più produrre “bietole zucche”, ma non avevamo nulla con cui sostituirle e inoltre non avevamo più un’industria sementiera italiana. Il messaggio che l’industria saccarifera italiana dette alla genetica d’oltralpe (e che le Associazioni bieticole assecondarono facendo il danno dei propri associati) fu drastico e senza subordini; s’impose che le sementi da vendere in Italia dovevano essere dei tipi N o NZ (simbolismo indicanti tipi equilibrati o tendenti a maggiori concentrazioni di zucchero ed a minor peso) spinti, di purezza tecnologica molto elevata (ma poco pagata ai bieticoltori) e tolleranti in modo ottimo contemporaneamente alle due malattie citate. La richiesta trovò inizialmente impreparata le selezione estera e, successivamente, viste le difficoltà, le ditte sementiere si dimostrarono restie a fare sforzi eccessivi per assecondare i bisogni italiani. Il seme venduto sul mercato italiano spuntava prezzi bassi (la filiera ricambiò il monopolio ottenuto nella distribuzione del seme con prezzi calmierati della semente ceduta all’agricoltore) e inoltre la perdita di competitività accumulata faceva dubitare le ditte sementiere circa il perdurare delle bieticolture mediterranee. In conclusione il seme che fu messo a disposizione del bieticoltore italiano non era idoneo alle condizioni italiane, tanto che all’estero fu coniato il detto seguente: “gli italiani vogliono delle varietà che resistono a tutto…. anche alla produzione!” . L’introduzione di queste varietà avvenne alla fine degli anni ’80 facendo credere che da queste dipendesse la sopravvivenza della filiera. Tuttavia in pochi anni la scelta tecnica evidenziò tutti i suoi limiti anche perché solo con l’allungamento del ciclo e con epoche di escavo tardive e a maggior rischio intemperie si sarebbe potuto supplire alle scarse capacità produttive del nuovo materiale genetico. Cicli di coltivazione tradizionali, invece, misero in evidenza le insufficienze produttive delle varietà con elevata tolleranza alle due malattie. Inoltre la rusticità di questi materiali era stata persa, sia per il ridotto periodo selettivo che per il ritorno ai tipi diploidi e non più polipoidi. La dimostrazione di quanto qui affermato è lampante se si osservano i dati in tabella 1 che evidenziano sinteticamente le nostre condizioni produttive rapportate a quelle d’altri paesi, ma soprattutto al totale assenza di incrementi nelle rese unitarie.





Gli scarsi progressi genetici sopra descritti ed una diminuita professionalità bieticola, portarono la nostra bieticoltura ai livelli di superficie di settant’anni prima. In tali condizioni il divario produttivo rispetto alle bieticolture dei Paesi climaticamente più idonei andò via via aumentando fino a mostrare che ad esempio in Francia si produceva in un ettaro il doppio di zucchero che in Italia. Con l’adozione dell’euro, in Italia ebbero fine le svalutazioni competitive e quindi anche i periodici aumenti nazionali del prezzi dei prodotti agricoli. Il 2003 poi è stato uno degli anni peggiori sia per il bieticoltore che per l’industria, la quale, tra l’altro, per una buona parte versava in condizioni debitorie molto preoccupanti. Purtroppo questi dati di fatto funsero da filo conduttore nella formulazione della riforma della politica comunitaria dello zucchero che qui di seguito descriveremo e che mirò a penalizzare i meno competitivi. 

Riforma dell’OCM zucchero

Nel 1995 era nata l’Organizzazione Mondiale del Commercio-OMC ed essa aveva cominciato a stabilire degli accordi per gestire meglio il commercio internazionale e le politiche commerciali degli Stati membri dell’Organizzazione. Il fine era quello di favorire la libertà degli scambi e perseguire la loro liberalizzazione attraverso cicli di negoziazioni sui principi di un sistema commerciale bilaterale. Lo zucchero, che fin dall’inizio della sua storia aveva assunto la caratteristica di merce oggetto di scambi internazionali e di derrata strategica, non poteva non rientrare tra le merci oggetto di negoziazione. Non bisogna dimenticare, infatti, che le due fonti d’estrazione dello zucchero (canna e barbabietola) avevano generato nei secoli passati contrasti tra i Paesi che coltivavano l’una pianta o l’altra. La sintetica storia fin qui trattata non è stata altro, infatti, che un andare e venire di barriere protettive e d’applicazione di dazi tendenti a limitare gli scambi di zucchero di canna per salvaguardare le produzioni nazionali di zucchero da bietola prima e continentali poi.L’esigenza di trattare sul commercio dello zucchero era anche data dal fatto che in quarant’anni di vita dell’organizzazione comunitaria di mercato, essa aveva introdotto meccanismi tali che avevano fatto divenire l’Europa Unita un’esportatrice netta di zucchero di bietola sovvenzionato sul mercato mondiale. Essa esportava un terzo della sua produzione, ma essendo la bietola molto meno competitiva della canna, la cosa era ottenibile solo mediante sovvenzioni ai produttori europei. Quindi dopo negoziazioni accanite ed al fine di far avanzare anche altri dossier relativi ad altri commerci e soprattutto agli scambi sui servizi, ci si accordò sul fatto che l’UE avrebbe dovuto diventare importatrice e non più esportatrice di zucchero. Ciò comportava evidentemente una drastica diminuzione della produzione degli ormai 27 Stati Membri dell’Europa Unita.   Per arrivare tuttavia, ai suddetti accordi in sede OMC fu necessario del tempo ed infatti solo nel 2004/2005 infatti si riuscì a impostare in Europa un piano di ristrutturazione del settore bieticolo-saccarifero. La Commissione UE nel novembre 2005 presentò una progetto di riforma che si basava sul principio di salvaguardia delle filiere più performanti e ritenute in grado di resistere alla liberalizzazione completa prevista per il 2013/14. Inizialmente si pensò ad un taglio lineare delle quote di produzione, ma subito i paesi più performanti suggerirono di proporre ai paesi con le produzioni meno competitive di abbandonare le produzioni di bietole e di zucchero controbilanciando la rinuncia con ingentissimi incentivi economici a titolo di indennizzo. La proposta passò appunto perché paesi come l’Italia videro come una manna dal cielo il potersi disfare di un’industria che non produceva reddito ed anzi produceva debiti.
Lo scopo si raggiunse nel periodo 2006-2010 stabilendo un progressivo calo dei prezzi d’intervento dello zucchero del 36% (da 631 a 404 €/t). La diminuzione di prezzo era trasferita sullo zucchero degli zuccherifici tramite prelievi volti a creare un fondo per finanziare la ristrutturazione prevista (leggasi indennizzi previsti per i rinunciatari). Pertanto ancora una volta al consumatore, questa volta europeo, venne chiesto di sobbarcarsi l’onere delle ristrutturazione del comparto saccarifero. Fu il mantenimento di un elevato prezzo al consumo che finanziò la riforma. Evidentemente, essendo da sempre il prezzo pagato per le bietole legato a quello dello zucchero, anche sui bieticoltori sarebbe ricaduta la diminuzione del prezzo delle bietole che gli zuccherifici avrebbero acquistato da loro. In quattro anni era previsto che il prezzo delle bietole sarebbe calato del 38%. In questo modo s’intendeva selezionare le bieticolture più performanti e le industrie saccarifere più all’avanguardia.
Tuttavia per trovare l’accordo di tutti e per non “lastricare di morti” il periodo di validità della riforma, si previde d’indennizzare chi veniva espulso dal mercato e si privilegiò l’industria saccarifera. Infatti, ad ogni società saccarifera, che abbiamo visto detentrice di quote di produzione di zucchero (torno a ripetere, ricevute in dote gratuitamente), fu promesso un indennizzo riferito a tonnellata di zucchero che s’impegnava a non più produrre, annullando così parte o tutte le sue quote di produzione detenute. Gli indennizzi erano però decrescenti in funzione dell’anno nel quale si decideva di dismetterle: gli indennizzi maggiori si ottenevano dismettendo subito le quote e non procrastinando le rinunce a produrre in anni successivi all’inizio della riforma. Ai bieticoltori che, in caso di chiusura del proprio zuccherificio, non trovavano più dove consegnare il prodotto, era previsto un indennizzo che non era però paragonabile a quello ricevuto dai saccariferi. In altri termini le società saccarifere, rinunciando alle quote zucchero che detenevano e che avevano ricevuto gratis, incassarono ingenti indennizzi (150 miliardi di lire per stabilimento che chiudeva), mentre per i bieticoltori, che si vedevano chiudere lo zuccherificio e non potevano più coltivare, non si riuscì a parametrare gli indennizzi alle quote bietole dismesse, in quanto mai detenute, e quindi si assistette a vere e proprie ingiustizie, e limito a questo il commento…
Lo scenario predisposto, che qui abbiamo descritto per sommi capi, ha trovato, come abbiamo detto sopra, un settore zucchero italiano nelle peggiori condizioni economiche per poter resistere e con dati produttivi statistici, come abbiamo mostrato prima nella tabella 1, estremamente negativi per supportare un’eventuale resistenza alla proposta. Per questo si negoziò da subito un’uscita molto corposa dell’Italia dalla produzione di zucchero e si pose sul tavolo la chiusura di 13 dei 19 stabilimenti esistenti, con conseguente abbandono della metà della nostra produzione di zucchero (da 1.600.000 t a 780.000). In cambio si chiese un sostegno basato su fondi nazionali e comunitari, ed esso ci venne concesso solo per i quattro anni previsti prima dell’entrata a regime della riforma. Nella primavera del 2006, anno in cui era prevista l’operatività dei soli 6 zuccherifici, si coltivarono circa 80/90.000 ha di bietole, mentre nel 2005 se n’erano coltivati 240.000 ha.
Il meccanismo d’incentivazione alla dismissione di quote di produzione era valido per tutta l’Europa, ma non tutti i Paesi Membri risposero come aveva fatto l’Italia, infatti dopo due anni la Commissione dovette rilanciare il suo piano ed in questo caso incentivò di più i coltivatori in modo che smettendo di coltivare obbligassero la loro fabbrica a chiedere di annullare le relative quote. Tuttavia l’Italia aveva ormai smantellato e dunque questi ulteriori incentivi non ebbero nessun effetto. Il rilancio, però, ebbe gli effetti sperati presso le filiere zucchero degli Stati più performanti, ormai in gran parte a gestione cooperativa, i quali approfittarono della cessione di parte di quote ben remunerate per ristrutturarsi e divenire più competitivi. In Italia ciò comportò la chiusura di due ulteriori stabilimenti (Jesi e Pontelagoscuro) e quindi il permanere di solo quattro stabilimenti, di cui tre al Nord (Minerbio, Pontelongo e San Quirico) e uno al Sud (Termoli). Tuttavia non si può dire che da tale vicenda la filiera italiana sia uscita ristrutturata e più competitiva. L’aumento di produttività media che si registrò era infatti da ascrivere più ad un effetto statistico (eliminazione delle superfici più marginali come l’eliminazione totale della bieticoltura del centro-Sud dell’Italia) che ad un effettivo salto di qualità. In conclusione la geografia saccarifera italiana è ormai disseminata da ruderi di zuccherifici abbandonati, come questi della Foto 1 , che quindi da poli occupazionali sono divenuti ormai oggetto di studi e ricerche d’archeologia industriale. Nel 2010, quando si stabilì sui 26 €/t il prezzo definitivo dopo ristrutturazione, ciò che restava dell’industria saccarifera italiana dovette privarsi di una parte dei ricavi per poter aumentare il prezzo delle bietole da pagarsi ai coltivatori al fine di ottenere che se ne coltivassero a sufficienza. Solo che così facendo i bilanci già per nulla floridi divennero insopportabili (anche a causa di una congiuntura dei prezzi mondiali dello zucchero molto negativa). Di conseguenza nel 2016 hanno chiuso altre due fabbriche (Termoli e San Quirico) e ne sono rimaste solo 2 in attività e cioè quelle gestite dal Copro B (Minerbio e Ponteglongo). Si potrebbe dire “come volevasi dimostrare” nel senso che la politica, su pressione dei gruppi saccariferi privati, ha impedito per 50 anni la trasformazione degli zuccherifici in società cooperative con l’intervento dei produttori bieticoli (cosa largamente verificatasi in Europa) e, guarda caso, chi per ora ha “tenuto botta” è proprio l’unica società cooperativa. Ho usato appositamente “per ora” in quanto sui due stabilimenti ancora operativi grava la famosa “spada di Damocle” della sparizione dal prossimo anno delle quote di produzione nazionali (così come decretate nel lontano 1968) e quindi se per ora la produzione di zucchero assegnata al Copro B la poteva trasformare solo lui in quanto detentore di quota (e abbiamo visto come essa sia stata fonte di lauti indennizzi) e poteva sfruttare la sua posizione più vicina al consumo, dall’anno venturo questa dotazione di quota sparirà e potrebbe verificarsi la possibilità che ad esempio uno zuccherificio bavarese faccia un’azione di dumping nei confronti del Copro B, mettendo quest’ultimo in notevoli difficoltà, come ad esempio un più difficile accesso al credito in quanto esso non può più offrire in garanzia il patrimonio delle quote di produzione.

Potremmo terminare con un aforisma: “non siamo noi che abbiamo abbandonato il settore bieticolo-saccarifero, ma è il settore stesso che ci ha abbandonati”.



Alberto Guidorzi  
Agronomo. Diplomato all' Istituto Tecnico Agrario di Remedello (BS) e laureato in Scienze Agrarie presso UCSC Piacenza. Ha lavorato per tre anni presso la nota azienda sementiera francese Florimond Desprez come aiuto miglioratore genetico di specie agrarie interessanti l'Italia. Successivamente ne è diventato il rappresentante esclusivo per Italia; incarico che ha svolto per 40 anni accumulando così conoscenze sia dell'agricoltura francese che italiana.

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